sabato 31 agosto 2019

Mircea Eliade, un platonico del XX secolo

Testimone dell'inestinguibile sete di sacro nell'uomo, il grande scrittore romeno ha saggiato tutti gli aspetti della spiritualità con uno sguardo arcaico e originale. 

di Alfonso Piscitelli

Anche la Romania, come altri luoghi della terra vanta una sua misteriosa "centralità"- Quella Centralità  che Vasile Lovinescu rivendicava in un saggio scritto sotto lo pseudonimo di Geticus: La Dacia iperborea. Affacciata sull'antico Ponto Eusino dei greci, dirimpetto al Caucaso dove Prometeo era stato incatenato e dove Noè aveva trovato la prima terra libera dal diluvio, la Romania era stata abitata o
lambita da popolazioni sciamaniche abbastanza bellicose: i daci, i traci, gli sciti. I greci, il popolo del
logos, avvertivano tutta la distanza da queste popolazioni decisamente arcaiche, ma nello stesso tempo percepivano in esse il fascino delle origini fino ad assimilarle ai mitici iperborei.

Volendo passare dalle suggestioni del mito alle ragioni della geografia, la Romania ci appare oggi come terra di collegamento tra l'Europa e l'immensa zolla asiatica. Proprio questa terra di confine che nel Cinquecento aveva dato i natali all'amabile Vlad l'impalatore (Dracula), all'inizio del Novecento aveva vissuto un piccolo risorgimento politico con la liberazione dal giogo ottomano e un notevole rinascimento intellettuale: fanno fede i nomi di Cioran, di Ionesco e dell'autore che più ci sembra interessante, lo storico delle religioni Mircea Eliade.


L'ESOTERISTA

Scorgeva nel suo stesso nome un destino spirituale importante: Mircea dallo slavo Mir, che significa nello stesso tempo «pace» e «mondo», evocando qualcosa di simile a ciò che per un romano del I secolo poteva essere la Pax augusta: un ordine provvidenziale e sereno che si estende nell'universo. Nel cognome Eliade, la reminiscenza del greco Elios: nume solare che nella tarda antichità fu il perno di un sincretismo mediterraneo e indoeuropeo (Elios-Mithra-Sol) che tendeva all'unificazione divina.

Piacque al giovane Eliade di onorare il destino scritto nel suo nome, concentrando precocemente la sua attenzione sulle tradizioni spirituali e sulla stessa alchimia. Il suo primo scritto di adolescente, un romanzo con tratti esistenziali, si intitolava: Come ho scoperto la pietra filosofale. Che Eliade avesse scoperto a 15 anni il lapis prodigioso degli ermetisti era simpatica vanteria da adolescente, ma il fatto che quel giovane talentuoso per tutto il resto della sua vita abbia ricercato attivamente il graal della spiritualità è un dato documentato da una bibliografia oceanica. Negli anni Trenta lo ritroviamo in India, al seguito dell'eminente filosofo indiano Dasgupta. Conosce il nostro Giuseppe Tucci e passa dalla teoria alla pratica spostandosi a Rishikesh, ai piedi dell'Himalaya, per praticare in un ashram lo yoga. Da quella esperienza interiore nascerà forse il suo capolavoro, Lo Yoga: immortalità e libertà. In India, Eliade non coltivò solo quella conoscenza che nasce dall'esperienza, ma si appassionò anche alla causa dell'indipendenza indiana e ai suoi alfieri, come quell'Aurobindo che, prima di diventare uno dei massimi asceti del Novecento, ritenne giusto e santo lottare con ogni mezzo contro la dominazione inglese e fu ammiratore di Giuseppe Mazzini. L'amore appassionato per l'India emerge, ancor più che nei saggi, nei romanzi di Eliade. Tra i tanti è piacevole ricordare Notti a Serampore, romanzo a sfondo tantrico: una comitiva di occidentali, tra cui un teosofo e un ortodosso, nella caldissima notte di Serampore, si imbattono in un austero professore, che sotto i panni di accademico cela una vita da adepto di inquietanti misteri tantrici. Il professore-mago, disturbato in un suo rito notturno, proietta la comitiva indietro nel tempo, dove incontrano indiani di un'epoca passata, mentre il tempo storico si dissolve. Che la storia unidirezionale non esista, sembra essere il senso della novella: la cronologia è maya.



DA ERMETICO A LEGIONARIO

Eliade si lascia affascinare dalla malia dell'Eterno atemporale e dirà in seguito di aver quasi ceduto alla tentazione di rimanere per sempre in India. Sarà il padre a riportarlo sulla terra ... con un facile stratagemma: non ottemperando alla richiesta di rinvio militare per il figlio. Così il giovane yogin
si ritrovò richiamato alle armi, con l'obbligo di un rapido rimpatrio. E forse fu un ritorno provvidenziale, per quanto coatto. Eliade scopre, a metà degli anni Trenta, che la storia esiste e che la dimensione dell'impegno civile (il Dharma secondo gli stessi indo-ary) è importante quanto la liberazione dal Nirvana. A quell'impegno il giovane intellettuale non si sottrae, e fa una scelta di campo che - comunque la si voglia valutare - è poco comoda. Come studioso di cose sacre Eliade cerca la spiritualità anche nella politica, e sembra trovarla nel movimento legionario consacrato da Zelea Corneliu Codreanu all'arcangelo Michele. La storia della legione dell'Arcangelo, conosciuta anche come Guardia di ferro e Tutto per la patria, fu più simile a una via crucis che non a un itinerario politico ordinario. I legionari di Codreanu furono a più riprese perseguitati, incarcerati, uccisi fino al culmine dell'omicidio del leader. Il martirio politico coincise col momento di massima popolarità del movimento: la corte di re Carol reagì al successo elettorale di Codreanu con un colpo di Stato. In tutto ciò, Eliade scrisse articoli favorevoli ai legionari, in particolare testimoniò che quello di Codreanu era un fenomeno «non politico ma di essenza politico-religiosa», teso alla creazione di un uomo nuovo. Per stessa ammissione del leader quest«uomo nuovo» non sarebbe nato dall'evocazione delle forze della razza (come nel nazionalsocialismo) o da quelle dello Stato (dottrina del fascismo), ma dallo spirito (la legione di Michele). Colui che solo pochi mesi prima era stato praticante di yoga in India si trovò immerso in questo progetto teologico-politico, calato nella temperie storica degli anni d'acciaio dell'Europa. Fu intimo amico dell'ideologo dei legionari Nae Jonescu, e finì nel campo di concentramento di Miercucea Ciuc, quando dai palazzi partì la reazione.


UNA RELIGIOSITÀ PARTICOLARE

Vi sarebbe molto da dire su come Eliade, nel corso della sua vita, abbia conciliato la valorizzazione di ogni esperienza religiosa con un forte ancoraggio alla sua identità cristiana ortodossa. Questa sua particolare «equazione personale» molto doveva alla peculiare anima di popolo romena, propizia a fondere radici ancestrali e devozioni cristiane. In alcuni monasteri della Romania si possono trovare ad-
dirittura le icone di Socrate e di Platone concepiti come profeti del Cristo (un po' come faceva nel Rinascimento italiano Marsilio Ficino con Zarathustra, Ermete e Orfeo). Negli stessi monasteri, come ad esempio a Meteora, si può trovare Michele raffigurato come un eroe solare con il disco dorato al centro del petto. Questa forte compenetrazione di radici ancestrali e cristianesimo può aver rappresentato il retroterra culturale per un concetto cardine della visione di Eliade: quello del «cristianesimo cosmico», tipico a suo dire dell'Europa più continentale-orientale.
Una forma di religiosità che intesse il dramma misterico del Cristo nei grandi ritmi dell'anno e nei fenomeni della natura: il sole che muore e risorge, l'acqua come elemento di purificazione evocata nel battesimo, l'albero - il simbolo più possente della vita vegetale - che diventa il legno della Croce.


L'ESILIO FRANCESE

Nel 1940 Eliade, ormai conclusa l'esperienza legionaria, viene nominato addetto culturale d'ambasciata, prima a Londra e poi a Lisbona. In Portogallo scrive un elogio dello Stato corporativista cristiano di Salazar, in cui ancora una volta riecheggia il tema della «rivoluzione spirituale». Dall'angolo neutrale del Portogallo assiste però al crollo del suo mondo d'origine. La Romania, schierata con l'Asse, cambia alleanze nel 1944 e finisce fagocitata dall'Unione Sovietica. Dopo il '45 Eliade si ritrova non solo disoccupato, ma anche esule. Tornare in patria è impossibile. Raggiunge Parigi, luogo d'elezione degli anticomunisti dell'Est. Li, già negli anni Venti, la pittoresca corte dei Romanov in esilio e i cosacchi con i lunghi baffi si erano mescolati tra le ballerine ai tavoli del Moulin Rouge. Eliade dal suo esilio francese intesse rapporti con Jung e partecipa agli incontri di Eranos. Eliade e Jung sono due platonici: gli archetipi dell'inconscio collettivo di Jung corrispondono agli elementi fondamentali del Trattato di storia delle religioni. Il Trattato, scritto tra il 1949 e il 1964, è la massima espressione del platonismo eliadiano: il sole, la luna, le acque, la terra vengono spiegati come archetipi dell'esperienza religiosa tali da mostrare una essenza facilmente identificabile ad ogni latitudine, al di là delle ovvie differenziazioni, come se fossero geroglifici di una grande scrittura universale. 
Negli anni parigini il professore romeno intreccia rapporti anche con Jünger. Precisa Luca Siniscalco, che ha curato l'antologia di scritti evoliani per Antaios pubblicata dalle edizioni Pagine, Julius Evola-Antaios (1960-70): «Fu probabilmente Carl Schmitt a far incontrare Jünger ed Eliade. Dalla loro collaborazione hacque la rivista Antaios. I due prestigiosi direttori ebbero il merito di raccogliere attorno a quella rivista nomi illustri. Per l'Italia ricordiamo ovviamente Evola, ma anche Cristina Campo ed Elémire Zolla, Pio Filippani Ronconi», Eliade si avvia ad essere riconosciuto come il più importante storico delle religioni del Novecento. Insegna, a partire dagli anni Sessanta, all'Università di Chicago. Qui egli dimostra ad abundantiam che la religione non è una fase storica sorpassata, quasi un organo vestigiale nel corpo dell'umanità. Come sintetizza Marcello Veneziani: «Per Eliade I'Homo Religiosus non appartiene a uno stadio della coscienza, a un'epoca primitiva, ma è una struttura della coscienza e dunque fa radicalmente parte dell'uomo, anzi lo costituisce». (Veneziani, L'Antinovencento).



LO STUDIOSO


A prima vista sembra che Eliade, in virtù del suo platonismo, abbia trascurato la storia. Ciò può esser vero fino a un certo punto della esperienza culturale dell'autore; a ben vedere, la fase più matura della sua opera fu consacrata proprio all'analisi delle grandi rivoluzioni spirituali succedutesi nel corso del tempo. Questa è la linea di ricerca che innerva la monumentale Encyclopedia of Religion, pubblicata a partire dal 1987, un anno dopo la sua morte. Quasi un testamento Per Eliade il sacro nasce con l'uomo che sta eretto di fronte al cielo e concepisce un rapporto di devota filiazione con il sole, con le stelle, con il cielo stesso. La prima grande rivoluzione è quella del Neolitico, quando lo spirito umano si concentra sul seme che muore nella terra per risorgere, intuendo l'idea di rinascita e reincarnazione, la concezione ciclica del tempo. In tempi storici si verifica un passaggio fondamentale che Eliade definisce come «la crisi del sacrificio antico»: il rapporto col divino cessa di essere mediato dal sacrificio rituale, il culto tende ad interiorizzarsi e anche a superare l'orizzonte degli dei etnici. Cominciano a svilupparsi le religioni universali: prima ancora del cristianesimo, è il buddhismo la prima grande tradizione universale che travalica l'etnicità. Eliade considera determinante anche l'opera di Alessandro Magno, ultima incarnazione, si direbbe, degli antichi semidei e fondatore di un universali-
smo superiore sulle basi del logos greco. Universalismo, il suo, che fu sintesi tra grandi civiltà (la greca, l'egizia, la caldea, la persiana, addirittura l'indiana) che solo gli allocchi da talk show televisivo potrebbero confondere con l'attuale globalizzazione tendente al primitivismo. Il cristianesimo, per Eliade, si inserisce in queste dinamiche, col superamento del sacrificio animale, la diffusione nelle città
- a partire dalla città per eccellenza, Roma - con la sua etica rivolta alla kosmopolis, ai cui individui già si indirizzavano gli insegnamenti dei filosofi dell'ellenismo. La fase successiva è rappresentata dall'amalgama con gli antichi culti indoeuropei che genera quel «cristianesimo cosmico» a cui ci si riferiva prima: gli alberi già sacri alla tradizione nordica diventano l'elemento per la croce. Nella notte solstiziale dell'anno si commemora la nascita del fanciullo redentore; nel passaggio dall'oscurità invernale alla fioritura primaverile il mistero della morte e resurrezione. Nella levata del sole al culmine di primavera e nel calore estivo che avvolge gli uomini come fuoco dall'alto si celebrano i misteri dell'Ascensione e della Pentecoste. La modernità illuministica rappresenta una frattura rispetto a questa fusione di elementi arcaici e della tarda antichità. E tuttavia, anche nei fenomeni moderni, Eliade scorge il riverbero del sacro. L'autore ne parla espressamente in un curioso saggio intitolato Stregoneria, occultismo, mode culturali.  Nell'evo contemporaneo il sacro si occulta ma non scompare, va incontro a una metamorfosi e ricompare in modi inaspettati.
Eliade addirittura si spinge a valorizzare alcune esperienze degli hippy, che in effetti tendevano verso una forma di spiritualità - o per meglio dire di psichicità - di tipo orgiastico-primitivista. Ma con più efficacia coglie nuove tracce di sacro in alcune esperienze dello spirito faustiano: l'astronave che punta sulla luna e verso il cielo rievoca una delle ierofanie più arcaiche e più potenti, quella appunto del cielo sovrano. Allo stesso modo, Eliade scorgeva tracce di nostalgia del sacro nel film di Kubrick Odissea nello spazio.

Nessun commento:

Posta un commento