giovedì 28 giugno 2001

La disintegrazione del Sistema

da "Avanguardia" n°185 - Giugno 2001

F. G. Freda
Edizioni di Ar, Padova 2000, pp. 192, lire 25.000

A distanza di trentadue anni dalla sua pubblicazione, è ancora attuale la valenza rivoluzionaria in chiave antisistemica de "La disintegrazione del sistema". Lo affermiamo, pur dovendo nutrire delle forti perplessità sui moventi della sua stesura, compiuta in un contesto socio politico influenzato dalle perverse logiche della strategia della tensione. Lo scritto di Freda apparve (è stato un caso?) negli anni in cui i servizi di sicurezza atlantici, dopo la riunione del “club di Berna”, organizzazione che raggruppava i servizi segreti occidentali - la presidenza onoraria fu affidata al defunto e non compianto Umberto Federico D’Amato, responsabile dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale ed intimo di James Jesus Angleton, numero uno dell’OSS -, pianificarono in funzione antisovietica la strategia di infiltrazione a sinistra creando dei gruppi «revisionisti» filocinesi definiti «nazi-maoisti», alimentando e creando ex-novo una sinistra extraparlamentare con l’obiettivo di indebolire il PCI. Tra gli «amici» di Freda, si prestarono a questo «gioco» Claudio Mutti e Claudio Orsi, in quel di Parma. Non ci spieghiamo nemmeno i perché della costituzione da parte di Freda di un movimento xenofobo quale il Fronte Nazionale, la cui prassi politica si delineava in netto contrasto con i postulati dottrinari esposti ne "La disintegrazione del sistema".

Ma, al di là di questo, noi riteniamo che il significato essenziale sovra-individuale di ogni opera travalichi il valore esistenziale individuale dell’autore. La disintegrazione, infatti, è la coerente proiezione politica rivoluzionaria «dedotta» dai princìpi tradizionali e dai «canoni» di comportamento individuale «pre-destinati» all’uomo differenziato ed esposti da Julius Evola in "Cavalcare la tigre". Lo scritto di Freda è l’agile e incisivo breviario di lotta rivoluzionaria per ogni soldato politico che intenda affrontare attivamente il nichilismo contemporaneo con l’intenzione di portarsi oltre il punto zero dei valori, oltrepassando il «valico» epocale che prelude alla futura restaurazione tradizionale. Freda traduce -per la prima volta- la radicale «alterità» delle categorie metafisiche del mondo della Tradizione, nel quadro di una prassi politica di lotta al Sistema per l’annientamento del Sistema. Egli proporrà una prospettiva politica volta a realizzare la totale mobilitazione del fronte antisistema entro unitarie linee di condotta operativa. Questo tentativo, benché formulato nel 1969, durante gli anni della «contestazione» giovanile, non risulta datato, anzi custodisce inalterato il suo oggettivo valore di lucida ed elastica proposta rivoluzionaria.

Secondo l’Autore, la razza interiore giudeo-borghese rappresenta la sintesi antropologica individuale «elaborata» alla dinamica interazione etico-sociale intervenuta fra la forma mentis giudaica e le illimitate potenzialità espansive dell’unità sociale borghese. Gli effetti «epidemici» dell’infezione mercantile, «scanditi» secondo i moduli dell’omologazione onnicomprensiva, hanno infatti inesorabilmente contaminato le masse dell’Occidente sionista, le quali hanno costituito, a loro volta, la base di «decantazione» da cui è «fermentato» il processo di «distillazione» sociale dell’oligarchia plutocratica, strutturalmente organizzata nei presidî istituzionali del partito unico della borghesia. Al di là delle istituzioni sistemiche (e non statuali ...), la forza aggregante dell’oligarchia plutocratica risiede nella incontrollata efficacia di condizionamento massificante che procede dalla mentalità mercantile e dai suoi modelli di comportamento, i quali, avendo ormai trasceso l’originario ambito razziale e sociale (ebraismo e borghesia) di provenienza, sono «straripati» sulla quasi totalità della società civile. La borghesia è prima di tutto una mentalità -e su questo siamo d’accordo; ma non è solo «questo», poiché essa si esprime simultaneamente anche nella detenzione del potere e del privilegio da parte di stratificate «concrezioni» sociali agevolmente individuali: «... noi oggi -scrive l’autore [1]- viviamo nel mondo degli altri, circondati dagli altri, da questi degni rappresentanti dell’epoca borghese, sotto il dominio della più squallida e avvilente delle dittature: quella borghese, quella dei mercanti. Tutto quel che ci circonda è borghese: società, politica, economia, cultura, famiglia, comportamenti sociali, manifestazioni religiose. Nelle democrazie occidentali lo spettacolo che ci si para dinanzi è vincolato da una rivoltante coerenza ai canoni più ortodossi della concezione di vita borghese. In queste democrazie, l’organizzazione del potere serve a mantenere immutato, attraverso i più vari strumenti oppressivi e repressivi, il rapporto egemonico di una classe -quella dei borghesi, e, particolarmente, di una parte di essa, quella costituitasi in oligarchia plutocratica- sul popolo».

Assistiamo ad una salutare cesura con l’immaginario socio-politico del cosiddetto interclassismo neofascista (antidemocrazia e anticapitalismo sì, ma la proprietà privata ... l’imprenditore «laborioso» ... il commerciante onesto ... e via rincretinendo ...), desunto da fasi politiche -per altro provvisorie e transeunti- «interne» alle esperienze storiche del Fascismo e del Nazionalsocialismo [2]. Freda pronuncia una radicale negazione politica della dittatura borghese, individuando nel Sistema -ovvero nell’insieme di interrelazioni politiche e socioeconomiche finalizzate al conseguimento di scopi di conservazione e di accrescimento del meccanismo produzione/consumo- il luogo egemonico sul quale l’oligarchia giudeo-plutocratica e mondialista «fissa» la sua prassi di sfruttamento dei popoli.

Con riferimento alla concezione mitico-politica dell’Europa dell’Ordine Nuovo, Freda rileva la «sovrapposizione» -effettuata dall’estrema destra- della valenza archetipa dell’idea europea alle «effettuale» situazione politica dell’euro-occidente sionista. Si verificherà così un classico esempio di eterofilia dei fini: infatti l’intenzione rivoluzionaria (al di là delle ipotesi di scoperta malafede ...), aderendo ad una realtà politicamente aliena, si «commuterà» in una attiva azione di sostegno reazionario in favore di istituzioni, ambienti e scelte politiche asserviti agli interessi plutocratici dell’Occidente giudeo-mondialista. «Vi è in ciò -scrive Eric Houllefort [3]- un ammonimento di fondamentale importanza per un ambiente che, vedendo l’Europa sul banco degli imputati, si crede obbligato, per una sorta di riflesso imbecille, ad esaltare sistematicamente tutto quel che è nato in Europa o, peggio ancora, tutto quanto ha la pelle bianca». E, ancora: «Noi abbiamo propugnato l’egemonia europea -scrive Freda [4]-, rivolgendoci ad una Europa che era stata ormai americanizzata o sovietizzata, senza considerare che questa Europa era diventata serva degli USA e dell’URSS. [...] Sono affiorate tali e tante componenti spurie, da respingere, da sotterrare; sono intervenuti tanti -oso dire: troppi- fattori che hanno adulterato e corrotto questo liquido europeo sino a renderlo liquame, perché esso possa ancora subire positivamente un processo di decantazione». Il crollo verticale dei regimi burocratico-marxisti dell’Est, nonché la «diluizione» dell’espressione geografica europea all’interno della koinè mondialista giudeo-americana, rafforza l’incisiva trasparenza dell’analisi di Freda, rendendo oggi ancor più impraticabile qualsivoglia proposta politica che, sia pure articolata sulla «centralità» dei valori tradizionali europei, non «attraversi», preliminarmente, la totale distruzione del sistema occidentale euro-americano e sionista.

L’autore tratteggia quindi la categoria intemporale dell’Idea di Stato, concepita quale spazio politico di manifestazione inerente a valori etico-spirituali assoluti che trascendono il singolo, e nei quali questi -«bruciando» ogni residuo interiore individualistico e aderendo ad un’etica di vita sovraindividuale - deve integrarsi per «scolpire» la propria forma etica e per «riconoscere» la propria essenza spirituale. «In altre parole -scrive Freda [5]-, noi vogliamo riconoscere l’essenza dello Stato, superando le mediazioni costituite dal fenomeno storico dell’esistenza degli stati ...». Si tratta di una fondamentale distinzione tra il referente dell’azione politica rivoluzionaria, identificato nell’Idea archetipa dello Stato tradizionale e la struttura amministrativa del Sistema borghese, adibita a coefficiente funzionale del progetto strategico finalizzato alla conservazione degli equilibri oligarchici nei quali «consiste» la dittatura egemonica del partito unico della borghesia. Poichè l’estrema destra italiana ha spesso «confuso» i due concetti, noi affermiamo che il soldato politico portatore dell’Idea di Stato non ha alcun obbligo di fedeltà, né di lealtà, né tantomeno, di collaborazione nei confronti dei servi prezzolati dell’Alta Finanza giudaico-mondialista, i quali bivaccano nelle istituzioni del governatorato coloniale italiota convenzionalmente denominato repubblica italiana.

«Lo Stato -scrive Freda [6]- nelle democrazie rappresentative ‘borghesi’, è il luogo politico solo del borghese: la sua unica reale destinazione e funzione è determinata dall’economia borghese, consiste nella difesa dell’economia borghese, nella sublimazione dell’economia borghese.»

Secondo Freda, nella fase organizzativa, cioè nella fase inerente alla regolamentazione dei rapporti tra i membri della comunità popolare, lo Stato si configura come Stato popolare, forma di comunismo aristocratico di tipo spartano presupponente l’abolizione della proprietà privata in ogni forma di manifestazione. All’interno di questa struttura economica comunistica, la totalità popolare, plasmata dallo «stilema» educativo della disciplina rivoluzionaria e «illuminata» da una visione del mondo eroico-aristocratica, proietterà -al di fuori di ogni orientamento economicistico- i migliori esponenti di essa ai vertici dell’ordine piramidale ierocratico, formando così un’aristocrazia politica capace di farsi portatrice e simbolo vivente dei valori inerenti alla sfera dello Stato. Fin dalla nascita (sette anni sono già troppo ...), il membro della comunità sarà affidato alle organizzazioni popolari dello Stato, nelle quali riceverà un'educazione politica ispirata a princìpi trascendenti, oggettivi e solidaristici, simmetricamente opposti ai criteri comportamentali immanenti, soggettivi ed egoistici, «suggeriti» dalla putrescente famiglia matriarcale borghese a fini di corruzione individualistica dell’infante: questi diventerà, «fatalmente», un adulto imbecille ... nel senso etimologico ...

Di fronte alle meccaniche sequenze della «scomposizione» sociale individualistica della società borghese, si palesa l’improponibilità relativa al mantenimento di un regime giuridico fondato sulla titolarità privata dei beni, delle attività di servizio e dei mezzi di produzione, sia pure nell’ambito di un ordinamento economico tradizionale. Solo l’avvenuto compimento dell’opera di «ri-generazione» razziale dei migliori uomini europei, sottratti al putrido flutto delle masse subumane occidentali, potrebbe legittimare l’attribuzione della titolarità privata dei beni economici, evitando la produzione di fenomeni frazionistico-oligarchici, i quali frenerebbero il processo rivoluzionario orientato verso la realizzazione storica dell’Idea di Stato. L’organizzazione comunistica dello Stato popolare non sarà destinata soltanto all’adempimento di scopi esclusivamente economici, ma sarà prevalentemente subordinata al conseguimento di obiettivi politici, rappresentati dalla radicale soppressione dei supporti strutturali che, oggettivamente, propiziano la tendenziale involuzione mercantile delle attività economiche individuali e di gruppo. Sul piano specificamente economico-sociale, l’ordinamento comunistico «coinciderà» con il punto zero successivo all’epilogo ciclico del nichilismo. Si «aprirà» uno spazio libero dai condizionamenti economicistici dell’era borghese, consentendo la riedificazione dell’Ordine tradizionale:

«... nessuna vera tensione - afferma Freda [7]- a tradurre nella realtà i princìpi del vero Stato potrà mai sorgere [...], sino a che permangano forti gli elementi anche residuali e intatta la sostanza costitutiva (ovvero il substrato economico della società borghese). Deve essere isterilito l’«ambiente» da cui il borghese trae vita: ecco il motivo di un ordinamento economico comunistico!»

Banche e industrie private, contratti e usura, libera iniziativa imprenditoriale e proprietà privata, compongono l’habitat istituzionale preposto alla «contagiosa» propagazione della forma mentis borghese/capitalistica. L’annientamento delle articolazioni giuridico-economiche del neocapitalismo, concretizzerà il «disarmo» materiale del giudeo-borghese, privandolo dell’«intreccio» strutturale idoneo a sollecitarne le scomposte «es-agitazioni» mercantili: è, insomma, la «sterilizzazione» dell’ambiente di cui parla Freda. Ad essa, evidentemente, si accompagnerà un’opera di ri-fondazione razziale culminante nell’«approdo» antropologico definito dalla figura archetipica dell’uomo nuovo arioeuropeo.

Freda delinea quindi i profili di una realistica metodologia operativa mirante -previa mobilitazione di ogni potenziale forza antisistema- alla radicale eversione del Sistema plutocratico: «... dobbiamo affermare -scrive Freda [8]- che la condizione -non sufficiente ma, comunque, necessaria- per porre gli elementi di fondazione del vero Stato, è la eversione di tutto ciò che oggi esiste come sistema politico. Occorre, infatti, propiziare e accelerare i tempi di questa distruzione, esasperare l’opera di rottura del presente equilibrio e dell’attuale fase di assestamento politico. Vigilare affinchè gli eventuali veicoli, le potenziali forze che debbono determinare il collasso dei centri nervosi del sistema borghese, non vengano assorbite e integrate in una delle tante possibilità di cristallizzazione che il mondo borghese offre».

Ogni forza di opposizione interna al Sistema, propone correttivi alle linee di politica istituzionale, sociale o economica elaborate dall’oligarchia, al fine di innescare controtendenze politiche che si oppongano alla operatività dei processi disgregativi alimentati dai meccanismi del Sistema.

Ogni movimento rivoluzionario, al contrario, favorisce o, quanto meno, non inibisce la patologica dilatazione dei fermenti dissolutivi, riservandosi invece di intervenire sul piano della mobilitazione politica riguardante gli effetti sociali prodotti dalle perverse dinamiche del Sistema. Il movimento, dunque, raccoglierà le scorie sociali respinte ai margini della società borghese, per organizzare la rappresaglia vendicativa contro i presidî oligarchici del partito unico della borghesia. Negli strati sociali subalterni si radicherà il contropotere antagonistico di massa che modificherà in favore del movimento rivoluzionario i complessivi rapporti di forza oggi favorevoli al Sistema. Essi «confliggeranno» anche contro la borghesia di massa urbana, per seminare lo scompiglio tra le vischiose fila di un oggetto sociale che -non si dimentichi- rappresenta il primario «collante» sociologico del Sistema plutocratico. Freda dimostra di privilegiare questa seconda opzione: «... il male rappresentato dalla società borghese è inguaribile: [...] nessuna terapia è possibile, [...] nemmeno un’operazione chirurgica riesce ormai efficace; [...] occorre accelerare l’emorragia e sotterrare il cadavere ...». [9]

I diseredati, «confinati» nelle periferie metropolitane della società dei mercanti, rappresentano la negazione dell’oligarchia plutocratica e della borghesia di massa urbana, dunque: la negazione della negazione (la Via della Mano sinistra che Freda ha «traslato» dalla teoria di Cavalcare la tigre alla prassi de La disintegrazione del Sistema), veleno distillato dai fatiscenti alambicchi del Sistema e suscettibile di trasformarsi in «farmaco» antisistema. Si tratta di un potenziale di lotta popolare di massa, laddove con il termine popolare definiamo un insieme sociale che, mediante la disciplina politica, nel corso della lotta al Sistema si «tramuti» in comunità organica di popolo, mentre con il termine massa ci riferiamo al rovinoso «impatto» quantitativo che l’avanguardia rivoluzionaria di un movimento nazionalpopolare dovrà guidare contro le istituzioni culturali, politiche e socioeconomiche del Sistema per frantumarne i presidî oligarchici e scardinarne le fondamenta strutturali fino al crollo verticale, definitivo e irreversibile ...

Sul piano macro-politico, occorre procedere alla «saldatura» politica fra i desperados delle periferie urbane dell’Occidente e i diseredati della periferia planetaria, i quali, vittime designate della strategia di sfruttamento neocolonialistico della giudeo-plutocrazia mondialista, alimentano i massicci flussi sociali che concorrono alla formazione del fenomeno immigratorio extraeuropeo. [10] È necessario ricomporre nell’unico fronte antisistema le spinte eversive generate dai vettori sociali antagonistici costituiti dai marginali delle periferie metropolitane dell’Occidente e dai marginali delle periferie continentali del pianeta: entrambe queste componenti rappresentano «potenziali forze» destabilizzanti, ossia la «risultante» che affiora alla superficie delle devastazioni sociali prodotte dai virulenti riflessi operativi ispirati dalla logica politica plutocratica e neocolonialista, mondialista e sionista.

Bisogna dunque procedere alla «revisione» valutativa del giudizio politico maturato nei confronti del fenomeno immigratorio extraeuropeo, nel cui ambito distingueremo fra gli «sradicati» che agognano all’integrazione con l’Occidente e i gruppi islamici «radicati» nelle rispettive identità razziali, religiose e culturali. Quanto ai primi, essi rappresentano comunque una forza d’urto quantitativa naturalmente destinata a scuotere la «statica» oligarchica del Sistema borghese; costoro, inoltre, non sarebbero pregiudizialmente refrattari -proprio a causa della condizione di sradicamento in cui versano- ad una mirata azione di coinvolgimento politico conflittuale nel «segno» dell’antisistema. Quanto ai secondi, essi rappresentano una qualificata forza di opposizione dal punto di vista tradizionale; occorre quindi stabilire organici raccordi politici con gli immigrati autenticamente musulmani - combattenti del Jihâd algerini, tunisini, senegalesi ...-, a noi accomunati dalla omologa razza dello spirito che funge da discriminante spirituale, etica e politica al di sopra e contro il rimasuglio biologico europoide, la cui integrazione razziale (quale?) non costituisce più oggetto degno di alcuna azione politica di difesa condotta in nome della defunta razza arioeuropea.

Lo «scontro» metafisico fra Islâm e Occidente -«drammatizzato» dalla superba ed eroica resistenza del popolo Palestinese all’invasore sionista, «scolpito» nella storica cacciata dei sionisti dal Sud del Libano ad opera degli Hezbollah filoiraniani- ha introdotto la categoria schmittiana dell’opposizione Amico/Nemico, imponendo, obbligatoriamente, una radicale scelta di campo: o si sta con l’Islâm o con l’Occidente. Tertium non datur ... I migliori uomini della razza arioeuropea hanno quindi il dovere di conferire una minimale, unitaria ed autonoma connotazione organizzativa all’identità politica dell’area nazionalrivoluzionaria, al fine di consentire una concreta confluenza operativa nell’unico plausibile fronte antimondialista: l’Islâm tradizionale e rivoluzionario.

Sul piano micro-politico, invece, una «potenziale forza» suscitata dal sistema e suscettibile di essere «rovesciata» contro le sue strutture, è quella dei ribelli della domenica (e gli altri giorni?), ossia dei sostenitori oltranzisti delle squadre di calcio. Il Sistema, infatti, ha adibito gli stadi di calcio a riserve, cioè a «contenitori» dell’alienazione giovanile metropolitana, la quale, benchè in essi «imprigionata», è spesso costretta a subìre, in sovrappiù, la violenza legalista degli apparati repressivi del Sistema. É una gioventù aggressiva e violenta, simboleggiata dalle periodiche e frequenti immagini televisive del tifoso che, insofferente nei confronti delle vili percosse subite, si è «fermato», manifestando legittime intenzioni reattive che hanno messo in fuga l’individuo in divisa che lo seguiva...

Lo stadio di calcio è uno spazio politico eversivo, un «catalizzatore» di sintesi intorno al quale convergono -ancora episodicamente- tensioni sociali che, ove integrate nel quadro di un progetto politico rivoluzionario, assumerebbero la forma di un contropotere conflittuale di massa antisistema. Gli skinheads potrebbero quindi rappresentare (senza escludere nemmeno i cosiddetti «casinisti da stadio» ... anzi ...) l’anello di congiunzione e il vettore militante di penetrazione propagandistica all’interno delle associazioni e dei gruppi di tifosi oltranzisti, al fine di «convertire» la rabbia delle gradinate in coscienza politica antisistema, operando un permanente collegamento politico con i quartieri periferici metropolitani che costituiscono le aree urbane di provenienza dei cosiddetti «ultras».

Queste considerazioni provocheranno certamente obiezioni e critiche ma, tant’è, malgrado la presenza di ipertrofici «cerebri» traboccanti sapienza politica e accortezza tattica, siamo arrivati agli «spiccioli» ... Quanto a noi, ci limitiamo ad affermare che la validità del tipo umano incarnato dal soldato politico della Tradizione, deve conformarsi all’archetipo tradizionale -mentre il progetto politico (sarebbe ora di «scorgerne» qualcuno ...) deve individuare, mobilitare e orientare, ottemperando a criteri di valutazione che corrispondano ad un funzionale parametro di efficacia, le potenzialità antisistema presenti in concreti «veicoli» sociali ravvisabili anche nel multicolore fronte dei ribelli della domenica ...

In conclusione, noi riconduciamo la causa efficiente della crisi che ha ormai «minato», forse irreversibilmente, le scomposte e disorientate fazioni dell’estrema destra italiana, proprio all’incomprensione politica che ha circondato testi come La disintegrazione e Cavalcare la tigre. Lo scritto di Freda, infatti, non ha sollecitato la necessaria attenzione critica da parte dei suoi «naturali» destinatari: per l’inattualità del testo o per l’inettitudine antropologica dei lettori?

Note:

1] F. G. Freda, "La disintegrazione del Sistema", Ed. di Ar, Padova 1980;

2] vedi Maurizio Lattanzio, "Nazionalsocialismo ed economia", in René Dubail "L’ordinamento economico Nazionalsocialista", Ed. di Ar, Parma 1991;

3] Eric Houllefort, pref. a “La disintegrazione del Sistema”;

4] F. G. Freda, op. cit.;

5] ibidem;

6] ibidem;

7] ibidem;

8] ibidem;

9] ibidem;

10] In occasione del Forum di Davos (30 gennaio - 7 febbario 1991), convegno tenutosi in Svizzera e organizzato da ambienti vicini alla Commissione Trilaterale - Lester Turow, decano del MIT, ha caldeggiato l’adozione di una linea politica restrittiva nei confronti del fenomeno immigratorio ... ("Lectures Françaises", aprile 1991);

giovedì 19 aprile 2001

Berlino 1945: nel nome della razza

Dal n° 183 - Aprile 2001 della rivista “Avanguardia”
«Sparagli Piero / sparagli ora / e dopo un colpo / sparagli ancora / fino a che tu non lo vedrai esangue / cadere in terra / coprire il suo sangue» Fabrizio De Andrè
Maurizio Lattanzio aveva coscientemente eluso l'evocazione razziale e la rappresentazione politico-scrittoria della battaglia di Berlino (“Per chi?" è una gradevole canzone dei Gens...), poiché ciò avrebbe configurato, nello sgangherato ambiente antropologico del neofascismo di servizio, il velleitario tentativo di allenare per il gran premio di galoppo «j'asene de Bazzoffie, che teneve novantanove piaghe i' la coda fraciche» (l'asino di Bazzoffie personaggio vissuto in quel di Popoli, provincia di Pescara-, il quale aveva novantanove piaghe e la coda fradicia). Oggi lo abbiamo fatto perché siamo certi dell’inesistenza di plausibili destinatari... dunque, non si verificheranno incomprensioni... perché, con i contemporanei, non ci intenderemmo nemmeno se esprimessimo giudizi estetici riferiti alla signora Alba Parietti... infatti, essi noterebbero sicuramente soltanto i qualitativi difetti (mah!) della medesima... mentre noi a contrariis, affermiamo che, in una femmina o, nel caso di specie, in un’immagine femminile, ognuno vede ciò che ha dentro, in quanto la femmina è l'informe bestialità ricettiva che assume la forma del mondo interiore promanante dallo sguardo dell'uomo che sa imprigionarne la demoniaca animalità... se è un uomo e se ha voglia di ammirarla... saremmo d'accordo, invece, circa la spiccata conformità della dr.ssa Maria Latella nei confronti dell'archetipo femminile, soprattutto con riferimento alla marmorea sensualità irradiata dalla tondeggiante levigatezza carnale che accarezza la tornita perfezione volumetrica del suo collo...
Maurizio Lattanzio ha esploso un colpo di pistola contro la nuca pelata e lardosa del neofascismo atlantico di servizio, determinando la fine di una parodia politica funzionalmente complementare al Sistema giudaico-mondialista. Ciò è avvenuto allo scopo di propiziare le condizioni necessarie, anche se non sufficienti, per l'affermazione dell'essenza rivoluzionaria del nazionalsocialismo tedesco, la quale, nel terzo millennio, si incarnerà nella forma razziale del soldato politico nichilista (ci vengono in mente i khmer rossi di Pol Pot... per intenderci...), conforme e coerente precipitato antropologico della verticale manifestazione guerriera che culminerà vittoriosamente nella leggendaria apoteosi combattente della battaglia di Berlino. In questo secondo dopoguerra, il neofascismo di servizio ha costantemente sottolineato la valenza ultimativa della più gran battaglia totale della storia, erigendola ad alibistica nobilitazione di un habitat antropologico malsanamente predisposto alla masochistica coltivazione e al patologico compiacimento della sconfitta, intesa quale premessa di deresponsabilizzazione politica e quale evento preclusivo per l’elaborazione di ogni successiva prassi politico-progettuale anti sistemica.
Per la malafede di costoro, avendo la battaglia di Berlino sancito la fine definitiva del Nazionalsocialismo e, più ampiamente, del Fascismo europeo -ogni realistica prospettazione di una dinamica politico-rivoluzionaria di lotta al Sistema per l'annientamento del Sistema, sarebbe caratterizzata da velleitarismo, perché, tanto, la partita decisiva era stata giocata nel 1945. Essi, tutt'al più, hanno intravisto l'effetto militare di quella battaglia e di quel conflitto, mentre, evidentemente, è sfuggito alla loro asfittica capacità di comprensione e alla loro complessiva sub-dotazione razziale, manovrata dagli apparati di servizio statunitensi, il valore simbolico, spirituale e politico-razziale del totalkampf di Berlino, oggi trasposto nella battaglia politica condotta dalla Comunità Politica di Avanguardia, consapevolmente schierata al fianco dell'Islam tradizionale e rivoluzionario esemplarmente incarnato dalla Repubblica Islamica dell'Iran.
3La battaglia di Berlino costituisce l'epifania storica di un significato metastorico, ovvero della lotta cosmica -il Kòsmos, inteso quale ordine divino che si imprime sul disordine demoniaco assimilabile alla nozione di Kaos- fra il principio olimpico-solare della Tradizione; incarnato dal Terzo Reich nazionalsocialista, e le forze tellurico-lunari della Sovversione, incarnate dalle bande mercenarie sioniste asservite al bolscevismo ebraico e alle giudeo-democrazie occidentali: «Da una parte -scrive Julius Evola- stava il principio olimpico della luce, la realtà uranica e solare; dall'altra, la violenza bruta, l'elemento titanico-tellurico, barbarico in senso classico, femminile-demonico. II tema di questa lotta metafisica ritorna in mille modi di apparizione in tutte le tradizioni di origine aria. Ogni lotta in senso materiale veniva sempre vissuta con la maggiore o minore consapevolezza che essa altro non era che un episodio di quell’antitesi...»; infatti «... l'arianità considerava se stessa quale milizia del principio olimpico (...). Nell'immagine del mondo tradizionale ogni realtà diveniva simbolo. Ciò vale per la guerra anche dal punto di vista soggettivo e interiore. Così potevano essere fuse in una sola e medesima entità guerra e via del divino. (...) il Walhalla è la sede dell'immortalità celeste, riservata principalmente agli eroi caduti sul campo di battaglia. II signore di questi luoghi, Odhino-Wothan, viene presentato nella Ynghingasaga come colui che con il suo simbolico sacrificio all'Albero cosmico Ygdrasil ha indicato la via ai guerrieri, via che conduce alla sede divina, ove fiorisce la vita immortale. (...) nessun sacrificio o culto è gradito al dio supremo, nessuno ottiene più ricchi frutti ultraterreni di quel sacrificio che si offre mentre si muore combattendo sul campo di battaglia. (...) attraverso i guerrieri che, cadendo, offrono un sacrificio a Odhino, si ingrossa la schiera di coloro di cui questo dio ha bisogno per l'ultima battaglia contro il ragna-rókkr, cioè contro il fatale “oscuramento del divino”, che, da tempi lontani, incombe minaccioso sul mondo». (1)
La battaglia di Berlino, dunque, anche sul piano simbolico-tradizionale, lungi dal configurarsi quale ultima battaglia, è la prefigurazione storico-simbolica della battaglia decisiva che, nel corso del terzo millennio (entro il primo quinquennio? O anche più tardi, considerando che l'ebreo Edward Luttwak, autorevole portavoce mondialista, in un'intervista rilasciata a "II Messaggero" del 25 marzo 1997, al giornalista Luigi Vaccari che gli chiedeva: «Che parte assegna, in questo scenario, al fondamentalismo islamico?», così rispondeva: «Comparato a questi grandi cambiamenti, è un problema da quattro soldi: veramente insignificante. La maggior parte dei Paesi mussulmani lo sta combattendo vigorosamente. Gli stessi fondamentalisti sono così deboli che neanche in Israele, dove vivono accanto al nemico, riescono a fare niente: uccidono tre persone lì, quattro persone là. Sono una banda di incapaci. La crisi di fine Secolo è il ritorno della povertà che si esprime con i bassi salari e con la disoccupazione non più temporanea ma cronica». Insomma, come dire: «non è cosa ...», ovvero, la volpe che parla dell'uva... lasciamo perdere l'Islam tradizionale e rivoluzionario sia perché le sanzioni economiche, decretate unilateralmente dagli USA contro la Repubblica Islamica dell'Iran, sono ricadute (nel 1996) fragorosamente sulla testa vuota di Clinton, sia perché c'è il rischio di farsi male ... sia perché la strategia e la prassi mondialiste suscitano squilibri socio-economici che, per gli oligarchi ebrei, risultano assai più pericolosi che non le avanguardie combattenti mussulmane... a tale proposito leggete il libro di Lester C. Thurow, "II futuro del capitalismo", Mondadori, ‘97... e anche perché, una squadra dedita alle autoreti, così procedendo, trasmette una grande fiducia nella compagine avversaria... quindi, caro Luttwak, gli incapaci siete voi. Del resto, per voi, l'onda di riflusso iniziata nel gennaio 1991, continua... avreste dovuto giocare allora, e quando cazzo la chiudete più? Più incapaci di così... perché il mondo si divide in due categorie: quelli che non chiudono le partite e quelli che rimontano: voi non sapete chiudere le partite ...), sarà combattuta, con esito vittorioso, dai militanti totali dell'Ordine della Tradizione contro il disordine sovversivo rappresentato dal Sistema giudaico-mondialista, riflettendo, sul piano delle forme storiche, il simbolo metastorico della lotta spirituale fra la Tradizione e la Sovversione.
Sul piano spirituale, l'etica guerriera che alimenterà la superiore capacità di combattimento dei soldati politici SS, nonché dei soldati della Wermacht, costituisce la manifestazione storica dei valori interni ad ogni forma tradizionale, la quale abbia conosciuto esperienze spirituali di iniziazione guerriera: «... tale azione spirituale -scrive Julius Evola- consisteva nel trasformare l'io individuale dalla normale coscienza umana, che è circoscritta e individuata, in una forza profonda, superindividuale (...) che è al di là di nascita e morte.» Ciò determina «... una crisi distruttiva; così come un fulmine, in séguito a una tensione troppo alta di potenziale nel circuito umano. (...) in tal caso, si produrrebbe una specie di esperienza attiva della morte (...). Nella tradizione nordica, il guerriero vede la propria walkiria per l'appunto nell'istante della morte o del pericolo mortale. (...) All'apice del pericolo del combattimento eroico si riconobbe la possibilità di tale esperienza supernormale. (...) Le Furie e la Morte, che il guerriero ha materialmente affrontate sul campo di battaglia, lo contrastano anche interiormente sul piano spirituale, sotto forma di un minaccioso erompere delle forze primordiali del suo essere. Nella misura in cui egli trionfi su di esse, la vittoria è sua». (2)
Queste valenze formatrici simbolico-guerriere hanno sicuramente plasmato la forma antropologica e ispirato le condotte esemplari di coloro che, consapevolmente, hanno vissuto la battaglia di Berlino quale atto assoluto che, irrompendo sul piano della contingenza storica, invera, al di là di ogni utilitaristica quantificazione delle occasioni, la dimensione divina del valore archetipico-guerriero. Esso devasterà l'orizzonte storico della vacillante umanità adusa a misurare la convenienza politica correlata con l'esito militare di una vicenda bellica ormai estranea a qualsivoglia valutazione di opportunità, sia pure meramente tattica. Nel 1945, a Berlino, non si pensa più in termini umani: l'aristocrazia politica nazionalsocialista sarà l'esemplificazione razziale di uno stile comportamentale sottratto al dominio contingente delle esagitazioni attivistiche in cui gli umani (?) consumano le loro insignificanti esistenze. II Führer, infatti, conosce lo spessore cosmico sotteso allo scontro militare che lo oppone alle forze alleate, braccio armato del capitalismo ebraico internazionale. La guerra, dunque, si sarebbe sicuramente conclusa con la vittoria totale o con l'annientamento totale: «Già nel 1923 -scrive Serge Hutin-, dieci anni prima della sua ascesa al potere, Hitler diceva, nel suo caratteristico stile profetico: "Ciò che oggi si prepara sarà molto più grande della Grande Guerra. Lo scontro avverrà sul suolo tedesco in nome del mondo intero! Non vi sono che due possibilità: o noi saremo gli agnelli sacrificali o noi saremo i vincitori"». (1) Parimenti, Berger e Pauwels scrivono: «(...) Fu una guerra manichea o, come dice la Scrittura, "una lotta di dei". Non si tratta, beninteso, di una lotta tra Fascismo e democrazia (...). Questo è l'aspetto esteriore della lotta. C'è un esoterismo. Questa lotta di dei che si è svolta dietro gli avvenimenti appariscenti non è terminata sul pianeta ...». (4) È il 6 febbraio 1945, quando il Führer, nel suo Quartier Generale, pronuncia le seguenti parole: «Da una lotta disperata si irradia sempre un eterno valore esemplare». (5)
Sul piano politico-razziale, noi affermiamo che, nell'apocalisse di Berlino, la forma politica nazionalsocialista scolpirà la connotazione razziale di una figura nuova, il soldato politico nichilista, il quale proietterà la sua disincarnata immagine oltre l'epilogo del secondo millennio. I soldati politici SS non combatteranno per una ratio strategico-militare ormai inesistente; non combatteranno per Dio, latitante tra le macerie di Berlino; non combatteranno per la Patria (con la «P» maiuscola...), ormai integralmente occupata dalle bande mercenarie sioniste sovietico-statunitensi; non combatteranno per le femmine e per i bambini, ormai preda di guerra per i calmucchi ubriachi; non combatteranno per sopravvivere: altrimenti si sarebbero arresi ... i soldati politici SS combatteranno nel nome della razza, ovvero nel nome della fedeltà alla propria razza, nella quale vive la superiore essenza del sangue arioeuropeo, fatalmente abbacinato da un destino di morte. Sono le visionarie prefigurazioni nichilistiche del superuomo di Friedrich Nietzsche e, successivamente, dell'autarca delineato da Julius Evola nella glaciale scultura scrittoria di "Cavalcare la tigre". Tra le rovine di Berlino, sorge l’uomo nuovo che affermerà i valori spirituali, aristocratici, gerarchici e guerrieri del Terzo Reich nazionalsocialista nell'epoca della contemporaneità nichilistica. È l'«atto del transito», che, muovendo dalla figura del soldato politico SS, approderà alla Iniziazione del Nulla, stabilendo un continuum antropologico con la futura forma razziale dell'aristocrazia politica composta dai soldati politici nichilisti del terzo millennio. Essi saranno gli iniziati del Nulla, ai quali, interiormente, non appartiene nessuna delle «buone e venerate cose» che corredano la porcilaia borghese, anche perché, simmetricamente, a nulla essi appartengono. Il rogo di Berlino è la metafora storica del nichilistico rogo esistenziale della propria vita, condotta gradualmente a combustione dentro se stessi, mediante la gelida recisione delle aderenze naturalistiche che subordinano i comportamenti del singolo alla sfera vegetativa individuale, condizionata dalla bestiale dittatura della pulsione sentimentale e dell'istinto di conservazione. Per i combattenti di Berlino non esiste la paura, poiché chi non è schiavo della paura ha superato la vita; dunque, egli è il dominatore della morte. Chi non appartiene a nulla è capace di tutto (anche di venire a prelevarvi in braccio alle troie delle vostre mogli, a casa vostra...). Egli, dunque, risulta razzialmente idoneo a fini di arruolamento nell'aristocrazia politica rivoluzionaria che guiderà la guerra totale di annientamento contro il Sistema giudaico-mondialista. Solo allora il teschio argenteo impresso sulle mostrine dell'uniforme indossata dai soldati politici SS non sarà impotente vagheggiamento nostalgico né inerte compiacimento letterario. Questo sigillo simbolico identificherà dunque l'aristocrazia rivoluzionaria dei soldati politici nichilisti trasmutati dalla Iniziazione del Nulla, ovvero dalla «prova del Fuoco», così dis-velata da Julius Evola: «Saper gittare via tutto (...) - questa (...) è la prima condizione per una tale via. È l'esperienza precedente la Grande Solitudine, il deserto senza luce in mezzo a cui l'io deve consistere, mediante una forza che egli deve 'assolutamente creare dal nulla. Di là da ciò la prova del Fuoco. (...) ... generare in sé la potenza di darsi una vita superiore mediante l'incendio e la catastrofe di tutta la propria stessa vita; confermare la propria autonomia consistendo quando ogni terreno sfugge da sotto i piedi, quando non si tocca più il fondo e tutto ciò su cui prima riposava la persuasione perde ogni fermezza e si dissolve in un caos incoercibile questo è il nuovo compito. Esso investirà (...) ogni categoria della persona; può trasmutare dunque dall'ironia per ogni espressione estetica e dalla dissoluzione di ogni religiosità, sino ad una pazzia cosciente e ragionata; da un'implacabile e onnipervadente scetticismo corrodente ogni certezza filosofica e scientifica, sino alla violazione deliberata di ogni legge morale e sociale; dalla riaffermazione di là da ogni valore riconosciuto e da ogni autorità, fino alla negazione di ogni fede, ideale o entusiasmo e al disprezzo di ogni sentimento di umanità, di amore o rispetto. Infine, dalla severità di una disciplina di ascesi e di mortificazione avente in se stessa, nel suo momento semplicemente negativo, il proprio fine e la propria gioia, sino a uno scatenato orgiasmo che, nello spingerle all'estrema intensità, arda in se stessa ogni passione. Di là da tutto: saper portare all'apice tutto ciò da cui il terrore originario è esasperato, tutto ciò che il nostro essere naturale e istintivo disperatamente non vuole, saper rompere il limite e scavare sempre più profondamente, dovunque, il senso dell'abisso vertiginoso, e consistere nel trapasso, sussistere là dove gli altri sarebbero travolti. Nulla deve più esistere, a questo punto, che possa venire rispettato, nulla che si senta di non essere capaci di fare. (...) una dipendenza non è migliore di un'altra e lo scopo non è di cambiare padroni (legge del bene, dello spirito, della libertà, ecc.), sibbene di riaffermare l'io sopra ad ogni correlazione, qualunque essa sia - di farne qualcosa di agile, di duro, di freddo, di inafferrabile, di pronto, qualcosa che è libero in questo suo vivere pericolosamente come potenza negatrice di ogni determinazione e di ogni appoggio». (6)
Per gli uomini di questa razza, il termine «resa» sarà un incomprensibile suono composto da quattro fonemi... per costoro, nell'ambito di uno specifico quadro di riferimento militare, il combattimento sarà concepito esclusivamente quale prassi tattico-strategica offensiva, sempre e comunque diretta all'annientamento del nemico, pronta a fare peggio contro chiunque voglia farti male... essi saranno sempre decisi ad elevare il coefficiente di intensità del conflitto contro chi, in una notte -per altro, afosa... - di mezza estate, ha sognato di fare loro paura... buh! ... sempre consapevoli del fatto che si risponde con moltiplicata efficacia di contrasto ad ogni attacco nemico... sempre capaci di lasciare segni indelebili sul viso e sulla vita di coloro che, non importa se con esito vincente o perdente, li hanno aggrediti... sempre determinati all'offensiva, anche sulle strade di Berlino, anche a poche centinaia di metri dal Führer bunker... Noi abbiamo così evocato, dalle scaturigini del Nulla, la razza dei combattenti capace di rendere probabile l'impossibile...
La battaglia del saliente di Kursk e la controffensiva delle Ardenne, preceduta dall'invasione alleata della Normandia, costituiscono gli eventi bellici che consentiranno alle bande mercenarie dell'ebraismo internazionale plutocratico-bolscevico di inquadrare strategicamente l'obiettivo militare rappresentato dalla capitale del Terzo Reich.
Nell'estate del 1943, il Führer decide la ripresa dell'iniziativa strategica sul fronte orientale, avviando una terza offensiva. Ciò anche in relazione al fatto che l'industria bellica nazionalsocialista si appresta a conseguire i massimi livelli produttivi. È l'operazione "Cittadella". Si tratta di accerchiare e di annientare un milione di soldati sovietici, il 40% delle forze di cui dispone l'Armata Rossa, serrandoli con una manovra a tenaglia nel saliente di Kursk. Le divisioni corazzate della Wermacht si aprirebbero così di nuovo la strada verso Mosca, capitale del bolscevismo ebraico: «La vittoria di Kursk -il Führer ne è sicuro- sarà un faro che illuminerà il mondo». Ma l'azione spionistica della "Orchestra Rossa" consentirà ai sovietici di conoscere in anticipo i piani. nazionalsocialisti e di apprestare un solido sbarramento difensivo, grazie anche e soprattutto agli aiuti militari giudaico-statunitensi. Basti solo pensare, ad esempio, ai
500.000 autocarri veloci che permetteranno ai sovietici di spostare, rapidamente e tempestivamente, soldati e mezzi lungo tutto l'arco del vastissimo fronte.
Alla fine della più grande battaglia di carri della storia, i combattenti nazionalsocialisti avranno perso mezzo milione di uomini, le migliori forze corazzate, nonché, per sempre, l'iniziativa strategica sul fronte orientale.
«Quando sbarcheranno -sono parole di Erwin Rommel- li dobbiamo ributtare in mare il giorno stesso. Quello, per la Germania, sarà il giorno più lungo». E il giorno più lungo, sul fronte occidentale, verrà il 6 giugno 1944, quando i mercenari anglo statunitensi, braccio armato del capitalismo ebraico internazionale, inizieranno il processo imperialistico di occupazione dell'Eurasia, sbarcando in Normandia: «... 6480 navi da trasporto, con circa 4000 mezzi da sbarco, scortate da 6 navi da battaglia, 23 incrociatori, 122 cacciatorpediniere, 360 torpediniere e alcune centinaia di navi attrezzi» (7), vomiteranno contro le difese del Vallo Atlantico una marea di soldati e di armi. Nel cielo, 13.000 aerei, ai quale la Luftwaffe potrà opporne solo 319, sganceranno sugli eroici soldati del Terzo Reich 12.000 tonnellate di bombe. Da questo momento, grazie a un’immane supremazia materiale, le bande sioniste avranno aperto una ferita mortale nel fianco occidentale dell'Eurasia. Esse punteranno verso Berlino, fronteggiate, per altro, dal supremo orgoglio, dalla superiore volontà e dalla incomparabile capaci di combattimento dei soldati del Terzo Reich, simboleggiata dalla leggendaria controffensiva delle Ardenne del dicembre 1944: la "battaglia dei giganti", come sarà definita dagli stessi statunitensi: «Obiettivo Anversa, il grande porto belga -scrive Romualdi- senza il quale gli americani non potrebbero alimentare l'offensiva contro la Germania. È la estrema, geniale mossa di Hitler, che tenta di ripetere la manovra del 1940, la frattura del fronte nemico e l'insaccamento di una parte di esso». (8)
Tra i boschi delle Ardenne, i generali delle Waffen-SS Sepp Dietrich e Jochen Peiper, i generali della Wermacht Hasso Von Manteuffel e Walter Model, saranno i protagonisti della magistrale controffensiva delle armate nazionalsocialiste. II 6° Panzerkorps di Dietrich sfonderà a Malmedy per puntare su Anversa; Von Manteuffel e Model punteranno su Bruxelles attraverso Bastogne e la Mosa; a sud, Peiper, al comando di un'altra leggenda (una delle tante...), ovvero la 1ª divisione corazzata "Leibstandarte SS Adolf Hitler", proteggerà il fianco meridionale: 28 divisioni, 200.000 uomini e 1000 carri si avventano contro le difese alleate. Gli anglo-statunitensi, inizialmente travolti, vacillano. Sembra l'ennesimo miracolo bellico propiziato dall’insuperata genialità strategica del Führer. Ma, alla distanza, la mancanza di carburante, l'impossibilità di disporre dell'ausilio della Luftwaffe, favoriranno le armate asservite all'ebraismo internazionale.
Anche sul fronte occidentale, l'iniziativa strategica si è definitivamente esaurita.
Nel gennaio 1945, già prima della caduta di Budapest e di Varsavia, i rapporti di forza sono irreversibilmente saltati: lungo la linea compresa tra la Prussia orientale e i Carpazi, l'Armata Rossa schiera complessivamente 3.900.000 soldati contro 1.000.000; 50.000 cannoni contro 12.000; 9.800 carri contro 1836; 14.800 aerei contro 1570. II 12 gennaio 1945, guidata dal maresciallo Koniev, inizia l'offensiva sovietica in direzione di Berlino: «In tal modo -scrive Joachim C. Fest-, l'intero schieramento tra il Mar Baltico e i Carpazi si mise in movimento, e si trattava, da parte sovietica, di una enorme macchina bellica, la cui superiorità era di undici a uno rispetto ai tedeschi per quanto riguardava la fanteria, di sette a uno per quanto atteneva alle forze corazzate, e di ben venti a uno quanto ad artiglieria». (9)
II 16 gennaio 1945, il Führer, lasciata la Wolfschanze di Rastenburg, nella Prussia orientale, rientrerà a Berlino per aspettare il nemico di razza e per fare della battaglia di Berlino la sua battaglia, ovvero l'apocalittica arsione della Civiltà arioeuropea: «Hitler aveva deciso di rimanere a Berlino per ua'ino la `rerà a Berlino per `assumere personalmente la difesa della città (...). I presenti cercarono di persuaderlo a lasciare la capitale perché era ormai impossibile controllarne la situazione; ma Hitler rispose (...) che sarebbe rimasto e per sottolineare là sua decisione annunciò che avrebbe comunicato la sua presenza nella capitale». (10) Sono parole del Führer: «Se giunge la fine, allora voglio che mi trovi qui, nella Cancelleria del Reich. Per me non esistono compromessi. Né tanto meno cadrò nelle mani del nemico. lo rimango a Berlino». (11) Le macerie della capitale del Reich saranno tappezzate -accanto alle preesistenti scritte: «WIR KAPITULIEREN NIE» (Noi non capitoleremo mai)- da manifesti recanti il seguente proclama: «II Führer è a Berlino. II Führer resterà a Berlino. II Führer difenderà Berlino fino all'ultimo respiro». A tale volontà porgerà eco il dr. Goebbels: «Parlando di questi giorni, la storia non potrà mai dire che il popolo abbia abbandonato il suo capo o il capo abbia abbandonato il suo popolo. E questa è la vittoria!» (12)
Intanto, 6200 carri sovietici T 34, sostenuti da migliaia di aerei, dilagano nelle pianure polacche. II ReichsFührer SS Heinrich Himmler, nominato comandante del Gruppo Armate Vistola, tenta l'impossibile sul fronte di Pomerania. Soldati politici SS e militi della Wermacht, volontari europei inquadrati nelle Waffen-SS, si dissanguano per arginare le orde slavo-mongole del bolscevismo ebraico. A marzo, però, l'impossibile diventa probabile: il fronte sarà fissato sull'Oder: Berlino è ormai città di prima linea e Joseph Goebbels, Gauleiter della capitale e Reichskommissar per la guerra totale, ne organizza la difesa. Proclamata la mobilitazione totale, tutti gli uomini validi dai 15 ai 60 anni, armati di Panzerfaust, vengono inquadrati nel Volksturm e nella Hitlerjugend; essi saranno l'esercito de popolo che contribuirà all'estrema difesa della capitale del Terzo Reich e dell'Eurasia.
II 16 aprile 1945, alle ore 4 del mattino, 22.000 cannoni, 13 armate, alla quale si oppone l'unica armata del Generale Heinrici, scatenano l'attacco finale a Berlino. Si combatterà casa per casa, nelle strade, nelle piazze, guidati dall'indomabile volontà del Führer, primo soldato politico dell'Ordine Nuovo, il quale sarà presente al suo posto di comando nel "Führerbunker" della Cancelleria del Reich, per combattere, fino al tragico esito finale, la sua battaglia, la battaglia .di Berlino. Quindi, si dissolverà nel sudario di sangue e di fuoco nel quale saranno composte le spoglie mortali della capitale del Terzo Reich.
Mentre sulla Alexanderplatz il Kampfkommandant Barefànqer risponde a chi gli obietta la scarsità di munizioni: «Allora combatteremo all'arma bianca. Noi difendiamo un'idea»; mentre sulla Friedrichstrasse, sulla Potsdamerplatz e sulla Wilhelmstrasse, le Waffen-SS e la Hitlerjugend di Axmann, attingendo a vertici di sovrumano eroismo, riescono ancora a contenere l'assalto finale del branco slavo-mongolo; mentre il 29 aprile 1945, i soldati politici della "SS Charlemagne" e della "SS Nordland" sferreranno una leggendaria controffensiva sulla Belle Alliance Platz, distruggendo sette carri sovietici; e, ancora, mentre il 30 aprile 1945, i difensori della Cancelleria del Terzo Reich -superstiti della "SS Charlemagne" e della "SS Nordland", del "15° Fucilieri SS Lettoni", e soldati della Wermacht- saranno annientati affrontando i sovietici all'arma bianca sulle scalinate e fin dentro i sotterranei del Reichstag, un annuncio radiofonico essenziale, scarno, spartano nella sua maestosa laconicità, testimonierà l'esemplare epilogo di una vita virilmente composta nella forma eroica della milizia totale: «II Quartier Generale comunica che, oggi pomeriggio, il nostro FüHrer Adolf Hitler è caduto per la Germania, al suo posto di comando nella Cancelleria del Reich, combattendo il bolscevismo fino all'ultimo respiro. II 30 aprile il Führer ha nominato suo successore il Grande Ammiraglio Doenitz».
«Altissime, poi vibranti e spezzate, poi ancora alte, cupe e solennemente funebri, erano risuonate le note della marcia funebre di Sigfrido dal "Crepuscolo degli Dèi"». (13)
Nel nome della razza.
Maurizio Lattanzio
NOTE:
1) Julius Evola, "La dottrina aria di lotta e vittoria", Ed. di Ar, s.d.;
2) Julius Evola, op. cit.;
3) Serge Hutin, "Governi occulti e società segrete", Ed. Mediterranee, Roma ‘73;
4) Berger e Pauwels, "II mattino dei maghi", Mondadori, Milano ‘63;
5) Adolf Hitler, "Ultimi discorsi", Edizioni di Ar, Padova ‘88;
6) Julius Evola, "Fenomenologia dell'Individuo Assoluto", Ed. Mediterranee, Roma ‘76;
7) A. Romualdi, "Le ultime ore dell'Europa", Ciarrapico Editore, Roma ‘76;
8) A. Romualdi, op. cit.;
9) Joachim C. Fest, "Hitler", Rizzoli Editore, Milano ‘74;
10) M. L. Gennaro, "La battaglia di Berlino", De Vecchi Editore, Milano ‘74;
11) R. D. Múller - G. R. Ueberschar, "La fine del Terzo Reich", Il Mulino, Bologna ‘95;
12) P. J. Goebbels, discorso del 20 aprile ‘45;
13) A. Romualdi, (pref. a) Adolf Hitler, "La battaglia di Berlino", Ed. di Ar, Padova ‘77

mercoledì 28 marzo 2001

Camerati Addio, Storia di un inganno

Dal n° 182 - Marzo 2001
Pubblichiamo in queste pagine la recensione, apparsa sul bollettino della Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana (dicembre 2000) al libro di Vincenzo Vinciguerra che le Edizioni di Avanguardia hanno pubblicato nello scorso novembre. Tra i tanti sabotaggi e gli innumerevoli silenzi, per viltà o per pressappochismo, soprattutto all'interno del «neofascismo atlantico di servizio»; ad oggi, solo il bollettino della FNCRSI, con “Avanguardia”, ha rotto la congiura del silenzio che circonda l'Autore insieme all'autorevole, dettagliata analisi e documentazione che egli ci ha trasmesso, inchiodando a gravi responsabilità personaggi che vanno dai Freda ai Rauti, dai Delle Chiaie ai Merlino ecc. Gli stessi che ancora oggi tengono stagnante il neofascismo italiano a posizioni di subalternità alle strategie dell'atlantismo giudaico-statunitense.


Parlare del nuovo libro di Vincenzo Vinciguerra è, allo stesso tempo, semplice ed arduo. Semplice, perché i fatti esposti dall'autore sono incontrovertibili e ci raccontano infamie, tradimenti ed inganni perpetrati per decenni ai danni dei tanti che credevano negli ideali del Fascismo ed intendevano riaffermarli. Arduo, perché in qualche modo ciò coinvolge emotivamente noi combattenti della Repubblica Sociale e ci fa ricordare immediatamente tutto il nostro passato, i nostri ideali, il costante impegno di un'intera vita, le tante iniziative, le speranze nostre e di tantissimi autentici camerati, la maggior parte dei quali ormai, o non è più di questo mondo o, per propria dignità, si è messa in disparte, giustamente schifata dall'ignobile letamaio che divenne ed è il cosiddetto «nostro ambiente».
Un impegno ed un sacrificio di generazioni di militanti, stroncato e reso vano anche -in non piccola parte- dall'opera scellerata di vari traditori e di non poche prezzolate canaglie al servizio delle «istituzioni» di questo democratico sistema.
Dunque, per coloro che non ne hanno mai sentito parlare o avessero letto sui giornali del «sistema», qualche fugace accenno alla sua vicenda, inteso a distorcere la figura ed il significato del suo gesto, vogliamo ricordare chi è e che cosa ha compiuto e compie Vincenzo Vinciguerra. Dopo un'intensa e coraggiosa militanza negli anni '60 e '70 in gruppi politici che riteneva schiettamente fascisti, resosi pienamente conto che, al contrario di quanto da essi predicato, la loro attività, in effetti, era indirizzata al sostegno di chi, al servizio dei «padroni del mondo», opprime il nostro popolo, egli, conformemente alla sua vocazione genuinamente rivoluzionaria, decise di effettuare un'azione che, colpendo i «tutori del caos», sconvolgesse gli equivoci rapporti instauratisi sotterraneamente tra «destra extraparlamentare» ed organismi del sistema, all'insegna dell'anticomunismo più becero ed ottuso e della «difesa dell'Occidente» -cioè del sistema coloniale americano-giudaico- e marcasse in tal modo l'irriconciliabile diversità tra veri e falsi «combattenti per l'Ordine Nuovo».
Egli, quindi, il 31 maggio 1972 portò a termine l'attentato di Peteano di Sagrado, in provincia di Gorizia. Furono uccisi tre carabinieri ma, inopinatamente, gli alti ufficiali dell'«Arma benemerita», che avevano subito individuato, anche mercé gli spioni del neofascismo, l'ambiente di provenienza degli attentatori e perciò ben compreso le loro finalità) a giusto titolo ritenute pericolose per la stabilità dello stato antifascista al servizio degli USA), si adoperarono zelantemente per occultare la verità, depistando le indagini verso falsi obiettivi e arrestando e facendo incriminare con l'avallo di procuratori e giudici «amici», alcuni poveracci, «balordi» di paese, che soltanto dopo alcuni anni di detenzione ebbero riconosciuta la loro innocenza.
Vincenzo Vinciguerra riuscì ad espatriare in Spagna dove visse alcuni anni in clandestinità e, mentre in Italia le indagini della magistratura alla fine si concentrarono sul suo gruppo, egli, vivendo in esilio ebbe sia in Europa che in Sud America, altre deludenti esperienze con pseudo camerati e giunse a conclusioni definitivamente negative sui personaggi e sugli ambienti politici che aveva frequentato e quindi sulla vera funzione «di servizio» del piccolo mondo «neofascista» italiano. Risolse coscientemente, perciò, di portate a termine il sacrificio della sua vita per smascherare il tradimento e così salvare storicamente dagli impostori i princìpi del Fascismo. Nel settembre del 1979, quindi, tornò in Italia per costituirsi all'autorità giudiziaria e -pur senza commettere alcuna delazione- assumere la responsabilità dell'attentato rivendicando fieramente le ragioni, politiche ed etiche che lo avevano determinato e affrontare i processi e la prevedibile condanna all'ergastolo che, infatti, gli venne comminata.
Egli è ormai detenuto da più di 21 anni senza usufruire né degli sconti di pena né delle indulgenze carcerarie di cui beneficiano i vari «camerati» e stragisti al servizio -consapevole o meno- degli organismi di tutela del sistema e dei loro occulti ispiratori. Vincenzo Vinciguerra, invece, sballottolato da una prigione all'altra, maltrattato e sovente vilipeso dai suoi carcerieri, angariato in molti modi ed anche illegittimamente privato della regolare consegna della corrispondenza, continua tenacemente nella sua opera di denuncia del sistema, indicando pure nei magistrati al servizio del potere gli indispensabili complici per l'occultamento delle nefande trame della democrazia. Ricordiamo i titoli dei suoi libri finora pubblicati (per altri non è finora stato possibile): “Ergastolo per la libertà. Verso la verità sulla strategia della tensione”, Arnaud, Firenze 1989; “La strategia del depistaggio”, Ed. Il Fenicottero, Bologna 1993; e, recentemente, “Camerati, addio”, Edizioni di Avanguardia, Trapani 2000, che reca il sottotitolo “Storia di un inganno, in cinquant'anni di egemonia statunitense in Italia”. È la storia di una sequela di tradimenti, in verità un unico, continuo tradimento, iniziato alle origini del «neofascismo» -vale a dire negli stessi giorni della tragica fine della RSI nel sanguinoso aprile del 1945- e durato fino ai nostri giorni; che ha visto come esecrandi protagonisti i Michelini, gli Almirante, i Romualdi, nella prima, lunghissima fase del MSI, e poi gli ancor più squallidi Fini, Servello, Rauti, Signorelli, Delle Chiaie, che tuttora imperversano, con i loro degni seguaci ed epigoni: i vari Tilgher, Merlino, ecc. ecc., tanto per citarne alcuni.
Ci rendiamo conto, a questo punto, che il solo menzionare questi personaggi e le loro nefandezze possa dare il voltastomaco: pur tuttavia è necessario conoscerle (ed è questo uno dei meriti dell'opera di Vinciguerra; per smascherare gli agenti ed i meccanismi segreti adoperati senza scrupoli per proteggere il regime democratico, antifascista ed «atlantico» che ci è stato imposto con la vittoria degli «alleati», un regime criminale, corrotto e corruttore, un autentico stato di polizia (l'Italia, tra l'altro, ha il triste primato mondiale del rapporto percentuale -oltre 370.000 uomini, c. 1:170- tra popolazione e consistenza numerica dei numerosi corpi di polizia: PS, CC, GdF, PP, CFdS che certamente non stanno lì soltanto per difendere i cittadini dai malfattori, il che completamente avviene pure, sebbene in maniera scarsamente efficace) che nel difendere se stesso, però, attua con subdola abilità ed efficienza.
Va peraltro sottolineato che il compito assegnato al regime coloniale italiano, fu purtroppo facilitato dall'attitudine reducistica e borghese dell'«ambiente neofascista» che, lungi dal dare testimonianza di fedeltà agli ideali della RSI, come quella espressa con il loro estremo sacrificio da diecine di migliaia di caduti, i quali davvero seppero combattere e morire indossando la camicia nera (come cantava una loro celebre canzone) scelsero di slancio il reinserimento nella vita «civile» ed i vantaggi della vita comoda che callidamente erano loro prospettati dai mezzani della destra nazionale e massonica, in cambio di riporre, e del far riporre, nei cassetti dell'oblio il sogno della palingenesi rivoluzionaria tramandato dai «lor maggiori» e consacrato alla Storia dagli atti della RSI e dal sangue dei nostri caduti.
Raccomandiamo vivamente, perciò, la lettura dei libri-documenti di denuncia politica e morale di Vincenzo Vinciguerra, del quale, in conclusione, vogliamo onorare l'ammirevole comportamento che non esitiamo a definire assolutamente eroico, oltreché unico nel cialtronesco ambito del «neo» e pseudo fascismo del post RSI. Lo facciamo con le rispettose espressioni di stima manifestatagli nella sentenza di condanna emessa il 25 luglio 1987 dalla Corte di Assise di Venezia: «Una posizione indubbiamente singolare quella di Vincenzo Vinciguerra (…) la sua figura di soldato politico non è mai venuta meno e mantiene intatta la sua posizione offensiva nei confronti dello stato democratico». (p. XIV)








mercoledì 28 febbraio 2001

Appunti non conformi alla logica del transgenico

«... Noi non saremo mai strumenti per la sperimentazione industriale, dal momento in cui abbiamo la vita già parecchio avvelenata da tutte le pestilenze generate dalla democrazia e dal suo irrimediabile caos degenerativo»

Dal n° 181 - Febbraio 2001 della rivista “Avanguardia”-

Scritto da Leonardo FONTE

Quella sorta di manifesto politico-ideologico che abbiamo pubblicato nella precedente pagina, contro le aberrazioni dell'ingegneria genetica favorita dalle speculazioni delle multinazionali e da «folli» e scriteriati scienziati che hanno smarrito ogni contatto con l'equilibrio parsimonioso della natura, ha origine da articolate e fondate analisi della così definita «sinistra antagonista», o rivoluzionaria. Noi, e non potrebbe essere diversamente, facciamo nostre tutte queste proposizioni espresse.
D'altro canto, i nostri postulati ‑antiscientisti e antimaterialisti‑ dottrinali e culturali, organistici e di legame col sacro e con l'inviolabile, ci hanno da sempre messi al fianco di madre natura, senza avvertire la necessità di dichiararci ambientalisti o ecologisti. Ogni nazionalrivoluzionario è cosciente che la ricchezza della propria Terra ha origine dal contadinato e da una buona produzione agricola. La salvaguardia dell'ambiente diviene così un aspetto fondamentale e prioritario dello Stato popolare. Questa è una affermazione politicamente incontrovertibile.
A cavallo tra gli anni '70 e gli anni `80, l'indimenticabile e fraterno camerata, Beppe Niccolai presentò duranti i lavori della Direzione nazionale dell'ex-MSI un documento stilato originariamente dall'ex-PCI (cambiando e omettendo qualche particolare irrilevante), riscuotendo approvazioni ed applausi dalla platea missista. Oggi sia le parti che il momento storico sono diversi, rimane in piedi però lo stesso nemico: le centrali e le strutture dell'oligarchia giudaico-mondialista.
Ciò che per noi è politicamente di primordine ha il suo centro nella battaglia e nella contrapposizione allo scientismo materialista ed al mercantilismo usurocratico di cui è permeata la società moderna consumista ed omogeneizzante. Quindi, nel caso specifico oltre che di grande attualità, nell'avversione e nella denuncia delle mostruosità delle manipolazioni genetiche, a tutto quanto è «scienza per la scienza», ed in questa battaglia non esistono ostacoli ideologici. Si tratta di una battaglia per la vita e per il futuro di tutti noi che solo le coscienze più sensibili e più nobili, che solo quegli uomini i quali non credono che «tutto» debba essere fatto per il denaro e per il mercato, possono comprendere, sviluppare e portare avanti. Non lesinando alcun sacrificio.
«La nostra idea non può che realizzarsi attraverso l'abbattimento non solo delle nocività ma anche delle istituzioni e dell'addomesticamento che le sostengono ...». Un'affermazione politico-rivoluzionaria che porta in sè un'essenza ed una validità organica e totale: non possiamo sconfiggere il male rappresentato dalla società moderna, con la sua meccanicistica alienante dell'iperproduzione e dell'iperconsumo, se non procediamo all'annichilimento ed alla distruzione delle strutture che lo reggono in piedi.
Dato che ad ogni latitudine e ad ogni longitudine governi e governanti imbelli ed imbecilli, ipocriti e vili, permettono alle grandi centrali di sfruttamento e dell'invasione genetica qualsiasi aberrazione possibile, si dovrà sviluppare ed organizzare più concretamente ogni iniziativa unitaria di mobilitazione utile ai fini della lotta contro il Sistema.
Questa battaglia rivoluzionaria noi la abbiamo individuata e conseguenzialmente indirizzata contro quello che abbiamo definito il Sistema giudaico-mondialista.
La multinazionale, mostro ingrassato da una concentrazione di capitali cosmopoliti ed a direzione sovranazionale e sovraistituzionale, col suo carico antipopolare di sfruttamento e di omogeneizzazione è tra i più grandi nemici della Terra, dei popoli e delle nazioni ed una delle strutture tangibili del sistema mondialista. La multinazionale è, altresì, quella struttura oligarchica che sta rigettando nel peggiore dei colonialismi tutti quei popoli del Terzo mondo che operando in sinergia con la terra e le sue risorse erano sul punto di affrancarsi da quella dolorosa esperienza. La multinazionale avrà il possesso del brevetto dei semi (transgenici) utili per la semina e la produzione che anno per anno il contadino dovrà riacquistare. Questa prassi mafiosa e criminale ha generato delle resistenze e delle ribellioni specie in Europa. Conseguenzialmente, «le multinazionali, temendo le azioni di boicottaggio, hanno in parte risolto il problema trasferendo tutte le principali piantagioni transgeniche dal primo (Europa, America) al terzo mondo (Africa, Asia, America Latina), dove le popolazioni rurali sono più indifese e maggiormente ricattabili».
Le multinazionali (leggi Monsanto, leggi Novartis) con le loro filiali, sono le principali responsabili dell'avvelenamento alimentare che si sta ripercuotendo sulla specie umana, costretta a cibarsi di «alimenti» dei quali spesso non si conosce l'origine.
L'effetto della mucca pazza è un sintomo molto pericoloso, dal quale avvertiamo come la manipolazione dei geni insieme alle lordure industriali si ripercuotano pesantemente sulla società. La frenetica corsa alla sperimentazione della scienza, sulla quale le istituzioni politiche sembrano non muovere alcun controllo, sta oramai sovvertendo in maniera irreversibile il rapporto tra l'uomo e la natura indirizzando entrambi verso una strada senza ritorno. L'uomo ha abusato scriteriatamente e continuamente della natura, approfittando ignorantemente della grande duttilità che essa ci offre.
Monsanto e Novartis, con altre multinazionali della chimica, hanno prodotto le famigerate farine animali che hanno avvelenato i capi di bestiame in Europa, trasformandoli da erbivori a «famelici» carnivori. Queste multinazionali oltre ad avere causato un terribile danno a milioni di persone, si sono rese responsabili della violazione delle leggi che la natura ha posto a regola e a difesa delle varie specie, per impedire la produzione di mostruosi esseri ibridi: «... la caratteristica principale del transgenismo è appunto quella di attenuare, tramite manipolazioni in laboratorio, l'impenetrabilità di queste barriere e di permettere scambi genetici tra individui di specie oltremodo diverse. Da tali manipolazioni derivano quelle nuove categorie di esseri viventi che sono, nel mondo vegetale, le piante transgeniche; di simili organismi non esistono precedenti in natura, o almeno non ne esistono come prodotto della trasmissione sessuale di origine diversa».
«Che cosa avverrà delle piante transgeniche una volta che si siano ampiamente propagate in natura e che le loro "specie" siano diventate più numerose e varie? Alcune, diffondendosi e contaminando le specie "naturali" -trasmettendo loro per esempio i geni di tolleranza agli erbicidi, come nel caso della colza- daranno forse vita a delle "supermalerbe"? Dopo il morbo della "mucca pazza" dovremo forse lamentare epidemie di "erbe pazze", iperinvasive, resistenti agli erbicidi più potenti, e di cui sarà quasi impossibile sbarazzarsi?».
La «genia» degli scienziati è tale e illuminante da definire oscurantisti tutti coloro i quali sono contrari alle loro aberrazioni sulle manipolazioni genetiche. Ma come potremo avere fiducia a tale specie animale quando abbiamo sotto gli occhi i risultati di queste loro criminali fantasticherie scientifiche?
Come possiamo fidarci di questi personaggi al servizio delle multinazionali? Dopo che essi hanno contribuito ad avvelenarci con tonnellate di DDT, con le farine animali, con gli antibiotici e gli steroidi anabolizzanti iniettati a più non posso negli allevamenti, è lecito che questi signori e queste concentrazioni finanziarie debbano essere guardati quanto meno con sospetto, come nemici dell'umanità.
Osservate un po', in Italia, da quale pulpito viene la predica: da un'ebrea, come Rita Levi Montalcini, e da un personaggio legato a doppio filo con gli interessi degli Stati Uniti, quale Renato Dulbecco ... premio nobel! Ma che cazzo vogliono costoro? Che tutti si diventi numeri da impollinare in provetta per gli utili dissennati delle multinazionali, o per le sperimentazioni «NBC» della CIA?
Di questi personaggi che godono delle impunità dei centri dì sfruttamento criminale d'oltremanica e d'oltreoceano ne abbiamo piene le scatole, come del resto di tutti quelli che in nome del progresso e del mercato ci stanno trasmutando in individui programmati al computer per la catena dell'alienazione del «produrre‑acquistare‑consumare». In questo caso non hanno torto gli ebrei che ci definiscono «gojm», (=bestie)!
La complessità e l'equilibrio di tutti gli organismi viventi è tale che la manipolazione a cui saranno sottoposti avrà un effetto boomerang. In ogni caso: dopo un giorno o dieci anni. La complessità degli organismi viventi è tale che le biotecnologie non possono alterarli senza danneggiarli.
«Numerosi studi hanno messo in luce che le piante modificate con la tossina del BT [Bacillus Thuringiensis] stanno facendo nascere ceppi di parassiti resistenti a questa. Infatti, la prima pianta in cui è stato inserito il bacillo BT fu il mais, allo scopo di produrre una tossina che lo proteggesse dalla «farfalla piramide», per evitare che quest'ultima distruggesse per la propria ingordigia i raccolti di mais. Ciò ha provocato comunque la comparsa di parassiti resistenti (circa il 20%), che necessitano a loro volto di un nuovo pesticida, o di un nuovo trattamento transgenico, in grado di eliminarli, ma che inevitabilmente genererà un'altra percentuale di parassiti che resisteranno al nuovo medicinale e così fino al parassita invulnerabile».
Sulle tossine derivanti dal BT, Jean Marie Pelt, insegnante di Botanica e Fisiologia delle piante all'Università di Metz, afferma: «L'esempio del mais transgenico è particolarmente significativo. Esso contiene in particolare un gene produttore di una molecola insetticida, letale per certi tipi di farfalla e proveniente da un batterio del terreno che è stato isolato in Germania, il Bacillus Thuringiensis (BT). Questo mais, detto per l'appunto "BT", è progettato per resistere al suo predatore, la piralide, sviluppando nei propri tessuti questo pesticida che si ritiene non tossico per l'uomo [...] Ora è stato accertato che nell'arco di alcune generazioni la piralide riesce infallibilmente a sviluppare una resistenza a questo pesticida, privando così del suo oggetto la trasformazione genetica del mais. Per molto tempo si è creduto che il "BT", pesticida di origine naturale, non inducesse tolleranza in questi parassiti; oggi si sa che non è così».
In questo frangente, riteniamo non dovere aggiungere altro su questo tema che è di fondamentale importanza per la mobilitazione rivoluzionaria da parte degli antagonismi politici contro il Sistema. Sarà compito delle avanguardie rivoluzionarie ampliare il significato di questa battaglia, di renderla sempre più credibile, dî farne un presupposto rivoluzionario da veicolare a settori sempre più vasti della società, dato che il Sistema irrimediabilmente sta conducendo la propria opera di annichilimento e di repressione dalla galera al laboratorio. Noi non saremo mai strumenti per la sperimentazione industriale, dal momento in cui abbiamo la vita già parecchio avvelenata da tutte le pestilenze generate dalla democrazia e dal suo irrimediabile caos degenerativo.
Noi che non ci siamo mai venduti ad alcuno, nè ci venderemo mai, non possiamo minimamente pensare di lasciare le nostre esistenze nelle mani di vili profittatori che dall'interno di un laboratorio o da dietro un computer ‑che modella la vita e il percorso d'una industria multinazionale‑ operano al fine di indirizzare le scelte di ogni abitante del pianeta. Questa è una delle insidie più minacciose partorite dalla società moderna post-industriale e capitalista.
I nostri nemici hanno snaturato il legame primordiale tra l'uomo e la terra, hanno svilito ogni rapporto tra esso ed il Sacro. Dalla terra di nessuno, senza compromessi, affermiamo che è già l'ora, ben matura, della battaglia per la disintegrazione e per l'annientamento del Sistema!

* Per approfondire la tematica delle manipolazioni in laboratorio di specie animale e vegetale consigliamo la lettura di:

  1. Jéan‑Marie Pelt, “L'orto di Frankenstein. Cibi e piante transgenici”, Feltrinelli, Milano 2000, pp. 146 lire 22.000; collettivo malatempora-Marco Caponera,
  2. “Transgenico NO. La guerra globale tra i signori del Transgenico e i popoli della terra”, malatempora, Roma 2000, pp. 115 lire 14.000.

Questi testi sono portatori di analisi articolate e compiute di un buon spessore scientifico, provenienti da ambienti politico‑culturali della «sinistra» antagonista. Ne consigliamo la lettura ai fini di un auspicabile superamento del maleolente crinale dell'anticomunismo e del parodistico steccato della... «lotta all'immigrazione», in una logica organica di contrapposizione frontale contro il nemico comune, individuato nel giudeo‑capitalismo. Se poi, oggi, i «compagni» volessero perseguire nella arida strada dell'antifascismo, beh: significherà che nell'ottica della contrapposizione rivoluzionaria al Sistema saremo più intelligenti. O quanto meno non concederemo alibi al nemico ai fini della frazionistica logica degli opposti estremismi.

domenica 28 gennaio 2001

Camerati, addio. Storia di un inganno in cinquant'anni di egemonia statunitense in Italia

Dal n° 180 - Gennaio 2001 del Mensile “AVANGUARDIA”.

Vincenzo Vinciguerra
Edizioni di Avanguardia, Trapani, pag. 157, Lire 20.000


Con la pubblicazione di "Camerati, addio", “Avanguardia” giunge, diciamo così, all’«epilogo» dell'opera di denuncia e di revisione del neofascismo italiota che, nel dopoguerra, tutto ha bruciato e tutto ha cancellato al fine di servire gli interessi degli USA e delle sue strutture militari e di spionaggio nel territorio coloniale. Si tratta di un'ulteriore, articolata e lucida, documentazione con la quale il camerata Vincenzo Vinciguerra inchioda e crocifigge, alle proprie responsabilità di ruffiani e di spioni, i vertici e le organizzazioni del così definito «neofascismo atlantico di servizio»; ossia quella componente che ha disonorato e tradito le potenzialità rivoluzionarie del Fascismo anti plutocratico e anticapitalistico, lasciandolo a solo vuoto contenitore di un nazionalismo e di un anticomunismo utili di fatto a rinsaldare l'egemonia colonialistica degli Stati Uniti d'America nell'Italia, alla fine del secondo conflitto mondiale.

«Attraverso la sua personale esperienza militante», riportavamo in un articolo di Maurizio Lattanzio, in “Avanguardia” nel 1993, recensendo “Ergastolo per la libertà”, «Vinciguerra ricostruisce, con indubbia attendibilità ed apprezzabile accuratezza, il significato politico che identifica la cosiddetta "strategia della tensione». Quest'ultima, infatti, porrà in evidenza, al di là della buona fede dei pochi o tanti “camerati”, il preesistente rapporto organico di “collaborazione” intercorrente fra taluni individui funzionalmente “piazzati” nelle diverse formazioni dell'estrema destra e i servizi segreti italioti e, più ampiamente, occidentali».

Questo nuovo libro di Vinciguerra (il terzo dopo “Ergastolo per la libertà” e “La strategia del depistaggio”), infatti, traccia la storia della nascita del MSI quale struttura di irretimento e di ingabbiamento voluta dal Ministero degli Interni per tutti quei (neo)fascisti che, dopo la sconfitta militare in guerra, avrebbero potuto continuare la battaglia politico-rivoluzionaria del Fascismo contro gli americani ed i loro fidi servi che, con lo scudo crociato, avevano appena impiantato un regime su basi criminali e mafiose.

Come afferma lo stesso autore, «Il MSI viene creato ad arte con la collaborazione dello Stato Maggiore badogliano e dei servizi di sicurezza; nella sua creazione fu attivamente partecipe il SIM (Servizio informazioni militare) con la supervisione dell'OSS, il servizio statunitense antesignano della CIA».

L’esperienza maturata in dieci anni col mensile “Avanguardia” -dopo la nostra fuoriuscita dal MSI, nel luglio del 1991- e in oltre 15 anni col MSI-DN, non fa altro che convalidare totalmente la tesi di Vincenzo Vinciguerra, pur se, la nostra, è stata un'esperienza vissuta qualche decennio più tardi.

Sia all'interno delle strutture del MSI, che fuori di esso, abbiamo potuto constatare come l'esperienza dottrinaria sociale e rivoluzionaria, anti plutocratica ed antigiudaica, che è alla base del Fascismo sia stata, e continua ad essere, lontana anni luce dalle campagne di pura azione propagandistica del neofascismo contiguo al Sistema.

«Ancora nel 1973 - afferma Vincenzo Vinciguerra [1]-, Giorgio Almirante, nella sua autobiografia, ribadiva la validità della scelta facendo discendere la sua adesione di aderire alla Repubblica di Salò, nell'ottobre del 1943, non dal discorso di Benito Mussolini, dopo la liberazione dal Gran Sasso, e, tantomeno, dall'appello di Alessandro Pavolini, ma dal discorso tenuto da Rodolfo Graziani, a Roma, al Teatro Adriano, nei primi di quel mese di ottobre ...».

Negli anni, le pulsioni vitalistiche e ribellistiche, esistenti nello sgangherato arcipelago del neofascismo, sono state sempre indirizzate verso una logica reazionaria di puro sostegno all'Occidente plutocratico-borghese, dal momento che non è mai esistita alcuna strategia politico-rivoluzionaria che abbia colto l'essenza rivoluzionaria del Fascismo e portato i militanti ad uniformarsi per una battaglia politica nella prospettiva «dinamica» della lotta al Sistema per l'annientamento del Sistema, identificato nella società moderna giudaico massonica, con tutte le proprie peculiarità mercantilistiche ed economicistiche, laiche e di sfruttamento, divergenti col mondo della Tradizione e con i postulati dottrinari dei Fascismo.

L'abbiamo constatato quando, con “Avanguardia”, abbiamo delineato il progetto politico-culturale di alternativa rivoluzionaria al Sistema, denominato Eurasia-Islam: caduto il «fronte» bolscevico, caratterizzato dalla Russia sovietica e dai suoi satelliti, si prospettava in tutta la sua interezza la possibilità, per l'estrema destra, di scagliarsi contro il nemico principale, rappresentato dall'ideologia mercantilista dei capitalismo sfruttatore.

Niente di tutto ciò! Ne abbiamo avuto prova a Pacentro, nel giugno del 1992, quando più realtà militanti (c'era Tilgher e c'erano gli skin di Milano, c'era il «sacrestano» Marzio Gozzoli e c'era Costa di Cento, oltre a un centinaio di camerati di tutta Italia) si sono ritrovate a discutere il nostro progetto, scegliendo di fatto di posizionarsi ancora una volta a guardia dell'Occidente capitalistico, caratterizzato dalla matrice giudaico-statunitense contro l'Islam Rivoluzionario e Tradizionale, antigiudaico e antistatunitense, contro la Repubblica Islamica dell'Iran e contro le masse degli sfruttati e dei diseredati dei pianeta, col pretesto della salvaguardia dell'Occidente eurocentrico, bianco e giudaizzato, per sostenere un fronte anti-immigratorio ed anti-islamico già tracciato dalle centrali dei potere colonialistico delle multinazionali e della grande banca. Il progetto Eurasia-Islàm non solo non è stato accettato, ma è stato «sabotato» ed ostacolato dai collaborazionisti sistemici operanti nelle parodistiche strutture dei neofascismo di servizio.

In questa maniera l'estrema destra italiana, come dei resto era già avvenuto abbondantemente negli anni dei dopoguerra, tenuta a guinzaglio da individui già segnati da una consapevole e supina collaborazione con le strutture poliziesche dello stato antifascista e con le strutture di spionaggio dei nemico invasore, ha mostrato tutta la propria attitudine a svolgere un'azione di propaganda, che non è politica d'avanguardia rivoluzionaria, sociale e popolare, ma mera opera di polizia ausiliaria dell'Occidente plutocratico-borghese (vedi le guardie «verdi» di Bossi al servizio dei piccolo-borghesi della Padania ...), per offrire sicurezza (sic!) alle città, della porcilaia consumistica occidentale, attraverso le ronde anti-immigrati ed anti-droga, anti-scippatori ed anti-prostitute, che nulla hanno a che fare con le esperienze rivoluzionarie, di portata epocale, del Fascismo, della Repubblica Sociale Italiana e del Nazionalsocialismo.

Di queste esperienze rivoluzionarie il «neofascismo atlantico di servizio» non ha «colto» nulla, se non la inflazionata corsa all'anticomunismo e la sudditanza alle conventicole giudaico-cristiane, un vago sentimento cavalleresco e un richiamo verso il tricolore che, per la verità, ha forte coloritura di impronta massonica e di quell'antifascismo sabotatore e vile, che trova origine nella dinastia dei Savoia.

Quello che in queste pagine da anni abbiamo contrassegnato come «neofascismo atlantico di servizio», è la «... risultante funzionale del processo di diversione strategica che ha prostituito il neofascismo italiano alle esigenze “equilibratrici” -prima anti-sovietiche e oggi anti-islamiche- dell'ordine atlantico giudaico-occidentale. Il neofascismo italiano, fin dagli inizi del secondo dopoguerra, è stato “convertito” in struttura operativa collaborazionista del Sistema giudaico-mondialista, incaricata di controllare, contenere, neutralizzare e “divergere” le potenziali “pulsioni” antisistemiche “emergenti” dal luogo geometrico coincidente con l'estrema destra italiana». [2]

Riproponiamo queste nostre considerazioni ai camerati del «neonato» Coordinamento Antimondialista, affinché, una volta per tutte, questo paradossale ed infame equivoco venga dissipato.

Lo riproponiamo perché, ancor oggi, nello scenario multi degradato della «politica» italiana emergono dei fatti che, a fotocopia, conducono ad un periodo -quello della "strategia della tensione" e degli "opposti estremismi"- che ha disintegrato le opposizioni politiche rivoluzionarie antistatunitensi ed anticapitalistiche ed ha rinsaldato al potere il partito unico della borghesia, filo-atlantico e filo-giudaico, al servizio della usurocrazia cosmopolita internazionale.

Quanto ci ha riportato il camerata Vinciguerra, ulteriormente col libro "Camerati, addio", noi lo sottoponiamo quale base di confronto d'una riflessione politica comunitaria che deve coinvolgere l'intera comunità militante, dato che ogni ipotizzabile opera di ricostruzione, o di costruzione ex-novo, -a breve, medio o lungo termine- deve essere fondata su basi chiare, solide ed univoche.

«Dovevamo batterci contro le putride democrazie occidentali» [3], algidamente, afferma Vinciguerra all'epilogo di "Camerati, addio", «e, invece, avete scelto di sottomettervi ad esse, e avete coinvolto nel vostro voltafaccia storico e politico migliaia di giovani che avete ingannato nella maniera più ignobile».

Ma chiedetevi, camerati e Lettori del mensile “Avanguardia”, quale è stata la storia personale degli Almirante e dei Rauti, come degli altri «portieri» dei condomini inflazionati dell'estrema destra, legati a doppio filo col Viminale e col Comando generale dell'Arma dei carabinieri.

I due segretari dell'ex-destra nazionale - che non hanno aderito alla RSI per pura convinzione politica ai princìpi del Fascismo, ma per un vago senso dell'«onore»- hanno vissuto in parlamento a braccetto con la democrazia cristiana, elargendo suffragi per operazioni politiche funzionali alla burocrazia statale antifascista. Rauti, buon estimatore del massone Cossiga, dopo avere predicato per anni un antiamericanismo di facciata, nel 1991 ha mostrato tutta la sua reale attitudine di «teorico nazionalsocialista» non accennando a nessuna protesta, nel momento in cui reparti delle forze armate dello stato coloniale appoggiavano le armate mercenarie statunitensi, impegnate in quella che è stata l'aggressione criminale contro l'inerme popolo iracheno, nella guerra mondialista del petrolio.

Un po' più a destra, trenta anni di oscuri misteri e di inquietanti interrogativi che, in ogni caso, hanno pesantemente condizionato la vita politica di una nazione. Sostanzialmente, la contiguità di gruppi e di personaggi del neofascismo italiota ha radicato la presenza statunitense in Italia, disintegrando ogni velleità rivoluzionaria dello stesso, che legittimamente porta in sé tutte le potenzialità sociali e rivoluzionarie, dottrinarie e politiche, per costruire e condurre una battaglia di liberazione dal dominio e dallo sfruttamento giudaico-capitalistico.

Quanto «evocato» in “Camerati, addio”, suscita, afferma Vinciguerra - noi, concordiamo pienamente - «... più che ira e odio, tristezza e disprezzo (...) Avete creduto, camerati, che chi aveva scatenato una guerra mondiale, costata cinquanta milioni di morti, per imporre il suo dominio nel mondo e cancellare l'Europa, le sue ideologie, la sua cultura e la sua storia potesse veramente affidare a voi la reggenza di questo Paese? (...) vi hanno arrestati, processati, condannati e posti, come organizzazione, fuori legge. E avete taciuto. (...) Dovevate tacere, camerati, perché l'unica differenza fra tutti voi -missini, ordinovisti, avanguardisti, “spontaneisti”- risiedeva, eventualmente, nell'apparato dello Stato che vi utilizzava e vi manovrava, che vi usa e vi userà fino a quando non vi getterà via, fra i detriti del regime». [4]

Riteniamo che niente di più vi sia da aggiungere a quest'infamante equivoco...

Leonardo Fonte

Note:

1] Vincenzo Vinciguerra, "Camerati, addio", p. 31;
2] cfr. «Avanguardia», n. 133, gennaio 1997, p. 15;
3] op. cit. p. 143;
4] ibidem, pp. 141-147-148-149.

domenica 7 gennaio 2001

Renè Guènon

di DON CURZIO NITOGLIA


Introduzione

La persona e l’opera di Renè Guènon non possono essere indifferenti a chi si occupa di vera e falsa Tradizione.

Un vecchio adepto della scuola guènoniana, Jacques-Albert Cuttat ha definito la dottrina guènoniana: «un neo-tradizionalismo...come se Guènon avesse ripreso e inglobato in una conoscenza più vasta...dell’Oriente le tre tesi fondamentali del Tradizionalismo del principio del XIX secolo (specialmente di Joseph de Maistre e di Lamennais), vale a dire: l’Anti-razionalismo, l’Unanimità tradizionale come criterio di verità, e soprattutto il primato spirituale dell’Oriente» (1).

È noto che Guènon relativizza e riduce la Mistica cristiana (che d’altronde non è solo occidentale) a livello di sentimentalismo o devozionalismo (che nulla ha a che vedere con la vera Mistica, mentre ha dei punti di contatto con il faso misticismo). E ciò dimostra la scarsa conoscenza della Teologia ascetica e mistica cattolica da parte di Guènon stesso o il suo spirito anticristiano. Infatti nell’opera guènoniana i dogmi principali della Religione cattolica sono fraintesi e svuotati del loro vero significato. Guènon, imbevuto di esoterismo cabalistico e massonico, ha cercato di infiltrare negli ambienti cattolici tradizionali la falsa idea di una Tradizione primordiale universale e fondamentale che inglobi tutte le varie religioni, mantenendo segreta la sua affiliazione al Sufismo monista e alla Massoneria scozzese.

Con «Il Concilio Vaticano II, succede che l’intellighentzia cattolica...è orientata verso una prospettiva che tenga conto del desiderio di unità delle nuove generazioni. (...) di privilegiare i punti d’incontro...con le religioni non cristiane...Il tono non è più quello di confutare e di escludere, ma piuttosto di assumere la diversità del potenziale umano e del patrimonio religioso universale» (2). E così il Tradizionalismo massonico-esoterico ha abbracciato il Modernismo esoterico-massonico (3).

La personalita’ di Guènon

La più grande studiosa di Guènon, Marie-France James afferma che il suo carattere era caratterizzato da «nervosismo e sensibilità esasperati alle quali si aggiungono l’instabilità, l’impulsività e l’irritabilità...temperate da capacità intellettuale predisposta agli studi filosofici e religiosi. A tutto ciò occorre aggiungere una suscettibilità esagerata ed una forte sensualità» (4).

L’infanzia

Renè Guènon nasce a Blois, il 15 novembre 1886. Di salute cagionevole. compie i suoi primi studi in una scuola cattolica dove, malgrado le numerose assenze, diviene presto un allievo brillante. Nell’autunno del 1901, avviene un incidente piccolo in sè, ma molto significativo per quanto riguarda la sua personalità: Renè è il primo della classe ma il professor Simon Davancourt lo classifica secondo in un tema di francese. Renè ne fa una tragedia e deve mettersi a letto con una forte febbre, il padre lo ritira dalla sua scuola e lo iscrive al collegio Augustin-Thierry (5).

La James commenta: «Vediamo che già in seconda, Guènon ha un BISOGNO OSSESSIVO DI ESSERE IL PRIMO... Ed al rientro dalle vacanze... il nostro giovane perfezionista è sempre alle prese con la stessa ossessione, o meglio senso di colpa, lo stesso annichilimento... di non essere che il quarto... Irritato, il giovane Renè reagisce con una grande suscettibilità... ne seguirà una scenata, che agli occhi di alcuni avrà il suo compimento definitivo circa trenta anni più tardi, quando Guènon partirà per sempre verso le terre dell’Islàm» (6).

Appare evidente che il desiderio, anzi il BISOGNO di arrivare allo zenith, è una tendenza profonda della personalità di Guènon. (7). Essere nella media per lui significherebbe fallire; essere condannato all’imperfezione lo deprimerebbe.

Renè Guènon, oramai giovane baccelliere, conobbe il canonico Ferdinand Gombault dottore in filosofia scolastica, durante più di trent’anni, fino alla partenza di Guènon per il Cairo, questi due intellettuali mantennero contatti regolari, (entrambi erano partigiani dell’Action francaise) pur operando in due campi diversi, anzi opposti: il canonico, tomista stretto, si occupò dell’apologia del Cristianesimo; Guènon, influenzato da correnti massonico-occultiste, si volse verso la Gnosi. Secondo la James il canonico, come tutti gli amici cattolici di Guènon, ignorò almeno fino agli anni Trenta la sua scelta.

I maestri di Renè Guènon

Verso i vent’anni Guènon è introdotto alla Scuola Ermetica diretta da Papus (pseudonimo del dottor Encausse) e segue i corsi che vi sono dispensati. È ricevuto nell’ordine Martinista e nelle diverse organizzazioni massonico-occultiste annesse. Nel 1908 collabora alla preparazione del Congresso spiritualista e massonico, tuttavia tende ad allontanarsi dalla linea generale (qualificata da lui come materialista) degli ambienti occultisti del suo tempo; prende quindi posizione contro alcune idee di Papus.

L’ipotesi più probabile, senza prove determinanti, è che Guènon, al più tardi nel 1909 (epoca della sua elevazione all’episcopato gnostico sotto il nome di Palingenius) abbia beneficiato di decisivi contatti indù della corrente vedantista; sempre in questo anno si affilia alla Loggia massonica Thèbah (Gran Loggia di Francia) . Nel 1912 è iniziato al Sufismo e si sposa... con rito cattolico! Sempre lo stesso anno conferma la sua affiliazione massonica alla Loggia Thebah, filiale della Gran Loggia di Francia di Rito scozzese antico e accettato. Dal 1913 al 1914 collabora a La France chrètienne anti-maçonnique, sotto lo pseudonimo di Sphinx. Svilupperà proprio allora (da vera “sfinge”) una polemica con Charles Nicoullaud e Gustave Bord, collaboratori della Revue internationale des societès secrètes , attorno alla questione dei Superiori Incogniti.

Nel 1915 Guènon conosce una giovane studiosa tomista: Noele Maurice-Denis, che nel 1916 lo presenta a Jacques Maritain. Nel 1916 sospende la partecipazione attiva ai lavori della sua Loggia, lavori che aveva continuato a condurre anche durante la sua collaborazione a La France chrètienne antimaçonnique! Tale sospensione non fu una rottura, ma soltanto un “mettersi in sonno” tattico, in vista di «CONDURRE IL CATTOLICESIMO A CAUZIONARE UN’ELITE TRADIZIONALE, CHIAMATA A RITROVARE, A PARTIRE DA UNA PROSPETTIVA SINCRETISTICA, LA FONTE UNICA PERSA...: LA VERA CONOSCENZA METAFISICA, D’ESSENZA GNOSTICA. Ed è così che, fino agli inizi degli anni trenta, s’asterrà di trattare in maniera diretta ed aperta della Massoneria, limitandosi a deplorarne la degenerazione e a denunciare le tendenze anti-tradizionali di cui essa stessa era vittima» (8). Secondo Guènon il Cattolicesimo non è altro che una delle forme parziali e velate attraverso le quali la Tradizione primordiale e fondamentale si manifesta nella sua pienezza. Il Cristianesimo, per lui infatti, ha avuto alle origini un carattere esoterico-iniziatico «del quale poco si sa perchè le origini del Cristianesimo...sarebbero circondate da un’oscurità quasi impenetrabile. Oscurità...voluta da coloro che hanno guidato la trasformazione della Chiesa da organizzazione oscura e riservata...ad organizzazione aperta a tutti, prettamente essoterica... Tuttavia questa trasformazione del Cristianesimo in Religione essoterica, è stata provvidenziale, perchè il mondo occidentale sarebbe rimasto senza alcuna Tradizione se non vi fosse stata la Religione cristiana, poichè la tradizione greco-romana, allora predominante, aveva raggiunto una grande degenerazione. Il Cristianesimo raddrizzò il mondo occidentale, ma a condizione di perdere il suo carattere esoterico» (9).

Nel 1921 Guènon firma un articolo sulla Revue de philosophie d’ispirazione neo-tomista. Nel 1922 riprende l’insegnamento di filosofia presso un istituto dei Fratelli delle Scuole cristiane. Nel 1925 inizia a collaborare alla Revue universelle du Sacrè-Cœr, Regnabit, ma nel 1927 la colaborazione cessa, e riprende invece la polemica con la R. I. S. S. (10).

Gli ambienti cattolici dopo una breve esitazione, dovuta al carattere di “quinta colonna” dell’opera guènoniana di quegli anni, ne rifiutano le teorie, Guènon visto fallito il suo progetto d’infiltrazione emigra al Cairo. Tuttavia prosegue il suo compito di formare un’ èlite tradizionale occidentale nel tentativo di far convergere la metafisica orientale detta “universale” (o Gnosi esoterica) e il Cattolicesimo, identici nella loro sostanza (per Guènon). La Gnosi deve appoggiarsi sulla Tradizione fondamentale , che in sostanza è ovunque la stessa, malgrado le forme diverse che essa riveste quando si abbassa a religione, per adattarsi ad ogni razza ed ad ogni epoca. Lo scopo esoterico di Guènon è quindi di reinterpretare, abbassare, minimizzare e ricondurre il Cristianesimo ad un fondo comune “tradizionale” d’ispirazione gnostica, in quanto, se ha alle sue origini un carattere essenzialmente esoterico e iniziatico, dall’epoca costantiniana e dal Concilio di Nicea lo ha perso ed è divenuto una Religione nel senso proprio del termine, con i suoi dogmi, la sua morale universale e i suoi riti pubblici. Guènon nega perciò la divinità ed indefettibilità della Chiesa, la sua trascendenza riguardo alle altre culture, il valore universale del Vangelo, la comprensione immutata della dottrina evangelica così come è stata rivelata da Cristo. Ma come ha scritto la Maurice-Denis: «Certo la sua ignoranza, la sua incomprensione del cristianesimo erano totali» (11). Ma si trattava proprio d’ignoranza? Lo vedremo più in là.

Guènon e la “Revue Internationale des Sociètès Secrètes”
di monsignor Ernest Jouin

Monsignor Jouin, ultimo di cinque fratelli, nasce il 21 dicembre 1844 ad Angers. Di salute delicata ed orfano di padre a quattro anni, nel 1862 raggiunge suo fratello Amedeo presso il noviziato dei Domenicani di Saint-Maximin trasferito in seguito a Flavigny. Nell’agosto 1866 disturbi di salute l’obbligano a rinunciare all’austera vita domenicana; si reca perciò nel seminario di Angers, ove sarà ordinato sacerdote nel febbraio 1868. (12). Nel luglio 1882 è nominato parroco a Joinville-le-Pont (Seine) ove subisce gli attacchi degli ambienti anticlericali, comincia a conoscere così le prime lotte antimassoniche, nel 1910 acquista un’importante biblioteca massonico-occultista di circa 30.000 volumi e nel gennaio 1912 fonda la Revue internationale des sociètès secrètes , composta da una parte giudaico-massonica (la parte grigia) e da una parte occultista (la parte rosa).

«L’abbè Jouin credeva ad una volontà ebraica di dominio universale riassunta così: “ISRAELE È IL RE, IL MASSONE È IL SUO CIAMBELLANO E IL BOLSCEVICO IL SUO BOJA”. La sua tesi era...che Giudecca e Protestantesimo stessero dietro la Massoneria; che tutti e tre hanno lo stesso fine: la distruzione della Chiesa cattolica» (13). Creato Monsignore da Benedetto XV e Protonotario Apostolico da Pio XI, muore nel 1932 con la benedizione e l’approvazione pontificia della sua opera che perdurerà fino al 1939, la sua causa di beatificazione è stata introdotta a Roma da“gli amici Americani di mons. Jouin”(14).

Mons. Jouin non è il primo a sostenere la tesi dell’ispirazione giudaica della Massoneria. Nel XIX secolo era stato preceduto dall’abbè Barruel, Mons. Deschamps, Crètineau-Joly, Gougenot des Mousseaux, Mons. Delassus, Mons. Meurin. Partigiano di un Cattolicesimo integrale, era convinto che «i gruppi nazionalisti e fascisti sono impotenti da sè a guarire il male. La guerra è religiosa. La nostra conversione è l’unico rimedio» (15). Lui stesso aveva scritto: «Quando i cattolici non indietreggeranno più, quando si riforniranno di coraggio mediante la pratica delle virtù,...quando riprenderanno la via del sacrificio per seguire il loro Messia povero e sofferente, fino al Golgota, quando non mendicheranno più la loro salvezza a destra e a sinistra, ma formeranno il partito di Dio, come ha domandato Sua Santità Pio X, la questione ebraica sarà risolta. (...) Ma i cattolici si rendano ben conto che se danno la mano agli ebrei e se vivono in fondo come loro...preparano...il regno dispotico di un Kahal universale!» (16).

La R. I. S. S. (1912-1939)

La R. I. S. S. trattava gli aspetti esterni della Setta infernale nella sua parte grigia (giudaico-massonica); e quelli interni nella parte rosa (parte occultista). Era conosciuta nel mondo intero ed alimentata dalle informazioni di Mons. Umberto Benigni.fondatore del Sodalitium Pianum. Se nell’ordine cronologico Mons. Jouin poneva prima la critica dell’opera politica o esterna delle sette segrete, nell’ordine della dignità preferiva studiare la loro opera interna, esoterica, segreta. Era convinto, a ragione, che solo un motivo religioso e spesso preternaturale potesse spiegare completamente la frenesia di distruzione di ogni cosa buona che caratterizza il processo rivoluzionario, portato avanti dalle società segrete, all’origine delle quali vi è il Giudaismo post-templare, il cui padre, come ha rivelato Gesù, è il diavolo (17).

Renè Guènon polemizzerà proprio con la parte rosa della R.I.S.S. La tattica di Guènon nella lunga controversia che ingaggiò con la R. I. S. S. , era quella di discreditare i suoi collaboratori e di cercare di imporsi come l’unico competente in materia.

Divergenze nel seno del movimento antimassonico

Tra gli antimassoni vi è però una divisione: da una parte gli antimassoni nazionalisti (Copin-Albancelli e Clarin de la Rive) , che vogliono combattere la Setta solo su una base di difesa dei valori nazionali e patriottici; la lotta antimassonica deve per costoro essere essenzialmente politica o nazionale. Dall’altra gli anti-massoni religiosi (Nicollaud, Jouin, Benigni) secondo i quali la Massoneria è una “contro-chiesa”, che cerca di ridicolizzare le ricerche sull’elemento preternaturale nelle retro-Logge (si veda la manovra Taxil). Secondo Mons. Jouin per essere anti-massoni occorre essere cristiani, poichè la Massoneria è una scimmia di Dio e della Chiesa; Mons. Jouin si scontrerà con Copin-Albancelli e Clarin de la Rive, che secondo lui non erano avversari integrali del nemico; la sostanza della divergenza era il fatto che gli anti-massoni nazionali si rifiutavano di studiare l’influsso satanico nella direzione occulta della Massoneria. Fu così che il progetto di una federazione antimassonica fallì e che le polemiche tra anti-massoni continuarono, con gravi danni per la buona battaglia, alimentate da un nuovo venuto...il massone Renè Guènon, alias Sphinx.

La collaborazione del massone Guènon a “La France antimaçonique”

Nel 1896 Clarin de la Rive diventa direttore de La France chrètienne antimaçonnique, succedendo a Leo Taxil. A partire dal 1913 fino al 1914 il massone Guènon collabora a tale rivista! «A supporre che Clarin de la Rive non abbia avuto occasione di consultare i registri della Gran Loggia di Francia del 1912, tuttavia non ha potuto ignorare...la conferenza del massone Guènon su L’Enseignement initiatique, pubblicata in Symbolisme del gennaio 1913. La R. I. S. S. ne ha fatto menzione nel suo Indice documentario (Febb. 1913, pag. 561) » (18). Allora come spiegare la collaborazione di Guènon con Clarin de la Rive, proprio sul terreno antimassonico? Come mai Guènon potrà consultare col permesso di Clarin de la Rive il dossier sul caso Taxil (ex direttore de La France antimaçonnique) a partire dal quale argomenterà che asserire l’influsso del Satanismo sulla Massoneria è della contro-iniziazione, e che se esistono dei gruppi luciferiani e satanisti, sono ben lungi dalla Massoneria, che è un’organizzazione tradizionale che si vuol denigrare ad ogni costo. Sembrerebbe che Clarin de la Rive e gli amici cattolici di Guènon abbiano sottovalutato la sua iniziazione alla Setta, quasi che Guènon avesse rotto del tutto con la Massoneria.

Come molti, Guènon ha sfruttato la campagna anti-taxiliana, presendandosi come l’uomo della Tradizione che vuol rendere alla Massoneria il suo vero volto, sfigurato da Taxil, combattendo i massoni contemporanei per il loro “modernismo”, infedele alla vera vocazione iniziatica, affinchè la Massoneria potesse ridiventare ciò che non aveva mai cessato di essere virtualmente. Questo subdolo lavoro fu intrapreso su La France antimaçonnique, con la complicità (o la ingenuità) dei suoi amici cattolici.

Guènon astutamente voleva mutare dall’interno il pensiero antimassonico, ed inspirare una corrente cattolica favorevole alla Massoneria tradizionale, rivista e corretta alla luce della metafisica orientale, per cui: «Da una parte, bisogna riportare i massoni alla comprensione dei loro principii e alla coscienza delle loro funzioni e dall’altra fare ammettere ai cattolici che hanno torto a combattere la Massoneria in se stessa e che debbono, pur lottando contro i massoni degenerati, augurarsi la restaurazione di una Massoneria autentica» (19). E «dopo aver richiamato l’opinione già espressa da Joseph de Maistre affermava che: “Tutto annuncia che la Massoneria volgare è un ramo separato e forse corrotto di un fusto antico e rispettabile”, e che la Massoneria moderna non è che il prodotto di una deviazione» (20). Il colpo gli riuscì con Clarin de la Rive, ma trovò a sbarrargli il passo Mons. Jouin.

I “Superiori Incogniti”

Vi fu una lunga polemica tra Guènon, alias Sphinx, per La France antimaçonnique e Charles Nicollaud assieme a Gustave Bord per la R. I. S. S. riguardo alla questione misteriosa dei Superiori Incogniti, di cui Bord negava l’esistenza come semplici uomini in carne ed ossa. I Quaderni Romani, organo dell’Agenzia internazionale Roma, di Mons. Umberto Benigni, risposero (14 e 28 settembre 1913) che il giudizio di Bord era un po’ affrettato e che nessun argomento probante era stato presentato contro il potere centrale occulto ed umano della setta, che forse consisteva anche in un’intesa continua tra i capi per dirige la massa delle differenti sette, la più conosciuta e diffusa delle quali è la Massoneria. Charles Nicollaud rispose su la R. I. S. S. del 20 ottobre 1913, che se il redattore dei Quaderni Romani intendeva per capi uomini comuni in carne ed ossa si sbagliava. I Superiori Incogniti, per i veri iniziati, esistono, ma vivono nell’Astrale (sono Angeli decaduti o suppositi di Satana, cioè: uomini che si son votati anima e corpo al diavolo e che sono perciò il suo strumento privilegiato). Ed è di là che, mediante la magia, dirigono i capi delle sette, costituendo una specie di intesa continua tra i capi umani di diverse sette. Per Gustave Bord invece, siccome c’è rivalità tra i diversi riti massonici, non vi è nessun potere centrale umano (il che non esclude una direzione preternaturale). A questo punto scende nell’arena Guènon, alias Sphinx, ed asserisce che Nicollaud e Bord sono due anti-massoni ben strani, e attacca la tesi della “mistica” diabolica come radice della Massoneria. Guènon riabilita i Superiori Incogniti come gli ispiratori e i custodi dell’iniziazione e della Tradizione esoterica. Nel 1914 Bord risponde dalle pagine della R. I. S. S. che gli anti-massoni sono divisi in due campi: coloro che credono al potere centrale della Massoneria rappresentato da alcuni capi in carne ed ossa chiamati Superiori Incogniti o membri delle retro-logge; e coloro che credono che la Massoneria è condotta da un’idea nefasta e che i Superiori Incogniti sono il diavolo o i suoi suppositi. E lui si schiera con questi ultimi. Bord aggiunge che non ha mai trovato traccia di Capi umani supremi e conosciuti di tutta la Massoneria, anzi ha constatato l’esistenza del contrario: obbedienze massoniche in lotta tra loro, fondate da persone conosciute. Guènon ribatte che tale questione non può essere risolta da storici che pretendono di basarsi soltanto su fatti positivi, provati da documenti scritti, che i Superiori Incogniti hanno lasciato tracce ben precise della loro azione in parecchie circostanze, ma non dice quali e dove. Essi sarebbero degli enti liberi da questa vita, affrancati da ogni limite, stabiliti in uno stato incodizionato ed assoluto, in contatto diretto col Principio primordiale dell’Universo, degli enti in carne ed ossa che sono giunti alle più alte vette della realizzazione spirituale, dotati, secondo la Tradizione dell’estremo Oriente, di longevità, posterità, grande scienza e perfetta solitudine! I Superiori Incogniti sono i veri maestri del mondo e non uomini qualsiasi o comuni.

In breve mentre Nicollaud scorge un influsso preternaturale e diabolico sulla Massoneria; Guènon vi vede al contrario l’azione di un Principio trascendente che concorre alla piena realizazione spirituale. Per Nicollaud, Satana riassume il Potere occulto settario, mentre Guènon, mediante la teoria degli “stati molteplici dell’essere” (una sorta di intermediari astrali di derivazione cabalistica come le Sefirot) complica tutto, relativizzando la nozione d’individuo e soprattutto le categorie del bene e del male e fornisce una maschera al diavolo (21).

Di fronte a questa massa di argomenti il povero lettore di La France antimaçonnique non sapeva più dove sbattere la testa...Sphinx aveva ottenuto il suo risultato, aveva confuso le acque, seminato la zizzania tra antimassoni (servendosi persino dei Quaderni romani e cercando di metterli contro la R.I.S.S.); in breve aveva fatto opera di depistaggio.

Guènon e l’Istituto cattolico di Parigi

Nel 1915 Guènon consegue la licenza in lettere alla Sorbona, in autunno s’iscrive assieme al suo intimo amico Pierre Germain (affiliato anch’esso alla chiesa gnostica) al corso di filosofia delle scienze del professor Milhaud. Ivi come ho già detto, conosce una giovane tomista di diciannove anni, formata dal Padre Sertillange O.P. e da Maritain. Noele Maurice-Denis (più tardi in Boulet), che introduce Guènon presso Maritain nel 1916. Durante l’estate Germain, che aveva ritrovato la Fede a Lourdes, informa Noele Maurice-Denis sul passato di Guènon. Le dà la collezione completa de La Gnose . La Maurice-Denis anche se non condivide le idee di Guènon, ammira la sua chiarezza d’esposizione e la serietà del suo pensiero. Il fatto che fosse stato consacrato vescovo gnostico a ventitrè anni non la stupisce! Vi vede soltanto un errore di gioventù! La giovane tomista ignora, come il Germain, la “confermazione” o “cresima” massonica di Guènon presso la Gran Loggia di Francia e la sua iniziazione al Sufismo del 1912. Sa che Guènon non utilizza più l’oppio e l’aschisch come aiuto alla...“contemplazione”e questo le basta!

Nel dicembre 1916, Noele Maurice-Denis tenta di far pubblicare nella Revue de philosophie la tesi di Guènon: Padre Peillaube, direttore della rivista, era favorevole, ma Maritain no. Conosceva Guènon da sei mesi ed aveva capito quale fosse il suo orientamento filosofico, ma tutto ciò non scoraggiava la giovane e naive Maurice-Denis.

Introduzione allo studio delle dottrine indù

Nel giugno 1920 Guènon termina la redazione dell’ Introduction gènèrale à l’Etude des doctrines Hindoues e si mette alla ricerca di un editore. A tale scopo si mette in contatto con l’ebreo Levy-Bruhl. Porta quindi il manoscritto da Marcel Rivière che accetta di pubblicarlo. Nel febbraio 1921 Noele Maurice-Denis pubblica un articolo sulla natura della Mistica, ma in una lettera del 27 marzo Guènon riaffermerà la sua posizione secondo la quale la “metafisica” è qualcosa di più soprannaturale della Mistica! La Maurice-Denis attribuisce la posizione guènoniana ad una ignoranza sostanziale della dottrina cattolica, malgrado l’educazione religiosa che Guènon aveva ricevuto, minimizzando ancora una volta la portata del suo errore, che non era attribuibile alla semplice ignoranza del Cristianesimo, quanto all’ostilità verso il Vangelo e lo spirito cristiano, come asserì più tardi anche Henry de Lubac (22). Noele Maurice-Denis rispose con due articoli apparsi nella Revue universelle (il 15 luglio 1921) dal titolo Les Doctrines Hindoues ; e Maritain vi prese parte poichè desiderava che l’autrice asserisse che la “metafisica” guènoniana è radicalmente inconciliabile con la Fede cattolica. E scrisse lui stesso l’ultima frase della conclusione del primo articolo della Denis: «Renè Guènon vorrebbe che l’Occidente degenerato andasse a domandare all’Oriente lezione di metafisica e di intellettualità. Invece è soltanto nella sua Tradizione e nella Religione di Cristo, che l’Occidente troverà la forza di riformarsi...» (23).

Inoltre «se Guènon, nonostante tutte le sue critiche conserva alla Grecia una certa reputazione, al contrario Roma non gli ispira che disprezzo» (24).

La reazione di Guènon, dato il suo carattere, fu assai risentita.

Ma cerchiamo di vedere il contenuto dell’articolo di Guènon. La “metafisica” indù è per lui uno Gnosticimo perfetto ed assoluto (anche se Guènon non cita mai la parola Gnosi, impiega tuttavia il termine sanscrito jnana che ne è l’equivalente e preferisce servirsi del termine “metafisica” che guènonianamente significa “conoscenza” o...Gnosi), infatti la “metafisica” indù sfocia nel Panteismo. Per Guènon la morale va esclusa dalla filosofia, “la morale fa male”...! Mentre per la metafisica aristotelica la morale naturale o filosofica esiste e da essa deriva l’etica. Inoltre la contemplazione può farsi con tecniche umane senza il soccorso della Grazia (cosa che per un cristiano è inammissibile); infine la Religione è una tendenza “sentimentale” o devozionalistica alla quale si ricollega la morale, mentre per la teologia cattolica la Religione non è una pura emozione della sensibilità ma una disposizione della volontà e dell’intelletto, mediante i quali l’uomo, conoscendo che vi è un Principio primo, s’inclina a volergli rendere il culto che gli è dovuto a causa della sua eccellenza. Nell’autunno 1922 Guènon aveva perso ogni speranza di iniziare la sua giovane amica, perchè la giudicava incapace di ricevere la filosofia perenne al di fuori della forma specificamente cristiana.

Collaborazione di Guènon alla rivista Regnabit

Nel 1925 (agosto-settembre) Guènon cura un articolo intitolato Le Sacrè-Cœr et la lègende du Saint Graal, apparso sulla rivista Regnabit, con lo scopo di mostrare il perfetto accordo della Tradizione cattolica con le altre forme della Tradizione universale, ovvero l’unità trascendente e fondamentale di tutte le religioni, sulla base omogenea della Tradizione Primordiale. Nel 1925-26 in tre articoli successivi formula l’ipotesi che i documenti massonici anteriori al 1717 (distrutti da Anderson e Dèsaguiliers) contenessero la formula di fedeltà a Dio, alla Chiesa ed al Re, e invita perciò i lettori di Regnabit a scorgere l’origine cattolica della Massoneria originaria (!) e a combattere le tendenze della Massoneria attuale religiosa ma filo-protestante nei paesi anglofoni; e addirittura antireligiosa in quelli latini. L’ostilità di alcuni ambienti neo-scolastici nel 1927, impedisce che Guènon continui a scrivere sulla rivista Regnabit.

Il Re del mondo

Nello stesso momento in cui Regnabit pubblica il suo ultimo articolo, Guènon scrive Le Christ, pretre et roi, sulla rivista Christ-Roi (maggio-giugno 1927) e Le Roi du monde, dove (25). Guènon ci presenta la sua versione del misterioso centro iniziatico “Agartha”, centro del mondo reale e simbolico allo stesso tempo, sotterraneo invisibile ove troneggia il “Re del Mondo”. La teologia cattolica vede nel “Re del Mondo” guènoniano il “Principe di questo Mondo” di cui ci parla il Vangelo e che non è altro che il diavolo.

La crisi del mondo moderno

Nel 1927 Guènon pubblica La Crise du Monde Moderne, in cui riprende il processo alla civiltà occidentale e rilancia l’appello per la costituzione di un’“èlite tradizionale” sensibile alla vera intellettualità sempre conservatasi in Oriente che, solo, potrà restituire all’Occidente la sua Tradizione specifica, una sorta di “Cristianesimo” rivisto e corretto. L’errore e la degenerazione è iniziata in Occidente, perciò tocca proprio a esso di rigenerarsi alla fonte delle dottrine “metafisiche” orientali.

Autorità spirituale e potere temporale

In questo libro Guènon afferma giustamente, in parte, (l’errore assoluto non esiste) che l’Autorità spirituale (o sacerdotale) è superiore a quella temporale (o regale). Ma in tutta la Tradizione cattolica si considera Gesù Cristo come il Signore dell’Universo, mentre lui «non ha mai considerato la concezione medievale che fa del Papa il Vicario di Cristo, e il titolare dello stesso potere temporale in modo diretto o indiretto» (26). Pio XI nell’Enciclica Quas Primas asserisce che vi è speranza di pace duratura solo se gli individui e la Nazioni riconoscono la Regalità sociale di Gesù Cristo. Solo Lui in quanto vero Dio e vero uomo, è il nostro supremo Re e Signore, sia nelle cose spirituali che in qelle temporali, anche se non ha voluto esercitare il potere nelle cose temporali lasciandolo all’autorità temporale ai laici, mentre ha esercitato il potere spirituale. Con la sua Ascensione in Cielo ha lasciato su questa terra una Persona che facesse le sue veci: il Papa che ha il potere nelle cose spirituali e lo esercita; e in quelle temporali (diretto per S. Tommaso e indiretto per S. Roberto Bellarmino), ma che, come Cristo, non vuole esercitarlo (tranne in alcuni casi e luoghi particolari) e lo lascia all’Autorità temporale, che lo deve esercitare per il bene comune temporale e subordinatamente al conseguimento del fine ultimo soprannaturale dell’uomo. Qualora l’Autorità temporale abusi del suo potere il Papa può intervenire per richiamarla all’ordine e se non si corregge può destituirla. Ma questa non è affatto la concezione di Guènon. «Per la Chiesa cattolica il Re del mondo è sempre e soltanto Cristo. (...) Dunque, siamo ben lontani dalla concezione di Guènon che riconosce nel Re del mondo colui che impersona il LEGISLATORE PRIMORDIALE, ed è il DEPOSITARIO DELLA TRADIZIONE PRIMORDIALE. Guènon riconduce a lui con una filiazione simbolica l’ortodossia tradizionale del Cattolicesimo, e vede, bensì, in questo una tradizione legittima, ma sempre una tra le molte derivate dalla sempre vivente tradizione primordiale. (...) LE VISIONI DI GUENON E DELLA CHIESA CATTOLICA SUL RE DEL MONDO SONO NETTAMENTE SEPARATE» (27).

Il libro di Guènon Autorità spirituale e potere temporale va perciò riallacciato a quanto era stato detto sul Re del Mondo e sui Superiori Incogniti.

La triplice prova del 1928, la partenza per il Cairo e la morte

Nel gennaio del 1928 muore la moglie di meningite, e dopo nove mesi anche una sua zia Madame Duru, che viveva con loro. Guènon resta solo con sua nipote di quattordici anni, Francoise Bèlile, a cui la madre, vedova e con molti figli a carico, chiede di ritornare a casa. (28). Nel 1928 traversa una serie di prove che lo scuotono; fa trasmettere dai suoi amici una domanda di matrimonio che non viene accolta. In seguito a questo rifiuto, stringe una relazione con Madame Dina, nata Marie W. Shillito, figlia del re delle ferrovie canadesi e vedova del ricchissimo Hassan Farid Dina, ingegnere egiziano, che aveva un certo interesse per le questioni occulte. Ammiratrice entusiasta di Guènon, offre di mettere la sua ricchezza al servizio dell causa dell’Esoterismo “tradizionale”.

Tra le piramidi e la Mecca

Il 5 marzo del 1930, Guènon parte per il Cairo con Madame Dina, che dopo tre mesi ritorna sola in Francia. Poco tempo dopo la sua mecenate sposa l’occultista Ernest Britt, membro di un gruppo a lui ostile. In Egitto, Guènon, che già dal 1912 si fa chiamare dagli iniziati Sceicco Abdel Wahed Yahia, conduce una vita modesta e discreta e passa essotericamente all’Islàm: la sua “conversione” si ricollega ad un’intenzione segreta di cui non ha mai lasciato traccia scritta; d’altra parte dando una grande importanza ai riti della “tradizione”essoterica, rispetterà sempre scrupolosamente il suo essoterismo islamico. La sua Apostasia si spiega piuttosto con una ragione di convenienza spirituale che come vera e propria conversione, perchè per lui tutte le forme tradizionali sono equivalenti. L’Islàm gli appare come una cerniera tra Oriente ed Occidente; ha il pregio di sembrare (superficialmente) conciliabile con il Cristianesimo, perchè rispetta Gesù Cristo come un profeta (ma ne nega la divinità). Perciò per il guènoniano si può diventare musulmani e pretendere di restare cristiani. L’Islàm nel XX secolo, avrebbe dovuto giuocare il ruolo che la Massoneria aveva giuocato nel XVIII: essere il rifugio dei cristiani che volevano sottrarsi alla disciplina gerarchica della Chiesa, pur mantenendo un certo legame ad un certo vago (e falso) misticismo e ad una “tradizione” spuria e “primordiale”.

Nel frattempo Guènon apprende la lingua araba e già nel 1931 pubblica una serie di articoli in arabo e frequenta le riunioni dello Sceicco Salama Radi. Nel luglio 1934 sposa la giovane Fatma Hanem Ibrahim, che gli darà quattro figli, l’ultimo dei quali nascerà nel 1951 dopo la sua morte. Nel 1939 «un ricchisimo ebreo inglese passato all’Islàm, suo ammiratore, gli offerse una villa ben ammbiliata» (29). Il 7 gennaio 1951 nonostante le cure prodigategli dall’amico ebreo dottor Katz, muore pronunciando due volte il nome di Allah .

Si può essere guènoniani e cattolici?(30)

Guènon esercita un’influenza innegabile e, purtroppo talvolta assai profonda, in ambienti legati anche alla Tradizione cattolica. (31). Nel corso dell’articolo si è visto che la questione s’è posta già durante la vita del Nostro, che collaborò a riviste cattoliche e monarchiche di tendenza antimassonica e tradizionale. Tuttavia si ebbe ben presto la reazione di cattolici integrali (la R.I.S.S.) che costrinsero Guènon a battere in ritirata (non dopo aver fatto vari danni) in Egitto. Oggi molti guènoniani, come ammette anche la rivista Le sel de la terre dei Domenicani di Avrillè, si sono infiltrati negli ambienti della Fraternità San Pio X di Monsignor Lefebvre (32).

Tuttavia vi è una radicale inconciliabilità tra guènonismo (ed ogni forma di Esoterismo in genere) e Cattolicesimo. Infatti Guènon, si presenta come un autore “spirituale”, apportatore di una saggezza orientale superiore anche a quella della Chiesa cattolica! Egli disprezza l’idea di Salvezza o Dannazione eterna, propria del Cattolicesimo e si fa assertore di una gnosi o “metafisica”che conduce all’identificazione suprema con l’Assoluto indifferenziato (il lettore mi scusi per il parolone, ma gli iniziati devono nascondere dietro una cortina fumogena il nulla della loro spiritualità).

La natura della spiritualità guènoniana

Per svolgere questo tema mi baso sull’interessante articolo di Antoine de Montreff, un ex-guènoniano convertitosi al Cattolicesimo (33), secondo il quale la via spirituale proposta da Guènon, comprende tre condizioni che formano come tre tappe. Per Guènon: «L’iniziazione implica tre condizioni successive...: 1°) la qualificazione, costituita da certe possibilità inerenti alla natura propria dell’individuo, e che sono la materia prima sulla quale il lavoro iniziatico dovrà effettuarsi; 2°) la trasmissione (mediante l’appartenenza ad una organizzazione tradizionale) di un’influsso spirituale che conferisce all’ente l’illuminazione che gli permetterà di ordinare e sviluppare le possibilità che porta in lui; 3°) il lavoro interiore mediante il quale, con l’aiuto di ausiliari o di supporti esterni..., questo sviluppo si realizzerà gradualmente, facendo passare l’ente...sino al termine finale della Liberazione o dell’Identità Suprema» (34). In breve nella prima tappa vi è una differenza profonda tra Mistica cristiana, che è passiva e Iniziazione che è attiva; nella seconda, che è la più importante, si riceve l’influsso spirituale durante l’iniziazione. Potrebbe accadere che le organizzazioni iniziatiche, a causa di una degenerazione, possano conferire soltanto un’iniziazione virtuale, tuttavia continueranno ad essere il supporto di questo influsso spirituale ed il lavoro iniziatico potrà dirsi compiuto. L’importante è che la catena non sia interrotta. Nell’iniziazione vi è anche trasmissione di un insegnamento, ma la trasmissione dell’influsso spirituale resta l’elemento principale. In terzo luogo viene l’iniziazione effettiva e per arrivarvi occorre la meditazione dei simboli. Un altro mezzo di progredire verso l’iniziazione effettiva è l’incantazione, ben distinta dalla preghiera: infatti essa «Non è una domanda e non suppone neanche l’esistenza di una realtà esterna...si tratta di un’aspirazione dell’ente verso l’Universale per ottenere...un’illuminazione interiore...Il fine ultimo da cogliersi è sempre la realizzazione in sè dell’Uomo Universale» (35).

«Uno dei fini che Guènon stesso ammetteva di avere, era quello di permettere ai massoni (che trasmettevano ancra un’iniziazione virtuale) di arrivare all’iniziazione effettiva» (36).

Necessità di essere collegati ad una organizzazione iniziatica

«L’iniziazione propriamente detta consiste nella trasmissione di un influsso spirituale, trasmissione che non può effettuarsi che mediante un’organizzazione tradizionale regolare di modo che non si potrebbe parlare di iniziazione al di fuori di un legame con tale organizzazione iniziatica» (37). Ma quali sono le organizzazioni iniziatiche ancora valide nell’Europa odierna? Secondo Guènon ne restano due: la Massoneria e le Compagnonnage: «Tra tutte le organizzazioni che si pretendono iniziatiche e che sono sparse attualmente in Occidente, ve ne sono soltanto due che,...possono rivendicare una origine tradizionale antica ed una trasmissione iniziatica reale; esse all’inizio non erano che una sola cosa, e sono le Compagnonnage e la Massoneria» (38). Mediante la catena iniziatica, l’iniziato riceve un’influsso spirituale la cui origine non è umana. (39). L’influsso spirituale non ha nulla di magico, in quanto per Guènon l’iniziazione si realizza ad un livello spirituale superiore a quello della magia, che invece avviene a livello animale o psichico. Per questo Guènon disprezza coloro che ricercano poteri magici, difetto degli occidentali troppo attaccati ai fenomeni. La magia ci lascia allo stato individuale, mentre l’iniziazione ci fa passare dall’individualità all’Universale. Tuttavia l’iniziato deve prendere coscienza poco a poco di questo influsso spirituale, ed in questo la via iniziatica è diversa da quella religiosa: «Nel campo essoterico, non vi è nessun inconveniente a che l’influsso ricevuto non sia mai percepito coscientemente ..., poichè non si tratta di ottenere uno sviluppo spirituale effettivo; al contrario quando si tratta di iniziazione le cose sono assai diverse, infatti a seguito del lavoro interiore compiuto dall’iniziato, gli effetti di questo influsso devono essere conosciuti, ed è ciò che costituisce il passaggio all’iniziazione effettiva» (40).

La Religione, per Guènon, mira ad assicurarci la Salvezza eterna e quindi ci mantiene nello stato individuale umano; mentre l’iniziazione è senz’altro superiore, poichè tende a farci cogliere l’Identità Suprema con l’Assoluto incondizionato o la Realizzazione, e ciò suppone il sorpasso dello stato individuale e la presa di possesso di stati superiori allo stato umano. E non si tratta soltanto di entrare in comunicazione con tali stati superiori, ma addirittura di prenderne possesso (41). Così anche l’unione trasformante della terza via dei perfetti (la Mistica) è inferiore alla Liberazione che è il fine dell’iniziazione (42). Perciò il fine della via esoterica è assai superiore a quello della via religiosa o essoterica, e il Paradiso cristiano per l’iniziato è troppo stretto, quasi una prigione (43).

Non è possibile seguire la via iniziatica senza
essere collegato ad un Essoterismo

«Questo punto è molto importante e spesso è poco conosciuto. Per Guènon non è questione di restare soltanto nella via iniziatica. Bisogna nello stesso tempo praticare un Essoterismo, mediante una pratica religiosa. Guènon stesso praticò negli ultimi suoi anni la Religione musulmana» (44). Afferma infatti: «È ammissibile che un essoterico ignori l’esoterismo... ma al contrario è inammissibile che chiunque pretenda di essere iniziato all’esoterismo voglia ignorare l’essoterismo, infatti il più comprende il meno» (45). Ed è per questo che i guènoniani s’infiltrano anche negli ambienti cattolici tradizionalisti.

L’influsso spirituale non è una grazia gratuita che viene da Dio

Se l’influsso spirituale non è una grazia che viene da Dio, o è auto-suggestione, o è un influsso che viene da un Angelo. Infatti al di sopra dell’uomo vi sono solo Dio o gli Angeli. «La prima soluzione è possibile in teoria, e ci si può augurare che molti di coloro che si sottomettono alla cerimonia d’iniziazione non ricevano nulla. Ma è molto più probabile che,... l’iniziato riceva effettivamente un “influsso spirituale di origine non umana”. È l’opinione dei migliori conoscitori della Massoneria, come Charles Nicollaud, autore de L’initiation maçonnique, (Perrin, Paris, 1931), con prefazione di Mons. Jouin: “Questi fatti straordinari [la presenza sentita di Satana] sono il triste privilegio di pochi. Essi sono i Superiori Incogniti, come li chiamava la Setta nel XVIII secolo. Agenti diretti di Satana, sono i suoi strumenti abituali, ed è mediante essi che penetra e influisce nel seno delle società segrete Sono i preti della Contro-Chiesa. La Chiesa di Cristo ha i suoi santi, Satana, la scimmia di Dio, ha i suoi iniziati. ”(pag. 145)... Ci si obietterà che tale influsso spirituale potrebbe provenire da un Angelo... Ma gli Angeli sono i ministri di Dio... Se agiscono sugli uomini, è per condurli a N. S. Gesù Cristo e alla sua Chiesa. Ora la lotta contro la Chiesa è una costante della Massoneria... ed il caso di Guènon ci ha mostrato che l’iniziazione, lungi dal condurlo a conoscere meglio la SS. Trinità, N. S. Gesù Cristo e la sua Chiesa, l’aveva condotto ad una specie di ebetudine intellettuale nei loro riguardi e all’Apostasia» (46).

La causa dell’apostasia di Guènon

S. Tommaso insegna che «L’infedeltà nasce dalla superbia» (47). Essa è il più grave dei peccati dopo l’odio di Dio. La vera ragione di una scelta erronea riguardo il fine ultimo, va ricercata dunque nelle opere cattive, nella vita, nell’atto della volontà che può essere anche soltanto interno, ad esempio l’orgoglio intellettuale. Le opere cattive non sono soltanto l’immoralità grossolana, ma anche l’immoralità sottile: l’esaltazione del proprio “Io”, la ricerca della gloria umana e dell’onore del mondo. Come il ladro fugge la luce ed ama le tenebre per poter agire indisturbato, così l’orgoglioso odia la luce, la dottrina pubblica ed ama le tenebre, la dottrina e la pratica esoterica. Le tenebre servono a coprire la sua dottrina ìnfera e la sua condotta perversa, ed odia la luce perchè smaschererebbe la sua perversità interna e nascosta! Si può quindi concludere che la vita cattiva è la causa di ogni incredulità e soprattutto di quella degli eresiarchi e dei “grandi iniziati”, quale fu certamente Renè Guènon. Come il diavolo è diventato un Angelo decaduto per la sua cattiva volontà (con la quale ha preferito affermare se stesso, pur dannandosi, che sottomettersi alla Volontà di Dio che gli domandava un atto di obbedienza e di umiltà), così il “grande iniziato” ha preferito rifiutare la dottrina pubblica di Gesù, per poter compiacersi nella sua oscura e confusa “Tradizione primordiale e comune che si perde nella notte dei tempi...” e che tanto gratifica il suo orgolio di poter essere chiamato: Maestro! Mentre Gesù ci ha ammoniti: “Non vogliate essere chiamati Maestri. Uno solo è Maestro: il Padre vostro che è nei Cieli”.

Il diavolo può influire sull’uomo?

Secondo S. Tommaso e i teologi cattolici il diavolo non può agire direttamente sull’intelletto e la volontà dell’uomo, ma soltanto sui sensi esterni ed interni (memoria e immaginazione) e mediante i sensi può cercare d’influire indirettamente sull’intelligenza e la volontà (48). La cerimonia d’iniziazione potrebbe benissimo essere il punto di partenza di tale azione diabolica. «Dio lascia al diavolo una certa libertà d’azione in tali cerimonie a causa del loro carattere superstizioso: vi è infatti un’invocazione almeno implicita al diavolo ogni volta che si attende un effetto spirituale da una causa che da sè non può produrlo... Tali cerimonie producono i loro effetti solo nella misura in cui Dio lo permette, come punizione del peccato di superstizione. (...) Il fatto di riallacciarsi ad una organizzazione iniziatica regolare rende il peccato di superstizione ancora più grave... Ma niente impedisce al diavolo di agire anche al di fuori di tale catena iniziatica... tuttavia l’iniziazione, procura un’atmosfera favorevole all’attività del diavolo» (49).

NOTE:

1) J.-A.Cuttat, in Annuaire de l’E. P. H. E. , (Vème Section: Sciences religieuses), 1958-1959, pag. 68.

2) M.-F. James, Esotèrisme et Christianisme autour de Renè Guènon, Nouvelles Editiones Latines, Paris, 1981, pag. 17. Nel presente articolo mi baso sostanzialmente sull’ottimo libro della James (al quale rinvio il lettore desideroso di approfondire il tema) e lo integro con altri vari saggi e con la lettutra delle principali opere di Guènon.

3) È sintomatico il rapporto che collega Guènon ad una pensatrice ebrea, che si cerca di presentare come prossima alla conversione al Cattolicesimo: Simone Weil. In realtà nel suo pensiero si ritrovano parecchi elementi della Càbala spuria e del sistema talmudico «Essa probabilmente non ha conosciuto Guènon, al quale non fa mai riferimento, ma alcune sue note, riflessioni e meditazioni si ricollegano singolarmente al pensiero di Guènon, e un libro come Lettre à un religieux prova che la giovane filosofa considerava per lo meno come probabili molte cose che Guènon considerava certe» (P. Sèrant, Renè Guènon. La vita e l’opera di un grande iniziato, Convivio, Firenze, 1990, pag. 29). Il religioso che rispose alla lettera della Weil fu Padre Guèrard des Lauriers O.P., e scrisse che date le affermazioni della Weil non avrebbe potuto concederle nè il Battesimo nè l’assoluzione.

4) M.-F. James, op. cit., pag. 30.

5) P. Chacornac, La vie simple de Renè Guènon, èd. traditionelles, Paris, 1958, pag.24.

6) M.-F. James, op. cit., pagg. 44-45.

7) Ibid. , pag. 46.

8) Ibid. , pag. 42.

9) Ibid. , pag. 100.

10) Cfr. A. Baggio, Renè Guènon e il Cristianesimo, in «Nuova_Realtà», 1987, pag. 39.

11) N. M.aurice-Denis Boulet, L’èsotèriste Renè Guènon. in «La Pensèe Catholique», n° 77, 1962, pag. 23.

12) M.-F. James, Esoterisme, Occultisme, Franc-maçonerie et Christianisme aux XIX et XX siècles, Nouvelles Editiones Latines, Paris, 1981, pagg. 156-157.

13) Ibid., pag. 158.

14) Cfr. Sauvetre, Un bon serviteur de l’Eglise. Moseigneur Jouin, Casterman, Paris, 1936.

15) Ivi

16) E. Jouin, Les fidèles de la Contre-Eglise: Juifs et Maçons, pag. 139.

17) Giov. VIII, 32.

Cfr. C. Nitoglia, Per padre il diavolo. Un’introduzione al problema ebraico secondo la tradizione cattolica, SEB, Milano, 2002, cap. XXXIII, pagg. 437-451.

18) M.-F. James, Esoterisme et Christianisme, pag. 127.

19) P. Sèrant, Renè Guènon. La vita e le opere di un grande iniziato., Convivio, Firenze, 1990, pag. 14.

20) Ivi, pag. 198.

21) Per le riferenze degli articoli citati cfr. M.-F. James, op. cit. pagg.132-162.

22) Lettera di H. de Lubac a N. Maurice-Denis Boulet, 31 dic. 1962. Inedita.

23) N. Maurice-Denis, “Les Doctrines Hindoues”, La Revue universelle, 15 luglio 1921, pag. 246.

24) P. Sèrant, Renè Guènon. La vita e le opere di un grande iniziato, Convivio, Firenze, 1990, pag. 100.

25) M.-F. James, op. cit. , pag. 277.

26) P. Di Vona, Evola Guènon De Giorgio, SeaR, Borzano (RE), 1993, pag. 191.

27) Ibid., pagg. 195-196.

28) Ibid., pag; 295.

29) Ibid. , pag. 303.

30) L. Mèroz, Renè Guènon ou la sagesse initiatique, Plon, 1962.

31) E. Valtrè, La droite du Père. Enquete sur la Tradition catholique aujourd’hui, Guy Trèdaniel, 1994.

32) Le sel de la terre , n° 13, etè 1995, pagg. 34-35.

33) Antoine de Montreff, Qui a inspirè Renè Guènon? in «Le sel de la terre», n°13, etè 1995, pagg.33-64.

34) R. Guènon, Aperçus sur l’initiation, Villain et Belhomme-èd. traditionelles, Paris, 1973, pag. 34.

35) Ibid. , pag. 169.

36) A. de Montreff, cit. pag. 42.

37) R. Guènon, op. cit. , pag. 53.

38) Ibid., pag. 41.

39) Ibid. , pag. 58.

40) R. Guènon, Initiation et rèalilisation spirituelle, Villain et Belhomme-èd. traditionelles, Paris, 1974, pagg. 48-49.

41) Cfr. Aperçus sur l’Initiation, pagg. 27-28.

42) Cfr. Initiation et rèalilisation spirituelle, pagg. 81-82.

43) Ibid. , pagg. 78-79.

44) A. de Montreff, cit. , pag. 48.

45) Cfr. Initiation et rèalisation spirituelle, pag. 71.

46) A. de Montreff, cit. , pagg. 57-58.

47) S. T. II-II, q. 10, a. 1, ad 3um.

48) S. T. II-II, q. 10, a. 3 in corpore. II-II q. 96, a. 1. II-II q. 97, a. 1. I q. 114. II-II q. 165 a. 1.

49) A. de Montreff, cit. , pag 61.

Testo estrapolato dal sito: http://www.doncurzionitoglia.com/reneguenon.htm