lunedì 4 ottobre 2021

La banca centrale - Banca d'Italia - nelle insignificanti salmerie di pensionati rimaste a Roma dopo il 23 settembre 1943

1.2.4.2.3.2 - La banca centrale - Banca d'Italia - nelle insignificanti salmerie di pensionati rimasti a Roma dopo il 23 settembre 1943 

di Antonio Pantano

Non ritenne di muoversi da Roma una esigua insignificante manciata di alcuni vecchi funzionari in pensione della Banca d'Italia, carenti di autorità, tra i quali emerse il vice direttore generale Niccolò Introna, settantaseienne [ Bari, 13 maggio 1868 - Roma, 10 maggio 1955 ], esperto e consumato nel mestiere e nel lungo servizio sempre zelante al regime fascista (secondo la forma e...la sostanza), che temette - nella avanzata anzianità fisica e nelle inveterate incrostate abitudini di vita non più adattabili e modificabili - di non più disporre (oltre vantaggiose minuzie pratiche) del godimento gratuito del prestigioso, assai vasto e sontuoso alloggio (oltre 10 ampi vani includenti due saloni, affreschi agli alti soffitti, dovizia di lussuosi servizi, gallonato guardaportone in livrea, ampio scalone monumentale in marmo) goduto da decenni, di proprietà della Banca d'Italia, sito nella centralissima via Torino, all'angolo con la importante via Cavour e con affaccio su piazza dell'Esquilino, sul retro della monumentale basilica di santa Maria Maggiore. Opzione opportunistica, legata agli enormi altri privilegi (le minuzie pratiche accennate) discendenti dallo alto ruolo burocratico sostenuto per decenni.

Ma, sulla base di deduzioni e dati di fatto successivi, emersi da testimonianze processuali e non solo, si ha ragione di ritenere che in quel vastissimo alloggio (confuso tra edifici altoborghesi ed alberghi prossimi alla centrale stazione Termini e dirimpettaio della extra territoriale basilica vaticana di Santa Maria Maggiore, che rappresentò garanzia di immunità dalle distruzioni per bombardamenti aerei recate dagli Alleati!) e negli ampi scantinati di pertinenza del vasto immobile "qualcosa di importante e di valore" sia stato "riparato e celato". E non solo in quello.

Introna, nella sua lunga esistenza, godette di privilegi e vantaggi determinati e tramandati da incrostate liturgie ed obbedienze massoniche. Privilegi originati, costituiti e consolidati da antichi criteri "di marca liberale" del regime giolittiano, e permanenti ancora oggi - in nome di un criterio gabbato per "democratico" dalla inossidabile oligarchia alto-burocratica - a distanza di 90 anni, riservati ai "particolari servitori di alto rango" degli organi pubblici o para pubblici. Tali particolari "servitori di alto rango" comunemente sono additati ed accreditati nelle supine abitudini degli italiani come "amministratori e dirigenti dello stato" o "managers" (come si ostinano ad usare, dire e scrivere, nn inutile e deviante anglismo servile, i politicanti sciocchi ed i loro emuli che impinguano la stampa e negetano nella burocrazia da parassiti!). Privilegi e vantaggi che, invocando mai rinnegate - e sostenute "copertamente" con scaltrezza - benemerenze massoniche, Introna fece valere con profitto ponendosi - dettami della "scuola liberale" di servilismo opportunista - immediatamente a disposizione delle nuove padrone autorità militari e dei "Governatori Militari" americani da esse insediati, appena invasa e sottomessa Roma dagli Alleati il 5 giugno 1944. E che tali privilegi siano stati goduti dal Niccolò Introna è innegabile, essendo io stato testimone, trenta anni dopo la di lui morte, della disponibilità del vasto prestigioso immobile avuto concesso dalla Banca d'Italia, goduto dagli eredi ancora fino al anno 1985, quando i beni mobili colà rimasti furono finalmente messi in vendita dagli occupanti!

Niccolò Introna - massone fin da giovane per educazione religiosa, in carriera con la quale raggiunse ruoli di rilievo confacenti al servizio bancario - fu influente eminenza militante nella setta religiosa cristiana "protestante-valdese", che, malgrado il Trattato connesso con i Patti Lateranensi del 11 febbraio 1929 tra lo Stato italiano con lo stato Vaticano della Santa Sede, mai subì limitazioni o fu angariata, ma fu favorita da molti "riguardi" persino edificatorii, maggiormente nel centro di Roma.

Introna godé di ruoli di altro grado nel novero massonico dominante; e quelle credenziali divennero poi, dal giugno 1944, condizione assoluta negli ingranaggi della sedicente "nuova politica democratica" imposta dai vincitori Alleati nuovi arrivati. L'alto grado massonico - collegato in subordine anche alle liturgie americane - fu determinante il 29 luglio 1944 per fargli ottenere dai "nuovi padroni occupanti vincitori militari" la nomina fiduciaria a "commissario straordinario della banca d'Italia per i territori occupati assoggettati e sottoposti a controllo Alleato". 


paragrafo estrapolato dal volume di Antonio Pantano, Ezra Pound & Pellegrini, Edizioni della Vita Nova di Giovanni Perez. pagg. 386-387

giovedì 29 aprile 2021

Intollerante a chi? Il paradosso di Popper e la cattiva coscienza dei liberali

Il paradosso della tolleranza di Popper sostiene che, se una società pone come proprio principio la tolleranza, e se lo persegue fino alle estreme conseguenze, finisce per essere soggiogata dagli intolleranti; ossia da coloro che ne negano il principio, ma che in base ad esso reclamano di essere accolti - ossia tollerati - in seno alla società medesima. La soluzione di Popper è appunto che una società tollerante, per la propria sopravvivenza, non deve tollerare gli intolleranti, ossia deve farsi a sua volta intollerante verso chi la minaccia. Cavalcato ampiamente dai sostenitori di un modello democratico aggressivo e autoritario, che desidera revocare asilo ad ogni posizione critica nei suoi confronti, il paradosso della tolleranza sembra essere cosa ovvia a tutti coloro che ne fanno una forma di legittimazione della propria militanza. Ciò che stupisce è il modo in cui gli si attribuisce un qualche valore giustificatorio che evidentemente non possiede, quasi fosse in grado di ripristinare un ordine razionale, precario e discutibile, confermandolo in modo inappellabile. Il paradosso della tolleranza afferma, in sostanza, che per poter essere tolleranti bisogna esse- re intolleranti. Da ciò si deduce che una società autenticamente tollerante non può esistere, per- che per esistere verrebbe meno al principio che la definisce. Di fatto, siccome una società che si dice tollerante esiste, ed è quella che invoca il paradosso della tolleranza per giustificare la propria intolleranza, quella società mente. Poi- ché afferma di essere tollerante ma non lo è, essa tollera, in sostanza, solo se stessa e ciò che ritiene non le nuoccia, come un qualsiasi altro ordine autoritario. Se questi argomenti vi sembrano desueti e vi mettono a disagio, è perché siete assuefatti a una certa retorica del politicamente corretto. Non vi sarebbe infatti ragione di stupirsi di quella forma di realismo politico che ammette senza troppe fisime che all'origine del patto sociale, l'even- to mitico che fonda ogni ordine costituito, vi sia un atto di contenimento e repressione delle forze disgregatrici, ossia un atto violento contro la violenza. Tale crimine o peccato originario, che dir si voglia, è come l'ombra del diritto, che sempre l'accompagna ma che mai vi si identifica, costituendone lo scandalo e il pungolo critico. Il paradosso e il tragico sono all'origine del vivere associato, e ogni società, tranne la nostra, se ne è fatta virilmente carico. Solo l'anima bella della modernità ha rifiutato lo scandalo del patto so- ciale, per scrollare da sé la responsabilità della violenza, e attribuirla interamente a ogni altro ordine reso così immorale e condannabile. Quanto scritto sopra esige da noi due conside- razioni. Innanzitutto dovrebbe indurci a mettere in discussione giudizi troppo affrettati su civiltà ed epoche che, come la nostra, hanno difeso ciò che ritenevano fondante e permesso quanto non lo metteva in discussione. Inoltre, dovrebbe metterci in guardia dalla pretesa - nostra o di chiunque altro - di essere immuni dalla tentazione di sopraffazione e repressione che accompagna e accomuna ogni forma di vivere associato. Solo l'ammissione che ogni società è costitutivamente violenta e conservativa permette di disciplinar- ne, regolarne e contenerne le pulsioni più peri- colose e coercitive. Senza vergogna, senza cattiva coscienza. 

Weltanschauung ITALIA - il Primato Nazionale, Aprile 2021.