martedì 29 luglio 2014

Le dimissioni del Papa. Nota al n. 473 di “Chiesa viva”

Ricordando la figura di don Luigi Villa, fondatore e direttore della rivista “Chiesa viva”, in occasione della sua morte (novembre 2012), Sodalitium aveva già avuto modo di precisare ai propri lettori quali fossero, a nostro parere, pregi e difetti, luci ed ombre della rivista cattolica bresciana fondata nel lontano 1971. Dopo la scomparsa di don Villa, purtroppo, gli aspetti a nostro parere criticabili di questa rivista non sono diminuiti, ma aumentati.

Siamo però rimasti veramente stupiti nel leggere – nel numero 473 di luglio-agosto 2014 – un articolo a firma di “Un alto prelato” così intitolato: L’ “antipapa” “sedicente Papa Francesco”!
Secondo l’anonimo articolista, quindi, Jorge Mario Bergoglio sarebbe un “sedicente Papa”, anzi, un “antipapa”: Una bella novità per “Chiesa viva”, che non ha mai seguito il cosiddetto sedevacantismo, ed ha sempre riconosciuto la legittimità degli occupanti della Sede Apostolica dopo il Concilio Vaticano II.
Ma perché, secondo Chiesa viva, il “sedicente papa Francesco” sarebbe un “antipapa”?
Perché – sempre secondo Chiesa viva – le “dimissioni di S.S. Benedetto XVI sono ‘res nullius’ (sic) e quindi l’elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio S.J. è non solo illecita ma nulla”.
Lasciando da parte gli strafalcioni di latino, ci sembra di capire che a Chiesa viva non si è diventati sedevacantisti, ma si pensa che il legittimo Pontefice sia “Sua Santità” Benedetto XVI, (come se Joseph Ratzinger non fosse modernista quanto Jorge Bergoglio).
Ma c’è di peggio. Perché, secondo Chiesa viva, le dimissioni di Benedetto XVI sarebbero invalide? Semplicemente, perché Chiesa viva nega che un Papa possa validamente rinunciare al papato. A sostegno di quest’affermazione, l’ “alto prelato” cita il n. 99 della Constitutio de Sede Apostolica Vacante promulgata da Papa Pio XII, dove si direbbe che “il Romano Pontefice NON può dimettersi”. Peccato che la Costituzione Vacantis Apostolicae Sedis al n. 99 non dice assolutamente quello che gli attribuisce il –possiamo pensarlo – sedicente “alto prelato”: Pio XII si limita a pregare (rogamus) l’eletto dal Conclave a non rifiutare l’elezione, ma ad accettarla, confidando nell’aiuto di Dio. Invece, il codice di diritto canonico promulgato da Benedetto XV, al canone 221, stipula: “nel caso di rinuncia del Romano Pontefice, per la validità della medesima rinuncia non è necessaria l’accettazione dei Cardinali o di chiunque altro”.
Quindi, il Romano Pontefice può rinunciare al pontificato.
Coerentemente con il proprio errore, invece, Chiesa viva nega la validità della rinuncia al papato di San Celestino V (affermando falsamente che in seguito fu barbaramente ucciso) e nega la validità dell’elezione del suo successore, Bonifacio VIII, nel 1294, facendo proprie le calunnie di Filippo IV, Re di Francia, e degli eretici medioevali detti fraticelli e spirituali.
Se poi ci si chiede a chi giovino affermazioni così strampalate e infondate, e altre dello stesso conio, l’unica risposta possibile è: ai modernisti. Infatti, esse gettano ingiustamente, sui difensori della Tradizione della Chiesa, il discredito e il ridicolo.
Ai fedeli disorientati, Sodalitium ricorda che – con la propria rinuncia – Joseph Ratzinger non è più neppure l’eletto del Conclave; che al suo posto è stato eletto Jorge Bergoglio; e che Jorge Bergoglio, esattamente come Joseph Ratzinger prima di lui, non può essere formalmente Papa – per cui Gesù Cristo Nostro Signore, Capo della Chiesa, non è con lui nel vivificarla e governarla – in quanto, oggettivamente e abitualmente non ha l’intenzione di procurare il fine e di realizzare il bene della Chiesa. 
In questa nostra nota critica non c’è malevolenza alcuna per chi, come noi, si sforza di amare la Chiesa e combattere il modernismo; e ci auguriamo che tutti i buoni cattolici restino uniti nella carità e nella verità per continuare la buona battaglia (con un po’ di prudenza in più). 


tratto dalla rivista Sodalitium

lunedì 16 giugno 2014

Delitto Matteotti: ecco il vero retroscena


becco-giallo-1924Con il noto discorso del 3 gennaio 1925 Benito Mussolini si era assunto la responsabilità del delitto Matteotti e, osserva Giorgio Galli, «questa assunzione di responsabilità fu, da allora, interpretata come un’ammissione di colpevolezza per l’assassinio di Matteotti». Attorno a questa interpretazione ruotano ancora oggi le principali ipotesi storiografiche tutte incentrate sulla vendetta politica e sul complotto affaristico ma tutte decontestualizzate dalla situazione politica del tempo. Novant’anni dopo è però possibile ricomprendere il delitto Matteotti calando la drammatica vicenda nel contesto storico e politico in cui essa maturò a cominciare dalle famose elezioni del 1924.

Alle elezioni del 6 aprile 1924 i partiti della sinistra avevano conseguito un notevole risultato, tenuto conto del nuovo sistema elettorale e delle violenze che avevano colpito la campagna per il voto. I socialisti unitari di Giacomo Matteotti avevano ottenuto ventiquattro seggi, ventidue i socialisti massimalisti, diciannove i comunisti, sette i repubblicani. Il voto complessivo conseguito dai partiti della sinistra segnava la sconfitta di Mussolini e del suo tentativo di "fascistizzare" le masse operaie e contadine; il risultato elettorale fascista, nonostante le lusinghe di Mussolini ai lavoratori, era decisamente sbilanciato a destra verso i datori di lavoro, gli agrari e gli industriali.

Aldo FinziMatteotti aveva vinto a sinistra, Mussolini aveva trionfato a destra; ma entrambi avevano adesso un problema. Mussolini intendeva sganciarsi dalla destra economica; Matteotti intendeva bloccare la concorrenza a sinistra dei comunisti che, peraltro, insieme ai massimalisti di Giacinto Menotti Serrati potevano contare una forza parlamentare che raddoppiava quella dei socialisti unitari. Il governo Mussolini, con l'avallo di economisti come Luigi Einaudi, stava orientando la sua politica economica verso una richiesta di consistenti prestiti agli Stati Uniti d’America. Mussolini intendeva trattare prestiti a lungo termine con finanziamenti erogati direttamente al governo o alle aziende senza il tramite delle banche, al fine di ricondurre l'economia nazionale al controllo politico sottraendola così al potere bancario. Giuseppe Toepliz, amministratore delegato della potente Banca Commerciale Italiana, insieme agli industriali gravitanti nella sua orbita e interessati agli appalti dello Stato, erano invece decisamente contrari che i prestiti fossero gestiti direttamente dal governo. Nel governo, il sottosegretario al ministero degli Interni Aldo Finzi, genero del potente banchiere romano Clementi e legato a Toeplitz, tutelava gli interessi della filiera bancario-industriale. Per Mussolini, dunque, sganciarsi dalla destra economica significava liberarsi dall'opposizione del sistema bancario alla sua politica economica, ma per fare questo era necessario spostare a sinistra l'asse del governo.

A questo punto il problema di Mussolini si aggroviglia con quel1o di Matteotti. A sinistra, infatti, i socialisti di Matteotti avevano dimostrato durante la campagna elettorale un certo vitalismo, riuscendo a intercettare il voto anche del ceto medio specie nel settentrione. Analizzando questo dato e ponendolo in relazione al diniego del PSU di aggregarsi al <fronte unico» proposto alla vigilia delle elezioni dai comunisti e respinto da Matteotti, il comunista Palmiro Togliatti affermava che <gli unitari vengono a costituire niente altro che una forza di riserva della borghesia, un'ala del Fascismo».

L'accusa di filofascismo formulata da Togliatti metteva in difficoltà il partito di Matteotti nella competizione con i comunisti e i massimalisti e di fronte al proletariato italiano. Matteotti doveva reagire. E lo fece con il famoso discorso del 30 maggio 1924 con il quale chiese I' invalidamento delle elezioni accusando i fascisti di violenze e brogli elettorali.  Quel discorso - ha scritto De Felice - intendeva dimostrare <<un nuovo modo di stare all’opposizione, più aggressivo, più intransigente, violento addirittura ma se si tiene conto del quadro politico complessivo, allora le parole di Matteotti non erano rivolte soltanto contro i fascisti ma anche contro i comunisti. Il nuovo modo di fare opposizione inaugurato da Matteotti con il suo discorso, insomma, aveva un duplice scopo: chiarire la posizione dei socialisti unitari di fronte al Fascismo e contemporaneamente svuotare di ogni significato l'accusa di filofascismo lanciata dai comunisti. Ancora De Felice sostiene che con il discorso del 3o maggio Matteotti bloccava L'ennesimo tentativo compiuto da Mussolini dopo il 6 aprile di aggregare i socialisti unitari e i confederali al suo nuovo governo. Tuttavia, rileggendo attentamente il testo, si nota che dopo un micidiale attacco al Partito Nazionale Fascista e alla sua condotta elettorale, quel discorso si conclude con un severo appello al governo; rivolgendosi direttamente a Mussolini, infatti, Matteotti afferma: «Noi sentiamo tutto il male che all'Italia apporta il sistema della violenza; abbiamo lungamente scontato anche noi pur minori e occasionali eccessi dei nostri. Ma appunto per ciò, noi domandiamo alla maggioranza che essa ritorni all’osservanza del diritto.  Voi che oggi avete in mano il potere e la forza, voi che vantate la vostra potenza, dovreste meglio di tutti gli altri essere in grado di fare osservare la legge da parte di tutti. Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l ‘autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo, altrimenti voi, sì, veramente rovinate quella che è l'intima essenza, la ragione morale della Nazione». E' in questo brano il vero significato politico dell'intero discorso. Matteotti, infatti, realisticamente non chiede le dimissioni del governo bensì si appella a esso sfidandolo a ristabilire l’autorità dello Stato e a salvare la ragione morale della Nazione.

Mussolini E farinacci

Mussolini accetta la sfida e replica a Matteotti con il noto discorso del 7 giugno 1924 nel quale, dopo una formale difesa d'ufficio dello squadrismo, si rivolge direttamente ai socialisti unitari affermando: 
"non si può rimanere sempre estranei; qualche cosa, bene o male, bisogna dire o fare, una collaborazione positiva o negativa deve esserci (...) E' un quesito che pongo alla vostra coscienza; voi lo risolverete; non tocca a me risolverlo". 
Questo è il momento culminante dell'intera vicenda. Le intenzioni di Mussolini di proseguire nella ricerca della collaborazione con i socialisti unitari anche nel 1924 sono state ricostruite da Renzo De Felice nella sua biografia del capo del Fascismo. Ovviamente le intenzioni di Mussolini erano state intercettate da quei settori interni al Fascismo legati al mondo finanziario e ostili alla collaborazione tra il governo e i socialisti unitari. Si tratta degli stessi settori che avevano tentato di sabotare nei primi del 1924 il riconoscimento della Russia bolscevica da parte dell'Italia, ratificato da Mussolini il z febbraio; tentativi falliti perché smascherati dal deputato comunista Nicola Bombacci il quale, documenta Petacco, li denunciò in aula intervenendo a favore del riconoscimento e del trattato commerciale con la Russia che - disse - avrebbero contribuito a <difendere la nostra economia e liberarla dalla schiavitù delle grandi compagnie petrolifere>. E' questo un elemento da tenere in considerazione nel contesto politico della vicenda: nel :-9z4le relazioni con la Russia consentivano a Mussolini di non impensierirsi più di tanto per i comunisti italiani i quali, semmai, insieme ai socialisti massimalisti, potevano costituire un problema per i socialisti unitari se avessero accettato la collaborazione col governo.  Ma quale atteggiamento avrebbero assunto i comunisti, i massimalisti e il proletariato italiano se questa collaborazione fosse nata in seguito ad un radicale mutamento di tutta la politica mussoliniana determinata da una clamorosa azione politica provocata dai socialisti unitari? Ecco un ipotesi che non è mai stata considerata dalla storiografia: cosa sarebbe accaduto se Matteotti, che già il 3o maggio aveva sfidato il governo a ristabilire I 'autorità dello Stato, avesse lir giugno denunciato al governo il coinvolgimento di settori identificati del Fascismo e dello Stato in un losco traffico di corruzione? Si sarebbe inevitabilmente creata una situazione d'emergenza. A quel punto il governo sarebbe stato costretto a intervenire chiedendo la collaborazione straordinaria di quelle personalità e di quelle forze che avevano contribuito a smascherare i corrotti all'interno del Fascismo e dello Stato. La collaborazione tra Matteotti e Mussolini, determinata così da una situazione emergenziale, sarebbe stata allora giustificata di fronte all’opinione pubblica nazionale e internazionale, davanti al proletariato e in faccia ai comunisti, ai massimalisti,'ai fascisti e agli antifascisti che sarebbero stati costretti a valutare il fatto nuovo e a prendere una posizione.

Matteotti alla Camera

Tutto questo presuppone una questione che la storiografia non ha mai osato affrontare: Matteotti e Mussolini potevano organizzare insieme il determinarsi di una situazione d'emergenza che avesse  giustificato la loro collaborazione al governo della Nazione? C'è da considerare, innanzitutto, su quali elementi storici dovrebbe reggersi tale nuova questione.
Il primo elemento è costituito dal rapporto politico tra i due protagonisti: Matteotti e Mussolini. Sul numero di gennaio di questa rivista (vedi <Matteotti e Mussolini, vite parallele,, su Storia In Rete> n. 99) si è già visto che i due uomini politici avevano alle spalle una comune militanza socialista segnata da divergenze pratiche ma da convergenze teoriche e che pur schierati su fronti avversi, avevano collaborato nei momenti straordinari della storia del Socialismo italiano; i due ex compagni, carissimi nemici, avrebbero potuto certamente ritrovarsi ancora una volta insieme di fronte ad una straordinaria emergenza che riguardava la Nazione.
Il secondo elemento è rappresentato dalla politica di collaborazione perseguita da Mussolini tra il 1922 e il 1924 e avversata da Matteotti.
Nel 1924, però, il quadro politico che faceva da sfondo era cambiato rispetto al t9zz. Mussolini adesso era presidente del Consiglio con una maggioranza ampia e che, grazie al sistema maggioritario, si estendeva ben oltre i confini del suo partito.
Alla Camera e al Senato c'era un’opposizione costituzionale che sovente collaborava con il governo. Matteotti, in quanto segretario del maggior partito della sinistra, era il nuovo Leader della minoranza. Matteotti però, avverte Mimmo Franzinelli, adesso era anche un uomo solo: <segretario di un partito i cui dirigenti propendono - tranne poche eccezioni - per una linea di compromesso>; una condizione rilevata anche da Mauro Canali il quale ha osservato che l'avversione alla collaborazione (<aveva finito per rendere politicamente precaria la sua carica alla segreteria del partito, perché gli aveva inimicato ampi settori di esso, urtando personaggi, come gli organizzatori sindacali, tutti collaborazionisti, che godevano d un indiscusso potere>. Lo stato d'animo in cui si trovava il deputato socialista in quel frangente, mai tenuto in considerazione dalla storiografia, non può non avere influito nelle sue riflessioni sulla situazione politica personale e complessiva. E' possibile che un uomo politico come Matteotti, nelle condizioni anche intime in cui si trovava dentro e fuori il suo partito, non abbia tenuto conto di tutte le possibili soluzioni tese a superare il suo isolamento e a definire I 'assetto politico italiano compreso la scelta della collaborazione, nel 1924 ancora circolante all'interno del suo partito e del sindacalismo confederale?
Avanti sul delitto matteottiIl terzo elemento riguarda la natura del delitto e si ricava dalla trama stessa dell'intera vicenda così com'è stata ricostruita dagli atti processuali e dalla storiografia: il delitto fu politico, ispirato dalla vendetta e dettato dall'esigenza di bloccare la denuncia di un colossale scandalo affaristico che coinvolgeva una parte del mondo politico e di quello finanziario. E' pero necessario riesaminare la natura del crimine da una prospettiva diversa da quella in cui fin qui è stata osservata. Il delitto fu politico ma non va collocato nell'ambito del conflitto tra Fascismo e Antifascismo bensì nel  più ampio contesto della lotta combattuta in quel momento tra quelle forze politiche ed economiche che auspicavano un radicale mutamento della scena politica nazionale, e quelle che invece intendevano lasciare immutato lo scenario italiano; e questi due schieramenti erano trasversali al Fascismo e all’Antifascismo. Il delitto fu ispirato dalla vendetta ma non del fascista Mussolini contro l'antifascista Matteotti bensì dalla vendetta dei gruppi fascisti contrari alla svolta, contro lo stesso Mussolini che quella svolta intendeva praticare. Erano gli stessi gruppi che nel 1922 avevano sequestrato il repubblicano Torquato Nanni, amico di Mussolini e di autorevoli esponenti socialisti, per eliminare, spiega De Felice, <un tramite tra Mussolini ed i riformisti> nello stesso momento in cui erano in corso le trattative per una collaborazione dei socialisti con il governo nato dalla marcia su Roma. Del resto, se nel caso della morte di Piero Gobetti per esempio, , esiste una prova documentale della responsabilità di Mussolini, che consiste nel telegramma da questo inviato al prefetto di Torino per rendere <impossibile la vita> all'intellettuale liberale, nel caso di Matteotti non esiste alcuna prova concreta né di un eventuale ordine scritto né di un eventuale ordine a voce. Le frasi incriminate attribuite a Mussolini dagli atti processuali e dalla storiografia provengono dai memoriali di alcuni imputati ma i memoriali, come insegnava Marc Bloch, non costituiscono una fonte storica attendibile.Sinclair Oil
Il delitto fu dettato quindi dalla necessità di impedire a Matteotti di rivelare i loschi affari di quella che è stata definita <la banda del Viminale>. Anche qui è stato chiamato in causa Benito Mussolini e addirittura il fratello Arnaldo, arruolati tra i mandanti sulla base dei soliti memoriali e di tutta una serie di congetture a cominciare dalle presunte tangenti che sarebbero state intascate dai fratelli Mussolini. Tuttavia, a oggi, non esiste una prova concreta del coinvolgimento dei fratelli Mussolini nel malaffare che intendeva svelare Matteotti. Lo stesso deputato socialista, del resto, né per iscritto né a voce ha mai potuto rivelare i nomi dei corrotti, mentre ha anticipato e indicato I 'identità del corruttore nella compagnia petrolifera americana Sinclair Oll. Che <Il Popolo d'Italia» e i fratelli Mussolini fossero sovvenzionati, è stato storiograficamente accertato e documentato; in proposito, però, analizzando le sovvenzioni ottenute dal giornale fascista tra il 1924 e il 1928, Marcello Staglieno ha evidenziato che non figura alcun finanziamento erogato o riconducibile alla Sinclair Oil. La vicenda dei rapporti tra Mussolini e la Sinclair Oil, del resto, mostra uno schema molto più articolato e complicato di quello adottato dalla storiografia. Al primo punto si trova la necessità dell'Italia di perseguire negli anni Venti una seria politica dei petroli attraverso un altrettanto necessario approvvigionamento dall’estero per coprire il fabbisogno nazionale. Al secondo punto compare la possibilità alternativa del trivellamento sul territorio nazionale il cui costo è pero stimato, in una relazione del 18 luglio 1923 presentata a Mussolini dal ministro dell’Agricoltura Giuseppe De Capitani, nella somma di 200 milioni. Al terzo punto la proposta De Capitani s'infrange sul macigno del deficit di bilancio dello Stato italiano. Al quarto punto compare finalmente la Sinclair OiI, venuta fuori dai contatti tra l’ambasciatore italiano in America Gelasio Caetani e il direttore dell'Ufficio delle Miniere americano Forster Bain. I contatti cominciano in America nel gennaio r9z3 e s'intensificano con il coinvolgimento di emissari della Sinclair. Con il successivo coinvolgimento del ministro De Capitani, i contatti mutano in vere e proprie trattative: incoraggiate dai comunicati stampa di Cesare Rossi, il responsabile della comunicazione della Presidenza del Consiglio, sostenute dal quotidiano <Il Corriere italiano> di Filippo Filippelli e perorate anche dal giornalista Filippo Naldi. E' a questo punto che entra in scena Mussolini il quale nel febbraio 1924, tanto inaspettatamente quanto energicamente, tronca ogni trattativa con la Sinclair Oil e decide, aggiunge Staglieno, di avocare <<a sé ogni decisione sulle concessioni petrolifere».
Ci sono due eventi che concorrono a spiegare la decisione presa dal Capo del governo. Il primo è costituito dal fatto che proprio nel febbraio t924, come già scritto, Mussolini riconosce de jure l'Unione Sovietica; e il riconoscimento segna una svolta non soltanto nella politica estera e commerciale ma anche nella politica italiana dei petroli. Come documenta Carlo Lozzi, infatti, nei primi quindici mesi in cui fu in vigore il trattato, l'Italia aveva importato dalla Russia <per 19 milioni di lire, principalmente petrolio e prodotti petroliferi>. Il secondo si svolge proprio in occasione della politica di avvicinamento all'Unione Sovietica, quando Mussolini scopre un difetto negli ingranaggi della sua macchina governativa. Il deputato comunista Bombacci, come già scritto, aveva denunciato in aula un complotto all'interno del governo per impedire il trattato; rivolgendosi a Mussolini, insinuo: <Lei sa, signor presidente, che proprio la settimana scorsa a Mosca sono state presentate delle precise condizioni per concludere il trattato? Io temo che non lo sappia. Io temo che lei non venga informato con soverchia sollecitudine. Io temo che l'Italia non abbia le mani libere per trattare!». Mussolini, scrive Petacco, avvio subito delle indagini e scoprì che i documenti inviati da Mosca, cui accennava Bombacci, erano stati effettivamente occultati; evidentemente, chi intendeva sabotare  la trattativa era in grado di manomettere la documentazione destinata al Capo del governo. L’intera vicenda fornisce una chiave di lettura - fin qui sottovalutata dalla storiografia - delle dinamiche politiche ed economiche che si svolgono nel 1924, e cioè che la politica mussoliniana verso la sinistra, nazionale e internazionale, era effettivamente tenuta sotto controllo e ostacolata attraverso un'infiltrazione operante persino all'interno di Palazzo Chigi.

Allo stato dei fatti non esiste una prova formale e definitiva che identifichi in Benito Mussolini il mandante dell'assassinio di Giacomo Matteotti. Che il <cerchio magico intorno a Mussolini fosse profondamente inserito in un vorticoso giro di tangenti non significa, fino a prova contraria, che Mussolini ne fosse coinvolto. Che il famigerato Dumini fosse stato arrestato a Trieste per traffico d'armi verso la Jugoslavia e Mussolini sia intervenuto in suo favore per chiudere la faccenda, nello stesso momento in cui egli era impegnato nelle trattative con la Jugoslavia per definire la questione di Fiume, non prova alcuna complicità ma dimostra l'esigenza di bloccare quello scandalo che poteva compromettere l'accordo tra i due Stati poi firmato a Roma nel gennaio 1924. Che dei faccendieri versino somme a quella presidenza del Consiglio infiltrata e sottoposta a controllo, non significa che il beneficiario fosse il Capo del governo e non chi, invece, agiva alle sue spalle. Ha ragione, dunque, lo storico Pierre Milza quando sull'intera vicenda scrive: <per quanto serie siano le presunzioni di colpevolezza avanzate da Mauro Canali, non mi pare che si possa decidere con certezza, in mancanza di una prova formale e definitiva». Se ancora oggi si è nel campo delle presunzioni e delle ipotesi, allora è possibile presumere e ipotizzare una diversa versione dei fatti non in contrasto con gli elementi che compongono la vicenda.

NIcola Bombacci CCCP

Alla luce di questa nuova prospettiva è possibile quindi ipotizzare che le cose siano andate così: è presumibile che Mussolini abbia pensato nel r94 di chiedere la collaborazione di Matteotti e che le carte dell'affare Sinclair, se rese pubbliche, avrebbero potuto giustificare davanti all’opinione pubblica la collaborazione tra i due ex compagni. Canali scrive che Matteotti comincio a interessarsi dell'affare Sinclair  durante il suo breve viaggio segreto in Inghilterra, nell'aprile 1924; il deputato socialista, dunque, ricavava le sue informazioni nello stesso momento in cui I'ex socialista Mussolini e il laburista Ramsay Macdonald, primo ministro britannico, dialogavano per dirimere la questione dell'Oltregiuba (la striscia di territorio fra Somalia e Kenya ceduta dagli inglesi alla colonia italiana NdR) e del Dodecaneso: è presumibile che in tale frangente si sia verificato un passaggio d'informazioni, se non di documentazioni, sulla questione petrolifera italiana che interessava anche agli inglesi (su questo punto si veda anche l'articolo successivo, alle pp. 24-35 NdR). Potrebbe sembrare  impossibile una collaborazione fra  Matteotti e Mussolini nel 1924, eppure un precedente esiste e risale al febbraio 1923 quando Gregorio Nofri, del comitato centrale del PSU e amministratore del giornale del partito <La Giustizia>, avviò trattative con Sandro Giuliani, capo redattore de (Il Popolo d'Italia> e uomo di fiducia di Mussolini, su una  possibile intesa tra il Duce e i socialisti unitari. Filippo Turati, come Mussolini era al corrente di tali contatti e, spiega De Felice, <il che non solo era vero, come dimostra la corrispondenza di quei giorni tra Turati e la Kuliscioff (dalla quale appare che lo stesso Matteotti aveva consentito all'incontro Nofri-Giuliani), ma era  ancora solo una parte della verità. Da una lettera della Kuliscioff del 13 febbraio 1923 si arguisce infatti che il contatto, sollecitato dai fascisti, doveva stare molto a cuore a Mussolini che pare si fosse dimostrato disposto a recarsi in segreto a Milano in aereo, probabilmente per trattare personalmente  e a piu alto livello». Quel dettaglio sul consenso di Matteotti alle trattative, posto tra parentesi da De Felice, rende presumibile che quei contatti, interrotti nel 1923, fossero ripresi nella primavera del rgz4, in un contesto politico cambiato nel quale, sulla base della questione morale, sarebbe stato possibile raggiungere l'intesa sulla collaborazione tra Matteotti e Mussolini.

E' presumibile anche che Velia Matteotti fosse al corrente della collaborazione tra il marito e Mussolini e questo giustificherebbe il suo comportamento dopo il crimine.
Velia rimase in Italia con i figli, non seguì gli antifascisti nell'esilio, e la famiglia Matteotti ricevette segretamente e costantemente da Mussolini un consistente sostegno economico. Mauro Canali ha documentato tali finanziamenti criticando il comportamento della vedova. Quelle somme, però, non servirono a pagare il silenzio di Velia Matteotti com'è stato affermato; dimostrano, semmai, che lei mai ritenne Mussolini responsabile del delitto perché probabilmente sapeva qualcosa che escludeva Mussolini da ogni responsabilità. Posto che questo straordinario <qualcosa» fosse la collaborazione tra Matteotti e Mussolini, e che Mussolini avrebbe ottenuto dalla collaborazione un risultato storico sul piano nazionale e internazionale, cosa sarebbe rimasto a Matteotti? Anch'egli avrebbe conseguito un eccezionale risultato storico, sul piano del Socialismo italiano e mondiale; 1o spiega lo stesso Mussolini quando dichiara, negli anni Trenta, al giornalista Yvonne De Begnac: <noi avevamo interesse a che l'onorevole Matteotti, il più solido fra gli anticomunisti italiani, proseguisse la lotta per l'autonomia e per la riunificazione del Socialismo italiano>. Un governo formato dalla collaborazione tra Matteotti e Mussolini e nato dalla questione morale, mentre I’Italia era in sintonia con l'Unione Sovietica così  come con la Gran Bretagna laburista, e mentre in Francia il Socialismo vinceva le elezioni e in Belgio si apprestava a vincerle, avrebbe consentito al Socialismo italiano riunificato di indicare una nuova via a quello europeo e una nuova relazione tra il Socialismo occidentale quello orientale della Russia. Matteotti sarebbe stato l'artefice del rinnovamento del Socialismo internazionale e colui che avrebbe costretto il Fascismo italiano a una svolta a sinistra mentre nascevano in Europa altri movimenti ispirati al Fascismo. Davvero, dunque, la collaborazione con i socialisti, come sosteneva Mussolini, avrebbe determinato una svolta storica nella politica italiana e nella politica internazionale.
Velia Titta
La mancata collaborazione tra Matteotti e Mussolini, resa possibile dall'eliminazione del deputato socialista, creò una situazione d'emergenza tanto straordinaria quanto quella che sarebbe stata determinata da una possibile collaborazione. Gli esiti, naturalmente, furono diversi e in un certo senso sciagurati per l'Italia. Turati, leader dell' Aventino, aveva in mano dei documenti ma non li utilizzò. E' certo, e anche inquietante, che Mussolini, a proposito di Turati, confiderà a De Begnac: <mi ha considerato mandante del delitto Matteotti, pur conoscendo la mia assoluta  estraneità a quel turpe episodio>. Nel 1934 molti di quei socialisti che dieci anni prima erano stati vicini a Matteotti e lo avevano pianto, da Caldara a Romita, ritentarono la carta della collaborazione con Mussolini ma furono ostacolati e respinti dai soliti ambienti fascisti e, tranne poche eccezioni, dal fuoriuscitismo antifascista. Ci fu, tra quei socialisti che nel 1934 chiesero la collaborazione a Mussolini, un ripensamento sui fatti terribili del 1924?

Michelangelo Ingrassia (Università di Palermo)

Articolo scannerizzato dalla rivista “Storia in Rete”, n°104, del mese di Giugno, 2014.

mercoledì 28 maggio 2014

giovedì 15 maggio 2014

Sclera-Menti: Dies nefasti

Sclera-Menti: Dies nefasti: Premessa A distanza di quarant’anni dal mefitico referendum sul Divorzio occorre – al di là di ogni inutile trionfalismo e di ogni bece...

venerdì 3 gennaio 2014

Una vita contro la morte

 
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Quando Socialisme fasciste vide la luce fu subito chiaro che la nuova sortita di Drieu avrebbe irritato tutti - non solo destra e sinistra ma anche buona parte del mondo sedicente fascista e persino non pochi di quei non conformistes con i quali Drieu condivideva l'esperienza dolorosa del suo tempo e l'odio per la democrazia.
“Libro che è il discorso di un'anima - scrisse Julien Benda recensendolo per la "Nouvelle Revue Francaise" - e che i suoi contemporanei aggrediscono dal momento che hanno deciso si tratti di un breviario di certezze. Niente che ci causi stupore. Essi non si preoccupano di capire. Vogliono essere salvati ”
Salvati, presi per mano da un “padre della patria (Doumergue, Pétain, De Gaulle: la Francia ne ha sempre avuto uno sottomano che li liberasse dalla necessità di cercare da soli la strada. Drieu, senza volerlo, li confermava in questa “ scelta ”, in questa rinuncia, mostrando con il suo libro quanto fosse difficile percorrere da Soli il cammino e in quale solitudine precipitasse chi muoveva i primi passi per esso.
Con Socialisme fasciste la grande solitudine di Drìeu divenne piena ed acquistò una dimensione storica, un valore paradigmatico. Non poteva essere diversamente, d'altronde egli era uscito da tutti gli schemi precostituiti, era andato oltre l'immediato, si era spinto “ là dove non c'è nessuno ai confini, ancora una volta avanti a tutti, fedele a quel che considerava il dovere dell'intellettuale, ed in un momento in cui nonostante tutto, nonostante Stawisky e Place de la Concorde, i tempi ancora non erano maturi perché qualcuno potesse pensare di seguirlo dopo aver accenna i primi passi.
Lo scandalo Stawisky ed il bagno di sangue di Place de la Concorde (la “verità” della democrazia francese avevano dato alla Francia una scossa fortissima che avrebbe potuto e dovuto essere determinante. Eppure essa non bastò a smuovere le cristallizzazioni, i pregiudizi, le paure, i pudori, le timidezze e le illimitate speranze del mitico “paese reale ”, dei maurrassiani, della base comunista, del ligues stesse e dei non-coniormistes, compresi quanti di loro avrebbero poi seguito, come Drieu, i “cammini rischiosi” giungendo se non ai confini almeno in vista di essi.
Drieu fu uno dei pochi a trarre immediatamente dai fatti la lezione che contenevano, a capire che per sconfiggere il nemico (il “ vecchio radicalismo corruttore”, l'anima del sistema) bisognava uscire dagli schemi che esso aveva tracciato ed in cui si dibatteva la Francia, bisognava chiudere le valvole di sfogo che gli permettevano di sopravvivere - il “ padre della patria ” di scorta, le inchieste per stabilire “ tutta la verità ”, le riforme costituzionali, l'opposizione che vigila dietro l'angolo. La lezione d'altronde era risultata chiara da1le conclusioni politiche dell'allaire: Gaston Doumergue, il saggio di Tournefeuille, chiamato dal Presidente della Repubblica a salvare la Francia, con i suoi buoni propositi e con le speranze che aveva fatto nascere inchieste sul caso Stawisky e sui fatti del 6 febbraio, riforma della Costituzione con il rafforzamento dei poteri dell'Esecutivo) aveva bloccato la reazione popolare e permesso ai Daladier, agli Chautemps, agli Herriot, ai padroni del vapore complici dell'avventuriero di riprendere fiato.
Il salvatore della Francia senza volerlo aveva salvato i nemici della Francia, l'uomo onesto i ladri, che lo metteranno alla porta - naturalmente con un voto di sfiducia del Paramento - appena non servirà più.
drieularochelle
Drieu, che già da tempo aveva penetrato la verità de sistema politico francese, dopo il caso Stawisky e il governo Doumergue non ebbe più dubbi: le due esperienze rappresentarono per lui il banco di prova di una critica politica e di un'opposizione ideale maturata in lunghi anni alla luce del quotidiano molto più che delle manovre di Palais Boui bon, ed alla quale fornirono una maggiore concretezza precisione di taglio.
Uno dei pilastri su cui si fonda il dominio del radicalismo, notò Drieu, è l'opposizione fra destra e sinistra rispetto a cui, non solo in sede ideale, i radicali si pongono come mediatori. Più precisamente, l'opposizione formale fra destra e sinistra. Il contrasto infatti è sostanzialmente una finzione: in realtà “ droite et gauche se tiennent”, son legate fra loro a doppio filo, sono gli ingranaggi di un stesso meccanismo. Inevitabilmente, d'altronde: l'una ha bisogno dell'altra ed entrambe hanno bisogno delle due entità che rispettivamente combattono - la democrazia e il capitalismo - , come democrazia e capitalismo hanno bisogno della destra e della sinistra.
Con Socialisme fasciste Drieu spezzò l'illusione in cui si era rifugiata la maggioranza dei francesi: che la corruzione e la violenza della gestione radicalsocialista del potere le disfunzioni del sistema democratico-parlamentare potessero essere spazzate via da un “gabinetto nazionale”.
La conclusione di Drieu fu chiarissima: non esiste un'alternativa - di destra o di sinistra - all'interno del “sistema”, esiste solo il “sistema” con i suoi ingranaggi che macinano tutto, ai quali nulla resiste, come dimostra la strumentalizzazione che è stata fatta dell'onestà e delle buone intenzioni di Doumergue (e come dimostreranno le vicende del fascismo italiano). Poteva essere ben accolto un libro del genere?
Drieu, che pure non era un teorico della Politica, aveva centrato il problema andando ben oltre la critica della democrazia sviluppatasi in Francia dopo la guerra. Non era più questione soltanto di “disordine costituito”, di “regime ideale di corruzione”, di sistema incapace di rappresentare qualche interesse reale, dei “seicento parolai” incoscienti, maligni e impotenti, ma della responsabilità di tutto ciò, delle complicità che lo rendevano possibile, del ruolo delle opposizioni, del modo in cui uscirne. Una realtà che non era certo minacciata dalla carica d moralismo e di indignazione dei benpensanti.
Per spezzare la legge ferrea del sistema, per bloccare l'ingranaggio che stritola l'anima e il corpo del popolo, che vuole ben altro che un moralismo sornione, in fondo complice anche quando è in buona fede e riesce ad esprimere un minimo di vigore e di coerenza. E’ necessaria la fusione delle due opposizioni in un ideale unico, in una volontà “sola e in una sola azione” ecco la lezione che Drieu ricavò dall'affaire e dai fatti del 6 febbraio. Una fusione non un compromesso; un superamento dialettico delle due posizioni in una sintesi nuova, e non un accomodamento fra di loro; una fusione che nasca dal basso, che maturi nelle coscienze. Il sogno che accompagnerà tutta la vita di Drieu, sino alla fine, e che egli crederà di vedere realizzato nel fascismo finché gli eventi non lo costringeranno a ricredersi. Ancora negli ultimi giorni di vita, quando farà il bilancio del proprio impegno e giudicherà la parte con cui ha scelto di combattere, ciò che rimprovererà al fascismo sarà di aver incorporato “una parte troppo debole dell’impulso e del metodo marxisti”.
I comunisti accanto agli uomini dell'estrema destra, gli uni e gli altri dietro la stessa barricata. Assisterà a questo miracolo una sola volta, il 6 febbraio 1934, in Place De la Concorde. Sarà questo fatto nuovo ed inaspettato - inaspettato per tutti, compresi i dirigenti del partito comunista - a fargli comprendere da che parte cercare l'uscita dal vicolo cieco.
Il miracolo non si ripeté e non ebbe conseguenze. Gli uomini politici non uscirono dai loro corridoi, i capi si mescolarono fra loro. Nessun uomo ebbe
“il coraggio di gettare il proprio destino sulla bilancia”. Nessuno, d’altronde, né a destra né a sinistra, era in grado di farlo. Maurras, al quale erano rivolti gli sguardi di tutta la destra, meno di chiunque altro.
Il 6 febbraio il “maestro trovava nella redazione di “Action Francaise”, e non fece nulla. Il giorno dopo ancora non sapeva se fare qualcosa ed eventualmente che cosa fare. Un giovane, ricorda Lucien Rebatet in Les décombres, entrò nell'ufficio di Maurras e gli gridò: “Maestro, Parigi sta sollevandosi, il governo non esiste, tutti si aspettano qualche cosa. Che dobbiamo fare? Il maestro rispose solo: “Non mi piace la gente che perde l'autocontrollo”.
Se la destra non comprese ciò che era maturato nelle poche ore del mattino del 6 febbraio e non seppe profittare del fatto nuovo, i comunisti lo capirono benissimo e regolarono di conseguenza, in un modo completamente opposto a quello sperato da Drieu e dalla stessa base del partito. Il vertice comunista non volle - non poteva volere - la fine del dominio radicale. Sei giorni dopo Place de la Concorde, il 12, tutto fu chiaro. I comunisti raccolsero il frutto della loro scelta due anni dopo, quando andarono al governo con i socialisti e i radicali grazie alla formula del “fronte popolare” da essi stessi elaborata.
Drieu non tardò a trarre dall'esperienza tutte le conseguenze. Bisogna creare, affermò, una nuova forza, un nuovo partito, che raccolga le forze già esistenti e fonda parecchi dati oggi distinti l'uno dall'altro ”. Questo partito, che dovrà essere concepito “sul modello dei grandi partiti che hanno trionfato”, da vent'anni a questa parte, Mosca, a Roma, a Berlino, ad Ankara, a Varsavia ed Washington” non potrà essere che “nazionale e socialista”.Se vorrà sopravvivere, precisava Drieu in un articolo per “La lutte des jeunes”, esso dovrà lottare contro:
1. I monarchici, le cricche reazionarie stipendiate dal capitale, che applaudono i parlamentarti e i giornalisti della vecchia destra;
2. I radicali e i socialisti che si rifanno alla vecchia routine parlamentare, al vecchio gioco d’intesa segreta tra capitalismo e rappresentanti della democrazia;
3. I comunisti che si isolano in un operaismo sterile e ristretto.
Partito di centro, combattivo, esso eserciterà la sua attrazione sulla brava gente smarrita all’estrema destra e all’estrema sinistra, nonché sulla brava gente non impegnata che morde il fremo agli estremisti.
Questo partito accoglierà i radicali disingannati, i sindacalisti non funzionarizzati, i socialisti francesi, gli ex combattenti ed i nazionalisti che non vogliono essere gli zimbelli delle manovre capitaliste.
Quando, il 28 giugno 1936, nel municipio di Saint-Denis città operaia dei sobborghi parigini e necropoli dei re Francia, il deputato-sindaco Jacques Doriot - un esponente comunista che dopo aver occupato le più alte cariche n partito aveva rotto con esso e con Mosca - fondò il Parti populaire francais, Drieu credette di veder nascere la nuova formazione che aveva auspicata e aderì subito. Il suo “fascismo ” si era coagulato in un organismo politico: rinascevano le speranze del 6 febbraio. “ Io sono un vecchio pellegrino - confesserà in Avec Doriot, il libro in cui raccoglierà buona parte degli articoli scritti per il settimanale del partito, "L'emancipazione nationale "-. Dalla fine della guerra ho continuato a cercare il luogo in cui avrei potuto trovare una persona, la Francia. L'ho cercata senza vergogna in tutti i luoghi possibili, in tutti i partiti politici, in tutti i gruppi, in tutte le sette. Non l'ho trovata da nessuna parte. Riuscivo a malapena a strapparne alcuni brani sparsi qua e la ”.
Nel Parti populaire Drieu scopri uomini come lui, animati dalla stessa passione, tormentati dalla stessa ansia. “Tutte le persone che stavano là avevano cercato la loro strada, avevano sofferto, avevano urtato in se stessi e negli altri contro contraddizioni terribili ed erano riuscite a superarle solo a prezzo di un accanimento continuo, di una ostinazione spesso disperata”.
L'isolamento di Drieu era finito, la sua solitudine testimone e di profeta apparteneva al passato: non era più uno delle migliaia di individui del mondo moderno che tremano di freddo nelle piccole stanze delle grandi città
e sentono il bisogno di raggrupparsi per conservare un po’ di calore. Nella formazione fascista la paralisi dell'individualismo è superata e gli uomini imparano di nuovo la vita di gruppo. “Li non si vive più soli, si vive assieme, li uno muore più' nel suo cantuccio, ma vive”, scriveva in Doriot. Alla diversa condizione umana che si affermava nel gruppo fascista corrispondeva una diversa concezione della libertà, che non era più intesa come autonomia individuale ma come forza personale; e la forza personale più grande, notava Drieu, deriva dal far parte di un gruppo e dal vivere attraverso di esso: la libertà è “il potere che deriva a un uomo dall'essere legato ad altri”.
Drieu non era il solo a vedere nel fascismo l'affermarsi di un “uomo nuovo” e di una nuova condizione umana, anzi, il porre l'accento su questo aspetto non era dei literati ma apparteneva alla sostanza dell'ideale fascista come risposta al male esistenziale e morale della democrazia contro cui la “rivoluzione del XX secolo” si levava. Il fascismo scriveva Paul Marion nel suo Programme du Parti Populaire Francais (1938) si propone di infrangere “il guscio di egoismo” in cui la democrazia chiude l'uomo e di far rivivere “il gusto del rischio, la fiducia in se stessi il senso del gruppo, il gusto per gli slanci collettivi e memoria di quelle fedi unanimi che hanno reso possibili le cattedrali ed i miracoli di Francia”.
Ciò che spingerà Drieu ad impegnarsi con Doriot non sarà quindi tanto il programma del Parti populaire, ancora vago, quanto lo spirito di esso e la logica cui risponde vano la sua nascita e la sua azione.“Il programma verrà domani”, scriverà nella prefazione a Avec Doriot. Per Drieu, d'altronde, non poteva essere diversamente: egli aveva una concezione della politica completamente diversa da quella affermatasi in Europa con la rivoluzione dell'Ottantanove giudicata “un'ignobile prostituzione delle alte discipline” e vedeva nell'azione politica e non altrove la nobiltà della vita. La politica per Drieu non era, in breve, la scienza del relativo, ma un assoluto il cui ruolo era identico a quello della metafisica.
Coerentemente con questi presupposti, Drieu non privilegerà mai nelle sue analisi e nelle sue polemiche l'aspetto tecnico e contingente della politica. Il suo impegno avrà sempre, dall'inizio alla fine, un respiro vasto, una motivazione profonda le cui radici affondavano nella sofferta consapevolezza della condizione umana, fisica e spirituale, del singolo e delle collettività. Indicativa di questo suo modo d’intendere la politica è la definizione che diede del fascismo, in un articolo scritto per il settimanale di Doriot. “ La definizione più profonda del fascismo - scriveva Drieu - è la seguente: è il movimento politico che promuove più sinceramente, più radicalmente una grande rivoluzione dei costumi, la restaurazione del corpo - che si riesprime nella salute, nella dignità, nel pieno rifiorire della propria personalità, nell'eroismo - la difesa dell'uomo contro la metropoli e la macchina. Il fascismo, che assimila gli aspetti realistici del socialismo senza cadere nell'utopia, supera il socialismo per il senso dell'uomo”.
Con il fascismo era nato e si andava affermando - pensava Drieu condividendo l'opinione dei fascisti – un “uomo nuovo”.
In questi brani del suo saggio più importante c'è tutto Drieu. C'è la tragica consapevolezza della decadenza dell'uomo e delle cose e c'è la certezza della rinascita, c'è la concezione metafisica della politica, c'è la volontà di un nuova disciplina, e c'è il riflesso della sua religiosità, del suo senso del divino. C'è infine, esposta con un linguaggio a scatti, appassionato e nervoso, spesso con frasi violente e concetti paradossali, la sua filosofia monista, la sua teoria dell'uomo come unità inscindibile di anima e corpo – per altro tipicamente fascista. Rimane fuori solo il tema dell'Europa, del destino dell'Europa, che ha nutrito tutta la meditazione politica di Drieu e che in lui è stato sempre intimamente connesso con i temi della nazione e del Socialismo, della decadenza, dell'uomo nuovo e del fascismo.
“Sono diventato fascista perché ho misurato i progressi della decadenza in Europa. Ho visto nel fascismo il solo mezzo per frenare e arrestare questa decadenza”: è questa la più comprensiva spiegazione che abbia mai dato del suo impegno politico.
L'Europa per Drieu era un valore primario, un assoluto. Un valore minacciato da vicino dai due imperialismi russo e americano, dalla decadenza materiale e spirituale dei popoli europei, dalle divisioni nazionalistiche.
“E’ sorta l'America - aveva scritto in Mesure de la France, nel 1931 - quindi bisogna rifare tutta la scala delle grandezze politiche. L'intrusione nella storia occidentale, un tempo legata storicamente all'Europa e alle sue imprese misurate, di un impero così formidabile per estensione ed energia, il cui territorio è al riparo da ogni minaccia ed è quasi posto su un altro pianeta, distrugge il ritmo dei vecchi rapporti.
Avremo bisogno di un po' di tempo per riprenderci. Ma non è tutto: l'America non è un'eccezione. Ecco che dall’altra parte del mondo si muove, in un furore che ricorda nascita d'Ercole, la nuova Russia, l'altra potenza di domani. Popoli d'Europa, divisi ed estenuati, noi siamo stretti fra due masse, l'America e la Russia, queste due immense metà di un orizzonte di bronzo. Non dobbiamo più ragionare secondo i moduli dell'interesse politico nazionale. Sarà la Russia a rispondere al problema che interessa oggi destino dell'uomo? Ma anche i popoli americani, tanto ricchi di mezzi materiali e morali quanto sprovvisti di principi, si pongono questo problema. Forse il dialogo fra queste due persone oscure, fra questi due mezzi cori che cominciano già, senza che orecchio umano se ne accorge un canto interrogatore e impaziente, non potrà risolversi senza l'intervento dell'Europa, eterna protagonista, che ora sta ripiegandosi in una dolorosa e confusa gestazione”.
Esiste una sola possibilità di salvezza, secondo Drieu:
gli Stati Uniti d'Europa, la federazione delle nazioni europee. E’ il solo modo, aveva scritto in Mesure de la Frane di “difendere l'Europa da se stessa e dagli altri gruppi umani ”. Bisognava, infine, costruire un impero europeo, questo solo il fascismo poteva farlo. Un impero, “qualcosa che strappa gli uomini a se stessi”: il tema dell'Europa indissolubilmente legato a quello della decadenza.
In Drieu il sentimento della decadenza è acuto, doloroso, totale. Egli vede la morte del corpo e dello spirito nella dissoluzione delle differenze, nella scomparsa dell'individualità, nell'anonimato soffocante: “V'è un'immensa borghesia che assorbe ogni cosa e inghiotte gli aristocratici, i contadini, gli operai - la borghesia, altrimenti detta democrazia, questo immenso pantano putrido fuori dal quale non c’è più nulla”. La morte è ovunque, cammina con le metropoli le banche, i trusts e i sindacati, i music-halles e i parlamenti, il jazz e il buio delle sale cinematografiche dove l'individuo, “esasperato ed estenuato, muore, e da esso genera un comunismo liquido, inevitabile ”. E’ una decadenza che coinvolge tutti: “Siamo tutti degni l'uno dell'altro, tutti gli stessi azionisti della società industriale moderna del capitale di miliardi di carta e di migliaia d’ore di lavoro fastidioso e vano. Che ciò sia a Karkov o a Patin, a Shanghai o a Filadelfia, non è poi la stessa cosa? (...) Non esistono altro che i moderni, gente piena di affari, gente del plusvalore o del salario, che non pensa che a questo e non discute che di questo”.
Di fronte a questa decadenza avrebbe un sapore di arida Ironia il mito democratico del progresso se e non fosse un altro sintomo della morte, una causa anzi della morte: la folle illusione - o la vile menzogna? che aiuta a sopportare, che ci chiude gli occhi dinanzi alla verità, che ci rende più che mai autori della nostra morte come in democrazia l'illusione della libertà ci rende autori della nostra schiavitù. “E’ il mito del progresso che è messo in forse. Un mito meschino e traballante. Nel corso del vostro progresso l'uomo non ha forse perduto la metà di se stesso? Quel che ha guadagnato non è pari a quel che ha perduto?
La concezione religiosa di Drieu si innesta su questo tronco e riceve dalla meditazione sulla condizione umana sempre nuova linfa. Se Drieu pone l'accento sul corpo – lo abbiamo visto - non è per negare lo spirito ma per affermarlo: “Il corpo è la manifestazione e lo strumento con cui si articola lo spirito”. Duemila anni di dogmatismo e moralismo cristiano, ha scritto Adriano Romualdi nel suo saggio su Drieu, “hanno fatto dimenticare che spiritualità non è amore del prossimo, bacchettoneria, sentimentalismo ma innanzitutto forza interiore che costringe tutto l'essere nell'uomo in una forma fisico-psichica di severità, chiarezza, dura essenzialità. Drieu si incarica di ricordalo. E in questo senso che va intesa la necessità da lui formulata di una religione che equilibri il corpo e l'anima”.
Dietro questa concezione sta una precisa visione metafisica:“al di là delle categorie di anima e corpo noi vediamo l'Essere”. Questo sentimento dell'Essere inteso come energia spirituale che pervade l'intero mondo fisico costituisce il centro della concezione religiosa di Drieu, ciò che gli farà ritenere l'idea di Dio un ostacolo alla percezione del divino. Di Gilles, il protagonista del romanzo omonimo che altri non è se non Drieu stesso, scrive che: “I preti erano riusciti ad insegnargli cos'era la virtù, uno sforzo contro tutto, ma non erano riusciti a fargli comprendere Dio”.
Drieu ha sentito l'essenza del divino, ha scritto Adriano Romualdi, “in qualcosa che è lontanissimo dalle concezioni umanitarie, dalle parole d'ordine delle Chiese e degli istituti di carità, ma che sta raccolto e contenuto in se stesso in puro, abbagliante splendore, al di là dell'umano, al di là del bene e del male. Il Dio di cui Drieu parla non è il "Dio psicologo, psicagogo e psicopompo, questo Deus ex machina dei romanzieri" ma è l'unico di Plotino, il Nirvana dei Buddhisti, l'Atman dei grandi mistici ariani dell'India, l’abisso intraveduto da Meister Eckhart, Ruysbroeck l'Ammirabile e dagli altri grandi contemplatori dell'Europa gotica medievale. Anzi, più si inoltra nella sua meditazione e più egli prova fastidio della stessa parola Dio. Scrive in una delle ultime pagine del diario: "Diventare sempre più mistico. La parola Dio inganna e ostacola lo slancio spirituale". E, ancora più audacemente: “Per raggiungere una vera nozione del divino bisogna perdere l'idea di un Dio per sublime che essa sia”.
La forza di Drìeu, il suo pessimismo eroico, la spinta irresistibile che lo portava sempre più avanti impedendogli di arrendersi o di giocare consapevolmente con la propria coscienza, nasceva non solo dal carattere dell'uomo - tutt'altro che decadente - ma anche da queste sue convinzioni, dalla natura della sua religiosità. Non a torto un suo biografo ha avvicinato la personalità di Drieu al Cavaliere della famosa incisione di Dùrer, che procede impassibile fra la Morte e il Diavolo.
Lo spettacolo della decadenza, della morte non costituirà mai per Drieu la tentazione di fuggire ma anzi stimolo - e quasi l'obbligo a costruire “la torre della nostra disperazione e del nostro orgoglio”, che egli vedeva come il pilastro incrollabile della nuova realtà che si andava affermando.
L'impegno politico e letterario prima, e la testimonia estrema poi, costituiranno i due momenti della lotta Drieu contro la morte, alla quale egli non rinuncerà nemmeno quando si troverà di fronte al crollo delle sue speranze.
Il carattere sempre più fosco che assumerà la tragedia dell'Europa non priverà Drieu della sua lucidità. Fra il ’43 e il '45, fra la caduta di Mussolini e il momento del sacrificio estremo, Drieu fece il bilancio del fascismo, un consuntivo che nessuno meglio di lui - raro esempio di “vero fascista”, come lo ha definito Alastair Hamilton - poteva tracciare. Sono pagine impressionanti per la lucidità l'analisi e per le visioni profetiche che le animano.
Il fascismo scriveva in Notes sur des événements, pubblicato su “La révolution nationale” del 14 agosto 1943 non ha mai avuto un atteggiamento chiaro, malgrado le sue affermazioni verbali, nei confronti di tre questioni vitali:
1. Dal punto di vista politico ha soffocato la sorgente popolare dell'autorità. Ha rinunciato molto presto alle consultazioni plebiscitarie da cui aveva ricavato una parte della sua forza.
Ma un governo autoritario, soprattutto quando operi in regime monarchico deve essere plebiscitario e popolare, deve mantenere un rapporto dialettico tra le masse e se stesso. Non deve accontentarsi della acquiescenza del partito unico o almeno deve tentare di rendere questa acquiescenza viva e spontanea; ma per realizzare ciò è necessario rivivificare continuamente il partito con il paese e il paese con il partito. Anche in Russia è avvenuta la stessa cosa; i grandi moti di sabotaggio, che hanno provocato le purghe anteriori al '39 e forse il sorgere del movimento Vlassov, provano che anche Stalin ha perduto in certi periodi il contatto con il popolo. La dittatura del capo e del partito si sterilizza e si trasforma in burocrazia e in folklore da parata dal momento in cui la dialettica tra il popolo e il partito cessa di esistere.
2. Da un punto di vista sociale l'opera del fascismo è sempre stata insufficiente. Il corporativismo non è una soluzione. Come dimostrato la sua impotenza in Francia, così, penso, l'ha dimostra in Italia.
Il corporativismo serve solo come via verso il socialismo quando lo si trasforma in un freno, si suscita solo malcontento lo stesso malcontento che provoca un'ipocrisia meschina. Il corporativismo italiano, proprio per le sue insufficienze e ambiguità, servito di metodo a tutti i regimi temporeggiatori e camuffati ci cercano di vivacchiare fra il periodo capitalista democratico e periodo socialista. Questo sistema ha irrobustito solo i monopoli e i trusts sotto il controllo rispettoso e timido dello Stato. D'altronde siamo giunti oggi a una situazione paradossale: il capitalismo ha cominciato a odiare il corporativismo che aveva accolto nei primi tempi come la sua Salvezza. Quindi il regime fascista doveva cadere o sotto i colpi della reazione capitalista sotto un'altra forza.
3. Dal punto di vista internazionale il fascismo è stato vittima del dramma che si sta sviluppando in tutta l'Europa, dramma che mostra che non ha saputo trovare alcuna soluzione ai gravi problemi dell'equilibrio fra nazionalismo e internazionalismo, fra velleità imperialista e l'esigenza di subordinare la sua politica a quella di un impero più vasto del suo. Il fascismo si è rivolto dapprima contro l'Inghilterra e l'America, ma in seguito non è riuscito nemmeno ad armonizzarsi con la Germania. Era un problema che andava al di là della responsabilità di Mussolini e del sistema italiano e che poteva essere risolto solo con uno spirito europeo estremamente aperto e rivoluzionario, dove sarebbero state finalmente eliminate le vecchie diffidenze dei nazionalismi di un tempo. Ma ormai è troppo tardi per parlare di tutto ciò: è tempo perduto.
La critica di Drieu ed è molto significativa ripeteva inconsapevolmente quella che da molti anni conducevano nei confronti del regime i “veri fascisti”. Una Critica che sfociava nel prospettare l'esigenza di “realizzare la rivoluzione”: la “rivoluzione fascista” era rimasta incompiuta, era stata frenata dalle forze che il regime aveva incorporato.
Ma è interessante esaminare - continuava Drieu - il carattere che sta assumendo la restaurazione liberale nata da poco tempo a Roma.
Lo abbiamo già notato ad Algeri e lo noteremo anche altrove: una restaurazione ha sempre un carattere senile, che si esprime attraverso la minuzia e il formalismo.
La prima reazione è di rimettere le cose al posto in cui erano prima della catastrofe. Si raccolgono i frammenti, si cerca incollarne uno all'altro, si rifanno delle poltrone su cui si pongono gli stessi uomini, se sono ancora vivi; essi infine riprendono i gesti interrotti come macchine automatiche che si rimettono in funzione dopo un lungo disuso. Ma tutto ciò si rivela, al di là delle apparenze superficiali, inutile. Però può durare anche a lungo, finché non passa quel senso di affaticamento che l'ha provocato.
Le restaurazioni, a cui stiamo assistendo e assisteremo, riveleranno molto presto il loro carattere anacronistico, terribilmente anacronistico. Ci sarà una nuova ondata di fronti popolari, più o meno diretti da generali reazionari, i quali dimostreranno con molta fretta che il fascismo è, sull'inevitabile calvario socialista, una stazione molto tranquilla e calma, che si rimpiangerà quando ci troverà sul pendio di un'anarchia neodemocratica al fondo della quale aspettano tranquillamente i comunisti. Insomma, c'è solo una forza in Europa che può trarre vantaggio alla lunga dalla sconfitta dei primi socialismi nazionali, rivelatisi insufficienti: il comunismo.
E’ interessante notare che, con la caduta del fascismo, il rovesciamento rimane un fatto teorico, ridotto solo alla sostituzione di persone, mentre non vengono abrogate e sostituite le riforme necessarie del fascismo perché non esistono altre soluzioni di ricambio eccetto che quelle socialiste, cioè ancora più autoritarie, anzi comuniste; in ogni caso non certo democratiche né parlamentari.
Per esempio come è possibile sostituire il Sistema Corporativo? Come fare a sopprimerlo? Questo sistema è insufficiente, è vero; ma è insufficiente perché non è abbastanza socialista e non, come dicono alcuni perché non è abbastanza liberale. Intanto però non si vuole ammettere la verità e nei giornali si sostiene che il corporativismo può trasformarsi in sindacalismo, che il sindacalismo deve essere democratico, che è possibile essere nello stesso tempo liberali e socialisti; in pratica malgrado tutte queste belle parole, si è obbligati a mantenere quel minimo di dirigismo che è appunto il corporativismo. I gollisti cominciano ad annunciare che saranno obbligati a mantenere “ per i primi tempi ” la struttura economica e sociale abbozzata da Vichy.
Le soluzioni sono due: o il corporativismo è autoritario - e rimane in mano ai capitalisti - oppure è democratico e allora attraverso una serie di manovre cade in mano ai sindacati comunisti che lo trasformano in un Sistema autoritario. Il Corporativismo solo un mezzo, un punto di passaggio.
In D'une dictature à l'autre, pubblicato su “La révolution nationale” del 28 agosto 1943, scriveva:
Dal punto di vista economico il fascismo italiano poteva sembrare una giusta via di mezzo fra il capitalismo e il comunismo. Ciò fu dapprima la sua forza e poi la sua debolezza.
Il sistema mostrò nei primi tempi i vantaggi della moderazione Ma in seguito rivelò solo più gli inconvenienti della timidezza. Man mano che il tempo passava il corporativismo si dimostrava sempre più insufficiente e il socialismo diventava sempre più necessario.
Allora il contrasto fra la prudenza nelle riforme sociali e l'audacia in campo militare si fece sempre più stridente. Gli uomini del nostro tempo accettano il nazionalismo solo se sono sicuri che è nel socialismo. L'etica degli eserciti penetra nelle fabbriche e nelle cascine.
L'Italia era molto povera, tragicamente povera. Non aveva né carbone, né ferro. Solo il socialismo avrebbe permesso di sopportare questa povertà.
In “Bilan fasciste”, un inedito pubblicato la prima volta nel dicembre 1950 dalla rivista “84” con la data del 15 luglio 1944 e ripubblicato da “Défense de l'Occident” nel 1958 con il titolo Notes sur l'Allemagne e con la data del dicembre 1944, scriveva:
Quali sono state le ragioni del fallimento della politica nazista? La causa più immediata è dovuta al carattere immodificabile assunto gli inizi dalla rivoluzione hitleriana. Questa rivoluzione non fu spinta alle ultime conseguenze in nessun campo. In vero, i nazisti i fascisti non volevano fare tabula rasa di tutto come i bolscevichi, volevano evitare le enormi distruzioni di beni e di vite conseguenti un rivolgimento brusco e totale: pensavano anzi di utilizzare molti elementi della società precedente nella nuova. Ma l'inflessione conservatrice ha avuto il sopravvento su quella innovatrice. In primo luogo la rivoluzione nazista ha utilizzato troppi uomini del vecchio regime nelle nuove strutture economiche e militari: ha risparmiato i misura esagerata il personale del regime capitalista e della Reichsrehr. Questo duplice errore è venuto alla luce il 30 giugno 1934. In quel momento Hitler avrebbe potuto colpire una volta per tutte deviazione di destra.
Non avendolo fatto, o meglio avendolo realizzato minimamente, è successo che con lo scoppio della guerra si sono rivelate come correggibili le conseguenze di questa insufficienza politica. La politica tedesca in tutti i paesi europei soggetti ad occupazione è stata rovinata dai pregiudizi, dalle vecchie consuetudini della guerra dalla diplomazia: non è stata capace di trarre qualcosa di nuovo di forte dalla magnifica occasione che le era stata offerta. Si è mostrata incapace di trasformare una guerra di conquista in una guerra rivoluzionaria. Ha ridotto inizialmente la violenza al minimo conquistare l'opinione pubblica europea: ma ha raggiunto un risultato opposto e ha visto la maggior parte degli europei assumere un atteggiamento ostile perché non avevano ricevuto dal vincitore nessuna riforma interessante e positiva.
Una politica tedesca nuova avrebbe dovuto compiere le seguenti riforme:
1. Avrebbe dovuto evitare ogni atteggiamento che potesse anche lontanamente ricordare la vecchia politica di conquiste militari, di vittorie diplomatiche, di accaparramenti economici. Non avrebbe dovuto alzare la bandiera tedesca sui monumenti pubblici né avrebbe dovuto togliere le bandiere nazionali e proibire gli inni nazionali; avrebbe dovuto evitare sfilate e riviste militari. Avrebbe dovuto rispettare dappertutto le autonomie nazionali dal punto di vista amministrativo e politico, non avrebbe dovuto compiere annessioni, secondo un vecchio costume, come quelle della Boemia, dell'Alsazia, della Francia settentrionale e della Polonia. Non avrebbe dovuto sequestrare in fretta e furia le società anonime, i macchinari industriali, i fondi delle banche, le industrie e le ditte private.
2. In compenso avrebbe dovuto liberare i prigionieri utilizzare l’arma dei plebisciti per fare direttamente con i popoli i trattati di pace o gli armistizi; avrebbe dovuto abolire le frontiere doganali e creare un'unione doganale europea.
3. Avrebbe dovuto attuare non più una politica nazionalista, ma internazionale; o meglio avrebbe dovuto integrare la sua politica nazionale in una politica internazionale. Solo così avrebbe potuto battere le nazioni rivali, cioè la Russia, che ha a sua disposizione l’internazionale comunista, l'internazionale ortodossa e forse anche quella musulmana, l'America e l'Inghilterra che hanno alle loro dipendenze le internazionali democratica, massonica, protestante, cattolica ed ebraica.
Il mito dell'Europa unita avrebbe dovuto essere concretizzato in una serie di realizzazioni spettacolari e profonde.
Nello stesso tempo, alle misure politiche europee, di per sé necessarie ma ancora insufficienti, bisognava aggiungere alcune riforme di struttura che creassero una vera e propria internazionale sociale. Bisognava creare in ogni paese un partito nazionalsocialista e confederarli tutti in un'internazionale nazionalsocialista europea sede a Strasburgo o a Bruxelles. I tentativi norvegesi e olandesi dei Quisling sono falliti perché non erano inquadrati in un vasto movimento europeo [...].
Il nazismo ha rispettato superficialmente e stupidamente le autonomie e le sovranità nazionali, pronto pero a scalzarle con i vecchi strumenti diplomatici, militari e finanziari. Avrebbe fatto meglio a sollecitarle e a costringerle apertamente in modo da ottenere certi risultati economici e sociali e da offrire ai vari popoli libertà reale facendoli partecipare alla potenza liberatrice di un organismo europeo posto al servizio di tutti.
L'egemonia tedesca - un'egemonia è sempre necessaria - ebbe assunto un carattere stabile poggiando su una base federativa e dando a questo principio e alla sua applicazione un significato profondo, un orientamento preciso: i tedeschi dovevano insomma creare un socialismo generalizzato secondo i principi del Fronte del Lavoro e della Forza e Gioia, ma ancora più rafforzati! [...].
Nel 1933 egli avrebbe dovuto imitare Stalin e ripulire completamente l'esercito rinnovando gli stati maggiori e il Corpo degli ufficiali. Avrebbe dovuto rinunciare alle antiche virtù dell'esercito prussiano (esercito oggi condannato perché le armate russe stanno per distruggere nella Prussia il nido degli junkers) e costruire un esercito completamente nuovo, meno preparato da una lunga consuetudine, ma rivivificato tecnicamente da uno spirito politico interamente nuovo.
E stata la Wehrmacht a suggerire a Hitler la sua deplorevole politica di occupazione basata sulle conquiste, sulle parate militari le guarnigioni nelle città, sulle scaramucce diplomatiche (si rispettano il presidente Hàcha e il maresciallo Pétain, ma li si tiene prigionieri). La Wehrmacht non voleva la GESTAPO in Francia, ma con il suo atteggiamento ottuso ha favorito il terrorismo che all'ultimo non poteva essere combattuto che dalla GESTAPO.
La Wehrmacht si crede liberale, ma il suo comportamento rivela tutte le ipocrisie reazionarie che allignano nel liberalismo.
Pare che Hitler, dopo alcuni slanci, alcuni sprazzi di genialità, l'hanno momentaneamente e parzialmente opposto alla Wehrmacht fino al 1942, si sia alla fine rassegnato, umiliato e definitivamente sottomesso al cattivo genio di questa Wehrmacht, istituzione vecchia, rinsecchita e che porterà alla distruzione tutti i resti del conservatorismo monarchico e aristocratico europeo.
Così il fallimento di una guerra è nato dal fallimento della rivoluzione economica, sociale e politica. Ogni fallimento è legato agli altri. Hitler, messo in crisi dalla Wehrmacht, ha compiuto un enorme sbaglio riproponendo una guerra sottomarina simile a quella del 1917 e non ha saputo cogliere le nuove condizioni della guerra aerea. A questo proposito è facile cogliere il nodo dove si avviluppano tutti gli altri fallimenti. Solo una rivoluzione socialista europea che avesse superato le autonomie politiche, le frontiere economiche, che avesse raccolto le masse, avrebbe potuto permettere alla Germania un'industria bellica dalle dimensioni pari a quelle americana e russa. La Germania, incapace per un insufficiente spirito rivoluzionario di diventare europea, non ha saputo compiere le necessarie innovazioni in campo economico, industriale e scientifico; (il suo vecchio campo preferito) e non ha saputo fare una guerra di tipo continentale contro due potenze Continentali. Ha costruito tre o quattromila aeroplani contro i dodicimila o quindicimila degli avversari. La Germania, invece di liberare l'Europa dal suo arcaismo piccolo-borghese e nazionalista, è ricaduta di nuovo in esso.
Nel Journal, alla data 18 febbraio 1945 Drieu analizzava di nuovo fascismo e bolscevismo ponendoli uno accanto all’altro:
I marxisti hanno sostenuto che il fascismo era semplicemente strumento di difesa creato dal capitalismo per contrastare l’avanzata del socialcomunismo. Ma l'atteggiamento del capitalismo, appoggiato solo parzialmente e malvolentieri la formazione fascismo e dell'hitlerismo, e poi si è schierato contro ed ha contribuito alla loro caduta, dimostra che il rapporto era più complesso.
I fascismo è nato e si è sviluppato negli ambienti della piccola borghesia che non erano influenzati dal capitalismo, anzi gli erano contrari.
A parer mio, gli elementi fondamentali del fascismo sono i seguenti:
1. Il puro nazionalismo, assunto al di là di ogni contrapposizione di classi, è stato l'espressione di una reazione contro il trattato Versailles, di una reazione contro gli asservimenti provocati da Versailles.
2. Un nuovo slancio della piccola borghesia, diverso dai movimenti e dagli atteggiamenti democratici assunti da essa nei paesi dove la democrazia non aveva tradizioni antiche e si trovava colpita difficoltà economiche che superavano la pura democrazia politica.
3. La crisi del sindacalismo, del socialismo e dell'anarchismo hanno reagito di fronte alla nascita del comunismo orientale ne hanno capita la lezione. Le élites fasciste sono state costituite uomini provenienti dai gruppi sindacali, anarchici, socialisti e giovani senza partito, e solo eccezionalmente da elementi dell'alta borghesia dell’aristocrazia e dei vecchi partiti di destra. Le Chiese sono state estranee o ostili, sia partendo da un vecchio punto di reazionario che da un vecchio punto di vista liberale. Riassumendo, possiamo dire che il fascismo è stato un tentativo compiuto da elementi di ogni categoria sociale per sfuggire al destino marxista incorporando una parte, una parte troppo esigua del suo metodo.
I fascismo è stato un movimento di massa nel suo periodo d’innocenza e di formazione problematica. Ma ha continuato ad esserlo anche a causa della sclerosi del partito all'interno della me e a causa del mancato sviluppo sindacalista e socialista temo del movimento.
In questo momento parlo del fascismo nella sua più targa acce­zione, ma forse vi sono differenze essenziali fra il fascismo italiano ed il nazismo. Il nazismo ha attuato maggiori riforme socialiste e popolari e quindi è rimasto sino alla fine un movimento di masse. Le guerre scatenate dagli stati fascisti sono state loro fatali. io interrotto lo sviluppo sociale dei movimenti, ridato fiato e indipendenza alle strutture capitaliste, mantenute ancora in vita e giudicate indispensabili per l'economia di guerra, e alle strutture militari legate al capitalismo ed espressione di esso.
Durante la guerra il fascismo è stato soffocato da tutti i nemici che aveva risparmiato. Non era stato abbastanza rivoluzionario, abbastanza sanguinoso (perché non era abbastanza socialista). morto a causa della sua timidezza. E la crudeltà dimostrata all'ultimo, ha affrettato la sua caduta poiché ha combattuto i nemici esclusivamente attraverso le guerre nazionaliste, proclamando i vantaggi del nazionalismo.
Anche il bolscevismo è stato attuato da elementi di ogni classe ma è riuscito ad avere uno slancio irresistibile portando a termine, almeno in apparenza, il programma socialista.
La timidezza del fascismo invece è dovuta alla stanchezza storica delle nazioni europee che si sono trovate di fronte alla freschezza della Russia.
Per capire a fondo il dramma dei fascisti europei bisogna scavare sotto il dramma economico e cogliere il dramma nazionalista e razzista. Il marxista di un tempo non considerava questi elementi, ma la Russia sta sottolineandone, meglio di ogni altra nazione, l'importanza.
Sotto il dramma sociale italiano, c'è un dramma razziale; possiamo dire la stessa cosa per la Spagna e il Portogallo. Si trattò di uno sforzo disperato compiuto dai popoli mediterranei cattolici per superare la situazione di inferiorità in cui si trovano per mancanza di materie prime, per la loro posizione geografica su un mare che è diventato secondario e che è stato bloccato da lungo tempo dagli anglosassoni. E’ un tentativo di rivolta contro l'egemonia anglosassone e, quasi profeticamente, contro l'egemonia slava incalzante.
Dopo Stalingrado tutto è chiaro. L'Europa non può più fare niente. La Germania, la sola nazione capace di confederare l'Europa contro gli Slavi, ha dimostrato con la sua incapacità politica, con a sua timidezza in campo sociale, che l'Europa è finita. La Germania ha perduto l'Europa a causa della poca energia impiegata nel tentativo di salvarla. La sterilità definitiva del genio tedesco, dopo quella francese, inglese e italiana dal 1918 al 1939, condanna l'Europa unita intorno al suo occidente o al suo centro. L'Europa diventerà una semplice propaggine dell'impero russo verso l'oceano occidentale.
Il fascismo non era rimasto fedele a se stesso, alla propria origine, al ruolo che era chiamato a svolgere. La poesia del XX secolo” - come lo aveva definito Brasillach - era stata ridotta a comune prosa. Commentando la fondazione della Repubblica Sociale Italiana, amaramente Drieu scriveva:
“Ora Mussolini si proclama fascista repubblicano: lo è stato fino al 1921 e avrebbe fatto meglio restarlo anche in seguito, anziché conservare sul trono il suo re e farne un imperatore”.
La delusione - resa più amara dallo spettacolo offerto dal governo di Vichy - per Drieu, come per Brasillach, per Rebatet, per tutti i fascisti, non costituì una spinta alla rinuncia. “Non si tratta, per noi, in questa incertezza da alba, in cui il freddo pungente paralizza le dita, di abbandonare e rinunciare”, aveva scritto Brasillach alla vigilia di Natale del 1942, dopo aver evocato la “vigilia ironica e amara” trascorsa nei dintorni di Parigi in compagnia di giovani camerati. “Si tratta invece, più che mai, di mantenere fede a quella che fu la ragione, e tale resta tuttora. E la ragione non sta dalla parte delle vecchie illusioni della democrazia, di destra o di sinistra, non sta dalla parte della banca inglese o del terrore sovietico: la ragione si trova nel vecchio capo d'Europa donde partì, tremila anni or sono, la civiltà bianca, risiede nella volontà di un mondo nel quale la giustizia e la forza regneranno, l'una accanto all’atra indissolubilmente. Sta nella rivoluzione del XX secolo. Alle soglie del nuovo anno, pur non nutrendo illusioni, non vogliamo perdere la nostra fede nella vita”.
Il presente stesso e il futuro che si annunciava rendevano impossibile la resa per un intellettuale che, come Drieu, sentiva la responsabilità del proprio ruolo. Si avviava la Grande Sera e non si poteva restare a guardare.
“Si sono sistematicamente spezzati tutti i legami del contratto sociale, si è fatto in modo che tutte le forze le quali tenevano avvinti i nodi di tale contratto diventassero completamente inutili e inutilizzabili: non c'è più un governo, non c'è più una giustizia, non c'è più un esercito, non c'è più una polizia”, scriveva Drieu su “La révolution nationale”. Di fronte ad una tale realtà, caratterizzata dal traviamento di una gioventù dedita al mercato nero e al delitto si preparava la totale atomizzazione del corpo sociale in: “una Grande Sera che non sarà quella dei comunisti né anarchici, una Grande Sera che sarà il caos perfetto”. Ma alla notte segue, deve seguire il giorno. Al termine dell’articolo, in cui prevedeva con straordinaria lucidità i cruenti disordini della Liberazione, Drieu annunciava l'Alba doveva seguire la Grande Sera: “E noi, che non siamo borghesi, né conservatori, né reazionari, né democratici cristiani, né massoni, e che siamo capaci, anche noi, di maneggiare il mitra e già cominciamo a maneggiarlo, noi ci interessiamo a quest'Alba ”.
La delusione non lo spingerà a mettersi da parte, a lavarsi le mani della collaborazione e del “fascismo immenso e rosso”. Al contrario, lo indurrà ad assumersi tutte responsabilità ed a testimoniare con la morte, poiché il fallimento della Rivoluzione per lui poteva significare una sola cosa: che bisognava ricominciare da capo per dare Europa ciò che essa attendeva. “E’ meglio salvare l'anima della Rivoluzione che il suo corpo - aveva fatto dire a Saint-Just in Charlotte Corday, il dramma in cui evocava santa del fascismo" -. Il suo corpo è i nostri corpi, cose che non contano. A che serve conservare il potere se diventa una semplice caricatura delle nostre idee, un mostro sangue, contratto dalla paura e dalla violenza? Se noi cadiamo al momento giusto, l'idea sarà raccolta da altri uomini e grazie a noi se ne andrà avanti pura. Dare agli uomini un'idea è una bella cosa”.
Drieu cadrà al momento giusto, il 15 marzo 1945, poche dopo che un ordine di cattura è stato spiccato contro di lui, e poco prima che l'odio dei suoi antichi amici - gli Aragon, gli Eluard, tanti dei quali egli aveva salvato dal carcere - venga soddisfatto. Lo vogliono morto, ed egli stesso vuole morire - “Abbiamo giocato ed io ho perduto. Esigo la morte” - ma lui solo ha il diritto di scegliere il modo e il momento. E’ l'ultimo esempio. Un esempio fecondo, come quello di tutta la sua vita di intellettuale che ha compiuto fino in fondo il dovere che è suo: “andare al di là dell’avvenimento contingente, tentare cammini rischiosi, percorrere tutte le strade possibili della storia” - andare “dove non c'è nessuno”.

CARLO CERBONE