mercoledì 30 aprile 2025

𝐒𝐄 𝐈𝐋 𝐅𝐔̈𝐇𝐑𝐄𝐑 𝐄𝐒𝐂𝐄 𝐃𝐀𝐆𝐋𝐈 𝐀𝐑𝐌𝐀𝐃𝐈 ...

ndiviso con Solo io

«L'ombra sua torna
»: ma completare il verso di Dante riuscirebbe ingannevole, ché "dipartita" non s'era, propriamente, mai. Si celava in latebre donde oggi riaffiora. È la moda, sentenzia il superficiale. Lo stupido ricanta i ritornelli della nostalgia, immutati da mezzo secolo come i dogmi della colpa collettiva dei tedeschi. Cinquantaquattro anni dopo esser svanita nelle fiamme d'apocalisse, l'immagine del Führer riemerge fluttuante in quella zona che i tedeschi chiamano «l'industria della coscienza», stampa, cinematografo, archivi di fotografie: sono pellicole, serie di articoli nelle riviste, biografie, compilazioni frettolose chiamate "dossiers". Alcune sono tradotte, per lo più male, in lingue straniere. Più di un "ritorno", che è pura assurdità, sono sintomi, moltiplicati da mezzi e momenti eterogenei, dell'agitarsi di quella figura nella coscienza della nazione. Rispetto alla riunificazione quasi decennale, non appaiono causa, né conseguenza. La loro interpretazione va ricercata in una contabilità del tutto diversa.
Nostalgia? Assurdo. Rimorso d'averlo acclamato e seguito? Sarebbe cosa per pochi vegliardi. Fascino retrospettivo? O, meglio, tentativo di capire, previa rimozione della damnatio memoriae imposta dai vincitori alla nazione vinta e voluttuosamente accettata dai suoi nuovi capi, secondo quel "lavaggio del carattere" che il conte von Schrenck-Notzing smontò e descrisse?
Chi fu Hitler? Fu un "mostro", ossia uno di quei fuorilegge della politica e della morale che periodicamente violentano la vergine storia? Bonaparte fu ascritto a questa categoria. Chi conosce argomenti e toni della propaganda antinapoleonica non ha dubbi. La demonizzazione risultò allora alcuni decenni più breve solo perché i mezzi di persuasione non avevano raggiunto la forza del secolo ventesimo. A ritrarre i crimini del Terzo Reich furon chiamati maghi della fotografia e del cinema, Hitchcock per primo. Oppure, fu il prodotto ineluttabile di quelle forze elementari che foggiano il destino dei popoli, scatenate e potenziate dalla ribellione ai giganteschi torti subiti? I cronisti della stampa internazionale che si affollavano nel salone di Versailles quando il testo del "Trattato" fu presentato ai tedeschi che dovevano firmarlo, pena l'invasione e l'annichilimento, descrissero il contegno del conte Brockdorff-Rantzau, ministro degli Esteri dell'appena nata Repubblica tedesca, con parole come «gelida superbia», mentre il Conte, data un'occhiata al testo, fino allora sconosciuto, ne restò inebetito e come «esamine, sul punto di svenire per la disperazione».
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La lingua tedesca possiede un verbo e un sostantivo soltanto suoi, il cui uso si è moltiplicato dopo la rovina e l'umiliazione del Reich: bewaeltigen e Bewaeltung: verbo e sostantivo si lasciano correttamente tradurre soltanto in perifrasi. Entrambi sono amplificazioni della radice indogermanica ual, da cui discendono il latino valere e tutti i nostri valore, valuta, essere forte, avere valore. Die Vergangenheit bewaeltigen significa far forza al passato, digerirlo, archiviarlo, non esserne più ossessionati. Ecco il probabile nodo, con le difficoltà di scioglierlo, che simile ritorno porta alla superficie dell'anima tedesca. Le elezioni non c'entrano. C'entra ancora la domanda: Chi fu Hitler? Quei pochi che poterono guardarlo vivere, da vicino, misurarono la forza e la debolezza dell'uomo, anche se metterle in reciproco rapporto era cosa da pochi. L'una stava nel magnetismo che irradiava sulle folle, l'altra nell'incapacità ad avere nella vita altro interlocutore che se stesso.
Si può dire che fosse l'antitesi di Bismarck. Questi provocò violente opposizioni nelle assemblee e cominciò a magnetizzare la nazione soltanto dopo il ritiro dal governo. Ma la sua conversazione politica si insinuava nella coscienza dell'interlocutore, la penetrava, l'avvolgeva nelle spire della sua dialettica. La rimodellava: nella sua conversazione erano ironia, bonomia, crudeltà, charme, brutalità, poesia, sovrana padronanza di tutta l'umana tastiera. Hitler uomo di stato fu incapace di condurre una vera conversazione politica. L'interlocutore aveva l'impressione che le proprie parole cadessero in un vuoto. Hitler non sembrava percepirle, e quando alla sua volta parlava, guardava sovente l'interprete, ossia se stesso, laddove Bismarck succhiava il cervello dell'interlocutore e ne traeva nutrimento per la propria politica.
«È così bravo, dicono con espressione sorprendente i suoi collaboratori. Gli presentano persone, stringe mani tese con sguardo assente, risponde qualche parola. E noi restiamo lì, stupiti, senza capire. Bisogna guardare i suoi occhi. In quel viso insignificante, loro soli contano. Sono occhi di un altro mondo, occhi strani di un azzurro profondo e nero, dove la pupilla si distingue appena. Come indovinare che cosa passa? Che cosa abbiamo in comune con quegli occhi? La prima impressione, la più prodigiosa, rimane: sono occhi tristi. Un'angoscia quasi insormontabile, un'ansia inaudita vi hanno dimora ... ».
Le migliori descrizioni, tutte di stranieri, anche il superbo ritratto di Jacques de Benoist-Méchin, ridicono quest'istantanea di Robert Brasillach. In quel potere ipnotico sulle folle, in quella solitudine incapace di scrutare, vagliare, assimilare e politicamente utilizzare il pensiero e l'animo di un interlocutore furono la ragione e la causa della sua catastrofe.
E ciò premesso: fu un "eroe" nel senso dato al termine da Carlyle? Oppure, un "uomo rappresentativo", quale lo concepiva Emerson? Qui sta il problema che la coscienza germanica non riesce a bewaeltigen, sistemare e archiviare. In una pacata ma tremenda riflessione del 1948, Ludwig Dehio, uno storico liberale che aveva attraversato la dittatura, osservò che «nel Terzo Reich, una delle grandi nazioni europee ancor vigorosa e piena di vita, dovette lottare per la prima volta con lo spettro della morte. Non s'era mai visto nella storia europea». Soltanto dopo ottant'anni di polemiche gli storici e quel po' di pubblica opinione che ancora s'interessa a queste inezie, si arrendono all'idea che, se di responsabilità è il caso di parlare nelle origini della Prima guerra mondiale, i responsabili furono cinque, quante le potenze del giuoco, e le responsabilità non sono ancora state dosate e graduate. Passerà forse un altro secolo prima che i posteri capitolino dinanzi alla verità della Seconda guerra: che Gran Bretagna e Francia, dopo averne lasciati sfuggire quattro, colsero al volo l'ultimo pretesto contrattuale per riportare la Germania nei ceppi di Versailles, e che questo pretesto coincideva con l'ultima correzione legittima del Trattato. **** È incontestabile che, col Terzo Reich, Hitler mescolò alla politica tedesca elementi personali che gravemente la alterarono. Il più fatale fu l'antisemitismo prettamente viennese, maturato negli anni Ottanta dell'Ottocento per un intreccio di cause psicologiche e economiche locali, che Hitler assorbì prima della guerra nella sua "vie de bohême", e si estese al Reich negli anni di miseria nazionale seguiti alla pace imposta e all'inflazione. Le cause economiche non esercitarono sull'individuo Hitler alcuna influenza. Eugen Dollmann ricordava con stupefazione il giorno che il Führer si vantò con Mussolini di non essere mai stato socialista, neppure nella profonda miseria.
Di quegli anni miserabili, l'opinione modellata dai vincitori ripete il cliché del pittore privo di fantasia che copia cartoline di piazze e monumenti, senza figure umane per asserita riluttanza del "mostro" a disegnare i suoi simili. Il Catalogo dei "Dipinti, acquarelli e disegni di architettura", intitolato Adolf Hitler als Maler und Zeichner, compilato dal collezionista americano Billy F. Price, pubblicato dall'editore svizzero Gallant nel 1983 e stampato "by Arnoldo Mondadori Editore, Verona", riproduce (n.601 A, pag.225) il primo abbozzo di quello che sarebbe divenuto il Maggiolino Volkswagen: «Lo tenga lei», disse a Jakob Werlin, direttore della filiale di Monaco della Daimler-Benz, «ne parli con gente che se ne intende più di me. Ma non lo dimentichi...».
Era l'estate del 1932. Tanto poco Werlin se ne dimenticò, che il disegnetto, efficacissimo, appare oggi l'incontestabile incunabolo della più fortunata forma espressa dal disegno dell'industria automobilistica. Chi è Hitler? Il primo o il secondo? Scomodo ma evidente, è tutti e due. Quanto al trapianto dell'antisemitismo viennese nel Reich germanico, che n'era stato fino allora immune, nessuno ha mai studiato, ma che dico, neppure accennato, tra le cause della sua diffusione, alla "dichiarazione Balfour" con cui, nel 1917, la Gran Bretagna promise agli ebrei il "national home" in Palestina, scavando il baratro di un minaccioso malentendu tra gli ebrei tedeschi, fino allora perfettamente integrati, e il Reich, cui cominciarono ad augurare la rovina, premessa al crollo del satellite Ottomano, alle cui spese il Home ebraico doveva realizzarsi. Anche l'antisemitismo elevato a dottrina aveva avuto un precedente in Europa: la revoca dell'Editto di Nantes, che sollevò un'immensa ondata emotiva, ma non fu causa della guerra, così come non era stato l'atto di Luigi XIV a provocare la formazione della Lega di Augusta.
La diatriba sulle stragi degli Ebrei ha scarsa parte nel processo della Bewaeltigung. È certo che non si è mai trovato un ordine, un verbale, un foglio, una firma che attestino responsabilità e perfino la semplice cognizione, da parte del Führer, della cosiddetta "soluzione finale". Un capo di stato è certamente responsabile anche dei crimini che non ha conosciuto, se siano compiuti da funzionari e ufficiali dello Stato, ma il giudizio sulla persona è diverso. Quanti ho conosciuto e interpellato, che conobbero e frequentarono a lungo Hitler (Dollmann, Doenitz, Kesselring, Wolff, Westphal) decisamente esclusero che il Führer avesse parte, e perfino nozione, dei piani le cui responsabilità attribuivano a Himmler e funzionari inferiori come Eichmann. Naturalmente tutti costoro avevano ogni interesse, siccome l'avevano in varie guise servito, a tenere indenne il signore della guerra da queste accuse. Ma occorre aggiungere che, tutt'altro del monolito che comunemente ci si figura, il Terzo Reich fu un labirinto di responsabilità e competenze contraddittorie, fazioni in lotta feroce, oscurità, paradossi.

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Altro nodo che rilutta alla Bewaeltigung, la Seconda guerra mondiale. Le sue origini immediate stavano nelle frontiere orientali, quali i vincitori nella pace di Versailles imposero alla Germania. Le origini lontane, nel caos economico creato in Europa dalla crisi americana. Negli anni Trenta, come poi nei Cinquanta, la Germania poteva sopravvivere soltanto dando pieno sviluppo alla sua immensa capacità di lavoro, esportando i suoi prodotti. Nel benessere crescente degli anni Cinquanta annegò il ricordo delle mutilazioni sofferte e delle rapine patite, di nuovo a titolo di riparazioni. Nella crescente miseria dei primi anni Trenta, il Reich avrebbe dovuto ribellarsi alle rapine e alle inique frontiere anche senza Hitler al potere. Se sulla Francia pesava la responsabilità delle schiaccianti riparazioni e delle immense mutilazioni territoriali, solo gli Stati Uniti furono autori della miseria tedesca per la folle espansione del credito e la criminale tariffa doganale che portò le firme del senatore Smoot e del deputato Harley. Le colpe francesi erano più elementari da classificare. Invece, il liberatore-rieducatore americano ha potuto insegnare al popolo tedesco, nel lavaggio di carattere e memoria seguito alla fine della guerra, storie molto diverse dalla verità. Aut mori, aut pati, il popolo tedesco nella sua identità collettiva e istituzionale dovette piegarsi a fingere di approvare quanto i suoi governanti accettarono, benché falso e imposto. Ora è giunto il momento che quanto resta di coscienza profonda a quel popolo sventurato chiede un riesame. L'uscita dal potere del partito democristiano per cinquanta anni asservito alla verità americana può essere, in piccola parte, anche conseguenza di questa fase della Bewaeltigung. La rimozione del viluppo di menzogne e leggende che costituiva la verità ufficiale ne sarà senz'altro accelerata. La riapparizione di Hitler sugli schermi, nei giornali, nei libri, nei dossiers, è forse il simbolo più appariscente affiorato di una lotta fino ad ora segreta e forse anche inconsapevole. Milano, 19 Novembre 1998

𝐏𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐁𝐮𝐬𝐜𝐚𝐫𝐨𝐥𝐢, 𝑼𝑵𝑨 𝑵𝑨𝒁𝑰𝑶𝑵𝑬 𝑰𝑵 𝑪𝑶𝑴𝑨,𝑀𝑖𝑛𝑒𝑟𝑣𝑎 𝐸𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑝𝑎𝑔g.213-218

venerdì 25 aprile 2025

𝟑.𝟎.𝟏 - 𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐚𝐭𝐚 "𝟐𝟓 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐥𝐞", 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐔.𝐒.𝐀. 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐮𝐛𝐞 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐲, 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐭𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐟𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚.


 di Antonio Pantano


L'operazione militare che gli Alleati imposero in Italia alle loro truppe per invadere e conquistare la pianura padana, oggi si ritiene - con enfasi da sciuscià servili - aver avuto data al 25 aprile 1945. Infatti vige anche con la imposta aura di "giorno di vacanza lavorativa e festa nazionale", pur non condivisa da tutti gli italiani, e non sentita totalmente dai giovani delle generazioni del XXI secolo che ne ignorano l'origine.
Però quel accadimento non avvenne e non si concluse quel giorno, perché in quel giorno la sovranità effettiva a Milano e in Lombardìa, nella Venezia Euganea, nella Venezia Tridentina anche di lingua germanica, nel Friùli e Venezia Giulia del tempo, in Piemonte, e parte dell'Emilia, era ancora, nella forma e nella sostanza, esercitata dalla Repubblica Sociale Italiana, e in quel giorno la vita si svolse normalmente (anche i cinema ed i teatri funzionavano insieme con tutti i servizi pubblici!) nei territori liberi e non conquistati, senza sussulti o interruzioni.
La data del 25 aprile 1945 fu scelta ed imposta dai comandi militari statunitensi solo per farla coincidere col giorno nel quale si insediò ufficialmente Harry Truman a Washington, alla presidenza degli Stati Uniti, in subentro a Franklin D. Roosevelt, morto per disfacimento fisico e crollo mentale 12 giorni prima. Ed in più, perché quel giorno era stato deciso durante la conferenza di Yalta, tra il 4 e l'11 febbraio 1945, per la convocazione a San Francisco della conferenza organizzativa delle "Nazioni Unite" costituende.
E nella prima conferenza organizzativa delle "Nazioni Unite" lo statunitense senatore Fulbrigth fissò anche i termini della successiva "unione europea" che i vincitori vollero e stabilirono su tutto il territorio d'Europa, da organizzarsi con accorta studiata
gradualità pluriennale, che avrebbe avuto inizio con la "comunità del carbone e dell'acciaio" controllata dai magnati apolidi che avevano sedi e basi negli U.S.A ..
Quindi: nessun motivo "italiano", o riguardante accadimenti in Italia!
Roosevelt e Truman, eminenti personaggi della politica statunitense deputati a potere e governo, aderirono, ottenendo alto grado e lignaggio, a potenti logge massoniche americane, secondo il criterio tassativo da lungo tempo (e tuttora vigente) per
intraprendere una carriera pubblica di esito prestigioso in quel paese. Infatti negli S.U.A., secondo la costituzione, il presidente della repubblica deve essere "cristiano", e - meglio e possibilmente, per la garanzia ed il prestigio, e consuetudine cristallizzata - massone, comunane considerante l'Altissimo. nella qualità di "architetto dell'universo".
Dal 1909 Harry Truman e dal 1911 F.D. Roosevelt, erano ossequiosi fedeli e praticanti verso il rigoroso e molto autorevole massonico " Supremo Rito Scozzese Antico ed Accettato ", di liturgìa autonoma nord americana.
Rito cui apparteneva - protetto da "logica" copertura prudenziale - anche il rampante prelato cristiano cattolico Francis Joseph Spellman [ Whitman, Massachusetts, 4 maggio 1889 - New York, 2 dicembre 1967 ], frequentatore dal 1916 dell'Italia, ove fece
apprendistato e lavorò, primo americano, nella segreteria di stato vaticana dal 1925 al 1932, frequentando con assiduità il poco più giovane, ed a lui molto affine per indole, Giovanni Battista Montini.
Furono gli anni che provocarono e concretarono negli S.U.A. la artificiosa crisi finanziaria e la logica indotta depressione, mentre in Italia ciò era assai lontano dall'immaginarsi, dominando le conquiste sociali e le attività innovative imposte dal regime fascista.

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testo liberamente estratto dal volume: 𝑬𝒛𝒓𝒂 𝑷𝒐𝒖𝒏𝒅 & 𝑷𝒆𝒍𝒍𝒆𝒈𝒓𝒊𝒏𝒊 - 𝑬𝒅𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝑽𝒊𝒕𝒂 𝑵𝒐𝒗𝒂 - pagg. 454,455

lunedì 21 aprile 2025

𝐈𝐥 " 𝐟𝐮𝐧𝐠𝐨 𝐬𝐚𝐩𝐫𝐨𝐟𝐢𝐭𝐚 " 𝐆𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐋𝐢𝐜𝐢𝐨, 𝐚𝐧𝐠𝐮𝐢𝐥𝐥𝐨𝐬𝐨 "𝐟𝐫𝐚𝐭𝐞𝐥𝐥𝐨" 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐨𝐧𝐞


di Antonio Pantano

Con scarsa fantasìa, uno dei tanti "aedi" gazzettieri prezzolati a servizio del regime democratico che si dedicò profondamente a pubblicare "verità" (assai ben pagate) sulla vicenda, riuscì persino ad inventare una intromissione "tangente" di un tale fantaccino - che raggiunse il grado massimo di sotto caporale - Gelli Licio, dai primi anni '50 del XX secolo divenuto "venerabile" capo massone di una autorevole loggia operante in Italia sotto l'ala tutelante e protettrice del maggiorente democristiano (già attivo intellettuale e docente universitario di "economia fascista corporativa" nell'ultimo decennio del regime , ove esercitò più volte anche il ruolo di Presidente di commissione esaminatrice dei Littoriali, ma, aretinamente, "avveduto" di riparare in Svizzera durante i mesi duri e compromettenti della guerra in Italia, secondo i suggerimenti di molti cattolici di osservanza "vaticana") Amintore Fanfani [ Pieve Santo Stefano, AR, 6 febbraio 1908 - Roma, 20 novembre 1990 ] e dei "consociati di formale opposizione partitica" del clan sovieto-comunista di Togliatti & compagni.
Gelli Licio. Che, nella adolescenza - incapace ed inconcludente negli studi primari di obbligo - riuscì ad ottenere con alacre fatica la sola licenza di scuola elementare dopo aver compiuto i 12 anni. Da giovane, durante il "ventennio fascista", scelse di avviarsi nella carriera militare per garantirsi la certezza di introitare una qualsiasi paga sicura. Poi, influenzato per certo da una diffusa e sentita atmosfera corale generale, da volontario partecipò alla campagna militare anticomunista in Spagna. Vocato ormai a vivere da militar-soldato per convenienza, nella seconda guerra mondiale si trovò inviato da semplice fantaccino in Croazia (ove, al massimo, riuscì a trovarsi nelle mansioni di attendente - cioè guardarobiere e servitor cameriere - a qualche ufficiale superiore della corte di Mario Roatta), ove poi pervenne nei Balcani, in Montenegro, nel 1941, al seguito del federale fascista di Pistoia, tale Alonza, (a Pistoia, nell'anteguerra, il giovane Gelli aveva occupato l'incarico servile di aprire la mattina la Federazione Fascista per nettarla e curarla con mansioni da sotto-fattorino ed usciere) che lo impegnò a Càttaro. In guerra, ed anche ai tempi della R.S.I., il Gelli mai riuscì a raggiungere il grado militare di caporale, a causa della insufficienza del titolo di studio e della propria indole.
Quindi il Gelli Licio mai fu coinvolto, non avendo alcun grado nemmeno di sottoufficiale, in azioni e responsabilità di alcun rilievo militare e politico.
Ma nel dopoguerra gli si attribuì (con raffinato e disinvolto falso sistema dettato da ragioni apparentemente inspiegabili, ma rientrati in trame massoniche condivise dai partiti consociativi di potere, che contribuirono a gonfiargli un fantasioso e falso ruolo) un mai raggiunto - per lui impossibile a conseguirsi - grado di "gerarca fascista", perché, in realtà, come ho già accennato, ebbe
sola mansione di addetto alle quotidiane pulizie degli uffici che ospitavano la federazione fascista di Pistoia, e, per la funzione, precario possessore delle chiavi di quella sede. Mai, poi, il Gelli ebbe incarichi relativi a "trasferimento e gestione" di qualsiasi riserva aurea in tempo di guerra.
In Montenegro il Gelli potrebbe aver orecchiato - o, con verosimile certezza, orecchiò - da qualche prelato cattolico croato, in combutta con qualche alto militare italiano, della esistenza della "riserva aurea iugoslava" nascosta in cavità sotterranee segrete dal clan monarchico belgradese dei Karageorgevic, che poi in buona parte fu fatta trasferire su un battello navale sommergibile britannico con destinazione a banche inglesi. Così come potrebbe aver raccolto notizie della quantità residua di quel tesoro ancora nascosta nelle viscere delle montagne di quella regione.
Ma è ormai risaputo che pennivendoli e stampa - prezzolati lautamente dallo interessato e da chi a lui era legato da affari ed interessi - si prestarono per decenni ad intorbidare le acque - certamente per compiacere filoni deviati della magistratura penale italiana, depistatrice su eccidi e stragi divenute famose - per confonderle, inventando situazioni, vari e pittoreschi "golpe", traffici, combutte, certamente per volere di "logge potenti" più dello "stato", innaffiati dai fumi alcoolici creati dai contaballe sensazionalisti di provincia. Questi riuscirono ad inserire il Gelli anche in fantasiose istorie relative agli inattaccabili sotterranei della antica Frenzenfeste nel comune italiano di Fortezza, in provincia di Bolzano, alla confluenza della valle d'Isarco e della val Pusteria. Ove la mitica riserva aurea italiana fu posta a sicuro riparo sotterraneo a profondità di molte decine di metri di roccia basaltica in custodia nella pertinenza della "commissariata" Banca d'Italia, data la conformazione geologica della zona stretta tra gole nel fondovalle inaccessibile, ben protetta, ed impraticabile, dagli incessanti bombardamenti aerei anglo-americani, che miravano alla adiacente linea ferroviaria per il Brennero.
Ma, in area pistoiese ed aretina, mai è stata contraddetta e smentita la attendibile fondatissima opinione che tutto fu costruito ad arte per annebbiare e camuffare traffici lucrosi "consociativi" d'antica data, scaturiti dalla stantìa cronica e disinvolta attività di "confidente" e doppiogiochista che il Gelli - animato dalla fantasìa toscana e bassitaliota - seppe svolgere e svolse con molti del fronte Alleato, ed in particolare con alcuni "prodi" proditori "partigiani comunisti", operanti alla macchia proprio nei momenti del passaggio del fronte bellico in Toscana. Partigiani che seppero e vollero arricchirsi in quei frangenti, ed assai di più nel dopoguerra, con loschi traffici di oro e preziosi trafugati in molte direzioni (anche in danno di raggirati commercianti ebrei facoltosi - nel dopoguerra fu facile e consueto, per logica, attribuire le colpe di quelle grassazioni ai nazi-fascisti!), che in quel di Arezzo, ove il Gelli si stabilì, ebbero poi lievitazione ed esplosione. E nella zona fu poi alimentato un consistente polo affaristico e produttivo.
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testo liberamente estrapolato dal volume: Ezra Pound & Pellegrini - Edizioni Vita Nova