domenica 11 giugno 2006

Homo novus

Bambino geopolitico guarda la nascita dell'uomo nuovo - Salvador D'Ali - 1943
E' assolutamente indispensabile che l'uomo - affinchè tale parola  rivesta un senso che oltrepassi la soglia del mero apparire - si adopri alla costruzione di un centro di gravità. Esso rappresenta il contenuto, il vero pulsare, la differenza che segna il passo fra un burattino e un Uomo incoronatosi Re. Parimenti, è assolutamente vero, basta constatare le miserie umane in cui viviamo, che oggi non solo tale obiettivo è lontano, ma che, a causa dell'involuzione, l'uomo è carente perfino di un perimetro di un cerchio che delimiti lo spazio esterno da quanto essa rappresenta. Continue commistioni, pulsioni, compulsioni, trovano facile accesso al cerchio fisico, al cerchio mentale, fino ad restringere sempre più il cerchio animico, rendendo quindi di fatto impossibile il contatto con la scintilla Divina. Ognuno di noi si trova ad un livello difforme dell'essere. Troveremo nostri "simili" intenti ad arrancare nel fango del braccio orizzontale della Santa Croce, altri che lo percorrerranno maestosi, e altri - i più ardimentosi - che si innerpicano lungo il braccio verticale, oppure precipitano lungo le alte e vetrificate mura di babele. Invero non esiste un solo labirinto, ma ne esistono molteplici, e ognuno di essi rappresenta una sfida costante, che può essere superata ricordandoci che il labirinto fisico, si supera attraverso la mente, e che il labirinto della mente, si supera attraverso l'anima, e i meandri dove l'anima è dispersa sono superati solamente grazie al Matrimonio Celeste fra essa e lo Spirito.


domenica 8 maggio 2005


A 120 anni esatti dalla nascita dell'autore dei "Cantos" pubblico un interessante articolo a firma di Luca Leonello Riimbotti.

Ezra PoundLa notte tra il 15 e 16 novembre 1945, all’uscita del campo di concentramento del Disciplinary Training Campdi Pisa, una jeep scoperta americana trasportava un anziano e malconcio prigioniero ammanettato. Indebolito e stordito dai molti mesi di carcere duro, rinchiuso in una gabbia all’aperto, esposto al sole e alla pioggia, il vecchio era atteso a Roma da un aereo speciale che, dopo trenta ore di volo e un paio di scali, giunse a Washington. Qui l’aspettavano un processo per alto tradimento, il rischio della condanna a morte, la diffamazione, infine lunghi anni di internamento nel manicomio criminale di St. Elisabeth. Il primo anno lo passò segregato in completo isolamento, in una cella senza finestre, senza contatti con l’esterno. Del resto, sono conosciuti i sistemi carcerari di quel grande Paese. Pound verrà liberato soltanto nel 1958, scosso, ma per nulla distrutto da un’esperienza allucinante: una foto famosa lo ritrae, appena sbarcato a Venezia, nell’atto di fare un sorridente saluto romano davanti ai fotografi.

Ezra Pound, Canti pisani. Edizione con testo a fronteIl trattamento riservato a Ezra Pound dai suoi concittadini americani è noto. Per aver parlato durante la guerra dai microfoni di Radio Roma contro la guerra, contro quella guerra, gestita dagli usurocrati e fatta pagare ai popoli, Pound passò un’interminabile via crucis, che avrebbe fiaccato molti caratteri meno robusti del suo. Anzi, egli fece dei maltrattamenti subiti un preciso motivo di resistenza culturale, e proprio dai periodi più bui scaturirono alcune tra le pagine più celebri e sbalorditive della sua enigmatica, caleidoscopica vena poetica. Leggendo la testimonianza di Piero Sanavio La gabbia di Pound (Fazi Editore), veniamo di nuovo a contatto con una vicenda esemplare di quella lotta che si svolse nel Novecento, culminata nella Seconda guerra mondiale, e che non fu solo una questione di accaparramento delle risorse del pianeta, ma fu lotta politica, ideologica, soprattutto culturale e di civiltà. Pound è una delle più alte espressioni del fatto che, dal 1939 al 1945, furono in gioco i fondamenti stessi della visione del mondo europea, e che non si trattò affatto di un regolamento di conti tra differenti imperialismi, ma tra opposte maniere di concepire la vita e i rapporti politici e sociali in una moderna società.

Piero Sanavio, La gabbia di PoundIl libro di Sanavio – che conobbe il poeta, lo visitò più volte al manicomio di Washington e in seguito anche a Parigi – è una sorta di diario dei contatti con una delle personalità più inclassificabili e geniali del secolo scorso. Purtroppo, l’autore – che ci tiene a dirci che fu attratto, fin da giovane studioso, dalla poetica poundiana, ma per nulla dalle sue inclinazioni politiche – sottopone il suo interessante resoconto a una serie di suoi personali giudizi, di cui il lettore interessato a Pound farebbe anche a meno. Venuti a conoscenza che Sanavio considera quello fascista “un governo criminale” e Mussolini “insopportabilmente italiano”, siamo più tranquilli e ci possiamo volgere alla vicenda di Pound. Il quale aveva idee non omologate e del tutto indipendenti, e questo proprio a differenza di Sanavio, che si mostra provincialmente innamorato dell’America e del sistema liberale, e compreso quello liberticida dei Roosevelt e dei Truman.

Ezra Pound, I CantosPound ammirava Mussolini – e ammirò anche Hitler, e a chiare lettere – per una politica sociale che, bene o male, intendeva sottrarre il lavoro alle grinfie della speculazione finanziaria, che invece negli Stati Uniti costituiva il vero potere, allora esattamente come oggi. Dare al lavoratore la giusta paga, la dignità, la certezza di vivere in un sistema organico, in un ordine commisurato all’uomo, semplice e giusto, liberato dalle programmate alterazioni monetarie che arricchiscono gli speculatori, e che conducono alla rovina i popoli. Questo il Fascismo di Pound. E questo fu anche il Fascismo di Mussolini, quando, soprattutto dagli anni trenta, comprese che la questione del secolo era la lotta allo strozzinaggio liberista, prima e più ancora che al comunismo.

Finquando il Fascismo non parve che un caso locale di banale ordine borghese, di messa a posto dei sindacati socialcomunisti, non mancarono, a Londra come a New York, parole d’elogio per la soluzione italiana. Ma in seguito, quando lo stesso Fascismo assunse le dimensioni di una rivoluzione europea che investiva i rapporti economici internazionali, tale da minacciare le consolidate posizioni del liberalismo mondiale, le cose presero un’altra piega. Allora, contro il tentativo fascista di organizzare i popoli partendo dal lavoro e proteggendolo dalla speculazione, l’America e la sua succursale anglo-francese si dettero a brigare per lunghi anni. E, al momento buono, seppero cogliere l’occasione di politica internazionale che volevano, per passare direttamente all’eliminazione fisica del contendente: nulla di cambiato, come si vede, nei comportamenti liberali, dal 1939 fino ad oggi.

Ezra PoundQuando, in Oro e lavoro, Pound scrisse che “questa guerra non fu un capriccio di Mussolini, e nemmeno di Hitler. Questa guerra è un capitolo della lunga tragedia sanguinaria che s’iniziò colla fondazione della Banca d’Inghilterra nel lontano 1694”, metteva il dito su una piaga liberista particolarmente sensibile. Quando poi, aggiungeva che “dopo l’assassinio del Presidente Lincoln nessun tentativo serio contro l’usurocrazia venne fatto sino alla formazione dell’Asse Berlino-Roma”, dovette apparire chiaro che Pound si era fatto dei potenti nemici a casa propria.

The Cantos of Ezra PoundL’affermazione che “non i mercanti di cannoni ma i trafficanti del danaro stesso hanno creata questa guerra, hanno create le guerre a serie, da secoli, a piacer loro, per creare debiti, per poi sfruttarne l’interesse”, presupponeva di aver saputo gettare lo sguardo al di là della retorica propagandistica delle “grandi democrazie”, ben addentro al marcio verminaio che ne regola i comportamenti politici, a far data per lo meno – calcolava Pound – dal momento in cui, dopo la Gran Bretagna nel secolo XVII, il secolo della fondazione liberale, anche gli Stati Uniti erano caduti preda della finanza internazionale, durante la guerra civile tra Nord e Sud. La genialità di Pound, oltre i suoi meriti di poeta “dantesco”, universale, consiste proprio in questo suo eccezionale intuito nella comprensione degli eventi contemporanei. Un intuito che, non di rado, è stato anche irriso, compatito, prendendo il poeta per un visionario, un povero fissato, ossessionato da bizzarre manìe: la teoria monetaria di Gesell, la lotta al monopolio, l’usura… Nulla di più facile che farne un pazzo. Oppure, come fanno gli esponenti della “sinistra” europea illuminata, quelli, per intenderci, che amano l’introvabile America buona e libertaria: nulla di più facile che farne un semplice stravagante, un genio che non capiva nulla di politica, uno che per ingenuità si mise a braccetto di una banda di criminali. Questo è il lavoro sporco dei progressisti alle prese con la grande cultura fascista internazionale, che si tratti di Heidegger o di Pirandello, diHamsun o di Mishima: separare con l’ascia del pregiudizio gli uomini di cultura dalle loro convinzioni ideologiche, farne dei fantocci inanimati, degli alienati dal proprio mondo e dalle proprie idee. In fondo, il giudizio di un Sanavio su Pound, nonostante una scontata ammirazione per lo scrittore o il personaggio, non si dimostra lontano da quello espresso dal governo liberale americano: un alienato, appunto, un “diverso”. Quindi, secondo la logica della “democrazia” puritana, un pazzo.
* * * 
Una vita da profeta
Nato il 30 ottobre 1885 in Idaho (USA), dopo gli studi Ezra Pound si trasferisce nel 1908 in Europa, da lui già conosciuta in svariati viaggi. A Venezia pubblica i suoi primi versi, A lume spento, e si stabilisce a Londra, dove rimarrà fino al 1920. Di cultura enciclopedica ed eclettica, attratto dalla letteratura provenzale e stilnovista come da quella confuciana, a Londra promuove la nascita di due tra i movimenti letterari d’avanguardia più importanti del tempo, l’imagismo e il vorticismo, in cui si fondevano astrattismo fotografico, futurismo, neo-orfismo e cubismo. In questo periodo, tra gli altri, conobbe e frequentò Joyce, Eliot, W.Lewis, W.B.Yeats, di cui condivise l’interesse per i gli aspetti esoterici della tradizione culturale europea. Dopo numerosi viaggi e soggiorni anche in Italia, nel 1920 si trasferisce a Parigi con la moglie Dorothy e nel 1924 a Rapallo. Lavora ai primi Cantos, collabora a riviste e giornali stranieri e italiani, tiene conferenze in varie città, scrive poesie, saggi, persino musica e uno sceneggiato, Le fiamme nere. Il 30 gennaio 1933 è ricevuto da Mussolini, nel 1934 scrive Jefferson e/o Mussolini: si fa più intenso il suo interesse per la politica sociale fascista. Nel 1939, dopo l’ultimo viaggio negli USA, inizia la collaborazione al “Meridiano di Roma” di Interlandi, nel 1941 quella a Radio Roma, nel 1943 a “Il popolo di Alessandria”. Aderisce alla RSI: nel 1944 scrive alcuni pamphlet contro il sistema guerrafondaio americano: L’America, Roosevelt e le cause della guerra presente e Oro e lavoro. Arrestato il 3 maggio 1945, è rinchiuso nella gabbia del campo di concentramento di Pisa, dove scrive i 
Canti pisani. Internato in manicomio a Washington, vi rimane dodici anni. Nel 1958 si trasferisce nei pressi di Merano dalla figlia e in seguito, dopo vari soggiorni e ricoveri a Rapallo e a Genova, si reca infine a Venezia, dove muore il 1° novembre 1972.
Luca Leonello Rimbotti
Tratto da Linea dell’8 maggio 2005.

venerdì 11 giugno 2004

L'alibi del voto

Il tempo che stiamo vivendo è - senza ombra di dubbio - il tempo che sta redigendo l'atto di morte della democrazia.
La democrazia è un programma incompiuto, volutamente.
Le elezioni che si stanno per celebrare sono una farsa.
Bisogna fare perciò tre considerazioni:

  1. la prima è che nel mondo di oggi l'essenziale delle decisioni   che influenzano la politica sono prese da persone  non elette dal popolo, senza alcuna legittimazione democratica;
  2. la seconda riguarda l'europa, in quanto non esiste ancora un corpus unico e si registra altresì un altissimo deficit di democrazia. La commissione europea, per esempio, non viene eletta. Paradossalmente il parlamento europeo (eletto dal popolo) è proprio l'istituzione con meno poteri.
  3. Il margine di manovra degli stati nazionali che pure permangono nell'Unione europea va via via affievolendosi.
Quindi chi ci apprestiamo ad eleggere  non avrà alcun potere decisionale sulle cose veramente importanti, sulle cose che incideranno praticamente nella vita di ognuno. Chi, per converso,  prende le decisioni, è un cooptato, un nominato dalle oligarchie del potere globale.

Questa è una mefitica conseguenza della mondializzazione in atto. Gli stati europei - anche se lo volessero - non avrebbero la possibilità di giocare un ruolo autonomo ed indipendente rispetto alle decisioni della Commissione europea. In particolare, tale restrizione si esplica soprattutto in ambito economico e finanziario, dove  lo spazio di manovra per gli stati nazionali e davvero esiguo. Tutte le leggi nazionali vengono degradate e sottomesse a quelle europee.
Chi è allora che determina le decisioni importanti? I  più vi risponderanno che ciò è determinato dal mercato, dai movimenti di capitale e, soprattutto dai tassi di interesse e di scambio.
La situazione che si è venuta a creare con la moneta unica è veramente grave ed insolita. Qui non ci troviamo infatti di fronte ad un deficit democratico  nel quale  ci sono dei despoti che confiscano il potere al popolo sovrano. Qui ci troviamo di fronte al fatto conclamato che persino i dirigenti hanno un potere limitato.
Questo dato di fatto ci deve far riflettere. Anzitutto dobbiamo rivedere il concetto stesso di potere. Il potere non è più qualcosa di tangibile, di identificabile con un determinato luogo. o con determinate persone. Il potere è oggi qualcosa di evanescente. Certo ci sono delle persone che lo fanno funzionare, ma sono - appunto - funzionari, persone non indispensabili e, anzi, sostituibili. Oggi le decisioni vengono prese altrove, negli organismi internazionali come il W.T.O. il F.M.I. la Trilateral Commission, ecc.
Ecco perché è inutile andare a votare.
© Petrus Aloisius

Tra rovine d’uomo

 

La luce fredda, limpida, implacabile, che suscita ed evoca l’opera di Evola ha fatto

rigorosamente il vuoto, perché ha continuato a mettere immancabilmente

a nudo le nature e a smascherare gli atteggiamenti esteriori.

Mentre le statue di cera si squagliano ad una ad una, la lama affilata

continua imperterrita l’opera formatrice.

Al di là della speranza e della disperazione, del desiderio e del tedio,

con chirurgica linearità

Gabriele Adinolfi

“occorre uscire dal cerchio fascinatore. Occorre saper concepire l’ a l t r o – crearsi nuovi occhi e nuove orecchie per cose divenute invisibili e mute nelle lontananze.”

(Dall’introduzione di Rivolta contro il mondo moderno)

Le scimmie

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“Con quella faccia un po’ così, con quello sguardo un po’ così che abbiamo noi che abbiamo letto Evola…” Così canticchiavano alcuni militanti liguri degli anni Settanta sulla falsa riga di una canzone popolare genovese. Era l’autoironia di uno squadrismo illuminato che si prendeva gioco dell’atteggiamento austero, della posa sussiegosa, che contraddistingueva gli autoproclamatisi “evoliani” da noi tutti sarcasticamente definiti “testimoni di Evola”.

Individui che dall’alto di letture effettuate rigorosamente con severità, si credevano superiori alle masse, motori immobili di un “agire senza agire” e che avevano scoperto il “Kali yuga”, l’età oscura in cui dominano le tenebre e il rovesciamento di ogni valore.

Che ciò fosse avvenuto non quando Evola ne aveva propagandato il tema (ovvero negli anni ruggenti dei fascismi vittoriosi) ma all’indomani di una cocente sconfitta politica, nel pieno della caccia alle streghe, del linciaggio subito, tra il sibilare delle pallottole e il rumoroso ed implacabile richiudersi dei chiavistelli delle prigioni alle spalle dei pochi irriducibili che si battevano caparbiamente, non parve allora, né appare oggi a distanza di tempo, del tutto innocente.

 

Gli intellettuali salottieri

Pochi anni più tardi, altri brillanti guerrieri dell’inchiostro che, con eccezioni assai sparute, pure si erano chiusi in casa lasciando rigorosamente fuori i loro coetanei a farsi massacrare, espressero un’altra considerazione uguale e contraria. Accusarono Evola di essere portatore di un “mito incapacitante” senza nemmeno accorgersi che l’affermazione è una vera e propria contraddizione in termini.

Ovvero imputarono ad Evola l’aver espresso una forma mentis che irrigidisce e non porta lontano. E, tra le righe, lo accusarono per la sua intransigenza, un’unità di misura che ostacolava i compromessi voluti dal pragmatismo. Non aveva forse, Evola, ribadito nell’introduzione di “Rivolta contro il mondo moderno”: “Ed oggi conta il lavoro di chi sa tenersi sulle linee di vetta: fermo nei principî; inaccessibile a qualsiasi concessione; indifferente di fronte alle febbri, alle convulsioni, alle superstizioni e alle prostituzioni al cui ritmo danzano le generazioni ultime (…) a creare nuovi rapporti, nuove distanze, nuovi valori: a costruire un polo il quale potrà esser principio di qualche crisi liberatrice” nota 1

Orrore ! I baldi intellettuali cercavano spazio nei salotti e nelle televisioni e, in seguito, dopo aver fallito il flirt con Craxi, sarebbero riusciti a farsi strada, ognuno individualmente, con la Casa delle Libertà. Qualcosa per cui Evola sarebbe risultato – in questo si - davvero incapacitante.

Evola irrecuperabile

Trascorsi gli anni del fuoco e delle ceneri, eccoci sprofondati, tutti, nel bel mezzo del “Truman Show”, nell’epoca del virtuale, dell’atteggiamento di sfuggita, del chiacchiericcio nevroticamente critico e sempre instabile, incentrato sull’osservazione voyeuristica dell’esistere e del coesistere. Tutti i vizi borghesi si sono saldati con i gusti proletari dell’hinterland, e i salotti trasudano di stile Maria De Filippi. La “cultura” è il fiore all’occhiello di arrampicatori mediocri e di tangentisti di briciole.

Il grande stomaco di questa troppumanità contemporanea trita e digerisce ogni verbo, ogni affermazione, ogni autore per riplasmarlo defecato, in una sorta di tardivo artefatto pop.

Il cloroformio intellettual/politico esce dalle righe di ogni rivista, di ogni emissione di destra e di sinistra. Facendosi scudo di qualche ex (TP, Nar, BR, ecc) mai sopravvissuto a se stesso e presente solo allo stato di larva, le testate e i salotti postpoliticamente corretti ci ripropinano tutto, avendogli tolto accuratamente il significato intimo. Da Junger a Mishima, da Cristo al Che, da Gramsci a Coderanu. Fortunatamente a questa ri-svalutazione sistematica rimane assente Evola. Qua e là ci si prova ad appropriare di qualcosa in modo tendenzioso e capzioso (l’Evola reazionario potrebbe giustificare qualche amorucolo con i neocons; l’Evola accusatore dello spiritismo, della massoneria e della sovversione può fornire qualche argomento all’integralismo cristiano; l’Evola tradizionale, romano e virile offre qualche freccia all’anticlericalismo). Tuttavia non si prova neppure a recuperare Evola in sé perché è troppo chiaramente accusatore di ogni scelta di comodo. E che Evola sfugga a quel recupero non può non soddisfarci pienamente.

 

Evola qual era

Evola lo accantonano un po’ tutti. Non perché rigettino lui, ma perché non vogliono in nessun caso essere messi di fronte a se stessi. E chi parla di Evola ha come implacabile pietra di paragone l’uomo che fu pittore, poeta, filosofo, alpinista, volontario in guerra, preparatore di SS, presente nel pugno scelto che accolse Mussolini subito dopo la liberazione dalla prigionia sul Gran Sasso, operativo oltre le linee, invalido di guerra ma subito aderente ai Far, animatore del radicalismo postbellico e osservatore intransigente della società contemporanea e della post-civiltà dei consumati.

Questo Evola, che nulla ha a che vedere con le immaginifiche raffigurazioni moralistiche e puritane che ogni tanto affiorano nelle ricostruzioni dei suoi falsi conoscitori, quest’uomo che dell’ “agire senza agire” aveva una visione tutt’altro che immobile o contemplativa, ci fornisce, SEMPRE, la lente attraverso al quale vedere se siamo o se più semplicemente ci atteggiamo, appariamo. E, insieme, la chiave per intendere il significato intimo e supremo di ogni gesto. “Il vero Evola è quello che sparisce per mesi tra le nevi ghiacciate per scrivere un libro, che alterna le belle donne (e furono molte) con quelle ascensioni alpinistiche che gli servono a mantenere in allenamento lo spirito (…) È quello che distribuisce il tempo libero tra i tabarins di Vienna e i chiostri alpini dei Cistercensi, alla cui dura disciplina si sottomette per mesi, il viaggiatore in visita alla Casa Verde e alla Ordensburg Crössinsee tra i laghi della Pomerania. È un uomo che non può sacrificare l’esperienza alla pubblicità, la ricerca interiore al successo”. nota 2

L’Evola principale non è il teorico politico (che lo fu su richiesta e mai davvero convinto) bensì colui che ha la percezione e la cognizione del sacro e del significato profondo. È l’alter ego che suscita in noi il nostro proprio giudice implacabile. Nulla di strano, dunque, se non ha trovato cittadinanza presso coloro che si sono assolti, comunque, preventivamente, di tutto, e che non danno conto agli altri e, cosa assai più grave, a se stessi, dei loro tradimenti, dei loro cedimenti, delle loro mistificazioni, delle loro impudicizie, della loro invereconda “virtù che rimpicciolisce”, per dirla con il Federico. Nota 3

Dei critici ben poco profondi

Sbagliano, dunque, i pochi critici in buona fede (quelli, cioè, che non stigmatizzano Evola solo per schiacciare così il loro grillo parlante) quando portano la discussione sul piano della produttività politica. Le affermazioni evoliane non vanno mai lette in quella chiave, essendo, il Barone, tutto meno che un teorico dell’impegno o un cervello strategico.

Critiche son dunque lecite alle opinioni evoliane (proprio per quel che riguarda la politica è pertinente definirle così, laddove in tutto quel che concerne la visione, la percezione, la critica, del mondo e dell’uomo, si deve utilizzare il termine Idee). Tuttavia coloro che contestano le affermazioni che paiono eccessivamente reazionarie dell’Evola del dopoguerra si dimenticano sia di contestualizzare che di paragonare quel che si evince da “Gli uomini e le rovine” con quanto affermato durante e prima della guerra: enunciati che sempre all’Evola appartengono. Insomma non considerano, costoro, che Evola era passato da un’esperienza che lo aveva visto frequentare il meglio dell’alba europea (da Mussolini a Codreanu), dell’intelligenza erudita e vitale (da Preziosi a Guénon), dello spirito guerriero europeo, dell’élite aristocratica e rivoluzionaria (contribuì addirittura alla formazione delle SS) ad un momento nel quale dei giovanotti volenterosi ma superficiali e autodidatti, circondati e spesso comandati da cialtroni, galleggiavano in una pozzanghera senza orizzonti. E che, in tal contesto, il puro e semplice non affogare nella melma assumeva un signor significato. Eppure in quel libro nel quale Evola offre, pietosamente, un’opportunità nel nichilismo a chi non sappia assumerlo attivamente (cui è invece dedicato “Cavalcare la tigre”), in quel libro che, filosoficamente parlando, è comunque immenso, l’Autore ci fornisce sviluppi che reazionari non sono e che Adriano Romualdi seppe rimarcare: “Gli uomini e le rovine si chiude con un capitolo sull’Europa (…) la stessa formazione di un’ élite, s’intreccia strettamente con la possibilità di formare un’Europa unita (…)

Si tratta, in primo luogo, di staccarsi dal piccolo nazionalismo, di riconoscere che la patria, la nazione sono, in fondo, associazioni meramente ‘naturalistiche, ‘materne’.

Si tratta, in secondo luogo, di concepire un simbolo politico sopranazionale avente carattere virile, ‘paterno’, di elevarsi fino a una prospettiva imperiale europea”. Nota 4

Sicché ci avvediamo che, proprio nella sua opera più controversa e “incapacitante”, Evola era, allora, all’avanguardia rispetto ad oggi.

Lotta e Vittoria

Sulle opinioni politiche di Evola è lecito discutere, senza con ciò dar eccessiva prova di stoltezza o di presunzione. Personalmente non ne condividiamo, ad esempio, la critica feroce alla vocazione sociale delle rivoluzioni degli anni Trenta. Perché, almeno così riteniamo, il Barone pretendeva di applicare a tutti quella definitiva liberazione dal bisogno che è propria ad un’élite. La quale deve, in effetti, rinunciare alla brama, alla “demonia dell’economia”, ma soltanto per un processo di crescita interiore che non può essere imposto agli altri. Inoltre, consideriamo la giustizia sociale come qualcosa di fondamentale nel consesso politico, per difendere la quale ci si deve impegnare anche solo per quello “spirito della cavalleria” che Evola, giustamente, innalza e mette in avanti.

Infine, riteniamo la socializzazione l’unica forma economica in linea con la natura guerriera.

Avremmo alcune osservazioni da muovere anche alla dottrina storica di Evola che già troviamo in parte espresse da Adriano Romualdi “la logica di Evola spazia per grandi prospettive e si serve di simboli, è la logica del mito, quale lo ha definito Bachofen, e cioè ‘lo specchio di esperienze profonde dell’uomo alla luce dello spirito’. Questo procedimento rischia di divenire astratto se applicato rigidamente a casi particolari” Nota 5

Casi particolari che Romualdi identifica nel Risorgimento e in Napoleone.

Noi, però, andremmo oltre, fino ad avanzare l’opinione che Evola, quando tratta del senso metafisico della storia, dovrebbe in qualche modo astrarlo dal suo divenire, risiedendo, molto probabilmente, il metafisico in luogo atemporale. Un luogo che può essere percepito o intuito ma mai razionalmente espresso in modo compiuto. Né sarebbe possibile altrimenti, l’intimo e il supremo parlandoci per simboli ed analogie. La lettura diacronica, che è propria della vulgata tradizionale e che, secondo l’intento che l’ha prodotta, dovrebbe farci comprendere il senso nascosto della storia, a nostro avviso rasenta l’essenziale ma ne esprime pur sempre una visione approssimata e, per ciò, ingannevole, inducendo ad un errore di prospettiva che, in molti casi, diviene anche esistenziale e politica.

La storia come discesa continua e inarrestabile non solo è opinabile (essendo la linea diritta costellata di cicli e dunque, di possibili risalite) ma presta il fianco al determinismo nientificante.

La prospettiva essendo esistenziale e non fenomenologia, ai più sfugge il nocciolo della questione che non è definire la speranza di successo o la durata di un’opera politica ma la risalita – interiore – verso le fonti del mito, tramite il mito.

La metafisica della storia, come ogni metafisica, è innanzitutto e, in una certa ottica, esclusivamente, applicabile a se stessi.

Per questa ragione, quando ci occupavamo di formazione di giovanissimi, sempre accantonammo “Orientamenti” nota 6 approfondendo in sua vece “La dottrina aria di Lotta e Vittoria”. Nota 7

Razza dello spirito e anima dell’America

Con tutte le riserve del caso, l’Evola politico offre in ogni modo, a chi non sia irrimediabilmente ottuso, delle prospettive realistiche, sia individuali che progettuali che, immancabilmente, però, i lettori mai han saputo mettere in pratica, ma che ritroviamo a piene mani nello stesso “Gli uomini e le rovine”. E ci fornisce la lettura valoriale ed essenziale di ogni atto ordinato ad uno scopo non solo contingente.

A ben vedere, al di là da quelle “sistematizzazioni” che rimarcava Adriano Romualdi, e alle quali noi stessi abbiamo addirittura esteso la critica, Evola definisce sempre il senso delle cose, delle scelte, degli atti, delle battaglie. E spaccia un antidoto alle derive reazionarie. Basti pensare alla sua diatriba con gli ideologi del nazionalsocialismo a proposito di razza dello spirito e di razza biologica. Mentre Almirante contro di lui difendeva “la razza dei muscoli”, Evola seppe rimettere al loro posto una serie di grossolane approssimazioni (tra le quali le interpretazioni della legge di Mendel sull’ereditarietà), fino a sostenere: 

“Quando un essere umano deve alle forze dell’istinto, del sangue e dell’eredità tutto ciò che dà forma e sostegno alla sua vita, egli appartiene ancora alla ‘natura’. Su tale base, potrà anche sviluppare delle facoltà superiori, ma tali facoltà saranno sempre una espressione della natura, non un possesso della personalità (…) Ci troviamo dinanzi ad una legge immateriale, ad uno ‘stile’, che, se prende come materia prima la ‘natura’, ad essa non si lascia però ridurre e testimonia della presenza e dell’azione formatrice di quell’elemento d’ordine super-biologico, solo in funzione del quale ha senso parlare di personalità”.nota 8

Ed ancora:

 “I ricordi di quella sede, conservati nelle tradizioni di tutti i popoli nella forma di miti varii, ove essa appare sempre come una ‘terra del sole’, come un continente insulare dello splendore, come la terra sacra del Dio della luce, e così via, sono già, nel riguardo, abbastanza eloquenti. Ora, nel punto in cui si iniziarono le emigrazioni iperboree preistoriche, la razza iperborea poteva considerarsi, fra tutte, quella superiore, la superrazza, la razza olimpica riflettente nella sua estrema purità la razza stessa dello spirito”. Nota 9

In altre parole Evola fa della dottrina della differenziazione non un privilegio acquisito per color di pelle o per sviluppo sociale, bensì un impegno ad un’azione spietata su di sé al fine di pervenire al sacro che si considera origine dell’uomo.

Vi è, in ciò, un’incolmabile distanza dal neodestrismo conservatore e becero, in quanto la differenza è presa come un compito da eseguire, un impegno da assumere, un dovere da compiere, e non come l’acquisizione del diritto innato di supremazia sociale. Così come, a distanziare Evola dal neorazzismo di matrice wasp, in tempi addirittura sorprendenti, vi è la totale condanna dell’americanismo e la presa d’atto della sua equivalenza con il comunismo: “una delle ragioni dell’interesse nutrito dall’ideologia bolscevica per l’America deriva dal fatto che essa aveva visto quanto bene nel tipo di civiltà di quest’ultima il tecnicismo corrisponda all’ideale della spersonalizzazione. Lo standard morale corrisponde a quello pratico dell’americano. Il comfort alla portata di tutti e la superproduzione nella civiltà dei consumi che caratterizzano l’America sono state pagate col prezzo di milioni di uomini ridotti all’automatismo nel lavoro, formati secondo una specializzazione ad oltranza che restringe il campo mentale ed ottunde ogni sensibilità.” Nota 10

Evola, dunque, fustigò non poco i teorici della superiorità occidentale a buon mercato.

L’esperienza del sacro

Essenziale, in Evola, è quanto sottende al sacro ed alla sua esperienza. Chi legga “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo” non può non notare che l’Autore, della metafisica, non ha una teoria, una concezione, un’ipotesi, bensì una percezione che tradisce inequivocabilmente l’esperienza. Nota 11

E ci fornisce altresì ammonimenti sostanziali: “nessuno come Evola si è nettamente distanziato da ogni pathos teosofico e spiritualista (…) Evola mostra come lo spiritualismo altro non sia che il rifugio d’anime deboli, d’intelligenze mediocri, di personalità fragili e fantastiche” Nota 12

D’altronde l’esperienza metafisica è il tema portante di Evola, come giustamente rimarcò Adriano Romualdi: “In realtà egli aveva sempre considerato l’ ‘arte modernissima’ non una esibizione ma una esperienza, una discesa nel profondo dell’Io, il viaggio infernale nel paese dell’elementare. (…) Evola farà della sua disciplina nichilista la base per l’affermazione di valori positivi” Nota 13

“L’impulso a dare una forma filosofica alla propria intuizione del mondo sorge in Evola dalla propria natura eminentemente logica, capace persino di un’ebbrezza della lucidità, che però non scade mai ad intellettualismo, ma tende a farsi volontà olimpica di formazione di sé” Nota 14

“Spazio, tempo, causalità, le leggi di natura non ci appaiono più che come contingenze tra le altre contingenze. Evola, sfidando lo scandalo della filosofia ufficiale, non teme di riferirsi ai risultati della più avanzata analisi positiva in materia di soprasensibile” Nota 15

L’ascesi guerriera

Notoriamente, in polemica col Guénon, Evola affermò la superiorità gerarchica della figura guerriera su quella sacerdotale e, dunque, dell’esperienza attiva sulla contemplazione.

Un po’ come il Parsifal che a differenza degli altri cavalieri sopravvive alla Cerca del Graal perché si pone la domanda: “per farne che cosa di esso e di me ?”, così Evola esprime innanzitutto l’assunzione della sfida esistenziale in un’epoca di aridità e desertificazione. Un’epoca nella quale si giunge al cielo facendo violenza alle sue porte, come Eracle, l’eroe, che riscatta Prometeo, il titano.

Ed è ne “La conoscenza ermetica” che ci rivela il senso intimo e profondo dell’alchimia, di questa ascesi guerriera che coinvolge anche l’esperienza cristica e la Croce. Un’alchimia interiore che impone diversi passaggi di stato successivi. “La nigredo, ossia l’uccisione della normale individualità, l’albedo, l’apertura estatica, lunare, verso la luce che piove dall’alto; e infine la rubedo, la trasfigurazione in puro fuoco, pura forza attiva, sono i tre momenti con cui si ritrova l’ ‘oro’ delle origini” Nota 16

Il nichilismo attivo

Essenziale, autorevole e chirurgico l’Evola del libro più controverso e probabilmente mal interpretato, “Cavalcare la tigre” Nota 17

Per molti dei lettori superficiali, che si annoverino arbitrariamente nel novero che l’Autore definisce dei “differenziati” o che si schierino tra i paladini del conformismo morale, si tratterebbe di un manuale spregiudicato e pericoloso. Vi è perfino chi è giunto ad attribuirgli le responsabilità ideologiche della costituzione dei Nar. Nota 18

In realtà in questo libro per il quale Evola scelse come titolo un detto estremo-orientale che, guarda caso, era stato citato da Adolf Hitler nell’agosto del ’44, all’indomani delle esecuzioni conseguenti l’attentato subito alla tana del lupo, l’ Autore esprime quale stato d’animo e quali prospettive siano alla portata di chi agisce senza sentire il bisogno di sperare ma, cionondimeno, puntando scrupolosamente all’esito vittorioso. Nota 19

E lasciamo che a parlarcene sia lo stesso Evola.

“(…) i processi distruttivi in moto, dall’umanità ultima vengono semplicemente subiti. (…) Per contro, vi è anche da considerare quella diversa, assai più ristretta categoria di uomini moderni che, invece di subire i processi nichilistici, cercano di assumerli positivamente (…) Si delinea l’idea di una prova, e di distruzioni che sono soltanto la conseguenza di non essere stati all’altezza di essa.” Nota 20

“Dopo che ogni sovrastruttura è stata respinta o distrutta, e che per sola base si ha il proprio essere, il senso ultimo dell’esistere nel vivere, può scaturire unicamente da una relazione diretta e assoluta fra questo essere (fra ciò che si è determinatamente) e la trascendenza (della trascendenza in sé). Nota 21

Insomma quello che conta è “Essere interi nel frammento, diritti nel curvo” Nota 22

Anonimia. La trascendenza come esperienza.

Lo si è, ci si comprova d’esserlo - interi nel frammento e diritti nel curvo - attraverso un’affermazione assolutamente anonima, che sia si personale ma in senso esclusivamente superiore e giammai individualistico.

“Nella misura in cui la ‘difesa della personalità’ abbia una qualsiasi base individualistica, essa appare insignificante e assurda. Non ha senso prender posizione contro il mondo delle masse e della quantità, e non rendersi conto che proprio l’individualismo ha condotto ad esso” Nota 23

“la ‘persona’ è ciò che l’uomo rappresenta concretamente e sensibilmente nel mondo, nella situazione da lui assunta, ma sempre nel significato di forma di espressione e di manifestazione di un principio sovraordinato nel quale va riconosciuto il vero centro dell’essere e nel quale cade, o dovrebbe cadere, l’accento del Sé” Nota 24

“Come l’individuo, così la stessa persona è in un certo senso chiusa di fronte al mondo esterno, e in rapporto ad esso possono valere tutte le istanze esistenziali di cui abbiamo già riconosciuto la legittimità nell’epoca attuale. A differenza dell’individuo, la persona però, non è chiusa verso l’alto.

L’essere personale non è se stesso ma ha se stesso (rapporto fra l’attore e la sua parte): è presenza a ciò che è, non coalescenza con ciò che è” Nota 25

“Esiste davvero una grandezza della personalità là dove è visibile l’opera più che l’autore, l’oggettivo più che il soggettivo” Nota 26

Evola, insomma, ci addita la stella polare:

“Non si tratta di andare al di sotto, ma al di sopra della personalità, verso ciò che è ‘tipico’, eterno.” “Chi sia riuscito ad attivare in sé questa diversa corrente del vivere comprenderà la trascendenza non come un dogma ma come un’esperienza” nota 27

Uomini oltre le rovine

Evola, in altre parole, ci fornisce la chiave di lettura di quanto di profondo, di verticale, di trascendente, sussiste in una battaglia esistenziale prima che di ogni altro genere; ci consente di cogliere quel che eleva e significa il nostro impegno che, altrimenti, ristagnerebbe nel contingente, nel relativo, nell’orizzontale, nel caduco, nell’effimero.

Anche se in pochi son riusciti a districarsi dal conformismo intellettuale ed esistenziale comune ai suoi critici, ai suoi emuli, ai suoi detrattori e a coloro che lo hanno assunto ciecamente per poi rinnegarlo, quei pochi han lasciato solchi profondi. Innanzitutto in se stessi e poi nel loro tracciato tangibile. Tralasciando quelli comunque ancora vivi e attivi, basti citare Clemente Graziani, Leucio Miele, Walter Spedicato. Uomini, questi, d’insegnamento completo, di affermazione esistenziale, di testimonianza tradizionale ma, anche, artefici rivoluzionari immuni da ogni torcicollo.

Quanto di più valido ed anche di più innovativo sia stato prodotto da coloro che un dì stagnarono in quella pozzanghera della quale, con una caparbietà da Kipling, aveva preso ad occuparsi colui che aveva interloquito e agito con il fior fiore dell’Europa più bella, di Evola porta così, in ogni caso, il marchio d’origine. Con buona pace dei suoi detrattori banali, degli incapaci di mito. Incapaci, cioè, di assumerlo il mito, di formarsi nel mito, di essere quel mito e divenire funzione. Ma certi occhi, certe orecchie, certe labbra, certe epidermidi non son fatte per vedere, intendere, pronunciare, sentire, tutto ciò, e i loro portatori oscillano, miseramente, tra la mediocrità e la mitomania, triste e vacuo destino obbligato dell’io narciso.

Trent’anni dopo

Trent’anni sono passati da quel dì di marte, 11 giugno, nel quale Julius Evola esalò, in Roma, l’ultimo respiro, prima che le sue ceneri venissero affidate al Monte Rosa.

Il tempo ha reso giustizia: decine e decine di statue di cera, che si fingevano fisse ma erano soltanto inerti, si sono sciolte, svanendo, così come doveva essere. Non va più infatti di moda – neppur nello spicchio di nicchia dei “maledetti” – il dirsi “evoliani”: i manichini hanno trovato altre finzioni da recitare, altri modi per vivere di atteggiamento. La commedia ha invertito copione. Non c’è più da giustificare il digiuno coatto con un’ascesi voluta, perché oggi è concesso mangiare anche costì, eccome. Né l’”apolitia” va chiamata in causa per nobilitare il ripiego tra mura sicure, ché le pallottole non fischiano più. Né i propri fallimenti sociali, esistenziali, sessuali, umani, l’incomunicabilità, abbisognano più di cotanto alibi: integralismi di varia natura li incoraggiano più morbidamente e in modo assai rassicurante.

Non vi sono dunque più ragioni sospette per ricorrere ad Evola per far credere fittiziamente di avere spinto in vetta il proprio imperante spirito di gravità. E si è così ridotto di gran lunga il numero di coloro che ne commemorano la vita e l’opera.

Ed anche questo è significativo, lusinghiero, rassicurante e vieppiù motivante.

Come aveva linearmente sancito Adriano Romualdi. “I più si identificano con una certa posizione raggiunta, altri vogliono essere più che sembrare qualcosa, e cercano se stessi oltre le loro opere. Evola appartiene a questi ultimi”  nota 28

nota 1 “Rivolta contro il Mondo Moderno”, Edizioni Mediterranee, Roma, 1969, pag.7. La prima edizione è del 1934.

nota 2 Adriano Romualdi, “Su Evola”, Ed. Fondazione Julius Evola, Roma 1998, pag. 81 La prima edizione è del 1968.

nota 3 Friederich Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”, ed. Mursia, Milano, 1965

nota 4 Adriano Romualdi, “Su Evola”, op. cit., pag. 97

nota 5 Ibidem., pag. 70

nota 6 “Orientamenti” è l’introduzione all’opera di Evola, edita da Imperium nel 1950, è stata ristampata dalle edizioni di Ar, Padova 2000

nota 7 “La dottrina aria di Lotta e Vittoria” è il testo di una conferenza tenuta in tedesco da Julius Evola nella sezione di Scienza della Civiltà del Kaiser Wilhelm Institut, a Palazzo Zuccai in Roma, il 7-12-1940, stampato più volte dalle edizioni di Ar, Padova, prima edizione 1970.

nota 8 “Sintesi di dottrina della razza”, edizioni di Ar, Padova 1978, pag. 42

nota 9 Ibidem, pag. 50

nota 10 “Rivolta contro il Mondo Moderno”, Edizioni Mediterranee, Roma, 1969, cap. “Il ciclo si chiude”, pag.429.

nota 11 “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo”, Edizioni Mediterranee, Roma, 1971. La prima edizione è del 1932.

nota 12 Adriano Romualdi, “Su Evola”, op. cit., pag. 55

nota 13 Ibidem, pag. 35

nota 14 Ibidem, pag. 36

nota 15 Ibidem, pag. 41

nota 16 Ibidem, pag. 54

nota 17 “Cavalcare la tigre” fu concepito insieme a “Gli uomini e le rovine” nel 1953 ma venne dato alle stampe solo nel 1961; edizioni Il falco, Milano.

nota 18 Il sociologo Ferraresi all’Università della Sorbona, ottobre 1986, in occasione del simposio su Evola organizzato dalla Cattedra di Politica Hermetica.

nota 19 David Irving, “La guerra di Hitler”, edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2001, pag. 839 :“Chi cavalca la tigre scoprirà che non può smontare”.

nota 20 “Cavalcare la tigre”, edizioni Il Falco, Milano 1981, pag. 38

nota 21 Ibidem, pag. 64

nota 22 Ibidem, pag. 70

nota 23 Ibidem, pag. 106

nota 24 Ibidem, pag. 108

nota 25 Ibidem, pag. 109

nota 26 Ibidem, pag. 110

nota 27 Adriano Romualdi, “Su Evola”, op. cit., pag. 102

nota 28 Ibidem, pag. 45

sabato 27 marzo 2004

Paradisi e inferni




Graziano Dalla Torre

 «... repentini spostamenti di fondi che generano crisi di instabilità anche politica, dovendosi riscontrare spesso la rovina o il grave danno subito da decine di migliaia di piccoli risparmiatori che si ritrovano di colpo a non potere più disporre dei propri risparmi ...»


È ormai consuetudine che ogni mese, dalle pagine di "Avanguardia", si commentino gli avvenimenti maggiormente rimarchevoli di politica interna, di economia e società e quant'altro. I noti eventi legati al caso Parmalat hanno però, tra le altre cose, puntato fugacemente il riflettore su quel mondo sommerso e defilato costituito dalle piazze finanziarie "offshore". Questa espressione, che deriva dal linguaggio della marineria, può essere tradotta con «al largo, in alto mare, lontano dalla costa» ma nel caso che ci interessa si può parlare piuttosto di un qualcosa che è «fuori giurisdizione». Ovvero le attività finanziarie e bancarie condotte da aziende o persone fisiche al di fuori della nazione di appartenenza, al fine di beneficiare di particolari legislazioni che in molti Stati tendono a limitare od annullare l'imposizione fiscale sulle persone e soprattutto sulle aziende e le società, incentivando in questo modo la concentrazione di grossi capitali.
Su questo tema che continua ad essere di straordinaria attualità oggi come venti o quaranta anni fa la casa editrice malatempora (alla quale rinnoviamo la nostra stima anche e soprattutto per il coraggio dimostrato nel rapportarsi lealmente con la nostra Comunità nonostante la -per taluni versi- opposta concezione del mondo e dell'uomo) che ha pubblicato un libretto dal titolo "Paradisi fiscali. Uno scippo planetario" [1] che mira, pur senza pretese specialistiche, a conferire una panoramica di insieme su questo aspetto scandaloso del capitalismo contemporaneo.
Certamente la materia in se stessa appare altamente specialistica, ma anche noi -aiutandoci appunto con il testo citato- possiamo perlomeno formarci un'idea sulla portata reale di questo «scippo planetario».
I principali utilizzatori e beneficiari della finanza offshore sono diversi, ma principalmente (ed ovviamente) vi figurano i grandi evasori od elusori fiscali; spesso si tratta proprio di persone fisiche ricchissime (pensiamo a personaggi dello spettacolo, dello sport, industriali, professionisti) ma naturalmente la parte del leone la giocano le società multinazionali. Gli enormi profitti possono essere così riutilizzati, al riparo di tassazioni di sorta, al fine di creare altro danaro.
Altra componente fondamentale è costituita dalla criminalità organizzata che aspira a riciclare i proventi delle attività generalmente illegali in quasi tutto il mondo (traffico di droga in primis, ma anche commercio clandestino di armi o di organi umani, di schiavi o di rifiuti tossici) al fine di ricreare attività legali.
Da non dimenticare infine i proventi della corruzione politica e partitica che sia nelle democrazie che nei regimi dittatoriali provvede alla rapina delle risorse e ricchezze nazionali per concentrarle nelle mani di poche famiglie.
Queste quantità inimmaginabili di danaro vengono trasferite su più conti bancari e successivamente spostate con più operazioni da un conto a un altro, da una banca a un'altra, il tutto al fine di rendere difficile se non impossibile risalire alle origini del danaro stesso. Queste enormi somme ricompariranno infine per essere riutilizzati in operazioni legali in tutto il mondo.
I nomi dei territori che -in ogni parte del mondo- hanno scelto di supportare questa prassi sono a volte noti, altre volte meno: Andorra, Monaco-Montecarlo, San Marino, Svizzera, Liechtenstein, Gibilterra, Lussemburgo, Panama, Belize, Malta, Hong Kong, Bermuda, Cayman... Quasi tutti i residui territori coloniali britannici hanno una economia strutturata al fine di garantire un sistema bancario e finanziario agevolato; addirittura lo stesso dicasi di parti del territorio metropolitano britannico, come l'isola di Man o le Channel Islands (nel Canale della Manica) che però per antiche convenzioni risultano formalmente autonomi e soggetti direttamente alla Corona. Altri Stati si sono affacciati solo recentemente alla ribalta internazionale della finanza «deregolata»: Slovacchia, Repubblica Ceca, Albania, Moldavia... Possiamo immaginare come queste terre stiano diventando sempre più zona franca per la feccia criminale mondiale!
In alcune piccole isole del Mare dei Caraibi sono presenti un numero di società registrate quasi pari al numero degli abitanti; secondo il nostro testo nelle Cayman Islands, ad esempio (35.000 abitanti), figurano 20.000 società e 575 banche, di cui solo 106 con una qualche presenza fisica, che amministrano 438.000 milioni di dollari USA...
Ma anche l'Italia del nuovo corso sta cercando di proporsi, a livello mondiale, come luogo sicuro per svariati maneggi internazionali: si considerano l'abolizione del reato di falso in bilancio e l'abolizione della tassa di successione; inoltre è in corso un programma di incentivo al rientro di capitali esportati illegalmente all'estero nel passato, al fine dichiarato di ricuperare ricchezze da utilizzarsi in investimenti produttivi. Ma in realtà è ipotizzabile pensare che si possa mettere in moto, complice l'anonimato garantito da tale normativa, un meccanismo atto alla sempiterna trasformazione dei capitali illegali di varia natura in capitali legali. Gli avvenimenti più recenti inoltre hanno dimostrato come possano verificarsi repentini spostamenti di fondi che generano crisi di instabilità anche politica, dovendosi riscontrare spesso la rovina o il grave danno subito da decine di migliaia di piccoli risparmiatori che si ritrovano di colpo a non potere più disporre dei propri risparmi senza nemmeno la possibilità di impostare una adeguata difesa locale. È anche successo in Italia, è successo (con ben più gravi conseguenze) in Argentina, è successo negli Stati Uniti con il caso Enron. Non vi è del resto da stupirsene, conoscendo il modus operandi ed il modus vivendi dei Signori malefici della finanza annidati nei santuari sparsi nei cinque continenti, uno dei quali -tra i più rilevanti- è proprio la City di Londra, quella Londra del laburista Tony Blair che ben si è guardato dall'interferire con questi potenti vicini e ... padroni.
Sbaglia chi crede che tale sistema possa essere riformato e controllato. Una nuova economia può nascere soltanto da una forte volontà politica assolutamente alternativa al vecchio sistema.
Se ne traggano le conseguenze.
 
Graziano Dalla Torre

venerdì 27 febbraio 2004

Padroni, servi, corsari, accattoni



 «... ormai non c'è più nulla da fare in un mercato saturo, esausto, costretto ad inventare l'inutile ed il virtuale... il nuovo capitalismo non ha più bisogno di ciminiere e grandi stabilimenti, quanto dei lussuosi uffici delle banche e degli avvocati d'affari, creatori di danaro e distruttori di uomini»


Permettetemi, prima ancora di incominciare, una breve disgressione; che riguarda l'ossessione dei titoli che ancora appesta la società italiana. Vi sarà certo capitato di imbattervi nella moda idiota -ma quasi tutte le mode lo sono- che si ostina ad usare quelle connotazioni da elenco telefonico (ad esempio: "Berlusconi dott. Silvio", anziché "dott. Silvio Berlusconi" o ancora meglio, all'inglese, "dott. S. Berlusconi"] su timbri, targhe, carta intestata... Meno male che, essendo dottori, dovrebbero essere anche gente di cultura  e  buon gusto! Ma ciò che conta, per costoro, è lo sfoggio del titolo; i magistrati, per dire, siano essi inquirenti o giudicanti sono tutti dottori: il dott. Papalia, il dott. Colombo, il dott. Vigna, la dott.ssa Boccassini... come se per svolgere le funzioni di magistrato la laurea non fosse un prerequisito essenziale! Non parliamo dei professori, titolo che dovrebbe essere dovuto soltanto ai docenti universitari ma del quale si fregiano legioni di insegnanti di scuola media inferiore e superiore magari nemmeno laureati (chi ha frequentato gli istituti tecnici o professionali industriali ricorderà i professori di officina meccanica, aggiustaggio, torneria, ...) Vi è poi la categoria dei direttori come Emilio Fede, al quale il mero titolo di dottore non pare più sufficiente; o dei presidenti, siano essi presidenti di una giunta provinciale o di una comunità montana...
Dunque abbiamo assistito tutti (?) alla concione di Berlusconi dott. Silvio per la ricorrenza dei dieci anni di "Forza Italia" ove, in platea, faceva bella mostra di sé una singolare bandiera recante sul verso la «stars and stripes» americana e sul recto l'emblema di FI.
Il nostro dottore, tra l'altro, ha tenuto a precisare di avere riconvertito ambasciate e consolati italiani all'estero in agenzie d'affari per la penetrazione del capitale italiano ovunque ciò sia possibile; basti l'esempio dei Paesi dell'Europa orientale ove questa politica è già collaudata da anni.
Non dovrà dunque stupire l'ossessione economicistica degli uomini che compongono l'esecutivo Berlusconi, bensì vista come un segnale dell'alternanza nei confronti dei cialtroneschi governi del centrosinistra socialdemocratico, applicati per intima vocazione -e finché furono favorevoli le circostanze storico-politiche- all'amministrazione clientelare e parassitaria dei carrozzoni dell'economi statalista ed assistita ma sempre gravata sulle spalle dei proletari e della piccola borghesia.
Il tremendo colpo di maglio che l'alta finanza mondialista ha assestato -all'inizio degli anni '90- sulle teste dei bambocci che fino ad allora erano stati da essa foraggiati e tollerati (PCI compreso, sia pure con molte ambiguità) nel delicato gioco degli equilibri internazionali, ha portato alla ribalta un ceto politico nel contempo apparentemente più presentabile (perché più discreto nell'opera di saccheggio ...) e soprattutto più sensibile alle direttive sovranazionali. Ciò ha portato l'avvio di un processo di profonda ristrutturazione del sistema italiano, con l'obiettivo dichiarato di traghettare uno Stato a struttura sostanzialmente arretrata in uno Stato improntato agli schemi postmoderni modellati dalle società dell'Occidente nordamericano e nordeuropeo.
Tale metamorfosi avrebbe dovuto investire -in un disegno totalitario- ogni aspetto del vivere sociale, economico, politico, religioso, artistico e quant'altro. La stessa fondazione di Forza Italia ha costituito un tentativo -neanche peraltro del tutto riuscito- di fondare un partito autenticamente e modernamente liberale; ciononostante la cricca dirigente di Berlusconi e dei suoi fedelissimi ha presto dovuto fare i conti con le coorti di postulanti alla ricerca della minestra calda al refettorio dei frati: è in questo modo che la dirigenza ha dovuto inventarsi le anime del partito, quella liberal-massonica, quella socialdemocratica, quella cristiano-sociale. In realtà occorreva recuperare ai maneggi della bassa macelleria tutto il politicumepentapartitico che, tolte le figure di maggior spicco irrimediabilmente compromesse (uno per tutti: Craxi), doveva purtuttavia continuare a svolgere, sotto altre spoglie, il proprio infame lavoro.
Per quanto attiene più specificamente alla ristrutturazione dei processi economici gli imperativi sono stati l'avvio sostenuto delle procedure di dismissione e privatizzazione delle aziende e dei servizi a partecipazione statale o gestiti direttamente dallo Stato, la ristrutturazione del mercato del lavoro e la spiccata tendenza ad una illimitata espansione del settore terziario o, come espresso con un neologismo che sta diventando di moda, la produzione immateriale. È evidente l'influsso del modello americano dove la quasi totale deregolazione anche del settore del lavoro permette da tempo ogni sorta di sperimentazione di sempre nuovi sistemi destinati allo sfruttamento della manodopera.
Tornando in Italia, è comunque interessante notare come anche le recenti manifestazioni rivendicative dei lavoratori del trasporto pubblico (autoferrotranvieri e personale Alitalia) riguardi pur sempre settori di forza lavoro che, con le doverose distinzioni, appaiono nonostante tutto fra i più garantiti nel panorama complessivo del lavoro dipendente. Del resto non v'è da stupirsene: la storia del movimento operaio ci insegna proprio questo, ovvero che sono le categorie che apparentemente godono delle condizioni di vita e di lavoro meno peggiori a creare ed organizzare i movimenti e le federazioni sindacali più combattive. Anche perché la creazione di pluslavoro e plusvalore è infinitamente maggiore in un operaio della General Motors di Detroit che in un bracciante agricolo messicano, nonostante le condizioni generali di vita siano abissalmente differenti a tutto favore, ovviamente, del primo: il lavoratore più sfruttato, in senso strettamente tecnico, è infatti proprio il primo. Misteri dell'economia? Neanche tanto. Se mando a battere una prostituta ventenne in appartamento, questa mi rimedia un migliaio di euro in mezza giornata, dopodichè può andare a casa a riposarsi; se ci mando una cinquantenne sdentata sotto il cavalcavia sulla statale in una nottata intera mi rimedia si e no cento euro... Qual è la più sfruttata? Ma qual è quella più... infelice?
Evitiamo di dilungarci in paragoni equivoci (è il caso di dirlo ...) per non destare legittimi (?) sospetti sulla nostra reale attività lavorativa. In realtà proprio oggi, con la ristrutturazione neoliberista in atto, certe situazioni che sembravano ormai scomparse nel contesto del primo mondo tecnologicizzato, si ripropongono con inquietante drammaticità: il lavoro (ed intendiamo il lavoro salariato), continua ad essere ciò che è sempre stato e che sempre sarà: alienazione, sofferenza, malattie ed infortuni, sfruttamento... Dai campi dove si raccolgono pomodori, uva o angurie, ai minuscoli maglifici dove in una atmosfera quasi surreale decine di donne cuciono o stirano mentre all'esterno i furgoni scaricano quintali di pezzi grezzi per ricaricarli il giorno dopo, sino al loro epilogo dietro le vetrine dei negozi Benetton o Stefanel; ai cantieri edili o navali, dove decine di piccole imprese appaltano e subappaltano ogni genere di lavorazioni; ai lavori desolanti dei volantinaggi pubblicitari casa per casa o degli imbonitori da supermercato, dove si viene invitati ad ogni pie' sospinto ad assaggiare caffè, mortadella, grana padano o te chimici in bottiglia...
Ai novantisti alle poste o nei Comuni sino agli eterni insegnanti supplenti nelle scuole. Il denominatore comune sono sempre il precariato e l'alienazione uniti, ma questo i media e i sindacalisti non lo dicono, a quella sgradevole percezione di estraneamento e di inutilità che viene avvertita dai più sensibili tra questi forzati del (non) lavoro. Va appena meglio a chi riesce ad essere assunto a tempo parziale e determinato in una vera azienda, magari in condominio con un amico (una settimana di lavoro uno, una settimana l'altro ...) o lavorando soltanto nei giorni festivi quando i titolari del posto sono in riposo.
La realtà, piaccia o meno (ed infatti, ancora, i media ed i sindacalisti non lo dicono), è un'altra: ormai non c'è più nulla da fare in un mercato saturo, esausto, costretto ad inventare l'inutile ed il virtuale. Nel contempo le opere pubbliche italiane languono, prigioniere della corruzione partitocratica: una rete stradale e ferroviaria estesissime ma fatiscenti, edifici pubblici ospitati in palazzi ottocenteschi, aerei e treni ad altissimo rischio di catastrofe; sui treni e sugli aerei la gente ci deve salire comunque: la tecnologia è meglio metterla a "Gardaland" o a "Mirabilandia"!
Quando, più di un anno orsono, intitolammo una delle nostre copertine "La fine del lavoro" intendavamo riferirci alla fine di un'epoca, di un modo di intendere il lavoro. Nonostante un qual certo apparente nostalgismo deve essere chiaro che la fine del lavoro segna anche la fine di un certo vetero-capitalismo, il capitalismo della fabbrica e dei quartieri operai.
Il nuovo capitalismo non ha più bisogno di ciminiere e grandi stabilimenti, quanto dei lussuosi uffici delle banche e degli avvocati d'affari, creatori di danaro e distruttori di uomini. Riteniamo che anche in questo contesto debbano essere meditate le impersonali parole di J. Evola: "non dove ci si difende ma dove si attacca; la distruzione del vecchio mondo, se pure ne prefigura uno peggiore, deve farci sperare che -toccato il fondo e concluso un ciclo- il sole ritorni a brillare per il Sangue".
Più buio che a mezzanotte non viene!
 
Graziano Dalla Torre

giovedì 20 novembre 2003

II potere del consumo

 

da "Avanguardia" n° 214 - Novembre 2003

Vanni Codeluppi

Viaggi nei processi di mercificazione della società
edizioni Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 152, € 9,50

“ ... il giornale quotidiano continua a rappresentare una funzione di controllo per così dire politico, costruendo e indirizzando le opinioni e gli orientamenti che le folle stesse ripeteranno demenzialmente nell'unico luogo deputato che la democrazia assegna ai sudditi per l'esercizio della loro libertà obbligatoria: la cabina elettorale...  ”

Fateci caso anche voi; mi sono trovato talvolta a riflettere (non avendo altro da fare ...) sul significato intrinseco della abusatissima parola: consumismo. Il consumista, in realtà, dovrebbe essere proprio ciò che invece... non è, nel senso che dovrebbe appunto consumare, il che -perlomeno in riferimento ai cosiddetti beni materiali o fungibili, agli oggetti concreti fatti di un qualche materiale-, dovrebbe anche significare l'uso o l'utilizzo continuativo di un oggetto sino al suo completo (o quasi) disfacimento, sino alla distruzione naturale o indotta appunto dall'utilizzo continuo e costante, il quale uso porta alla consunzione insuscettibile però alla riparazione o alla rigenerazione della cosa, essendo questo già stato tentato, e con successo, nel corso della vita del nostro oggetto il quale, per degenerazione strutturale irreversibile, giunge infine ad un punto di collassamento generale. In altri termini: il c.d. consumismo finisce per designare -nella civiltà occidentale- paradossalmente proprio il "non-consumo" ovvero il parossistico e frenetico ricambio continuo di quelle merci che segnano la vita quotidiana negli obitori delle società liberal-capitalistiche: come già avemmo occasione di scrivere da queste pagine (repetita juvant) la produzione capitalistica deve presupporre la distruzione; ma anche e soprattutto, e questo è proprio ciò che avviene nel momento attuale, la creazione ex nihilo (siamo in vena di latinismi ...) di bisogni inesistenti e dunque di merci... inesistenti!

Non soltanto inutili, quindi; proprio inesistenti. Non è, questa, una semplice battuta campata in aria; nel mondo ormai le produzioni immateriali hanno superato, o si accingono a farlo, quelle materiali. Per fare un esempio facilmente comprensibile pensiamo all'incidenza che, nell'economia mondiale, ha la produzione dei computers con derivati ed accessori (il cosiddetto hardware) raffrontata con quella del software, ovvero dei programmi ma anche dell'universo Internet. E dunque la consegna per le masse consumatrici è divenuta quella del ricambio spasmodico delle merci, del loro conferimento -dopo vite operative sempre più brevi- nelle mega discariche dove anche il riciclaggio diventa sospetto e pericoloso nonostante la grancassa propagandistica dei media sulla riconversione dei rifiuti come dovere civico sia dell'industria che del comune cittadino; il riciclaggio infatti disturba la produzione e sopprime molti più posti di lavoro (altra parola magica ad uso dell'imbecillità di massa. Sull'uso delle parole magiche ho già accennato in altri articoli) di quanto non ne crei e i sindacati avrebbero di sicuro qualche cosa da obiettare. Il riciclaggio poi, di per sé stesso, è radicalmente anticonsumista; insomma, molto sovietico e molto poco americano.

Il breve ed agile libretto che andiamo qui a commentare rappresenta un raro esempio di chiarezza divulgativa unita alla necessaria accuratezza delle analisi. L'autore è docente di Sociologia all'Istituto Universitario di Lingue Moderne di Milano ed ha incentrato i propri interessi scientifici proprio sullo studio delle dinamiche relative ai consumi, con i corollari legati al mondo della pubblicità e della moda.

L'opera è suddivisa in dieci capitoletti, ognuno dei quali prende in esame un particolare aspetto e della mercificazione della società (come recita il sottotitolo) e, più specificamente, del mondo moderno in generale con le sue distorsioni patologiche e cancerose. Certamente, non siamo in presenza di un autore nostro che si spinga ad una critica radicale dei fondamenti stessi della civilizzazione occidentale, purtuttavia si avverte da molte pagine come la critica di questa, sempre profonda e tagliente, riesca ad essere (si presume) sgradita ai burattinai del potere.

La sociologia, riteniamo, costituisce oggi una disciplina che in maniera molto più compiuta dell'economia (la scienza, oltre che triste, anche inesistente) riesce ad enucleare e sviscerare i meccanismi più defilati ed appartati della macchina infernale del supermondo imperial-liberista semplicemente partendo dalla osservazione attenta e meditata dei comportamenti sociali degli uomini, uomini visti di volta in volta nel loro rapporto con il lavoro, la famiglia, la religione ed il sacro, la tecnologia e la scienza, il dolore e la morte... Aldilà di inopportune ed ingiustificate esaltazioni quanto detrazioni, riteniamo che l'osservazione ragionata delle folle nei suoi comportamenti all'interno della stalla occidentale sia di grande utilità se non altro a misurarne il grado di degenerescenza in rapporto al modello superiore ed ormai sideralmente distante dell'uomo tradizionale ed archetipico.

Analizziamo dunque con ordine l'esposizione dell'autore, inserendo di volta in volta le nostre considerazioni alla luce delle istanze Tradizionali, rivoluzionarie, nazionali e socialiste che ci caratterizzano.

La vergognosa opera di sfruttamento dell'infanzia da parte del supermondo (scusate l'ennesimo neologismo, ma ci sembra che l'espressione delinei correttamente la realtà dei fatti) non si realizza soltanto attraverso le criminali vicende legate alla pedofilia (vicende che oggi riscuotono ampia risonanza mediatica) bensì soprattutto nell'opera di coinvolgimento dei fanciulli -per rimanere nell'ambito del Primo Mondo a capitalismo avanzato- nell'offensiva psicologica di dilatazione smisurata dei consumi. Il bambino viene cioè usato per creare dipendenze alle quali i genitori dovranno poi sottostare, dipendenze che spaziano dall'abbigliamento ai giocattoli, dagli articoli di cancelleria utilizzati a scuola a tutti quei gadgets elettronici che da tempo hanno ormai sostituito i giocattoli ordinari nei bambini in età scolare. L'aspetto più spaventevole del nuovo corso dello sfruttamento di una infanzia sempre più abbandonata a se stessa da genitori arrendevoli e spesso impegnati nell'inseguimento dei miti dell'eterna adolescenza è forse costituito dal nascente connubio (ma negli Stati Uniti è da tempo, al solito, una realtà) tra i potentati economici industriali e commerciali ed il sistema dell'istruzione pubblica sempre più infeudata agli interessi economici. In alcuni stati degli USA singoli istituti scolastici hanno concluso accordi per milioni di dollari con la Coca Cola, Pizza Hut, McDonald's, Burger King, Kellog's, Walt Disney ed altri in forza dei quali queste aziende elargiscono cospicui finanziamenti in cambio della esposizione della loro pubblicità nelle aule scolastiche, nelle palestre, sugli scuolabus e financo all'interno dei libri di testo. Vi sono addirittura dei casi di sponsorizzazione diretta da parte delle aziende di lezioni o corsi, un po' come succede per i quiz televisivi. Inoltre esiste una rete televisiva via satellite che dirama un notiziario giornaliero in 12.000 scuole convenzionate: dodici minuti complessivi dei quali due di pubblicità.

La scuola italiana non ha tardato ad adeguarsi ai tempi: la Henkel e la Nike hanno ideato rispettivamente un concorso a premi basato sui bollini del "Dixan" ed un torneo di calcio scolastico. McDonald's ha promosso iniziative, autorizzate dai Provveditorati agli studi, a Ferrara e Catania.

In queste strategie di annichilimento dell'infanzia un ruolo di primissimo piano è giocato dalla Disney, un impero culturale e commerciale di prima grandezza che non da ieri dimostra di saper abilmente sfruttare l'onda lunga delle proprie produzioni cinematografiche (films e cartoons) affiancandole un universo parallelo costituito da centinaia di negozi, una rete televisiva, svariate riviste ed i tre mega luna park 'in Florida, California e Francia. La concessione di licenze per la riproduzione dei personaggi Disney coperti da copyright ha inoltre permesso che il logo Disney venisse riprodotto su di un numero impressionante di oggetti di ogni tipo. Dietro ad una morale falsa e superficiale e con il potente ausilio di immagini rutilanti gli strateghi della Disney emettono i loro venefici ed impalpabili fluidi corrosivi, se ancora sia possibile corrodere qualche cosa, colpendo al cuore le giovanissime generazioni... Tra qualche anno il testimone passerà ad altri stregoni, magari nei panni di una band heavy metal...

Ma la spina dorsale di questo attacco concentrico non può che essere, in tutto il mondo, la televisione; l'occhio del diavolo agisce percorrendo la doppia corsia della mercificazione di ogni aspetto della vita sociale con i tempi televisivi del tutto occupati dalla pubblicità; e della trasmissione dell'ideologia mondialista le cui prime vittime sono proprio i bambini, bersagliati da un profluvio di immagini violente e di edonismo volgare che lasceranno inevitabilmente un segno molto spesso indelebile nelle menti di una gioventù ormai abbandonata a se stessa.

Subito dopo la televisione è la stampa ad assumersi l'incarico dì avvelenamento psichico delle folle; il giornale quotidiano continua a rappresentare una funzione di controllo per così dire politico, costruendo e indirizzando le opinioni e gli orientamenti che le folle stesse ripeteranno demenzialmente nell'unico luogo deputato che la democrazia assegna ai sudditi per l'esercizio della loro libertà obbligatoria: la cabina elettorale; sono però i periodici, in particolar modo quelli di costume, ad esercitare l'influenza più sottile e determinante a livello subconscio, a trasmettere, in definitiva, l'ideologia dominante che -come si sa- non è soltanto politica ma presuppone una visione del mondo globale e totalizzante. È il pensiero unico che sta rapidamente conquistando il mondo, annientando lentamente ma inesorabilmente le ultime sacche dì resistenza; va da sé che, anche laddove la trasmissione del pensiero unico eviti le parole d'ordine precipuamente politiche nondimeno queste finiscono per risuonare comunque nella sensibilità collettiva delle masse occidentali ormai facile preda di qualunque mago provvisto di ingenti quantità di denaro. Esempio illuminante è proprio l'affermazione, in Italia, del partito-azienda denominato Forza Italia che già nel nome rieccheggia una mediatata operazione di marketing. Si pensi allora alla incalzante diffusione di riviste il cui obiettivo esclusivo diventa proprio la propagazione dell'ideologia del Supermondo nonostante l'apparente neutralità di fondo. Rivolte soprattutto (ma non solo) ad un pubblico femminile, che è poi quello che di fatto in base alla nota (?) legge della dominanza occulta sancisce scelte ed orientamenti in ogni campo, queste riviste patinate si rivelano un ottimo veicolo di messaggi pubblicitari; le percentuali di presenza pubblicitaria media su alcuni periodici possono allora raggiungere il 51% su "Vogue", il 48% su "Glamour", il 47% su "Marie Claire", il 45% su "Elle", "Donna moderna" e "lo Donna", il 44% su "Anna", il 43% su "Gioia", il 42% su "Grazia" e "la Repubblica delle donne", oltre ai servizi e alle rubriche che solo apparentemente appaiono come lavori redazionali ma in realtà sono abilmente (ma neanche tanto ...) confezionati al fine di parlare di -e far parlare- aziende e personaggi legati a particolari settori merceologici. Un altro esempio di aziendalizzazione della stampa lo può dare la proliferazione dì riviste dedicate alla salute ed al benessere fisico, sconcertanti per la fissità e la ripetitività degli articoli e dei servizi, quasi identiche tra di loro e soprattutto -a parte l'ossessione sessuale sulla quale torneremo- intente alla promozione spasmodica e assolutamente acritica in un settore in forte espansione, almeno in Italia, come quello della cosmesi, della dietetica e della presunta "medicina naturale", spesso purtroppo soltanto uno specchietto da uccellagione ai danni dei più sprovveduti.

Particolare apparentemente insignificante è anche la tendenza a concentrare il messaggio pubblicitario nelle pagine di destra ritenute, a causa della tecnica di scrittura e lettura delle lingue europee che va da sinistra verso destra, più adatte ad essere percepite come più meritevoli di attenzione e quindi ad essere più facilmente memorizzate. Vero? Falso? L'evidenza, sfogliando una qualsiasi rivista, ci dice che comunque qualche studio in tale direzione è sicuramente stato fatto.

In conseguenza di tutto questo la stessa politica editoriale nei confronti delle aziende non potrà che essere di supina accondiscendenza. Questo è il destino della stampa libera nel mondo libero.

Nel fronte di offensiva culturale dispiegato dal Supermondo il linguaggio musicale legato alla subcultura rock è una vera e propria punta di lancia vuoi per l'immediatezza di ricezione dei messaggi diffusi da questo genere musicale, vuoi per il fatto che la totalità dei fruitori sia composta da giovani ed adolescenti, soggetti cioè naturalmente influenzabili da idee forza opportunamente veicolate ma anche -seppure possa apparire superficialmente il contrario- dal conformismo di massa molto più degli adulti.

Il micidiale connubio tra musica rock e televisione è qui analizzato -in relazione al tema della mercificazione- avendo come paradigma in caso dell'emittente televisiva "Music Television" (MTV), sorta negli USA nel 1981 con il preciso intento di veicolare il messaggio pubblicitario nel cuore stesso del target giovanile. Con MTV nasce il famigerato "videoclip" musicale inizialmente strutturato come supporto al brano musicale da reclamizzare; l'enorme successo arriso a questa innovazione ha finito per invertire la primitiva gerarchla suono-immagine tant'è che oggi i produttori discografici si preoccupano che i loro artisti (espressione in questi casi quasi sempre del tutto fuori luogo) di avere un video ben confezionato prima ancora del brano musicale che dovrà essere lanciato. Le valenze violentemente distruttive insite nella musica e nella cultura rock sono ben note, e molto è stato scritto anche da autori seri e da un punto di vista Tradizionale; qui è però interessante notare come un fenomeno che ha comunque avuto nel corso della sua storia anche valenze antiborghesi ed anti-sistemiche sia giunto a costituire una cornice perfetta per l'istigazione al consumo più sfrenato. Per rimanere in Italia è noto come la sponsorizzazione di eventi musicali costituisca una ghiotta occasione per l'industria: Algida, la solita e sempiterna Coca Cola e Heineken da diversi anni supportano grosse manifestazioni musicali tra le quali anche la seriosa e radical chic "Umbria jazz".

I dati relativi a MTV lasciano sbalorditi: «Essa entra in quasi 300 milioni di famiglie, cioè in oltre un quarto delle famiglie del pianeta che possiedono un televisore. Per molti giovani nel mondo rappresenta il simbolo dell'America opulenta e consumistica».

E cita ancora Codeluppi (uno dei tanti autori citati nel testo): «le guardie di frontiera della Germania Est, alla vigilia del crollo del muro di Berlino, e poi anche i soldati russi che occupavano la Lituania, la gioventù dorata di Baghdad, i miliziani libanesi, gli studenti cinesi, gli adolescenti di Sarajevo, i guerriglieri della giungla birmana si sono tutti ingegnati di captare l'emittente con mezzi di fortuna. Attraverso la musica e la danza desiderano entrare in contatto con i giovani americani che ingenuamente ritengono in possesso di tutto ciò che sognano: soldi in abbondanza, libertà, grandi spazi, una vita di spensieratezza e di piaceri».

Anche se un poco estremistica (in molti luoghi della Terra la gioventù dimostra invece di non voler aver nulla a che spartire con l'America), purtuttavia (e purtroppo) questa analisi non ci sembra molto lontana dal vero: chi ha avuto modo di recarsi, secoli or sono, nell'Europa orientale sovietizzata sa che almeno per quella realtà queste parole si sarebbero rivelate assolutamente vere.

La paccottiglia che il Sistema svende sotto il nome di arte e cultura è un altro espediente finalizzato alla vendita del nulla materializzato e glorificato; il mondo dell'arte figurativa sempre più spesso si contamina con la dimensione mercificatoria del capitalismo. L'icona che a buon diritto può essere considerato un iniziatore è il defunto Andy Warhol, figlio di un minatore della Pennsylvania immigrato dalla Cecoslovacchia che in breve tempo scalò l'olimpo dell'avanguardia newyorkese (e quindi mondiale) rappresentando nelle sue opere i simboli del mondo americano da Marylin Monroe ai famosi barattoli della minestra Campbell's. Ma anche senza scomodare l'avanguardia sempre in bilico tra critica e supporto al potere, l'arte in genere sta subendo una profondissima riconversione di supporto dei mercati. Musei e gallerie d'arte in tutto il mondo subiscono un progressivo processo di privatizzazione ed i nuovi padroni appaiono ben decisi a sfruttare sino all'osso ogni occasione. Il Centre Pompidou di Parigi è un caso emblematico di come l'arte venga sottomessa alle esigenze della mercé; il museo tradizionale è sempre più in crisi anche per la riduzione dei fondi pubblici, e dunque l'esigenza di trovare finanziatori (ovviamente interessati) diviene sempre più pressante. Il caso della Biennale di Venezia è illuminante in tal senso: dal 2002 la Biennale è stata trasformata in fondazione aperta ai soci privati con inevitabili ripercussioni sulle politiche culturali che, aggiungiamo noi, oltre che sottomesse alle camarille partitiche lo saranno anche a quelle ben più poderose dei poteri economici.

Il futuro dell'istituzione museale è dunque già tracciato, e del resto già da diversi anni la FIAT ha preso possesso dello storico Palazzo Grassi di Venezia finanziando mostre ed esposizioni. Sarà un futuro come preconizzato dalla Fondazione Guggenheim: trasformare le istituzioni culturali in imprese capaci di vendere e vendersi, insomma una questione di griffe; che si tratti delle opere immortali del genio europeo (e italiano in particolare) o di spazzatura combustibile, preparatevi alle nuove tipologie museali: una sala di esposizione, una sala per gli sponsors...

Più volte abbiamo scritto dell'asservimento della politica all'economia. Qui viene analizzato soprattutto il ruolo che i linguaggi pubblicitari giocano, nelle democrazie, nel determinare il successo o la sconfitta dei candidati nei circhi elettorali. Emblematico il caso di R. Reagan, attore televisivo e cinematografico «il presidente ideale, e anche il modello per tutti i presidente successivi"», come cita Codeluppi. E ancora: «Negli anni '90, con la fine della "guerra fredda", a livello internazionale il mondo politico si è omologato a quello da sempre esistente negli Stati Uniti. Con la conseguenza che le campagne elettorali delle varie nazioni assomigliano sempre più a quelle statunitensi, anche perché gli esperti americani di marketing politico, considerati i migliori, sono stati assoldati dai politici di molti paesi».

In Italia, Berlusconi può senz'altro essere considerato un campione di questo nuovo corso ormai impostosi anche qui; magari con costi leggermente più bassi di quelli affrontati dai suoi amici e modelli americani. «I candidati alle elezioni presidenziali del 2000 hanno speso complessivamente oltre 600 milioni di dollari in spots televisivi, sei volte di più che nel 1972. G. Bush ha speso 380 miliardi di (vecchie ) lire, Gore 220, Nader 10. Per fare politica è diventato un prerequisito disporre di ingenti risorse economiche. Michael Bloomberg, eletto nel 2001 sindaco di New York, ha un patrimonio personale stimato in 4 miliardi di dollari ...». La squadra di governo di Bush comprende alti dirigenti della lobby petrolifera; C. Rice, consigliera per la sicurezza, è una ex-dipendente della Chevron-Texaco, il segretario agli Interni G. Norton rappresentava gli interessi della BP-Amoco, il vicepresidente D. Cheney è stato vicepresidente della Halliburton, il primo fornitore di impianti e tecnologie petrolifere al mondo.

Questi personaggi, inoltre, oltre a promuovere se stessi si adoperano anche nella promozione della civiltà americana: il Congresso ha stanziato circa 800 milioni di dollari per propagandare all'interno dei Paesi islamici lo stile di vita americano; a questo proposito, e tra le altre iniziative, è stata lanciata una stazione radio, Radio Sawa ("Radio Insieme") sul modello delle vecchie Radio Free Europa e Radio Liberty, finalizzate alla propaganda nell'Europa Orientale sino ai noti fatti del 1989.

Il capitolo certamente più impressionante di questo libro è certamente quello dedicato alle operazioni criminali perpetrate dalle multinazionali farmaceutiche e con l'avallo della comunità scientifica internazionale. Gli ingentissimi finanziamenti a pioggia che tali colossi sono in grado di elargire a singoli ricercatori, associazioni professionali e università sono in grado di annullare qualsivoglia giudizio critico che scienziati e medici onesti potrebbero esprimere relativamente all'efficacia di nuovi tarmaci sperimentali. Sono di questi giorni le notizie relative, in Italia, all'ennesimo scandalo legato a forniture di materiali chirurgici e ospedalieri gravemente difettosi rifilati a strutture sanitarie con la solita complicità dei soliti gangsters in camice bianco. «È il caso della Fidia, che ha potuto commercializzare per anni costosi farmaci di dubbia efficacia come il Cronassial destinando circa il 20% dei suoi ricavi al finanziamento di ricerche dentro e fuori le università per assicurarsi l'autorevole avallo scientifico...». Se possono essere prodotti farmaci inutili o dannosi, spesso vi sono casi di farmaci che, per contro, pur essendosi dimostrati efficaci nella cura di malattie considerate rare, non vengono pi prodotti causa gli scarsi profitti ricavati dal produttore o il costo di produzione considerato troppo alto.

Da tutto questo al punto di lanciare massicce campagne pubblicitarie per focalizzare l'attenzione su malattie marginali rendendole così preoccupanti, il passo è breve. È il caso, negli USA, del «disordine di ansietà generalizzata» [(GAD), un disturbo nervoso che può esser ricompreso tra le patologie ordinarie in questo campo ma che abili manipolatori hanno provveduto ad ingigantire mediante trasmissioni televisive e radiofoniche dedicate alla salute (alla salute dei conti bancari di questi predatori ...) a tutto vantaggio del produttore di un antidepressivo denominato Paxil, ovvero la GlaxoSmithKline che (pura casualità?) ha avuto per anni come consulente un noto psichiatra, tale J. Gorman; lo stesso che interveniva a queste trasmissioni amplificando le casistiche relative al già citato GAD...

E chissà cosa penserà il tradizionalista Bush, il buon cristiano Bush, il Bush difensore di Dio (ammesso che Dio abbia bisogno di difensori ...), della patria e della famiglia quando verrà a sapere che nella sua patria circa quattro milioni di bambini vengono trattati con farmaci come il Ritalin e il Prozac al fine di curare un disturbo classificato come Attention Deficit Hyperactivity Disorder, ovvero... un comportamento esageratamente attivo da parte dei bambini! E certo questo non è nulla rispetto alle ultime tendenze di queste multinazionali del crimine che, complici i media, tentano di acquistare visibilità finanziando ricerche apparentemente inutili come quelle finalizzate alla clonazione umana... Apparentemente, perché di certo simili predoni non fanno nulla per nulla! Se non altro che sappiano che, qualora fra mille anni dovessimo avere noi, parafrasando Guccini, «supremazia, diritto e polizia» non dubitino che la pena di morte verrebbe immediatamente restaurata...

Non poteva, e non doveva, mancare perlomeno un riferimento al sesso inteso come partizione dell'universo consumistico del supercapitalismo antiumano.

È nota la continua e inarrestabile eroticizzazione della società ad ogni livello; il messaggio erotico influenza, insieme alla visione della violenza, i recessi più reconditi della psiche umana, e ciò per motivi che sarebbe troppo complesso (e fuori luogo) spiegare. Ma di questo gli stregoni mondialisti sono perfettamente al corrente e infatti proprio la dilatazione esasperata del richiamo erotico-sessuale nell'immaginario collettivo delle folle costituisce la punta di diamante dei processi di disumanizzazione dell'uomo. La dilatazione esasperata del messaggio subliminale erotico è magistralmente simboleggiata dalla... dilatazione esasperata degli orifizi femminili (ma anche maschili) momento catartico dell'immaginario pornografico hard. Confinata sino a pochi anni orsono in ghetti ristretti ed oscuri, la pornografia è stata finalmente sdoganata (per usare una espressione oggi di moda ma, una volta tanto, efficace). Il trionfo della mercé (e della merda) trova qui la sua frontiera ultima, il suo promontorio estremo. Non passeranno troppi anni che l'estrema pornografia farà sicura mostra di se stessa nei programmi televisivi di prima serata; come adesso si vedono le innocenti (?) veline dell'imbecillità manicomiale dei tempi ultimi, domani si vedranno innocenti (?) penetrazioni genitali a sancire magari la riappacificazione tra i due fidanzatini finalmente ritrovatisi. Con la benedizione delle future Alba Parietti, Maria De Filippi, Alessia Marcuzzi...

Oltre la religione, Dio, la poco opportuna provocazione di Adel Smith: quale e quanta attenzione pongono tanti ipocriti italiani verso la croce cristiana utilizzata per così basse e poco ortodosse rappresentazioni?

Graziano Dalla Torre