venerdì 31 luglio 2026

Storia sconosciuta delle Migrazioni di Massa


L’emergenza profughi tutto è tranne che una novità. Da metà Novecento in poi casi simili – anche se forse non così eclatanti – si sono registrati in varie parti del Mondo. E mai a caso: infatti spesso dietro i flussi migratori ci sono state vere e proprie «guerre asimmetriche», scatenate da paesi «poveri» contro paesi «ricchi». Una ricerca scientifica spiega dettagliatamente cosa è accaduto in passato e aiuta a capire cosa sta accadendo oggi. Con buona pace degli alfieri della solidarietà senza «se» e senza «ma». Che potrebbero non essere così ingenui come si potrebbe pensare…

di Luca Gallesi da Storia in Rete n. 121-122, nov-dic. 2015 

Era il 1973, quando, presso l’editore francese Laffont, apparve un romanzo, «Les Camp de Saints» scritto da uno scrittore cattolico, Jean Raspail, già noto e apprezzato soprattutto per i suoi libri di viaggi. Il titolo, molto stravagante anch’esso, faceva riferimento a un passo dell’Apocalisse: 

«Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio il Campo dei Santi e la città diletta».

 Il libro, all’inizio, venne accolto come una stramberia fantascientifica, prima di finire per essere preso fin troppo sul serio, come è successo negli ultimi dieci anni; Raspail immagina che, all’improvviso, una torma di reietti, guidati da un sedicente santone indiano, «il coprofago», si metta in marcia per invadere l’Occidente. Qui, l’ipocrisia della nuova religione dei «diritti umani» non li può fermare, e il Vecchio Continente viene sommerso da una marea di straccioni, a cui nulla e nessuno può, o soprattutto vuole, opporsi. Sono passati più di quarant’anni da allora, e solo ora avvertiamo il carattere profetico del «Campo dei Santi», nel frattempo tradotto anche in italiano e pubblicato dalle Edizioni di Ar.

Purtroppo, sembra che, nella melassa compassionevole che avvolge tutto quello che riguarda un argomento così delicato, «Il Campo dei Santi» resti uno dei pochissimi contributi originali. Non siamo forse ancora arrivati all’invasione totale globale, ma, comunque vadano le cose, la riflessione seria su un fenomeno davvero epocale come le nuove migrazioni manca del tutto dall’orizzonte culturale nostrano, e non ci possiamo accontentare solo di un romanzo, che peraltro, finisce davvero malissimo. La vita e il futuro di centinaia di migliaia, in futuro forse addirittura milioni, di individui in fuga da miseria, guerre e violenza, o semplicemente alla ricerca di una vita migliore, non devono diventare carne da macello per giornalisti assetati di sangue e neppure ospiti prelibati di presentatori buonisti o prede dei nuovi trafficanti di schiavi. Non si può ridurre una tragedia, innegabile e sanguinosa, ad una lite tra chi urla più forte: se i latrati di chi, a parole, vorrebbe bombardare i fuggitivi invocando l’esercito e chi, sempre a parole, li accoglierebbe tutti, tanto a farsene carico sarebbero altri. Quello che manca veramente, in questo caso di emergenza umanitaria e in tutte le altre emergenze che da troppo tempo stritolano il nostro Paese, è un’analisi obiettiva dei fatti, priva di cascami emotivi e ricatti sentimentali; un’analisi che permetta, a chi ha la responsabilità di decidere, di prendere iniziative che non siano il risultato di capricci viscerali o che mirino a profitti privati.

Ad aiutarci nell’auspicabile processo di comprensione troviamo un libro pubblicato nel 2010 dalla Cornell University Press, «Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion and Foreign Policy» (pp. 360, $ 35,00) scritto da Kelly M. Greenhill, accademica americana e studiosa di conflitti sociali; la traduzione del titolo chiarisce esaurientemente l’argomento trattato: «Armi di migrazione di massa: spostamenti forzati, coercizione e politica estera». Il fatto che sia stato pubblicato nel 2010 [prima delle «primavere arabe» e della guerra di Libia che ha spalancato il Mediterraneo all’ondata migratoria successiva NdR] ne rende il contenuto ancora più prezioso, proprio perché l’analisi proposta non risente delle forti pressioni emotive dovute alle contingenze spicciole. La tesi dell’Autrice è semplice: lo spostamento forzato di ingenti quantità di individui è un efficace strumento di politica estera, usato in tutto il mondo da almeno mezzo secolo, quasi sempre con risultati all’altezza delle aspettative. I profughi sono un’arma cinicamente e sapientemente utilizzata decine di volte nella seconda metà del secolo scorso, dalla guerra del Viet Nam all’embargo imposto per vent’anni alla Libia, passando per le guerre balcaniche degli anni Ottanta e l’opposizione della Cina al programma nucleare della Corea del Nord negli anni Novanta. Stiamo quindi parlando di azioni più o meno legittime, al servizio di una politica estera perseguita lucidamente da nazioni di ogni continente per tutelare o imporre i propri interessi. Questo studio offre per la prima volta un’analisi sistematica e scientifica di questo metodo di persuasione decisamente poco ortodosso, e lo fa ponendo tre domande a cui dà esauriente risposta: 1) Con che frequenza accadono? 2) Come funzionano? 3) Perché funzionano? 

Il soggetto di tutte e tre le questioni è ciò che la Greenhill chiama coercive engineered migration, o migration-driven coercion, ovvero le «migrazioni organizzate forzatamente», fenomeno che convenzionalmente iniziamo ad indagare dal 1951, anno in cui entra in vigore la Refugee Convention, il trattato che stabilisce chi è un rifugiato e quali sono i suoi diritti e doveri. Da allora, lo studio registra una cinquantina di tentativi di «migrazioni forzate», di cui ben più della metà hanno ottenuto successo, il che, se paragonato all’indice di successo delle azioni diplomatiche ufficiali (azioni militari incluse), che è tra il 20 e il 37%, rappresenta un risultato strepitoso. Da questo dato oggettivo, ossia il successo delle azioni di forza su popolazioni costrette a (o lasciate libere di) emigrare, ne consegue l’attrattiva verso questo tipo di azione poco diplomatica, soprattutto da parte di Stati deboli o in difficoltà; a loro viene così fornita un’arma che possono usare contro le nazioni più forti, per ottenere risultati altrimenti irraggiungibili, azioni spesso paragonabili, paradossalmente, ad atti non militari di guerra asimmetrica, dove agli ordigni esplosivi sono state sostituite bombe demografiche. Il libro conferma il fatto che la posta in gioco, ossia i risultati cercati dagli Stati più deboli, spesso non vale gli sforzi necessari a contenere le minacce, dato che è quasi sempre conveniente cedere alle richieste e alle pressioni piuttosto che rischiare vere e proprie catastrofi, che oggi chiamiamo «umanitarie».

Il tema, comunque, non è affatto nuovo. Era il 1983 quando, al congresso sulle «Popular Interactions between Poor and Rich Countries», l’accademico Myron Weiner presentò il suo studio sulla emigrazione internazionale, dimostrando come gli Stati oggetto di emigrazione esercitino un controllo assai maggiore di quello che si pensasse sui propri emigrati, usandoli come una «risorsa nazionale» da sfruttare come tutte le altre. Si faceva largo dunque già allora la consapevolezza che, accanto alle minacce militari tra Stati che si contendono porzioni di territorio, esiste la possibilità di aggressioni altrettanto gravi che non ledono i territori e non vengono esercitate con le armi. I pur interessanti studi sui singoli casi presi in considerazione dal libro sono illuminanti, e li lasciamo volentieri allo studioso specialista, mentre vogliamo, invece, attirare l’attenzione su alcune conclusioni che risalgono, come abbiamo già rilevato, ad alcuni anni fa, quando l’emergenza attuale era solo una paventata minaccia, dato che Gheddafi era ancora vivo e saldamente al potere. Lo studio è molto utile perché, generalmente, gli esperti di emigrazione si soffermano sul lato teorico e astratto dei «diritti umani», ma non si avventurano ad analizzare la prassi di come, nel concreto, la politica non tenga in considerazione alcuna la sfera ideale ma badi molto più concretamente ai propri interessi, concetto ripetuto e sottolineato, in barba a tutte le anime belle che credono nella politica della compassione. La citazione che apre lo studio, sono parole di Samar Sen, ambasciatore dell’India presso le Nazioni Unite, è particolarmente significativa: «Se aggredire un altro paese straniero significa scassinare la sua struttura sociale, rovinare le sue finanze, cedere del territorio a favore dei rifugiati, allora, qual è la differenza tra questo tipo di aggressione «umanitaria» e quell’altro, più classico, nel quale si dichiara guerra?». 


Il primo esempio riportato dal libro è, curiosa coincidenza, proprio quello che, oggi, ci riguarda più da vicino: il giorno 11 ottobre 2004, i ministri degli esteri dell’Unione Europea decisero di sospendere tutte le sanzioni rimaste contro la Libia, compreso un embargo sull’acquisto di armi, in cambio dell’impegno da parte di Gheddafi di fermare l’esodo di migranti e richiedenti asilo africani che volevano attraversare il Mediterraneo. Lo sfruttamento politico di questa minaccia fruttò, allora, a Gheddafi un successo che, purtroppo per noi, non riuscì successivamente a mantenerlo al potere, con i tragici risultati che, oggi, sono sotto gli occhi di tutti. Procedendo con metodo scientifico, l’Autrice definisce precisamente i termini utilizzati: «migrazioni organizzate forzatamente» sono quei spostamenti di popolazioni organizzati deliberatamente allo scopo di ottenere concessioni politiche, militari e/o economiche da uno o altri Stati. Come queste azioni coercitive vengano attuate, dipende dalle situazioni e dai risultati desiderati: si va dalle azioni di forza, incluse le operazioni militari, all’uso di incentivi e proposte allettanti per ottenere il risultato proposto. Come esempio del primo tipo ricordiamo l’impiego delle forze armate durante la guerra del Biafra (1967-70) e le guerre civili in Bosnia (1992-95), mentre, tra gli esempi più eclatanti del secondo tipo ricordiamo le offerte di denaro fatte ai nordvietnamiti dagli USA dopo la Prima guerra indocinese (1954-55) e l’apertura indiscriminata delle frontiere, fino ad allora rigorosamente sigillate, della Germania Est a opera del presidente Erich Honecker. Oltre che secondo i mezzi utilizzati, le migrazioni forzate possono essere classificate anche secondi i fini perseguiti, classificabili come territoriali, comunemente assimilabili alle «pulizie etniche», politici, nei quali ci si libera dei dissidenti interni o si destabilizza un governo straniero, e militari, che rafforzano le posizioni delle forze armate durante un conflitto. Proprio perché queste migrazioni forzate passano generalmente in secondo piano rispetto agli scopi militari, politici e territoriali che permettono di raggiungere, esse rischiano di non essere adeguatamente riconosciute, e quindi sottovalutate. L’elenco di migrazioni forzate, spesso non considerate tali, è davvero impressionante, e ci costringe a riguardare innanzitutto la storia recente per capirne meglio le dinamiche e i conflitti. Ma la loro analisi ci permette, soprattutto, di considerare lucidamente quello che sta succedendo, a tanti anni di distanza dalla pubblicazione del libro. 

Inutile farci prendere dalla rabbia o dalla commozione: agitarsi furiosamente, invocando l’esercito affinché apra il fuoco contro le torme di straccioni che continuano a sbarcare sulle nostre coste, è altrettanto stupido che accoglierli sorridendo a braccia aperte, invitando tutti i derelitti e i furbi del pianeta ad accomodarsi nel nostro Paese, dando loro precedenza a chi qui ci è nato e cresciuto, e ha contribuito, grazie anche ai suoi padri, a rendere l’Italia quello che, nel bene e nel male, è oggi. Come scrive la Greenhill, «l’incapacità di percepire l’importanza tutt’altro che secondaria di un’arma politica usata spesso, può ostacolare seriamente la capacità tanto degli analisti che dei politici di comprendere, combattere e rispondere a minacce potenziali, così come di proteggere coloro che finiscono per essere vittime strumentalizzate». Da Amin Dada a Erich Honecker, passando per Castro fino al presidente bielorusso Lukashenko, che nel 2002 e 2004 avrebbe affermato esplicitamente (secondo quello che fu riportato sul «Times» del 14 novembre 2002) il ricatto all’Europa: 

«Se non ci pagate, non fermeremo il flusso di emigranti», assistiamo al ripetersi di uno schema consolidato, purtroppo costantemente ignorato dai media e sottovalutato dai politici.

Un’altra osservazione interessante è che, ovviamente, le vittime più deboli di queste migrazioni di massa sono le democrazie liberali, molto più vulnerabili perché sensibili – come sappiamo bene – al responso dell’opinione pubblica, facilmente manipolabile e politicamente efficace, e, soprattutto, perché generalmente offrono una protezione giuridica a chi si presenta come «rifugiato». Il fattore decisivo nella scelta del bersaglio, ovvero il paese da invadere, dipende dal grado di debolezza psicologica comune a tutte le società occidentali, ma molto più grave in alcune, che, quindi, vengono preferite. Ecco allora entrare in funzione gli agenti provocatori, i manipolatori della stampa e dell’informazione, i gruppi di pressione, strettamente legati ai gruppi di interesse, intenti, da un lato, a suscitare simpatia per i rifugiati, e dall’altro a eliminare qualsiasi dubbio sulla legittimità delle obiezioni, generalmente del tutto sensate, contrarie all’abolizione delle differenze di nazionalità e all’eliminazione delle frontiere. Il tutto ci riporta alla dimensione politica, ovvero al campo in cui dovrebbero essere fatte delle scelte e prese delle decisioni. Il fatto che sia proprio la politica il convitato di pietra di questa Europa, rende comprensibile il doloroso pasticcio in cui ci siamo cacciati, dal quale non sembra affatto facile uscire.

mercoledì 29 luglio 2026

Razze e razzismo

 “Vi assicuro che sono completamente libero da ogni odio razziale. In ogni caso, è indesiderabile che una razza si mescoli con un'altra... L'orgoglio per la propria razza - e questo non implica disprezzo per le altre razze - è anch'esso un sentimento normale e sano. Non ho mai considerato i cinesi o i giapponesi inferiori a noi. Appartengono a civiltà antiche e ammetto liberamente che la loro storia passata è superiore alla nostra. Hanno il diritto di essere orgogliosi del loro passato, così come noi abbiamo il diritto di essere orgogliosi della civiltà a cui apparteniamo. Anzi, credo che più i cinesi e i giapponesi rimarranno irriducibili nel loro orgoglio razziale, più facilmente mi sarà possibile andare d'accordo con loro. La differenziazione di trattamento non è motivata dalla differenza di valore tra le due razze, ma dalla differenza fondamentale delle loro rispettive usanze.”

Adolf Hitler

mercoledì 1 luglio 2026

A 65 anni dalla morte di Louis-Ferdinand Céline, il suo funerale nelle parole di Lucien Rebatet


Autore del “best seller” della Collaborazione Les Décombres, pubblicato nel 1942 e rivaleggiante per asprezza con i pamphlet céliniani, Lucien Rebatet fu uno degli intellettuali francesi più vicini a Céline, prima e durante la guerra (indimenticabile il suo ritratto di quest’ultimo a Sigmaringen) e sino alla morte di Louis-Ferdinand Destouches il 1° luglio 1961, come testimoniato dal seguente passo:

«Siamo appena tornati dal funerale di Céline. È morto sabato verso le 6 di sera, d’una congestione cerebrale. Sin dalla mattina, si sentiva ancor più malmesso, aveva i nervi scoperti. Si era steso un istante dicendo a Lucette:
– Sto per morire.
Al che Lucette gli rispose con la sua aria serena:
– Lo dici sempre.
– No, questa volta lo sento proprio che sto per morire.
Poco dopo perse conoscenza, e, in venti minuti, fu tutto finito. Non sono venuto a conoscenza della sua morte che ieri sera grazie a una telefonata di Robert Poulet. Lucette ci teneva assolutamente che questa notizia rimanesse segreta il più possibile, che le orde di giornalisti non fossero allertate. E ha fatto bene. Non eravamo, quel mattino, che una trentina di amici (per la cronaca, Roger Nimier, Marcel Aymé, Robert Poulet, Claude Gallimard e io). E questo funerale semiclandestino è stata una straordinaria pagina céliniana. Il feretro era stato posato nella sua camera da letto, a lato della sala da bagno grande, aperta. Si vedeva il lavabo, gli asciugamani, e girando la testa dall’altra parte, gli stracci di Louis-Ferdinand, le sue cinque o sei canadesi sdrucite, appese le une sulle altre su di un attaccapanni.
Lucette avrebbe voluto una messa (Céline se ne fregava, avrebbe voluto la fossa comune), ma il curato di Bas-Meudon si era rifiutato. Aveva rifiutato persino di inviare una religiosa per l’ultima vestizione. Siamo andati allora direttamente al cimitero di Vieux-Meudon. Proprio in quell’istante, si è messa a cadere una pioggerella sottile, come per un’illustrazione di Morte a credito. Fu veramente stupefacente, ed eravamo appena usciti dal cimitero che il sole riapparve su questa banlieue eteroclita. Tutti noi avevamo giudicato come se fosse perfettamente nell’ordine delle cose di questi tempi che il più grande scrittore francese d’oggi fosse seppellito così, clandestinamente, da un pugno di amici, molto più miseramente che una lavascale»
.

a “Louis-Ferdinand Céline. Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze”, a cura di Andrea Lombardi, prefazione di Stenio Solinas

Tratto da “Louis-Ferdinand Céline. Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze”, a cura di Andrea Lombardi, prefazione di Stenio Solinas, Bietti Edizioni https://www.bietti.it/negozio/un-profeta-dellapocalisse-scritti-interviste-lettere-e-testimonianze-2/

Francesco Cuccovillo

Francesco Cuccovillo

sabato 23 maggio 2026

I Nuovi baroni, rapinatori dell'America.

Nuovi baroni rapinatori d'America


di Eustace Mullins

Per fare soldi nel mercato azionario, è necessario utilizzare gli stessi strumenti utilizzati dai grandi operatori uso; vale a dire, capitale e informazioni. La quantità di capitale su cui puoi mettere le mani
potrebbe essere limitato. È per la maggior parte delle persone. Ma la quantità di informazioni che puoi ottenere potrebbe essere limitato solo dal tuo desiderio di ottenere i fatti e dalla tua volontà di rifiutare in precedenza idee sbagliate o disinformazione. Quindi potresti iniziare a capire cosa sta succedendo nel mercato.

Devi prima riconoscere che sono avvenuti cambiamenti fondamentali nella nostra capitale struttura e proprietà di guadagno. Per più di un secolo, la tradizione americana pensato che per ottenere una grande ricchezza, devi avere la fortuna di diventare ricco con un miniera d'oro, per colpire il petrolio o possedere la tua banca. Nell'ultimo decennio abbiamo assistito al fenomeni sorprendenti di milionari e persino miliardari, che possedevano una vasta ricchezza nella forma di miniere d'oro, pozzi di petrolio o banche e che improvvisamente dichiararono fallimento. Cosa era sta succedendo al sogno americano? La risposta è che la capitalizzazione, o struttura del debito, era ora superando le attività di capitale. Il flusso di cassa, anche da una miniera d'oro, un pozzo di petrolio o una banca,
non era più sufficiente per pagare gli interessi, tanto meno per gestire il pagamento del capitale della struttura del debito.

Questo dilemma non era inevitabile, né derivava dall'ottimismo, o dall'ottimismo, dal coraggio correre rischi che hanno reso l'America la nazione più produttiva e più ricca del mondo.
La struttura del debito rispetto al dilemma delle attività di capitale è stata deliberatamente creata da un piccolo gruppo di i gestori di capitale, o finanzieri, che hanno abilmente usato la loro falange di centrali per la creazione di denaro banche per superare gruppi rivali e nazioni rivali. Questa situazione influisce direttamente sullo stock transazione che si svolge sugli scambi mondiali. Il tuo problema ora è come posso tradurre questa struttura del debito - le attività in conto capitale si scontrano in transazioni redditizie per me stesso?

Il problema di base è simile a quello di un gioco di poker: come scoprire quali carte sono l'altro sta tenendo? Nonostante il grande segreto che avvolge le principali transazioni finanziarie, quasi ogni mossa finanziaria è telegrafata in qualche modo, a causa del continuo e crescente concentrazione del potere finanziario in poche mani. Oggi un oscuro (ma non sconosciuto) la rete finanziaria raggiunge i suoi obiettivi attraverso relativamente pochi partecipanti. Verso le trentacinque anni di ricerca, ho ristretto questi partecipanti ai principali attori. Loro non solo esercitare un'enorme pressione sugli scambi attraverso il loro potere di acquistare o vendere enormi blocchi di stock, ma esercitano anche un effetto quotidiano sui prezzi e sul volume giornaliero degli scambi attraverso il loro controllo dei rubinetti, l'accensione o lo spegnimento del flusso monetario delle banche centrali o pseudogovernative.

Anche in questo caso, ci sono sempre alcuni indicatori di movimenti importanti in entrambe le direzioni, sebbene le decisioni esatte rimangono il segreto dei principali giocatori. L'enorme potere esercitato da questi creatori minano il potere precedentemente esercitato da tali pistoni di borsa come 
Milioni di porte, pionieri delle banche come George F. Baker della First National Bank (ora Citibank), o magnati di petrolio come il tardo H. L. Hunt. L'erede 42enne dell'impero Hunt, Ray Hunt, ha recentemente dichiarato a Fortune (8 luglio 1985): "Non torneremo mai ai bei vecchi tempi del petrolio industria ". Non sono solo i bei vecchi tempi dell'industria petrolifera, ma anche la costruzione dell'impero giorni dei Vanderbilts nelle ferrovie, Carnegie in acciaio o Baker in finanza, che hanno scomparso. Sono stati trasformati in nuovi tipi di operazioni finanziarie, come ad esempio fusioni, acquisizioni con leva finanziaria e altre forme di acquisizione. Anche in questo caso, i principali giocatori o originano queste operazioni oppure si spostano e le assumono nei momenti cruciali.

Eppure raramente ci viene riferita l'identità esatta dei principali attori. I giornali finanziari come "Wall Street Journal" e "Forbes" scrivono dei "predoni", i moderni bucanieri finanziari che presumibilmente si profilano fuori dalla nebbia come operatori di lupu solitario e prendono il controllo del maggiore corporazioni. I giornalisti finanziari non ci dicono che quando i Belzberg acquistano il controllo del Scovill Corp., agiscono semplicemente come agenti dei Rothschild, o che i Bronfman,  acquistando una grande quota di DuPont, stanno semplicemente eseguendo le istruzioni del Rothschild di Londra.

Forbes ha recentemente identificato Seagrams del Canada come il primo investitore straniero negli Stati Uniti Stati. Possiede interamente $ 2,4 miliardi di Joseph Seagrams and Sons di New York, e il 23% di DuPont Corp. da $ 14 miliardi e Seagrams del Canada è interamente controllato da Bronfman
famiglia. Giusto? Sbagliato. I Bronfmans possiedono un grande blocco

mercoledì 29 aprile 2026

La solita operetta ad usum delphini

 


La fanfara resistenziale che da giorni suona la solita operetta saturando il panorama dell’informazione è una patacca di enormi dimensioni. Lo sanno innanzitutto gli antifascisti, i quali sono i primi ad umiliare la memoria di quei pochi veri partigiani che combatterono coraggiosamente immergendoli nello stesso stagno maleodorante in cui galleggiano centinaia di migliaia di figuri senza alcun merito e senza alcuna dignità, avanzi della borsa nera, ladri, fannulloni, codardi, pervertiti, stupratori e voltagabbana. Insomma, soltanto per meschini obiettivi di potere, il peggio del peggio di una Nazione viene portato sugli scudi, viene indicato come adamantino esempio per le nuove generazioni, viene spacciato per meritorio protagonista della “vittoria militare” e della “liberazione”. E’ un po’ come la collana di palline di plastica dei Club Med: una convenzione per rendere più semplice l’acquisto della bibita o del caffè quando sei in mutande da bagno e non ti puoi portare dietro il portafogli. Il problema è che se esci dal villaggio e cerchi di fare il pieno di benzina pagandolo con le palline, il benzinaio giustamente ti piglia a calci in culo e ti rispedisce a fare il gioco caffè con l’animatore dalla erre moscia. La menzogna resistenziale funziona nel villaggio degli animatori dell’odio Berizzi e Montanari, dei Formigli e dei Fratoianni, dei Raimo e delle Salis. Ma fuori di lì per fortuna ci sono tante persone di buon senso che guardano alla storia della Resistenza come ad una lontana vicenda che oggi non ha senso imporre come religione di Stato. Persino i non fascisti hanno finalmente mangiato la foglia delle sospette inesauribili ed immortali staffette partigiane, delle poco verosimili imprese rocambolesche del “Compagno Trottola”, delle centinaia di “città medaglia d’oro” che “si sono liberate prima dell’arrivo degli Alleati”. Delle 650.000 richieste di “attestato di partigiano” presentate a conflitto concluso. Quante puttanate. Quanta retorica. Quanta omertà. Ma i compagni vanno compresi: se togliete sta roba qua, a loro restano solo battaglie folli a favore di altra feccia, che però, a differenza degli stupratori seriali delle Brigate Garibaldi a cui per convenzione è stata concessa una patina di retorico eroismo, si mostra nuda ogni giorno ai nostri occhi. Violenta, prepotente, arrogante, minacciosa ed assassina. Vogliono far credere che un composto e solenne rito del “Presente” sia più pericoloso delle sistematiche aggressioni condotte dagli antifascisti militanti ai danni di chiunque non sia allineato. Che un saluto romano sia più delinquenziale di una coltellata magrebina. Anche per questo non ha alcun senso la ricerca della “pacificazione”. La patacca storica della Resistenza alimenta ancora la religione talebana di Piazzale Loreto e delle “chiavi inglesi tra i capelli”. In Italia la guerra civile non è mai finita. Sarebbe ora che la Scuola facesse capire ai ragazzi che cosa essa fu veramente, con distacco e rigore storico. Mandando in cantina le fanfare e i viscidi animatori di odio che si arricchiscono con la nuova borsa nera.

mercoledì 30 aprile 2025

𝐒𝐄 𝐈𝐋 𝐅𝐔̈𝐇𝐑𝐄𝐑 𝐄𝐒𝐂𝐄 𝐃𝐀𝐆𝐋𝐈 𝐀𝐑𝐌𝐀𝐃𝐈 ...

ndiviso con Solo io

«L'ombra sua torna
»: ma completare il verso di Dante riuscirebbe ingannevole, ché "dipartita" non s'era, propriamente, mai. Si celava in latebre donde oggi riaffiora. È la moda, sentenzia il superficiale. Lo stupido ricanta i ritornelli della nostalgia, immutati da mezzo secolo come i dogmi della colpa collettiva dei tedeschi. Cinquantaquattro anni dopo esser svanita nelle fiamme d'apocalisse, l'immagine del Führer riemerge fluttuante in quella zona che i tedeschi chiamano «l'industria della coscienza», stampa, cinematografo, archivi di fotografie: sono pellicole, serie di articoli nelle riviste, biografie, compilazioni frettolose chiamate "dossiers". Alcune sono tradotte, per lo più male, in lingue straniere. Più di un "ritorno", che è pura assurdità, sono sintomi, moltiplicati da mezzi e momenti eterogenei, dell'agitarsi di quella figura nella coscienza della nazione. Rispetto alla riunificazione quasi decennale, non appaiono causa, né conseguenza. La loro interpretazione va ricercata in una contabilità del tutto diversa.
Nostalgia? Assurdo. Rimorso d'averlo acclamato e seguito? Sarebbe cosa per pochi vegliardi. Fascino retrospettivo? O, meglio, tentativo di capire, previa rimozione della damnatio memoriae imposta dai vincitori alla nazione vinta e voluttuosamente accettata dai suoi nuovi capi, secondo quel "lavaggio del carattere" che il conte von Schrenck-Notzing smontò e descrisse?
Chi fu Hitler? Fu un "mostro", ossia uno di quei fuorilegge della politica e della morale che periodicamente violentano la vergine storia? Bonaparte fu ascritto a questa categoria. Chi conosce argomenti e toni della propaganda antinapoleonica non ha dubbi. La demonizzazione risultò allora alcuni decenni più breve solo perché i mezzi di persuasione non avevano raggiunto la forza del secolo ventesimo. A ritrarre i crimini del Terzo Reich furon chiamati maghi della fotografia e del cinema, Hitchcock per primo. Oppure, fu il prodotto ineluttabile di quelle forze elementari che foggiano il destino dei popoli, scatenate e potenziate dalla ribellione ai giganteschi torti subiti? I cronisti della stampa internazionale che si affollavano nel salone di Versailles quando il testo del "Trattato" fu presentato ai tedeschi che dovevano firmarlo, pena l'invasione e l'annichilimento, descrissero il contegno del conte Brockdorff-Rantzau, ministro degli Esteri dell'appena nata Repubblica tedesca, con parole come «gelida superbia», mentre il Conte, data un'occhiata al testo, fino allora sconosciuto, ne restò inebetito e come «esamine, sul punto di svenire per la disperazione».
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La lingua tedesca possiede un verbo e un sostantivo soltanto suoi, il cui uso si è moltiplicato dopo la rovina e l'umiliazione del Reich: bewaeltigen e Bewaeltung: verbo e sostantivo si lasciano correttamente tradurre soltanto in perifrasi. Entrambi sono amplificazioni della radice indogermanica ual, da cui discendono il latino valere e tutti i nostri valore, valuta, essere forte, avere valore. Die Vergangenheit bewaeltigen significa far forza al passato, digerirlo, archiviarlo, non esserne più ossessionati. Ecco il probabile nodo, con le difficoltà di scioglierlo, che simile ritorno porta alla superficie dell'anima tedesca. Le elezioni non c'entrano. C'entra ancora la domanda: Chi fu Hitler? Quei pochi che poterono guardarlo vivere, da vicino, misurarono la forza e la debolezza dell'uomo, anche se metterle in reciproco rapporto era cosa da pochi. L'una stava nel magnetismo che irradiava sulle folle, l'altra nell'incapacità ad avere nella vita altro interlocutore che se stesso.
Si può dire che fosse l'antitesi di Bismarck. Questi provocò violente opposizioni nelle assemblee e cominciò a magnetizzare la nazione soltanto dopo il ritiro dal governo. Ma la sua conversazione politica si insinuava nella coscienza dell'interlocutore, la penetrava, l'avvolgeva nelle spire della sua dialettica. La rimodellava: nella sua conversazione erano ironia, bonomia, crudeltà, charme, brutalità, poesia, sovrana padronanza di tutta l'umana tastiera. Hitler uomo di stato fu incapace di condurre una vera conversazione politica. L'interlocutore aveva l'impressione che le proprie parole cadessero in un vuoto. Hitler non sembrava percepirle, e quando alla sua volta parlava, guardava sovente l'interprete, ossia se stesso, laddove Bismarck succhiava il cervello dell'interlocutore e ne traeva nutrimento per la propria politica.
«È così bravo, dicono con espressione sorprendente i suoi collaboratori. Gli presentano persone, stringe mani tese con sguardo assente, risponde qualche parola. E noi restiamo lì, stupiti, senza capire. Bisogna guardare i suoi occhi. In quel viso insignificante, loro soli contano. Sono occhi di un altro mondo, occhi strani di un azzurro profondo e nero, dove la pupilla si distingue appena. Come indovinare che cosa passa? Che cosa abbiamo in comune con quegli occhi? La prima impressione, la più prodigiosa, rimane: sono occhi tristi. Un'angoscia quasi insormontabile, un'ansia inaudita vi hanno dimora ... ».
Le migliori descrizioni, tutte di stranieri, anche il superbo ritratto di Jacques de Benoist-Méchin, ridicono quest'istantanea di Robert Brasillach. In quel potere ipnotico sulle folle, in quella solitudine incapace di scrutare, vagliare, assimilare e politicamente utilizzare il pensiero e l'animo di un interlocutore furono la ragione e la causa della sua catastrofe.
E ciò premesso: fu un "eroe" nel senso dato al termine da Carlyle? Oppure, un "uomo rappresentativo", quale lo concepiva Emerson? Qui sta il problema che la coscienza germanica non riesce a bewaeltigen, sistemare e archiviare. In una pacata ma tremenda riflessione del 1948, Ludwig Dehio, uno storico liberale che aveva attraversato la dittatura, osservò che «nel Terzo Reich, una delle grandi nazioni europee ancor vigorosa e piena di vita, dovette lottare per la prima volta con lo spettro della morte. Non s'era mai visto nella storia europea». Soltanto dopo ottant'anni di polemiche gli storici e quel po' di pubblica opinione che ancora s'interessa a queste inezie, si arrendono all'idea che, se di responsabilità è il caso di parlare nelle origini della Prima guerra mondiale, i responsabili furono cinque, quante le potenze del giuoco, e le responsabilità non sono ancora state dosate e graduate. Passerà forse un altro secolo prima che i posteri capitolino dinanzi alla verità della Seconda guerra: che Gran Bretagna e Francia, dopo averne lasciati sfuggire quattro, colsero al volo l'ultimo pretesto contrattuale per riportare la Germania nei ceppi di Versailles, e che questo pretesto coincideva con l'ultima correzione legittima del Trattato. **** È incontestabile che, col Terzo Reich, Hitler mescolò alla politica tedesca elementi personali che gravemente la alterarono. Il più fatale fu l'antisemitismo prettamente viennese, maturato negli anni Ottanta dell'Ottocento per un intreccio di cause psicologiche e economiche locali, che Hitler assorbì prima della guerra nella sua "vie de bohême", e si estese al Reich negli anni di miseria nazionale seguiti alla pace imposta e all'inflazione. Le cause economiche non esercitarono sull'individuo Hitler alcuna influenza. Eugen Dollmann ricordava con stupefazione il giorno che il Führer si vantò con Mussolini di non essere mai stato socialista, neppure nella profonda miseria.
Di quegli anni miserabili, l'opinione modellata dai vincitori ripete il cliché del pittore privo di fantasia che copia cartoline di piazze e monumenti, senza figure umane per asserita riluttanza del "mostro" a disegnare i suoi simili. Il Catalogo dei "Dipinti, acquarelli e disegni di architettura", intitolato Adolf Hitler als Maler und Zeichner, compilato dal collezionista americano Billy F. Price, pubblicato dall'editore svizzero Gallant nel 1983 e stampato "by Arnoldo Mondadori Editore, Verona", riproduce (n.601 A, pag.225) il primo abbozzo di quello che sarebbe divenuto il Maggiolino Volkswagen: «Lo tenga lei», disse a Jakob Werlin, direttore della filiale di Monaco della Daimler-Benz, «ne parli con gente che se ne intende più di me. Ma non lo dimentichi...».
Era l'estate del 1932. Tanto poco Werlin se ne dimenticò, che il disegnetto, efficacissimo, appare oggi l'incontestabile incunabolo della più fortunata forma espressa dal disegno dell'industria automobilistica. Chi è Hitler? Il primo o il secondo? Scomodo ma evidente, è tutti e due. Quanto al trapianto dell'antisemitismo viennese nel Reich germanico, che n'era stato fino allora immune, nessuno ha mai studiato, ma che dico, neppure accennato, tra le cause della sua diffusione, alla "dichiarazione Balfour" con cui, nel 1917, la Gran Bretagna promise agli ebrei il "national home" in Palestina, scavando il baratro di un minaccioso malentendu tra gli ebrei tedeschi, fino allora perfettamente integrati, e il Reich, cui cominciarono ad augurare la rovina, premessa al crollo del satellite Ottomano, alle cui spese il Home ebraico doveva realizzarsi. Anche l'antisemitismo elevato a dottrina aveva avuto un precedente in Europa: la revoca dell'Editto di Nantes, che sollevò un'immensa ondata emotiva, ma non fu causa della guerra, così come non era stato l'atto di Luigi XIV a provocare la formazione della Lega di Augusta.
La diatriba sulle stragi degli Ebrei ha scarsa parte nel processo della Bewaeltigung. È certo che non si è mai trovato un ordine, un verbale, un foglio, una firma che attestino responsabilità e perfino la semplice cognizione, da parte del Führer, della cosiddetta "soluzione finale". Un capo di stato è certamente responsabile anche dei crimini che non ha conosciuto, se siano compiuti da funzionari e ufficiali dello Stato, ma il giudizio sulla persona è diverso. Quanti ho conosciuto e interpellato, che conobbero e frequentarono a lungo Hitler (Dollmann, Doenitz, Kesselring, Wolff, Westphal) decisamente esclusero che il Führer avesse parte, e perfino nozione, dei piani le cui responsabilità attribuivano a Himmler e funzionari inferiori come Eichmann. Naturalmente tutti costoro avevano ogni interesse, siccome l'avevano in varie guise servito, a tenere indenne il signore della guerra da queste accuse. Ma occorre aggiungere che, tutt'altro del monolito che comunemente ci si figura, il Terzo Reich fu un labirinto di responsabilità e competenze contraddittorie, fazioni in lotta feroce, oscurità, paradossi.

***
Altro nodo che rilutta alla Bewaeltigung, la Seconda guerra mondiale. Le sue origini immediate stavano nelle frontiere orientali, quali i vincitori nella pace di Versailles imposero alla Germania. Le origini lontane, nel caos economico creato in Europa dalla crisi americana. Negli anni Trenta, come poi nei Cinquanta, la Germania poteva sopravvivere soltanto dando pieno sviluppo alla sua immensa capacità di lavoro, esportando i suoi prodotti. Nel benessere crescente degli anni Cinquanta annegò il ricordo delle mutilazioni sofferte e delle rapine patite, di nuovo a titolo di riparazioni. Nella crescente miseria dei primi anni Trenta, il Reich avrebbe dovuto ribellarsi alle rapine e alle inique frontiere anche senza Hitler al potere. Se sulla Francia pesava la responsabilità delle schiaccianti riparazioni e delle immense mutilazioni territoriali, solo gli Stati Uniti furono autori della miseria tedesca per la folle espansione del credito e la criminale tariffa doganale che portò le firme del senatore Smoot e del deputato Harley. Le colpe francesi erano più elementari da classificare. Invece, il liberatore-rieducatore americano ha potuto insegnare al popolo tedesco, nel lavaggio di carattere e memoria seguito alla fine della guerra, storie molto diverse dalla verità. Aut mori, aut pati, il popolo tedesco nella sua identità collettiva e istituzionale dovette piegarsi a fingere di approvare quanto i suoi governanti accettarono, benché falso e imposto. Ora è giunto il momento che quanto resta di coscienza profonda a quel popolo sventurato chiede un riesame. L'uscita dal potere del partito democristiano per cinquanta anni asservito alla verità americana può essere, in piccola parte, anche conseguenza di questa fase della Bewaeltigung. La rimozione del viluppo di menzogne e leggende che costituiva la verità ufficiale ne sarà senz'altro accelerata. La riapparizione di Hitler sugli schermi, nei giornali, nei libri, nei dossiers, è forse il simbolo più appariscente affiorato di una lotta fino ad ora segreta e forse anche inconsapevole. Milano, 19 Novembre 1998

𝐏𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐁𝐮𝐬𝐜𝐚𝐫𝐨𝐥𝐢, 𝑼𝑵𝑨 𝑵𝑨𝒁𝑰𝑶𝑵𝑬 𝑰𝑵 𝑪𝑶𝑴𝑨,𝑀𝑖𝑛𝑒𝑟𝑣𝑎 𝐸𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑝𝑎𝑔g.213-218

martedì 29 aprile 2025

L'Appeso

 

Un corpo ormai irriconoscibile, deturpato oltre ogni sembianza umana, oscillava capovolto dalla pensilina di un distributore di benzina. Rimaneva lì, immobile, sotto un pallido sole di primavera che pareva esitare a posarsi su di lui. Era il corpo di Benito Mussolini, colui che per vent’anni aveva orientato — nel bene come nel male — il destino dell’Italia.

Tutt'intorno, una folla tumultuante e ostile si accalcava: le stesse voci che un tempo lo avevano acclamato come un nume tutelare, ora inveivano, orinavano, sputavano, percuotevano a più non posso quel resto d’uomo che non poteva più difendersi. Così si chiudeva, in una scena di feroce contraddizione, la parabola umana e politica del fondatore del fascismo.
Era il 29 aprile 1945.