Il podestà forestiero di Peroncini è una ricca e approfondita disamina degli squilibri e dei danni causati dall'Euro e dai trattati europei. Eppure le soluzioni non mancano.
di Gianfranco Peroncini
Back to basics. Torniamo ai fondamentali elementari. Ci è convenuto entrare nel circuito dell'euro? Qualche dubbio comincia a serpeggiare. Secondo i dati resi noti dall'Istat nel luglio 2018, [ ... ] nel nostro Paese la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è salita al 30%, vale a dire a 18.136.663 individui. Si tratta di una quota drammatica e in aumento rispetto all'anno precedente che pone l'Italia in condizioni peggiori in confronto alla media dell'Europa. [ ... ] Il che, di converso, lascia perplessi e sgomenti di fronte alle sempre più prevedibili conseguenze provocate da epocali flussi migratori che, senza alcun controllo e pianificazione, si stanno dirigendo Dal 2008, a causa della crisi economica, è aumentata anche la disuguaglianza del reddito disponibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015. [ ... ] Forse anche per tutto questo, nel giugno 2018 l'indice di fiducia degli italiani nell'Unione europea ha raggiunto il minimo storico. Lo ha rivelato un sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera. Nel 2008 il consenso nei confronti delle istituzioni europee era intorno al 75% e ancora nel 2011, pur in piena crisi economica, il 70% dei cittadini italiani credeva ancora nell'Europa. Sette anni dopo la percentuale si è drammaticamente dimezzata, precipitando al 38%. [ ... ] Crisi migratoria, aumento delle diseguaglianze, ruolo sempre più subalterno delle istituzioni, crollo del potere d'acquisto del ceto medio, sono alcune delle ragioni più evidenti dell'inversione di tendenza.Curiosamente, la «pancia» della comunità nazionale appare più moderata rispetto alle analisi, impietose, di Joseph Stiglitz - economista e saggista statunitense, premio Nobel per l'Economia nel 2003 - che in un articolo pubblicato alla fine di giugno 2018 sul sito politico.eu consiglia caldamente all'Italia di uscire dall'Eurozona.
L'euro è fallato sin dal suo concepimento [has been flawed since its conception], spiega. Ha eliminato fondamentali meccanismi di controllo, introducendo drastiche restrizioni su debito e deficit che costituiscono ulteriori ostacoli alla ripresa economica. Da cui una crescita più lenta dell'Eurozona nel suo complesso, specialmente per i Paesi più deboli.
L'euro aveva promesso di aprire la strada a una maggiore prosperità che avrebbe a sua volta imposto naturaliter un rinnovato impegno per l'integrazione europea. Ha invece realizzato l'esatto contrario, «aumentando le divisioni all'interno dell'Unione europea, in particolare tra Paesi creditori e debitori» e rendendo ancora più difficile la soluzione di altri problemi, specialmente la crisi migratoria, dato che «le norme europee impongono un onere ingiusto ai Paesi in prima linea nella ricezione di migranti, come la Grecia e l'Italia», già in gravi difficoltà sul fronte economico. A questo punto non meraviglia che si stia organizzando una rivolta, chiosa Stiglitz. Tutti sanno che cosa bisogna fare ma il problema è l'ostinata riluttanza della Germania a ogni cambiamento. Stando così le cose, afferma Stiglitz, la Germania (magari con altri Paesi dell'Europa settentrionale) dovrebbe uscire dall'Eurozona. In questo modo, scomparsa la fonte principale dei disallineamenti monetari, il valore dell'euro calerebbe decisamente permettendo l'aumento delle esportazioni dell'Italia e di altri Paesi dell'Europa meridionale. Di converso,la rivalutazione del tasso di cambio della Germania contribuirebbe in maniera considerevole a sanare «uno dei più destabilizzanti aspetti dell'economia globale, lo squilibrio commerciale tedesco». Che con il suo esorbitante surplus - contrario alla lettera e allo spirito dei Trattati europei, aggiungiamo noi - è la macina al collo di uno sviluppo armonico dell'Unione europea.
Ma visto che la Germania non è disposta a riformare e migliorare l'unione monetaria, Grecia e Italia rimangono drammaticamente di fronte a una scelta verso la quale non avrebbero mai dovuto essere spinte. In poche parole, e crudamente, il bivio si colloca «tra la partecipazione all'Eurozona e la prosperità economica».
La Grecia del Governo Tsipras, «timida e inesperta», di fronte alla crisi decise di rimanere nell'unione monetaria europea. Il risultato fu la stagnazione: dal 2015 il Pil greco è crollato del 25% dal livello precrisi e da allora si è mosso solo impercettibilmente. L'Italia, con il primo governo euroscettico del continente - imposto da una crescita non equilibrata a causa dell'euro - si trova nella possibilità di fare una scelta diversa, stando però bene attenta a minimizzarne i costi economici e politici. Dichiara Stiglitz: «In assenza di riforme significative, i benefici per l'Italia di lasciare l'euro sono chiari, lineari e considerevoli [clear, straightforward and considerable].Un cambio più basso consentirebbe all'Italia di esportare di più. I consumatori sostituirebbero le merci importate con quelle italiane. I turisti troverebbero il Paese una destinazione ancora più attraente stimolando la domanda e aumentando le entrate del Governo. La crescita aumenterebbe e l'alto tasso di disoccupazione in Italia (11,2%, con quella giovanile al 33,1%) diminuirebbe».
Senza contare altri benefici a corollario. Un'Italia più prospera, infatti, avrebbe maggiori probabilità di cooperare con l'Europa su altri e scottanti settori chiave, come la crisi migratoria, una forza di difesa europea, la politica commerciale e le sanzioni contro la Russia.

