ndiviso con Solo io
«L'ombra sua torna»: ma completare il verso di Dante riuscirebbe ingannevole, ché "dipartita" non s'era, propriamente, mai. Si celava in latebre donde oggi riaffiora. È la moda, sentenzia il superficiale. Lo stupido ricanta i ritornelli della nostalgia, immutati da mezzo secolo come i dogmi della colpa collettiva dei tedeschi. Cinquantaquattro anni dopo esser svanita nelle fiamme d'apocalisse, l'immagine del Führer riemerge fluttuante in quella zona che i tedeschi chiamano «l'industria della coscienza», stampa, cinematografo, archivi di fotografie: sono pellicole, serie di articoli nelle riviste, biografie, compilazioni frettolose chiamate "dossiers". Alcune sono tradotte, per lo più male, in lingue straniere. Più di un "ritorno", che è pura assurdità, sono sintomi, moltiplicati da mezzi e momenti eterogenei, dell'agitarsi di quella figura nella coscienza della nazione. Rispetto alla riunificazione quasi decennale, non appaiono causa, né conseguenza. La loro interpretazione va ricercata in una contabilità del tutto diversa.
Nostalgia? Assurdo. Rimorso d'averlo acclamato e seguito? Sarebbe cosa per pochi vegliardi. Fascino retrospettivo? O, meglio, tentativo di capire, previa rimozione della damnatio memoriae imposta dai vincitori alla nazione vinta e voluttuosamente accettata dai suoi nuovi capi, secondo quel "lavaggio del carattere" che il conte von Schrenck-Notzing smontò e descrisse?
Chi fu Hitler? Fu un "mostro", ossia uno di quei fuorilegge della politica e della morale che periodicamente violentano la vergine storia? Bonaparte fu ascritto a questa categoria. Chi conosce argomenti e toni della propaganda antinapoleonica non ha dubbi. La demonizzazione risultò allora alcuni decenni più breve solo perché i mezzi di persuasione non avevano raggiunto la forza del secolo ventesimo. A ritrarre i crimini del Terzo Reich furon chiamati maghi della fotografia e del cinema, Hitchcock per primo. Oppure, fu il prodotto ineluttabile di quelle forze elementari che foggiano il destino dei popoli, scatenate e potenziate dalla ribellione ai giganteschi torti subiti? I cronisti della stampa internazionale che si affollavano nel salone di Versailles quando il testo del "Trattato" fu presentato ai tedeschi che dovevano firmarlo, pena l'invasione e l'annichilimento, descrissero il contegno del conte Brockdorff-Rantzau, ministro degli Esteri dell'appena nata Repubblica tedesca, con parole come «gelida superbia», mentre il Conte, data un'occhiata al testo, fino allora sconosciuto, ne restò inebetito e come «esamine, sul punto di svenire per la disperazione».
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La lingua tedesca possiede un verbo e un sostantivo soltanto suoi, il cui uso si è moltiplicato dopo la rovina e l'umiliazione del Reich: bewaeltigen e Bewaeltung: verbo e sostantivo si lasciano correttamente tradurre soltanto in perifrasi. Entrambi sono amplificazioni della radice indogermanica ual, da cui discendono il latino valere e tutti i nostri valore, valuta, essere forte, avere valore. Die Vergangenheit bewaeltigen significa far forza al passato, digerirlo, archiviarlo, non esserne più ossessionati. Ecco il probabile nodo, con le difficoltà di scioglierlo, che simile ritorno porta alla superficie dell'anima tedesca. Le elezioni non c'entrano. C'entra ancora la domanda: Chi fu Hitler? Quei pochi che poterono guardarlo vivere, da vicino, misurarono la forza e la debolezza dell'uomo, anche se metterle in reciproco rapporto era cosa da pochi. L'una stava nel magnetismo che irradiava sulle folle, l'altra nell'incapacità ad avere nella vita altro interlocutore che se stesso.
Si può dire che fosse l'antitesi di Bismarck. Questi provocò violente opposizioni nelle assemblee e cominciò a magnetizzare la nazione soltanto dopo il ritiro dal governo. Ma la sua conversazione politica si insinuava nella coscienza dell'interlocutore, la penetrava, l'avvolgeva nelle spire della sua dialettica. La rimodellava: nella sua conversazione erano ironia, bonomia, crudeltà, charme, brutalità, poesia, sovrana padronanza di tutta l'umana tastiera. Hitler uomo di stato fu incapace di condurre una vera conversazione politica. L'interlocutore aveva l'impressione che le proprie parole cadessero in un vuoto. Hitler non sembrava percepirle, e quando alla sua volta parlava, guardava sovente l'interprete, ossia se stesso, laddove Bismarck succhiava il cervello dell'interlocutore e ne traeva nutrimento per la propria politica.
«È così bravo, dicono con espressione sorprendente i suoi collaboratori. Gli presentano persone, stringe mani tese con sguardo assente, risponde qualche parola. E noi restiamo lì, stupiti, senza capire. Bisogna guardare i suoi occhi. In quel viso insignificante, loro soli contano. Sono occhi di un altro mondo, occhi strani di un azzurro profondo e nero, dove la pupilla si distingue appena. Come indovinare che cosa passa? Che cosa abbiamo in comune con quegli occhi? La prima impressione, la più prodigiosa, rimane: sono occhi tristi. Un'angoscia quasi insormontabile, un'ansia inaudita vi hanno dimora ... ».
Le migliori descrizioni, tutte di stranieri, anche il superbo ritratto di Jacques de Benoist-Méchin, ridicono quest'istantanea di Robert Brasillach. In quel potere ipnotico sulle folle, in quella solitudine incapace di scrutare, vagliare, assimilare e politicamente utilizzare il pensiero e l'animo di un interlocutore furono la ragione e la causa della sua catastrofe.
E ciò premesso: fu un "eroe" nel senso dato al termine da Carlyle? Oppure, un "uomo rappresentativo", quale lo concepiva Emerson? Qui sta il problema che la coscienza germanica non riesce a bewaeltigen, sistemare e archiviare. In una pacata ma tremenda riflessione del 1948, Ludwig Dehio, uno storico liberale che aveva attraversato la dittatura, osservò che «nel Terzo Reich, una delle grandi nazioni europee ancor vigorosa e piena di vita, dovette lottare per la prima volta con lo spettro della morte. Non s'era mai visto nella storia europea». Soltanto dopo ottant'anni di polemiche gli storici e quel po' di pubblica opinione che ancora s'interessa a queste inezie, si arrendono all'idea che, se di responsabilità è il caso di parlare nelle origini della Prima guerra mondiale, i responsabili furono cinque, quante le potenze del giuoco, e le responsabilità non sono ancora state dosate e graduate. Passerà forse un altro secolo prima che i posteri capitolino dinanzi alla verità della Seconda guerra: che Gran Bretagna e Francia, dopo averne lasciati sfuggire quattro, colsero al volo l'ultimo pretesto contrattuale per riportare la Germania nei ceppi di Versailles, e che questo pretesto coincideva con l'ultima correzione legittima del Trattato.
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È incontestabile che, col Terzo Reich, Hitler mescolò alla politica tedesca elementi personali che gravemente la alterarono.
Il più fatale fu l'antisemitismo prettamente viennese, maturato negli anni Ottanta dell'Ottocento per un intreccio di cause psicologiche e economiche locali, che Hitler assorbì prima della guerra nella sua "vie de bohême", e si estese al Reich negli anni di miseria nazionale seguiti alla pace imposta e all'inflazione. Le cause economiche non esercitarono sull'individuo Hitler alcuna influenza. Eugen Dollmann ricordava con stupefazione il giorno che il Führer si vantò con Mussolini di non essere mai stato socialista, neppure nella profonda miseria.
Di quegli anni miserabili, l'opinione modellata dai vincitori ripete il cliché del pittore privo di fantasia che copia cartoline di piazze e monumenti, senza figure umane per asserita riluttanza del "mostro" a disegnare i suoi simili. Il Catalogo dei "Dipinti, acquarelli e disegni di architettura", intitolato Adolf Hitler als Maler und Zeichner, compilato dal collezionista americano Billy F. Price, pubblicato dall'editore svizzero Gallant nel 1983 e stampato "by Arnoldo Mondadori Editore, Verona", riproduce (n.601 A, pag.225) il primo abbozzo di quello che sarebbe divenuto il Maggiolino Volkswagen: «Lo tenga lei», disse a Jakob Werlin, direttore della filiale di Monaco della Daimler-Benz, «ne parli con gente che se ne intende più di me. Ma non lo dimentichi...».
Era l'estate del 1932. Tanto poco Werlin se ne dimenticò, che il disegnetto, efficacissimo, appare oggi l'incontestabile incunabolo della più fortunata forma espressa dal disegno dell'industria automobilistica. Chi è Hitler? Il primo o il secondo? Scomodo ma evidente, è tutti e due.
Quanto al trapianto dell'antisemitismo viennese nel Reich germanico, che n'era stato fino allora immune, nessuno ha mai studiato, ma che dico, neppure accennato, tra le cause della sua diffusione, alla "dichiarazione Balfour" con cui, nel 1917, la Gran Bretagna promise agli ebrei il "national home" in Palestina, scavando il baratro di un minaccioso malentendu tra gli ebrei tedeschi, fino allora perfettamente integrati, e il Reich, cui cominciarono ad augurare la rovina, premessa al crollo del satellite Ottomano, alle cui spese il Home ebraico doveva realizzarsi. Anche l'antisemitismo elevato a dottrina aveva avuto un precedente in Europa: la revoca dell'Editto di Nantes, che sollevò un'immensa ondata emotiva, ma non fu causa della guerra, così come non era stato l'atto di Luigi XIV a provocare la formazione della Lega di Augusta.
La diatriba sulle stragi degli Ebrei ha scarsa parte nel processo della Bewaeltigung. È certo che non si è mai trovato un ordine, un verbale, un foglio, una firma che attestino responsabilità e perfino la semplice cognizione, da parte del Führer, della cosiddetta "soluzione finale". Un capo di stato è certamente responsabile anche dei crimini che non ha conosciuto, se siano compiuti da funzionari e ufficiali dello Stato, ma il giudizio sulla persona è diverso. Quanti ho conosciuto e interpellato, che conobbero e frequentarono a lungo Hitler (Dollmann, Doenitz, Kesselring, Wolff, Westphal) decisamente esclusero che il Führer avesse parte, e perfino nozione, dei piani le cui responsabilità attribuivano a Himmler e funzionari inferiori come Eichmann. Naturalmente tutti costoro avevano ogni interesse, siccome l'avevano in varie guise servito, a tenere indenne il signore della guerra da queste accuse. Ma occorre aggiungere che, tutt'altro del monolito che comunemente ci si figura, il Terzo Reich fu un labirinto di responsabilità e competenze contraddittorie, fazioni in lotta feroce, oscurità, paradossi.
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Altro nodo che rilutta alla Bewaeltigung, la Seconda guerra mondiale. Le sue origini immediate stavano nelle frontiere orientali, quali i vincitori nella pace di Versailles imposero alla Germania. Le origini lontane, nel caos economico creato in Europa dalla crisi americana. Negli anni Trenta, come poi nei Cinquanta, la Germania poteva sopravvivere soltanto dando pieno sviluppo alla sua immensa capacità di lavoro, esportando i suoi prodotti. Nel benessere crescente degli anni Cinquanta annegò il ricordo delle mutilazioni sofferte e delle rapine patite, di nuovo a titolo di riparazioni.
Nella crescente miseria dei primi anni Trenta, il Reich avrebbe dovuto ribellarsi alle rapine e alle inique frontiere anche senza Hitler al potere. Se sulla Francia pesava la responsabilità delle schiaccianti riparazioni e delle immense mutilazioni territoriali, solo gli Stati Uniti furono autori della miseria tedesca per la folle espansione del credito e la criminale tariffa doganale che portò le firme del senatore Smoot e del deputato Harley. Le colpe francesi erano più elementari da classificare.
Invece, il liberatore-rieducatore americano ha potuto insegnare al popolo tedesco, nel lavaggio di carattere e memoria seguito alla fine della guerra, storie molto diverse dalla verità.
Aut mori, aut pati, il popolo tedesco nella sua identità collettiva e istituzionale dovette piegarsi a fingere di approvare quanto i suoi governanti accettarono, benché falso e imposto.
Ora è giunto il momento che quanto resta di coscienza profonda a quel popolo sventurato chiede un riesame. L'uscita dal potere del partito democristiano per cinquanta anni asservito alla verità americana può essere, in piccola parte, anche conseguenza di questa fase della Bewaeltigung. La rimozione del viluppo di menzogne e leggende che costituiva la verità ufficiale ne sarà senz'altro accelerata. La riapparizione di Hitler sugli schermi, nei giornali, nei libri, nei dossiers, è forse il simbolo più appariscente affiorato di una lotta fino ad ora segreta e forse anche inconsapevole.
Milano, 19 Novembre 1998𝐏𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐁𝐮𝐬𝐜𝐚𝐫𝐨𝐥𝐢, 𝑼𝑵𝑨 𝑵𝑨𝒁𝑰𝑶𝑵𝑬 𝑰𝑵 𝑪𝑶𝑴𝑨,𝑀𝑖𝑛𝑒𝑟𝑣𝑎 𝐸𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑝𝑎𝑔g.213-218






