lunedì 26 ottobre 1998

Il Fascismo e l'equivoco nazionalista

Dal n. 153 - Ottobre 1998 della rivista “AVANGUARDIA”.

Il nazionalismo è indubbiamente una componente del patrimonio dottrinario e politico che ha generato il Fascismo. Ma occorre inevitabilmente analizzare la natura democratico-liberale del piccolo nazionalismo borghese che, volenti o nolenti, ha influenzato il Fascismo e continua tutt’ora ad infervorare gli animi di tutti i patrioti affetti da una sorta di nostalgismo reducista. L’elaborazione dottrinaria del nazionalismo inizia quale polemica con il pensiero illuminista e la rivoluzione francese, ma di fatto ne risulta essere il figlio legittimo. Assume poi una identità reazionaria che avanza una esigenza di concretezza contro le “astrazioni” illuministiche e democratiche, intendendosi per concretezza, poniamo, l’amore per la propria terra e per i propri connazionali, l’attaccamento a certi usi, il senso dell’onore, il sentirsi completati e rafforzati da tutto ciò che è connesso alla propria origine.

Padri del nazionalismo, seguaci dei controrivoluzionari De Maistre e Bonald, risalgono a Maurras, Barres e agli italiani, figliastri del Mazzini, Corradini e Rocco.

Da un punto di vista operativo, sfogliando le pagine della storia, ci accorgiamo che il nazionalismo devia dalle originarie premesse dottrinali.

Per noi, la nazione è realtà spirituale; è tradizione perennemente rinnovata nella storia; è unità d’anime. Affermiamo che occorre salvaguardare la propria identità storica e culturale di una stessa nazione, pur non accettando la forma dello stato attuale.

Questa non è una presa di posizione dettata da una predisposizione al nazionalismo borghese o ad uno sciovinismo esasperato ma la tutela di una identità che trova radici in epoca romantica e, ancor prima, in campo politico e culturale e legata ad una Tradizione secolare appartenente alla nostra cultura e che raggruppa una comunità nazionale. Tutto ciò non vuol dire che accettiamo il mito risorgimentale del nazionalismo mazziniano, utilizzato anche dal Fascismo stesso, poi vedremo il perché.

«Il Risorgimento non fu un movimento nazionale che per accidente, esso rientrò nei moti rivoluzionari determinatisi in tutto un gruppo di stati in conseguenza dell’importazione delle idee della rivoluzione giacobina. Il ’48 e il ’49, ad esempio ebbero un identico volto nei movimenti italiani e in quelli che si accesero a Praga, in Ungheria, in Germania, nella stessa Vienna Asburgica, in base ad un’unica parola d’ordine. Qui si ebbero semplicemente tante colonne dell’avanzata di un unico fronte internazionale, comandato dall’ideologia liberaldemocratica e massonica, fronte che aveva i suoi dirigenti mascherati». (1)

La matrice ideologica dello sciovinismo risorgimentale che accende i “fascistelli tricolore” è antitradizionale, borghese e illuminista.

Come ribadisce Adriano Romualdi:

 «si è “patriottico-risorgimentali” e si ignorano i foschi aspetti democratici e massonici che coesistettero nel risorgimento con l’idea unitaria. Oppure si è per un “liberalismo nazionale” e si dimentica che il mercantilismo liberale e il nazionalismo libertario hanno contribuito potentemente a distruggere l’ordine europeo». (2)

Non dimentichiamoci anche il fatto che il nazionalismo fu spesso viziato da una politica dettata da interessi puramente economici, che in passato non raramente fecero prevalere gli interessi privati sul bene del popolo, e per questo si legò sempre più strettamente con le banche e con le borse internazionali.

Parafrasando Berto Ricci sottolineiamo che  «… il nazionalismo è egualitario, da buon figlio dell’89»; questo concetto viene confermato da Julius Evola, il quale evidenzia che «… nato presso alle rivoluzioni che hanno travolto i resti del regime aristocratico-feudale, questo nazionalismo esprime dunque un puro “spirito di folla” – E’ una varietà dell’intolleranza democratica per ogni capo che non sia un mero organo della “volontà popolare”, in tutto e per tutto dipendente dalla sanzione di questa». (3)

Il padre spirituale del risorgimento italiano è Giuseppe Mazzini, «iniziato alla carboneria (diretta emanazione degli illuminati di Baviera, ndr) fra il 1827 e il 1829, nel 1864, il Grande Oriente di Palermo gli accorda il 33° grado. Il 3 giugno 1868 fu proclamato venerabile perpetuo ad honorem della Loggia Lincoln di Lodi e lo si propose per la carica di Gran Maestro. Il 24 luglio fu nominato membro onorario della Loggia La Stella d’Italia di Genova e, il 1° ottobre 1870, della Loggia “La Ragionedello stesso Oriente». (4)

Nel risorgimento occorre, dunque, distinguere il suo aspetto di movimento nazionale dal suo aspetto ideologico.

«Di nazionalismi ve ne sono due: l’uno è un fenomeno di degenerescenza perché esprime una regressione dell’individuo nel collettivo (la “nazione”), dell’intellettualità nella vitalità (il pathos e l’ “anima” della razza). L’altro è un fenomeno positivo, perché esprime invece la reazione contro forme ancor più vaste di collettivizzazione, quali possono essere per esempio, quelle date dalle internazionali proletarie o dalla standardizzazione praticistica su base economico-sociale (America). Il primo (nazionalismo demagogico) si propone di distruggere negli individui le qualità proprie e specifiche a beneficio di quelle “nazionali”. Nel secondo (nazionalismo aristocratico) si tratta di togliere gli individui da uno stato inferiore, in cui siano caduti, ove si trovano uno eguale all’altro: si tratta di differenziarli se non altro fino al grado per cui il sentirsi di una determinata razza o nazione esprime un valore e una dignità superiore rispetto al sentirsi eguali (egualitarismo e fraternalismo, umanità alla comunistica)». (5)

Di qui, giungiamo al rapporto tra fascismo e nazionalismo, premettendo che «… l’idea di rivoluzione, anche nel senso strettamente politico oltre che in quello estetico e morale, è estranea al nazionalismo, il cui ideale è e sarà sempre l’ordine pubblico, ossia l’ideale dè questurini» (6)

Il Fascismo trae vita da una molteplicità di motivi, tendenze, esigenze. Tra gli altri, assorbe e trascende gli imperativi del nazionalismo e del socialismo, dell’etica e dell’economia, dell’attivismo e della cultura. Le esalta nella sua universalità negandone i singoli particolarismi. Chi rievoca il Fascismo come mera espressione di un puro ordine nazionalista non ha capito nulla del significato atemporale e sovratemporale slegato dagli accidenti storici dell’esperienza della Rivoluzione delle Camicie Nere.

In una qualsiasi azione politica occorre distinguere quello che risulta accessorio da quello che è essenziale, ciò che risulta funzionale alla tattica del vettore operativo per il raggiungimento di un preciso obiettivo. L’utilizzo che il Fascismo fece del mito risorgimentale appartiene al novero delle azioni tattiche, legate a determinate contingenze storico-politiche. La Rivoluzione fascista fece tutto quanto era necessario, allo scopo di creare un’unica Comunità legata da un unico e comune destino, per forgiare un popolo legato da vincoli Solidaristico-comunitari, verticalmente proiettato alla realizzazione di uno Stato tradizionale organico.

Utilizzare in questa direzione anche elementi spurii del passato, reinterpretandoli come mito fondante, come “luogo geometrico” da cui trae origine la Comunità, una storia ove tutti si dovevano riconoscere.

L’esaltazione di questo mito durante il ventennio ha però rievocato sussulti irredentisti, palesati da quei super-patriottici che non vedevano di buon occhio l’alleanza con la Germania Nazionalsocialista. Questo trovò riscontro nella questione territoriale dell’Alto Adige, che ha evidenziato una discrepanza risolta solamente grazie al genio politico del Duce e del Fuhrer, il quale minimizzava il tutto sostenendo che la questione del Sud-Tirol era una piccola bega da subordinarsi ai grandi temi della politica estera tedesca.

Ancor oggi, ci accorgiamo che alcuni gruppi nostalgico-reducisti (vedi il n° 35, gennaio-marzo 1998, di “ACTA”, organo dell’istituto storico della Repubblica Sociale Italiana) presentano la voglia di tenere all’ordine del giorno questa querela altoatesina, che dimostra eloquentemente che non vi siano più né prospettive né progetti politici alternativi al sistema imperante (tranne il progetto politico-culturale Eurasia-Islam, autenticamente antisistemico, proposto ai residui militanti del neofascismo italiano dalla Comunità Politica di Avanguardia) che ha sconfitto militarmente le potenze dell’ordine nuovo e che da più di mezzo secolo opprime e condiziona l’esistenza della civiltà europea.

Manuel Negri

NOTE:

1) Julius Evola, “Gli uomini e le rovine”, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1990, pag. 117-118;

2) Adriano Romualdi, “Una cultura per l’Europa”, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1986, pag, 65;

3) Julius Evola, “Due facce del nazionalismo”, in La Vita Italiana n° 216, marzo 1931, pagg. 232-243;

4) Epiphanius, “Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia”, Ed. Ichthys, Roma senza data, pag 113;

5) Julius Evola, “Universalità imperiale e particolarismo nazionalistico”, in La Vita Italiana, n° 217 aprile 1931, pagg. 330-339;

6) Berto Ricci, “Errore del nazionalismo italico”, tratto da La Rivoluzione Fascista, Ed. SEB, Milano 1996, pag. 34.

venerdì 23 ottobre 1998

Luci ed ombre su Evola

La buonanima di Mons. Pestino Petrella di Grazzanise, tragicamente scomparso nel 1974, di cui già si è parlato Su questa rivista, era solito citare un proverbio popolare: "Figli piccoli, guai piccoli; figli grandi, guai grandi; figli sposati, guai raddoppiati''


Soprattutto, lo riferiva ai filosofi, modificandoli: "Filosofi piccoli, piccole corbellerie.  Filosofi grandi, grandi stoltezze". Circa il barone siculo-romano, Evola, si applica in pieno: "piccoli uomini, guai Piccoli; grandi uomini, (senza il buon senso di riconoscere che la loro grandezza non è tutta opera loro, ma viene da DIO) guai grandi”. Titani, quale indubbiamente fu Evola, guai titanici. In questo mondo di disinformati.
Senza memoria storica, se si chiede ad una persona "normale" (ma ne esistono? più passa il tempo, più ne dubito), "non addetta ai lavori", chi è i1 pensatore che più influenza la destra, potrete sentire le risposte più strane. Certamente la maggioranza, sia di quelli di sinistra, sia di molti dei "destri" vi risponderà Mussolini; qualcuno polemicamente vi dirà Hitler; i più acculturati vi diranno Gentile. In realtà si tratta di Evola. Il recente centenario della nascita, che ha visto le sue commemorazioni, da parte di tutte le realtà di ambiente,... ultima la presente rivista, ha fatto conoscere il " me a tanti, per i quali era solo un qualunque "carneade" fascista. Chi scrive, esattamente due decenni or sono, quando militava sotto ben altre bandiere, sia pure anche là in modo atipico, anomalo ed ipercriticamente indipendente, (le sue letture preferite erano: Fronte Popolare del compianto Salvatore "Turi" Toscano, organo del filo-cinese M.L.S., l'anarco-hippye-mao-rockettar-eco-liberaloide "Re Nudo" e "Candido" di Pisanò), letteralmente divorò, prima con dileggiante derisione, poi venendone conquistato, la summa o, per meglio dire, ciò che viene spacciata per tale, dell'Evola-pensiero: "Rivolta contro il mondo moderno" In seguito, mi procurai la raccolta della rivista ”La Torre", e praticamente tutte le Opere fondamentali del Nostro.
Cominciamo con il chiarire una cosa. Marx dichiarava di non essere marxista. Allo stesso modo Evola (come vedremo, quest’affermazione non é né il solo, né il più o il meno, importante dei punti di contatto trai due) dichiarava di non essere evoliano. Non contento affermava che gli evoliani non esistono, e, al massimo Potevano esistere gli "evolomani", dai quali era solito debite distanze. Basti pensare che, per Lui, la degenerazione borghese della Società è incominciata quando (circa verso il VI secolo a.C.), scindendosi le due figure del re e del sacerdote, fino a quel momento erano unite nella stessa persona, si separò il potere temporale da quello spirituale. Ora, la media dei suoi veri o presunti (affari loro) seguaci, non si limita ad essere anticristiano, quale fu il "maestro" ma sono anche genericamente antireligiosi ed antimonarchici. Quindi, cercheremo di analizzare il pensiero del "maestro", prescindendo dalle ulteriori degenerazioni degli allievi (o sedicenti tali).Per il presente lavoro, sono basato su: Marco Fraquelli "Il filosofo proibito", edizioni Terziaria Milano; il lungo articolo di don Curzio Nitoglia: Evola, uomo tradizionale o cabalistico: uscito sul numero 40 della rivista   cattolica "Sodalitium" (Località Carbignano, 36 – 10020 - Verrua Savoia, Torino) e notizie prese dal capitolo relativo di “Interrogatorio alle destre” di Michele Brambilla, Fabbri Editore.
Nel corso delle infinite commemorazioni del '68 (ne parlerò anche io prossimamente), le varie TV, ci hanno mostrato films dell'epoca, in cui, spesso si vedono le stanzette degli pseudo-contestatorucoli del tempo, con le mura ornate da posters sui quali giganteggia la celebre frase di Marx:" Sino ad oggi i filosofi hanno cercato interpretare il mondo. Ora è il momento di trasformarlo". Tale motto poteva uscire pari pari dalle labbra del " barone nero". I filosofi dell'idealismo tedesco del sette-ottocento, Kant, Ficthe, Schelling e, soprattutto, Hegel, non avevano forse affermato che la realtà è creata dall"'IO"? Sia Marx che Evola vogliono fare in modo che l'Io crei VERAMENTE la realtà. E', parzialmente,  diverso  il  metodo.
Mentre Marx  predicò essenzialmente  l'azione  politica  (che, comunque, Evola non disprezzò), Evola si rivolse alla magia, (sembra, del resto, che anche Marx la praticò - basti consultare "L'altra faccia di Carlo Marx", di Richard Wurmbrand, edizioni EUN Varese-) dichiarando esplicitamente quella "identità"  Io = Dio (sic), di fronte alla quale l'idealismo classico aveva esitato, mantenendosi sempre  in  termini impliciti.
Questo  principio filosofico influenzerà e dirigerà tutte le scelte del Nostro, sia nel campo politico che in quello artistico, per non  parlare, ovviamente, di quello spirituale in senso stretto. I suoi ammiratori, sono soliti descriverlo come il lirico cantore e maestro della “dignità sovrannaturale dell'uomo” e non hanno, del resto, tutti i torti. Ora, tale dignità, e nessuno meglio di un cattolico può e deve riconoscerla, è fondata sul più grande e più bello dei doni liberi e gratuiti del DIO Uno e Trino: immagine e la somiglianza con il Creatore. Secondo il Nostro, è completamente autonoma ed è fondata solo sull'enigmatico concetto di “Individuo Assoluto” che, sempre a detta di Evola, non è definibile alla luce delle sole categorie della razionalità, ma deve essere compreso con 1'aiuto delle pagane religioni orientali e dell'esoterismo gnostico. Questa rivendicazione di “assolutezza”, di completo scioglimento di “legami” e regole, in quanto tali (assoluto deriva da “ab solutum”: slegato) ricorda troppo da vicino il "non servirò" dei diavoli o il "fai ciò che vuoi" dei leggendari Gargantua e Pantagruel, ripreso e diffuso nel nostro secolo dallo stregone Crowley. Per non parlare dell'assurdo: "vietato vietare" (se è vietato vietare, deve essere vietato anche vietar di vietare) che i già pseudo-contestatorucoli borghesi del ’68 e dintorni scandivano per le strade. Evola, non solo amava definirsi “uomo della tradizione” ma altresì definiva la sua dottrina: “Tradizionalismo integrale”. Ora, viene spontaneo da chiedersi, a quale "Tradizione" si richiamava? Non dimentichiamo che l'idealismo romantico che, in pratica, si ripromette  di far passare dalla  speculazione alla realtà, è un tipico  frutto  di quella moderna degenerazione borghese che, giustamente,  Evola  tanto criticava.   Senza cedere alla facile constatazione che ben pochi fra i suoi seguaci, come del resto tra quelli di Marcuse a sinistra (che, con altre parole muoveva le stesse critiche al mondo materialistico  di  oggi).hanno rinunciato alla televisione. Il credente sa che esiste un'unica vera Tradizione, che DIO svelò ad Adamo, che ci è pervenuta tramite i Patriarchi ed i Profeti dell'Antico Testamento (in forma integrale; dei frammenti, corrotti e confusi dall’influsso demoniaco e dalla superbia umana, continuano a sussistere presso i sapienti di tutti i popoli) che Gesù ha completato e che ha consegnato ai suoi Apostoli, affinché la custodissero e, tramite il magistero della Chiesa, la facessero arrivare di giorno in giorno, ad ogni uomo, fino alla fine dei tempi. Tale Tradizione VERACE, afferma in perfetta sintonia con il realismo del buon senso, che c’è un Dio infinito e trascendente, dotato di personalità ed identità autonome dal Creato. Creato che, dal canto suo, è limitato ed esiste solo perché Dio ha voluto liberamente crearlo e dipende da lui e da nient’altro, men che mai dall’uomo. Pertanto, la realtà (parola che possiede molti significati in più e qualcuno in meno rispetto a come normalmente la usiamo), non è certo fatta dall’uomo, da cui può dipendere, al massimo, il modo dio rapportarsi ad essa. Ma se la vuole conoscere qual è, deve conformare il suo intelletto ai dati oggettivi.
A tale tradizione, si contrappone, sin dal momento del peccato originale, una Pseudo-Tradizione, spuria ed adulterata, che asseconda l’istinto di orgoglio e di ribellione, fa si che i suoi iniziati guardino, di fatto, chi non è dei loro con sufficienza. Tale tradizione si chiama “Gnosi” e deriva dalla degenerazione della Cabala Ebraica, dei secoli immediatamente precedenti l’era cristiana, contro la quale, Gesù non risparmia i propri strali. Evola, che se ne rendesse conto o no, a tale falsa tradizione apparteneva.
Michele Ognissanti

Da “L’Altra Voce” di ottobre 1998.

venerdì 7 agosto 1998

Lo Stato parallelo

 

Dal n° 154 - Agosto 1998 del Mensile AVANGUARDIA.

Paolo Cucchiarelli - Aldo Giannuli

Lo Stato parallelo

Gamberetti editrice, Roma 1997, pagg. 450, Lire 39.000

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L'ottimo lavoro realizzato dai due giornalisti, grazie alle documentazioni fornite dalla Commissione Stragi (siamo l'unico Stato al mondo ove sia presente una simile commissione) contribuisce ad approfondire e confermare quanto già espresso e sostenuto nell'analisi elaborata dalla Comunità Politica di Avanguardia.

Uno dei fondamenti del progetto politico-culturale Eurasia-Islam è la revisione del neofascismo con il contributo degli scritti del soldato politico Vincenzo Vinciguerra; questo perchè Avanguardia vuole rappresentare l'identità autentica del neofascismo (utilizziamo questo termine per comodità d'espressione, altrimenti rischieremmo di non comprenderci ulteriormente) cioè quella identità negata da quelle formazioni e da quelle forze che hanno costituito solo ed esclusivamente il supporto della strategia antisovietica degli Stati Uniti, senza elaborare alcun progetto politico indipendente, e prestandosi, sul piano parlamentare, a rapporti poco chiari con la «strategia della tensione» e con i servizi segreti in funzione di stabilizzazione dell'ordine atlantico occidentale.

Questa nostra identità ideologica non ha precluso il fatto che uno dei due autori del libro, precisamente Paolo Cucchiarelli -che abbiamo avuto occasione di conoscere personalmente- abbia sinceramente potuto apprezzare il nostro operato, riconoscendone l'unicità all'interno del «nostro» ambiente. Questo giudizio d'elogio dimostra l'apertura mentale e l'onestà intellettuale di un professionista come Cucchiarelli che, pur come da lui precisato, non può condividere le nostre scelte politico-ideologiche, ma la sua forma mentis gli permette di stimare spontaneamente l'analisi da noi svolta, relativamente alla strategia della tensione.

La strategia della tensione è la risultante operativa di un disegno politico-strategico improntato al mantenimento dell'Italia nel campo dell'Alleanza Atlantica a qualunque costo, pagando pure il caro prezzo della perdita della sovranità politico-economica e militare. A questo scopo concorrono, fin dall'immediato dopoguerra, tutti gli apparati politico-militari ed esponenti delle istituzioni repubblicane, sostenuti e guidati dai vertici dei servizi segreti statunitensi come l'OSS, progenitore della CIA ed i vertici della NATO dislocati in Europa.

Il libro, oggetto della nostra recensione, ravvede proprio negli anni 1947-1948 la nascita del «doppio Stato», con l'attività dell'NSC (National Security Council), «la struttura americana che coordina la politica di "contenimento" del comunismo varata dal presidente Henry Truman nel 1948 e concretizzata poi nel piano "Demagnetize", ufficialmente ignoto alle massime autorità del nostro governo. Un piano, sarebbe meglio definirlo una pianificazione, importante per capire le dinamiche politiche entro cui si collocano la nascita ed i reali compiti di "Gladio". Questo piano di intervento avrebbe dovuto“smagnetizzare", depotenziare, le capacità di attrazione che aveva l'idea comunista sulle masse francesi ed italiane». (1)

Il dato più inquietante viene colto da una dichiarazione perentoria del generale Paolo Inzerilli, ex-comandante di "Stay Behind", che afferma: «Come capo di Stato maggiore avevo cercato dappertutto il piano "Demagnetize", che prevedeva l'utilizzo di ogni azione possibile per evitare in Francia, ma soprattutto in Italia, l'avvento al potere del partito comunista. Non lo trovai mai perchè questo piano, per volontà degli americani che lo prepararono, non doveva essere visionato da estranei, tantomeno dai governi alleati coinvolti». (2)

Questo piano costituisce appunto l'anticipazione di "Gladio" su cui puntualizza sempre Inzerilli: «Tutti i politici sapevano di Gladio, ripeto, tutti quelli che si erano succeduti come ministri della Difesa. Li ho informati personalmente dal 1975 in poi, a cominciare da Forlani, compresi Ruffini e Lattanzio, che davanti alla Commissione Parlamentare hanno giurato di non saperne nulla. Anche Lagorio sapeva, e anche Craxi, che in seguito ha dichiarato di non aver capito bene di cosa si trattasse. Pace all'anima sua, ma perfino Spadolini si era chiamato fuori, nonostante la sua firma sull'informativa Gladio da un margine all'altro del foglio». (3)

Elementi appartenenti alle ex-bande partigiane bianche, alla Brigata Osoppo, al MACI (Movimento di Avanguardia Cattolica Italiana), precedono Gladio, la struttura italo-statunitense costituita allo scopo di pianificare lo sviluppo della branca italiana della rete "Stay-behind". Ai vertici dell'organizzazione di Gladio vi è il numero 2 della CIA a Roma Marc Wyatt, in collaborazione con l'ufficio "R" del SIFAR, mobilitato al fine di conseguire reclutamenti affidabili ed una preparazione efficiente che prevedeva corsi d'addestramento nella base di Capo Marrargiu in Sardegna.

Dalla relazione del presidente del Consiglio alla Commissione Stragi del 18 ottobre 1990 si evince che venne sottoscritto in data 26 novembre 1956, dal SIFAR e dal servizio statunitense un accordo relativo alla organizzazione e all'attività della rete clandestina post-occupazione, accordo comunemente denominato "Staybehind" ("stare indietro") con il quale furono confermati tutti i precedenti impegni intervenuti nella materia tra Italia e Stati Uniti e vennero poste le basi per la realizzazione dell'operazione indicata in codice con il nome Gladio. Come rilevato nel secondo capitolo, «... le iniziative CIA sono state tutte approvate e conosciute dal governo americano. Lo stesso non avveniva certo per il SIFAR, perchè collocato fuori dal circuito decisionale diretto del governo». (4)

Chiunque sia dotato di un minimo di capacità critica non può far altro che impegnarsi ed inquietarsi per il totale svuotamento del potere decisionale che riguardava, e che oggi permane, i vertici istituzionali dello Stato.

«Fin dalla sua nascita, l'organizzazione Gladio si è vista attribuire compiti di intervento nella vita politica interna del paese, con la finalità precipua di condizionare il libero e democratico svolgimento in funzione anticomunista. Ad avviso degli scriventi, l'organizzazione Gladio dipendeva quindi in realtà in tutto e per tutto dalla CIA. Numerosissimi sono i documenti attestanti la continua assistenza del servizio americano al SIFAR-SID-SISMI per le esigenze dell'operazione Gladio e vi sono tracce documentali di continui rifornimenti al servizio italiano da parte degli americani». (5)

Quando Andreotti «scandalizzò» tutti, rivelando l'esistenza di Gladio, venivano confermate le dichiarazioni che Vincenzo Vinciguerra rese alcuni anni prima e più precisamente nel 1984, relative all'esistenza di «strutture parallele» ove operavano civili e militari inquadrati in ambito NATO. Anche altre strutture come i Nuclei di difesa dello Stato, il gruppo Sigfried e l'organizzazione Rosa dei Venti, al contrario di quanto molti sostengono, devono essere viste come strutturate in ambito NATO. Soprattutto nel distaccamento territoriale del Veneto, uomini dell'Esercito come Spiazzi e gli uomini di Ordine Nuovo erano legati ed accomunati dai contatti con personaggi poco noti all'opinione pubblica, ma fondamentali, come Marcello Soffiati, Sergio Minetto e Carlo Digilio, assidui frequentatori della base FTASE di Verona.

Le prove delle operazioni che avrebbero dovuto vedere come protagoniste queste «strutture parallele», le possiamo scorgere nel «campo scuola» dell'Alto Adige, dove «vi fu chi agì dietro le quinte di una rivendicazione etnica e politica al fine di tenere alta una tensione che mirava a sperimentare e applicare sul campo le tecniche di «guerra non ortodossa» maturate all'inizio degli anni '60 all'estero sulla scia dell'esperienza dell'OAS e che erano state da poco recepite in Italia». (6)

L'elaborazione dottrinaria della «guerra non ortodossa» fu presentata per la prima volta in Italia dal 3 al 5 maggio 1965 al Convegno su "La guerra rivoluzionaria" organizzato dall'Istituto Pollio, patrocinato dallo Stato Maggiore della Difesa, in collaborazione con l'Ufficio REI del colonnello Rocca e finanziato dal SID. La «guerra non ortodossa» è il vettore operativo per la realizzazione della destabilizzazione sociale, al fine di raggiungere una stabilizzazione politica. É appunto l'espressione «destabilizzare l'ordine pubblico per stabilizzare l'ordine politico», coniata da Vinciguerra, che spiega sinteticamente il significato e l'obiettivo di tutte le stragi avvenute nel nostro Paese; stragi che rimarranno per lo più impunite poichè lo Stato, attore protagonista di questo scenario, non potrà mai punire se stesso.

Personalmente riteniamo ininfluente sapere se a compiere una strage sia stato tizio o caio, non ci importa il piano giudiziario quanto un giudizio storico-politico.

La «madre di tutte le stragi» rimane quella del 12 dicembre 1969 che vede implicati I'Aginter Press, un'agenzia di copertura della CIA, l'Ufficio Affari Riservati del Viminale, quindi il Ministero degli Interni, l'Ufficio "D" del SID e l'arma dei carabinieri, con competenze di depistare le indagini successive alla strage, ma soprattutto esponenti del «neofascismo atlantico di servizio» legati alla cellula veneta di ON.

II generale Gianadelio Maletti, in un'audizione rilasciata a Johannesburg alla Commissione Stragi, ha affermato che: «... obiettivo di fondo delle stragi era quello di suscitare una richiesta di ordine da parte della società, tale da favorire un pronunciamento militare». (7)

Ma la strage del 12 dicembre 1969 non è il colpo di Stato; il rovescio di Stato, ma è la proclamazione di uno stato di emergenza che rafforza il regime, elimina le opposizioni che deve eliminare, anche la destra, viene presa ad esempio per le stragi successive.

I morti erano il prezzo che l'Italia doveva pagare; così come affermato da Victor Marchetti, braccio destro di Wyatt a Roma: «... Ci sono stati sempre morti nelle guerre e questa è una guerra fredda».

Tutte le stragi vanno viste in quest'ottica, ad eccezione di una: quella del 31 maggio 1972 a Peteano di Sagrado, ove morirono tre carabinieri.

Peteano, rivendicato dal punto di vista teorico, organizzativo ed esecutivo da Vincenzo Vinciguerra non può essere definita una strage, ma un atto di guerra. Una strage colpisce indiscriminatamente obiettivi civili. Un'azione nell'ottica di un attacco allo Stato, come nel caso di Peteano, vede colpiti tre uomini in divisa, rappresentanti dello Stato, senza coinvolgere nessun civile. E il 31 maggio 1972 giunse il panìco; un'autentica cagarella assalì i vertici del «neofascismo atlantico di servizio» e di quelle strutture parallele che vedevano attaccate le loro strategie, perchè «... da destra non si poteva e non si doveva attaccare lo Stato».

Oggi Vincenzo Vinciguerra è in carcere, dopo essersi costituito volontariamente; continua la sua lotta, al fine di veder trionfare un'ideale di verità, una verità che lui continua ad affermare e che lo Stato nega.

A chi continua a denigrare, a etichettare come folle e pazzo quest'uomo, noi rispondiamo che quanto detto da Vinciguerra trova ampiamente riscontro nelle nostre analisi politiche, viene largamente confermato in sede giudiziaria è nulla è mai stato smentito. Alla luce di queste considerazioni occorre sottolineare che il soldato politico Vincenzo Vinciguerra non chiede nulla: nè concessioni, nè privilegi, che tanto di moda sono oggi con il proliferarsi dei «pentiti». No, Vinciguerra non è un pentito, rivendica onorevolmente l'attentato di Peteano e rimane in piedi anche dietro quelle sbarre che mai e poi mai potranno togliergli quella libertà interiore caratteristica degli «uomini di razza». Vinciguerra viene attaccato da tutto il putrido ambiente dell'estrema destra dato che egli ha messo definitivamente al muro, ha scoperto le carte ai «totem» del neofascismo, ai Freda, ai Rauti, ai Delle Chiaie e molti altri che ancora oggi intendono monopolizzare quest'area politico-culturale, senza poter avere il minimo elemento per riuscir a controbattere quanto detto da Vinciguerra che salvaguarda però i vecchi camerati in buona fede.

«Non farò i nomi di coloro che io so essere stati coinvolti inconsapevolmente in certe operazioni perchè me lo vietano precise ragioni etiche, mentre indicherò con nome e cognome coloro che dalla militanza politica sono passati ad un inserimento in strutture dei servizi di sicurezza divenendo in tal modo agenti di tali servizi destinati ad operare in ambito politico, essendo inseriti nelle formazioni di destra. I loro nomi li posso fare perchè non riconosco ad essi la qualifica di camerati». (8)

Il comportamento di Vincenzo Vinciguerra è ritenuto una follia; al contrario risulta essere la manifestazione di una ben precisa visione del mondo, uniformata ad una scala di valori plasmata dall'onore e dalla fedeltà a una idea, un atteggiamento che cinquanta anni fa sarebbe stato riconosciuto come espressione di coerenza, oggi appare invece follia.

Tornando alla stagioni delle stragi, arriviamo al 2 agosto 1980 a Bologna.

La strage di Bologna avviene in un momento in cui massimo è l'allarme del regime, è l'allarme dei servizi di sicurezza italiani alleati e nordamericani per la potenza elettorale raggiunta dal PCI; quindi la strage di Bologna, anche questa, risponde come tutte le altre stragi alla logica di uno Stato che non sapendo più come fronteggiare un nemico politico ricorre a mezzi estremi, ai mezzi della violenza da attribuire ora agli estremisti di sinistra, ora agli estremisti di destra, per giustificare un suo eventuale intervento. Dietro la strage di Bologna possiamo rilevare il ruolo fondamentale svolto dalla Loggia massonica "Propaganda 2" (P2), che si è assunta da tempo il compito di partecipare in prima persona alla battaglia anticomunista, finanziando, tra l'altro, molti esponenti dell'estrema destra, come ad esempio Augusto Cauchi.

Furono proprio gli uomini della P2, inseriti ai vertici dei servizi che impedirono l'accertamento della verità su Bologna, ricorrendo all'opera di depistaggio. Tra di loro appaiono Grassini, direttore del SISDE; Santovito, direttore del SISMI; Musumeci, Pazienza e Belmonte. Moltissimi ufficiali dell'esercito, uomini dei servizi, esponenti politici di primo piano sono iscritti alla massoneria, come molti magistrati, come molti funzionari di polizia, molti ufficiali dell'arma dei carabinieri.

La Loggia P2, al contrario di quanto viene generalmente affermato, non rappresenta un centro di potere occulto, bensì un centro di potere palese; occulto forse per l'opinione pubblica, non per lo Stato ed i vertici dello Stato.

In merito risulta significativo l'atteggiamento di un uomo come l'ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga che non ha mai rinnegato chi considera fedele ad un'idea che è anche sua. Per esempio ha discusso tutta la ricostruzione fatta sulla P2, definendola «... un luogo di oltranzismo atlantico»; ha difeso Edgardo Sogno e gli uomini di "Gladio"; ha sempre difeso Giuseppe Santovito, che insediò a capo del SISMI; oppure Vito Miceli, uno dei nomi che ricorrono nella storia della strategia della tensione; così come il generale Giuseppe D'Ambrosio, altro consigliere militare del presidente, che figura tra le carte della commissione P2.

La massoneria quindi è un altro dei temi cari a Cossiga. Lui, cattolico, non esita a definirsi amico di Armando Corona, Gran Maestro della massoneria recentemente approdato nel neonato partito fondato dal «picconatore».

Oltre alle stragi, la strategia della tensione viene caratterizzata anche dai tentativi di colpi di stato, dal "Piano Solo" al "Golpe Borghese", orchestrati dai servizi di sicurezza statunitensi ed italiani con la collaborazione dei militari, della malavita organizzata e degli «estremisti di destra».

«Anche se nessun colpo di stato ebbe successo, lo stragismo contribuì ad ottenere altri risultati. Quantomeno venne raggiunto lo scopo di scongiurare un governo delle sinistre, così come venne colto l'altro obiettivo -connesso e più vasto- di far esaurire l'ondata della protesta lasciando indenne il sistema politico e sociale. Se si adotta il punto di vista proposto da Vinciguerra («destabilizzare per stabilizzare») non è azzardato dire che la strategia della tensione ha raggiunto la parte più rilevante dei propri scopi». (9)

Manuel Negri

Note:

1) Cucchiarelli-Giannuli, "Lo stato parallelo", pag. 33;

2) Fausto Biloslavo, "C'era un altro piano chiamato Demagnetize", su "L'Italia Settimanale" del 5 maggio 1995, pagg. 20-21;

3) Fausto Biloslavo, "La rivolta dei gladiatori", su "L'Italia Settimanale" del 5 maggio 1995, pagg. 2021;

4) Cucchiarelli-Giannuli, "Lo stato parallelo", pag. 89;

5) ibidem, pag. 101;

6) ibidem, pag. 125;

7) Franco Ferraresi, "Il generale Maletti e la verità di Piazza Fontana", sul "Corriere della Sera" del 16/3/1997;

8) "Lo Stato parallelo" pag. 179;

9) ibidem, pag. 371

 

domenica 4 gennaio 1998

“A lavar la testa all’asino si perde l’acqua e il sapone!”

Non pago degli ammonimenti di alcuni camerati, ho cercato, invano, d’intraprendere una campagna d’informazione presso il “concime sistemico” del Movimento Senza Importanza, ora esemplarmente incarnato nell’MS-FT. Dopo una lotta impari “all’ultima sedia” al fine di aprire le menti ad alcuni sedicenti camerati, ho, per usare un eufemismo, “gettato la spugna”. Amici, tranquillizzatevi! La scena è esilarante e meriterebbe di essere verseggiata nel latino di Plauto.

Il Fatto e il Luogo (la riunione post-elettorale)

Invitato presso la Federazione Provinciale Berto Ricci (CE), ho, da subito, avuto una pessima impressione dell’ambiente circostante. Un luogo buio e male illuminato, cui faceva eco un oscurantismo mentale, motivato dal falso perbenismo e da un evanescente spirito legionario. Ai pochi mobili vecchi e impolverati bene s’accordavano le zucche delle cariatidi ivi presenti. Le luci al neon, usate per risparmiare sulla bolletta, non riuscivano ad illuminare le “menti” degli intervenuti. Allo stesso modo, la mancanza d’argomenti validi non suscitava in me alcun’emozione viva. Sulle pareti v’erano affissi alcuni manifesti. Uno, in particolare, ha risvegliato il mio disgusto: “Clandestini fuori dai confini!”. Un altro faceva, addirittura ridere. “Aiutiamo i nostri in Somalia”. La proposta di diffondere alcune copie del mensile “Avanguardia” mi veniva immediatamente contestata a causa di alcune foto sul Terzo Reich. A corredo di tutto l’ambiente regnava sovrano uno scarso livello informativo ed un basso profilo antropologico-culturale.
Tutto sembrava estinguersi nell’andirivieni di megagalattiche panzane sull’insuccesso del segretarioPROF. MICHELE FALCONE a Sindaco. I discorsi profusi a piene mani dall’unico capace di parola sensata, erano pregni di retorica e demagogia. Si parlava di diritti negati, di soprusi subiti, di manifesti coperti, di brogli elettorali (quali?), di libertà e di democrazia… (ma dov’è siamo a Radio Radicale?!). La sconfitta, si sa, non ha padri ed è figlia di … nessuno. Poi, ad un tratto, mi è stato chiesto cosa ne pensassi. Rispondevo che: quanto stava accadendo… “scendeva sul piano inclinato della mia indifferenza…”. Dopo questa sceneggiata masochista, intervenni dicendo che prima d’ogni cosa era necessario abiurare i vecchi metodi e il manierismo desueto di far politica.  Alla fine il federale diede il verdetto: “il mio successo è stato evidente… la lista non ha retto!” Ma quale successo?
E’ mai possibile mettere in lista candidati del tutto avulsi all’ambiente circostante, peraltro nemmeno residenti, con l’unico scopo di portare acqua al candidato sindaco? Contenti loro… Come  dire:  meglio una seggiola oggi che due scranni domani. All’esilarante comica partecipavano oltre i soliti noti, anche vecchie carcasse dell’M.S.I.
Il dubbio amletico era questo: al ballottaggio che fare? Io assistevo in modo abulico alle domande e alle risposte che si succedevano una dopo l’altra come nuvole di fumo. Alla fine, all’unanimità, si decise per il “non voto”. Finalmente qualcosa di positivo, pensai.
Dopo aver spiegato le mie ragioni, passavo in rassegna le motivazioni che, per fortuna, mi hanno sempre trattenuto dall’appartenere attivamente a tale “movimento”.
Pino rauti… Pino Rauti ha lavorato al Servizio delle Forze armate antifasciste, ed ha reclutato uomini per le strutture parallele….
 
In primis c’è da dire che, sin dalla sua nascita, il MSI, è stato solo una propaggine o, meglio, una variante controllatissima del “Sistema”. Questo “movimento” è nato male. Nato per dare un tetto agli “esuli in patria”, è diventato il “refugium peccatorum” del peggiore neofascismo. Inoltre, ha partorito non pochi aborti. Elenchiamone alcuni.
· L’adesione al Patto Atlantico;
· l’inclusione della didascalia D.N. nell’egida fiammeggiante ed il conseguente apparentamento coi monarchici;
· la repressione sistematica degli spiriti ardimentosi e la commistione con logge d'ogni genere e rango;
· ed infine “last but not least” la connivenza con gli apparati deviati e non deviati dei “servizi”. (1)
(1) Il grande “Mangiafumo” è stato un abile ed astuto puparo nel muovere le fila dei “solerti” camerati. Tutti, chi più chi meno, sono stati manovrati come burattini. E’ bastato poco più che fumo: gagliardetti, distintivi, svastiche fatte a “Forcella (NA)” e aquile importate dagli States (come quella raffigurata sulle tessere di O.N.). Aria fritta. E’ bastato fargli credere di lavorare per una causa importante e per gli “immortali ideali” con la copertura di apparati influenti et…voilà il gioco è fatto. Altro che teste calde! Teste di… A questo punto è d’uopo fare una precisazione. In questa melma ideologica, che va dalla farsa al grottesco, emerge una figura di spicco, arguta e lucida, sprezzante ed indomita, che accortasi dell’inghippo…, li ha smascherati ed ha saputo assurgere all’autentico ruolo assegnatogli. Costui che, tuttora, sta pagando con la privazione della libertà il suo “essere ribelle” è l’unico, nel panorama dell’estrema destra italiana, che può, a vari titoli, definirsi “soldato politico”. Il resto è , come dicevo prima, “aria fritta”.
 
PS.la Lista dei Trombati.
  1. Gennaro Rea =12
  2. Anna tartaglione= 21
  3. Maria Di Maio= 18
  4. Antonietta Finale = 11
  5. Cristiana Giangirolami= 0
  6. Luigi Acunzo = 0
  7. Pierino Anzaghi = 5
  8. Umberto Barbone = 9
  9. Marcello Blandolino = 27
  10. Mario Cacciamani = 6
  11. Raffaele Caggiano = 0
  12. Stefania Capuano = 0
  13. Vincenzo Carpine = 0
  14. Sebastiano Ciontoli = 0
  15. Alfredo Roberto Coccia = 12
  16. Giovanni D’Andrea = 1
  17. Luisa de Maria = 0
  18. Antonio Della Rocca = 9
  19. Antonio Di Saverio = 4
  20. Mario Fusco = 0
  21. Ciro Gargiulo = 1
  22. Anna Iuliano = 1
  23. Massimo Longobardi = 2
  24. Luciano Meola = 11
  25. Giuseppe Merola = 2
  26. Antonio Minasi = 7
  27. Gennaro Muti = 0
  28. Costanza Natale = 1
  29. Ettore Negroni = 0
  30. Francesco Odaleschi = 0
  31. Francesco Pecorario = 0
  32. Carlo Raucci = 9
  33. Raffaele Ronga = 0
  34. Izzo Battista = 0
  35. Annibale Rossi = 1
  36. Lugi Santillo = 7
  37. Annetta Scalisi = 1
  38. Costanzo Sisti = 9
  39. Mariangela Spaziante = 1
  40. Nicola Visone = 0
Articolo Pubblicato su “La Scure Sannita”, periodico ciclostilato in proprio,  a cura del Circolo Nazional Popolare “Giovanni Preziosi”.