martedì 1 ottobre 2019

L'eroina di Rimini (Sangue italiano)

Il Radio-giornale del Partito ha trasmesso. Ieri sera, la seguente nota su un leggendario episodio della battaglia di Rimini. dal titolo: «L'eroina riminese».




La prima pattuglia nemica entra in Rimini da Porta Romana. Il lungo viale dei platani che immette nel sobborgo XX Settembre con sullo sfondo le macerie della bramantesca chiesa della Colonnella, taglia col suo rettilineo cumuli di rottami: tutto è diroccato, lo stadio civico, la chiesa dei Cappuccini, la chiesa di San Giovanni, le case, i palazzi, il convento dei Cappuccini, la chiesa di Santo Spirito. Sul quadrivio della via Flaminia, di dove si dipartono la via nazionale di San Marino, la via dei Trai e la via XX Settembre, dondola un semaforo sospeso lassù a mezz’aria non si sa come, tra le rovine di ogni cosa all’intorno. La pattuglia canadese esita incerta sulla direzione da prendere. Il cielo è solcato dal rombo dei velivoli e delle cannonate che vengono dal mare, dalle colline e dalla parte opposta della città; crepitano in distanza le mitragliatrici, l’aria acre velata di fumo e di polvere. All’intorno, in qualsiasi parte volgano lo sguardo, i Canadesi non scorgono se non calcinacci, non una casa in piedi; le macerie si stendono per chilometri; tutta la superficie di quella che era la vivace, elegante e ricca città adriatica è una sola, immensa, caotica distesa di pietre: a malapena si distinguono i tracciati di quelle che furono le vie principali. Mentre la pattuglia sta per imboccare a caso la via XX Settembre, un’ombra si muove dietro un cumulo di rovine: i Canadesi spianano le armi, pronti a sparare. Non è un’ombra, è una donna, una giovane donna. Ella alza le mani e i Canadesi la circondano. Una granata cade sui ruderi dello stadio sollevando un nugolo di rottami. Il terriccio e la polvere entrano nella bocca e negli occhi. Alla deflagrazione la ragazza è rimasta immobile a braccia levate. Un Canadese le rivolge la parola in un gergo a base di francese. La ragazza si sforza di comprendere e alla fine riesce a capire la domanda del soldato. Costui chiede da che parte si vada per raggiungere la via Emilia. L’interpellata, dopo un’impercettibile incertezza indica con la mano la via dei Trai. Il Canadese si consulta coi compagni e torna a guardare la ragazza. Costei gli fa cenno col braccio invitandolo a seguirla. Il gruppo allora s’incammina. La ragazza, una popolana sui 18 anni, bruna, dalle membra forti, e slanciate, lacera e sporca, cammina spedita. La lunga e diritta via dei Trai conduce in piazza Tripoli, al mare, non all’arco di Augusto e alla Via Emilia. La pattuglia, composta di una ventina di uomini, più due soldati tedeschi prigionieri, procede nel tragico scenario della città morta; i Canadesi tengono i fucili spianati, pronti a far fuoco; i due Tedeschi, al centro dei gruppo, mostrano i segni della lotta nei volti e sulle uniformi, ma camminano marzialmente. La popolana li sbircia, di sfuggita: pare ai Tedeschi che quello sguardo abbia un significato. Quale significato? La giovane riminese continua a camminare, gli alberi che fiancheggiano la via sono diverti, tronchi e fronde ingombrano il passaggio, giacciono sulle macerie delle case. La popolana si volge a guardare i due Tedeschi, i quali questa volta sono loro a sorridere. Ancora pochi passi, poi una tremenda esplosione lancia in aria macerie e persone, avvolgendole in una nube di terriccio, di calcinacci, di informi rottami. Una pausa tragica. Un attimo di terrificante silenzio. Poi il gemito dei feriti. Un uomo poi si raddrizza sulle natiche, si netta il sangue dal volto, si leva in piedi. E’ ferito ma salvo. I Canadesi morti in gran parte, sfracellati dallo scoppio. I rimanenti agonizzano. Agonizza anche la popolana, che ha avuto le gambe amputate e il volto ferito dalla formidabile esplosione. L’uomo che fra tutti si è salvato, uno dei soldati tedeschi, si accosta alla moribonda: ella gli sorride con una smorfia e riesce a dire penosamente: «Sapevo che qui esisteva un campo di mine… perché vi aveva lavorato mio fratello… vi ho condotto gli Inglesi perché sono stata violentata da due Australiani… in una casa colonica dove ci eravamo rifugiati… ho seguito questa pattuglia… volevo vendicarmi … non sapevo come … la sorte mi ha favorito … ». L’eroina sta dissanguandosi; il suo volto diventa cadaverico. Il soldato tedesco non può far nulla per lei se non raccoglierne l’ultima parola: «Ho vendicato il mio onore». Il soldato tedesco si china sulla morente e la bacia in fronte. Quando risolleva il capo la giovane eroina è spirata. Questo ci ha raccontato il soldato tedesco dopo aver raggiunto i propri camerati all’altra estremità della città morta. Il soldato, che dopo un anno di soggiorno in Italia si esprime abbastanza bene nella nostra lingua, così ha commentato il suo racconto: «La ragazza non aveva indosso alcuna carta o qualsiasi documento di riconoscimento. Non ho potuto quindi sapere il suo nome». E si è rammaricato, il soldato tedesco, di non averglielo chiesto prima che ella spirasse. Il nome dell’eroina rimarrà sconosciuto forse per sempre, e così la storia di questa guerra ricorderà il leggendario episodio come quello della eroina riminese. Dell’anonima ma fulgida eroina riminese.

Articolo apparso su il "Corriere della sera" del 1, Ottobre, 1944

sabato 31 agosto 2019

Mircea Eliade, un platonico del XX secolo

Testimone dell'inestinguibile sete di sacro nell'uomo, il grande scrittore romeno ha saggiato tutti gli aspetti della spiritualità con uno sguardo arcaico e originale. 

di Alfonso Piscitelli

Anche la Romania, come altri luoghi della terra vanta una sua misteriosa "centralità"- Quella Centralità  che Vasile Lovinescu rivendicava in un saggio scritto sotto lo pseudonimo di Geticus: La Dacia iperborea. Affacciata sull'antico Ponto Eusino dei greci, dirimpetto al Caucaso dove Prometeo era stato incatenato e dove Noè aveva trovato la prima terra libera dal diluvio, la Romania era stata abitata o
lambita da popolazioni sciamaniche abbastanza bellicose: i daci, i traci, gli sciti. I greci, il popolo del
logos, avvertivano tutta la distanza da queste popolazioni decisamente arcaiche, ma nello stesso tempo percepivano in esse il fascino delle origini fino ad assimilarle ai mitici iperborei.

Volendo passare dalle suggestioni del mito alle ragioni della geografia, la Romania ci appare oggi come terra di collegamento tra l'Europa e l'immensa zolla asiatica. Proprio questa terra di confine che nel Cinquecento aveva dato i natali all'amabile Vlad l'impalatore (Dracula), all'inizio del Novecento aveva vissuto un piccolo risorgimento politico con la liberazione dal giogo ottomano e un notevole rinascimento intellettuale: fanno fede i nomi di Cioran, di Ionesco e dell'autore che più ci sembra interessante, lo storico delle religioni Mircea Eliade.


L'ESOTERISTA

Scorgeva nel suo stesso nome un destino spirituale importante: Mircea dallo slavo Mir, che significa nello stesso tempo «pace» e «mondo», evocando qualcosa di simile a ciò che per un romano del I secolo poteva essere la Pax augusta: un ordine provvidenziale e sereno che si estende nell'universo. Nel cognome Eliade, la reminiscenza del greco Elios: nume solare che nella tarda antichità fu il perno di un sincretismo mediterraneo e indoeuropeo (Elios-Mithra-Sol) che tendeva all'unificazione divina.

Piacque al giovane Eliade di onorare il destino scritto nel suo nome, concentrando precocemente la sua attenzione sulle tradizioni spirituali e sulla stessa alchimia. Il suo primo scritto di adolescente, un romanzo con tratti esistenziali, si intitolava: Come ho scoperto la pietra filosofale. Che Eliade avesse scoperto a 15 anni il lapis prodigioso degli ermetisti era simpatica vanteria da adolescente, ma il fatto che quel giovane talentuoso per tutto il resto della sua vita abbia ricercato attivamente il graal della spiritualità è un dato documentato da una bibliografia oceanica. Negli anni Trenta lo ritroviamo in India, al seguito dell'eminente filosofo indiano Dasgupta. Conosce il nostro Giuseppe Tucci e passa dalla teoria alla pratica spostandosi a Rishikesh, ai piedi dell'Himalaya, per praticare in un ashram lo yoga. Da quella esperienza interiore nascerà forse il suo capolavoro, Lo Yoga: immortalità e libertà. In India, Eliade non coltivò solo quella conoscenza che nasce dall'esperienza, ma si appassionò anche alla causa dell'indipendenza indiana e ai suoi alfieri, come quell'Aurobindo che, prima di diventare uno dei massimi asceti del Novecento, ritenne giusto e santo lottare con ogni mezzo contro la dominazione inglese e fu ammiratore di Giuseppe Mazzini. L'amore appassionato per l'India emerge, ancor più che nei saggi, nei romanzi di Eliade. Tra i tanti è piacevole ricordare Notti a Serampore, romanzo a sfondo tantrico: una comitiva di occidentali, tra cui un teosofo e un ortodosso, nella caldissima notte di Serampore, si imbattono in un austero professore, che sotto i panni di accademico cela una vita da adepto di inquietanti misteri tantrici. Il professore-mago, disturbato in un suo rito notturno, proietta la comitiva indietro nel tempo, dove incontrano indiani di un'epoca passata, mentre il tempo storico si dissolve. Che la storia unidirezionale non esista, sembra essere il senso della novella: la cronologia è maya.



DA ERMETICO A LEGIONARIO

Eliade si lascia affascinare dalla malia dell'Eterno atemporale e dirà in seguito di aver quasi ceduto alla tentazione di rimanere per sempre in India. Sarà il padre a riportarlo sulla terra ... con un facile stratagemma: non ottemperando alla richiesta di rinvio militare per il figlio. Così il giovane yogin
si ritrovò richiamato alle armi, con l'obbligo di un rapido rimpatrio. E forse fu un ritorno provvidenziale, per quanto coatto. Eliade scopre, a metà degli anni Trenta, che la storia esiste e che la dimensione dell'impegno civile (il Dharma secondo gli stessi indo-ary) è importante quanto la liberazione dal Nirvana. A quell'impegno il giovane intellettuale non si sottrae, e fa una scelta di campo che - comunque la si voglia valutare - è poco comoda. Come studioso di cose sacre Eliade cerca la spiritualità anche nella politica, e sembra trovarla nel movimento legionario consacrato da Zelea Corneliu Codreanu all'arcangelo Michele. La storia della legione dell'Arcangelo, conosciuta anche come Guardia di ferro e Tutto per la patria, fu più simile a una via crucis che non a un itinerario politico ordinario. I legionari di Codreanu furono a più riprese perseguitati, incarcerati, uccisi fino al culmine dell'omicidio del leader. Il martirio politico coincise col momento di massima popolarità del movimento: la corte di re Carol reagì al successo elettorale di Codreanu con un colpo di Stato. In tutto ciò, Eliade scrisse articoli favorevoli ai legionari, in particolare testimoniò che quello di Codreanu era un fenomeno «non politico ma di essenza politico-religiosa», teso alla creazione di un uomo nuovo. Per stessa ammissione del leader quest«uomo nuovo» non sarebbe nato dall'evocazione delle forze della razza (come nel nazionalsocialismo) o da quelle dello Stato (dottrina del fascismo), ma dallo spirito (la legione di Michele). Colui che solo pochi mesi prima era stato praticante di yoga in India si trovò immerso in questo progetto teologico-politico, calato nella temperie storica degli anni d'acciaio dell'Europa. Fu intimo amico dell'ideologo dei legionari Nae Jonescu, e finì nel campo di concentramento di Miercucea Ciuc, quando dai palazzi partì la reazione.


UNA RELIGIOSITÀ PARTICOLARE

Vi sarebbe molto da dire su come Eliade, nel corso della sua vita, abbia conciliato la valorizzazione di ogni esperienza religiosa con un forte ancoraggio alla sua identità cristiana ortodossa. Questa sua particolare «equazione personale» molto doveva alla peculiare anima di popolo romena, propizia a fondere radici ancestrali e devozioni cristiane. In alcuni monasteri della Romania si possono trovare ad-
dirittura le icone di Socrate e di Platone concepiti come profeti del Cristo (un po' come faceva nel Rinascimento italiano Marsilio Ficino con Zarathustra, Ermete e Orfeo). Negli stessi monasteri, come ad esempio a Meteora, si può trovare Michele raffigurato come un eroe solare con il disco dorato al centro del petto. Questa forte compenetrazione di radici ancestrali e cristianesimo può aver rappresentato il retroterra culturale per un concetto cardine della visione di Eliade: quello del «cristianesimo cosmico», tipico a suo dire dell'Europa più continentale-orientale.
Una forma di religiosità che intesse il dramma misterico del Cristo nei grandi ritmi dell'anno e nei fenomeni della natura: il sole che muore e risorge, l'acqua come elemento di purificazione evocata nel battesimo, l'albero - il simbolo più possente della vita vegetale - che diventa il legno della Croce.


L'ESILIO FRANCESE

Nel 1940 Eliade, ormai conclusa l'esperienza legionaria, viene nominato addetto culturale d'ambasciata, prima a Londra e poi a Lisbona. In Portogallo scrive un elogio dello Stato corporativista cristiano di Salazar, in cui ancora una volta riecheggia il tema della «rivoluzione spirituale». Dall'angolo neutrale del Portogallo assiste però al crollo del suo mondo d'origine. La Romania, schierata con l'Asse, cambia alleanze nel 1944 e finisce fagocitata dall'Unione Sovietica. Dopo il '45 Eliade si ritrova non solo disoccupato, ma anche esule. Tornare in patria è impossibile. Raggiunge Parigi, luogo d'elezione degli anticomunisti dell'Est. Li, già negli anni Venti, la pittoresca corte dei Romanov in esilio e i cosacchi con i lunghi baffi si erano mescolati tra le ballerine ai tavoli del Moulin Rouge. Eliade dal suo esilio francese intesse rapporti con Jung e partecipa agli incontri di Eranos. Eliade e Jung sono due platonici: gli archetipi dell'inconscio collettivo di Jung corrispondono agli elementi fondamentali del Trattato di storia delle religioni. Il Trattato, scritto tra il 1949 e il 1964, è la massima espressione del platonismo eliadiano: il sole, la luna, le acque, la terra vengono spiegati come archetipi dell'esperienza religiosa tali da mostrare una essenza facilmente identificabile ad ogni latitudine, al di là delle ovvie differenziazioni, come se fossero geroglifici di una grande scrittura universale. 
Negli anni parigini il professore romeno intreccia rapporti anche con Jünger. Precisa Luca Siniscalco, che ha curato l'antologia di scritti evoliani per Antaios pubblicata dalle edizioni Pagine, Julius Evola-Antaios (1960-70): «Fu probabilmente Carl Schmitt a far incontrare Jünger ed Eliade. Dalla loro collaborazione hacque la rivista Antaios. I due prestigiosi direttori ebbero il merito di raccogliere attorno a quella rivista nomi illustri. Per l'Italia ricordiamo ovviamente Evola, ma anche Cristina Campo ed Elémire Zolla, Pio Filippani Ronconi», Eliade si avvia ad essere riconosciuto come il più importante storico delle religioni del Novecento. Insegna, a partire dagli anni Sessanta, all'Università di Chicago. Qui egli dimostra ad abundantiam che la religione non è una fase storica sorpassata, quasi un organo vestigiale nel corpo dell'umanità. Come sintetizza Marcello Veneziani: «Per Eliade I'Homo Religiosus non appartiene a uno stadio della coscienza, a un'epoca primitiva, ma è una struttura della coscienza e dunque fa radicalmente parte dell'uomo, anzi lo costituisce». (Veneziani, L'Antinovencento).



LO STUDIOSO


A prima vista sembra che Eliade, in virtù del suo platonismo, abbia trascurato la storia. Ciò può esser vero fino a un certo punto della esperienza culturale dell'autore; a ben vedere, la fase più matura della sua opera fu consacrata proprio all'analisi delle grandi rivoluzioni spirituali succedutesi nel corso del tempo. Questa è la linea di ricerca che innerva la monumentale Encyclopedia of Religion, pubblicata a partire dal 1987, un anno dopo la sua morte. Quasi un testamento Per Eliade il sacro nasce con l'uomo che sta eretto di fronte al cielo e concepisce un rapporto di devota filiazione con il sole, con le stelle, con il cielo stesso. La prima grande rivoluzione è quella del Neolitico, quando lo spirito umano si concentra sul seme che muore nella terra per risorgere, intuendo l'idea di rinascita e reincarnazione, la concezione ciclica del tempo. In tempi storici si verifica un passaggio fondamentale che Eliade definisce come «la crisi del sacrificio antico»: il rapporto col divino cessa di essere mediato dal sacrificio rituale, il culto tende ad interiorizzarsi e anche a superare l'orizzonte degli dei etnici. Cominciano a svilupparsi le religioni universali: prima ancora del cristianesimo, è il buddhismo la prima grande tradizione universale che travalica l'etnicità. Eliade considera determinante anche l'opera di Alessandro Magno, ultima incarnazione, si direbbe, degli antichi semidei e fondatore di un universali-
smo superiore sulle basi del logos greco. Universalismo, il suo, che fu sintesi tra grandi civiltà (la greca, l'egizia, la caldea, la persiana, addirittura l'indiana) che solo gli allocchi da talk show televisivo potrebbero confondere con l'attuale globalizzazione tendente al primitivismo. Il cristianesimo, per Eliade, si inserisce in queste dinamiche, col superamento del sacrificio animale, la diffusione nelle città
- a partire dalla città per eccellenza, Roma - con la sua etica rivolta alla kosmopolis, ai cui individui già si indirizzavano gli insegnamenti dei filosofi dell'ellenismo. La fase successiva è rappresentata dall'amalgama con gli antichi culti indoeuropei che genera quel «cristianesimo cosmico» a cui ci si riferiva prima: gli alberi già sacri alla tradizione nordica diventano l'elemento per la croce. Nella notte solstiziale dell'anno si commemora la nascita del fanciullo redentore; nel passaggio dall'oscurità invernale alla fioritura primaverile il mistero della morte e resurrezione. Nella levata del sole al culmine di primavera e nel calore estivo che avvolge gli uomini come fuoco dall'alto si celebrano i misteri dell'Ascensione e della Pentecoste. La modernità illuministica rappresenta una frattura rispetto a questa fusione di elementi arcaici e della tarda antichità. E tuttavia, anche nei fenomeni moderni, Eliade scorge il riverbero del sacro. L'autore ne parla espressamente in un curioso saggio intitolato Stregoneria, occultismo, mode culturali.  Nell'evo contemporaneo il sacro si occulta ma non scompare, va incontro a una metamorfosi e ricompare in modi inaspettati.
Eliade addirittura si spinge a valorizzare alcune esperienze degli hippy, che in effetti tendevano verso una forma di spiritualità - o per meglio dire di psichicità - di tipo orgiastico-primitivista. Ma con più efficacia coglie nuove tracce di sacro in alcune esperienze dello spirito faustiano: l'astronave che punta sulla luna e verso il cielo rievoca una delle ierofanie più arcaiche e più potenti, quella appunto del cielo sovrano. Allo stesso modo, Eliade scorgeva tracce di nostalgia del sacro nel film di Kubrick Odissea nello spazio.

giovedì 1 agosto 2019

Per un'autentica scelta sovranista

Il podestà forestiero di Peroncini è una ricca e approfondita disamina degli squilibri  e dei danni causati dall'Euro e dai trattati europei. Eppure le soluzioni non mancano.

 di Gianfranco Peroncini

Back to basics. Torniamo ai fondamentali elementari. Ci è convenuto entrare nel circuito dell'euro? Qualche dubbio comincia a serpeggiare. Secondo i dati resi noti dall'Istat nel luglio 2018, [ ... ] nel nostro Paese la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è salita al 30%, vale a dire a 18.136.663 individui. Si tratta di una quota drammatica e in aumento rispetto all'anno precedente che pone l'Italia in condizioni peggiori in confronto alla media dell'Europa. [ ... ] Il che, di converso, lascia perplessi e sgomenti di fronte alle sempre più prevedibili conseguenze provocate da epocali flussi migratori che, senza alcun controllo e pianificazione, si stanno dirigendo Dal 2008, a causa della crisi economica, è aumentata anche la disuguaglianza del reddito disponibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015. [ ... ] Forse anche per tutto questo, nel giugno 2018 l'indice di fiducia degli italiani nell'Unione europea ha raggiunto il minimo storico. Lo ha rivelato un sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera. Nel 2008 il consenso nei confronti delle istituzioni europee era intorno al 75% e ancora nel 2011, pur in piena crisi economica, il 70% dei cittadini italiani credeva ancora nell'Europa. Sette anni dopo la percentuale si è drammaticamente dimezzata, precipitando al 38%. [ ... ] Crisi  migratoria, aumento delle diseguaglianze, ruolo sempre più subalterno delle istituzioni, crollo del potere d'acquisto del ceto medio, sono alcune delle ragioni più evidenti dell'inversione di tendenza.

Curiosamente, la «pancia» della comunità nazionale appare più moderata rispetto alle analisi, impietose, di Joseph Stiglitz - economista e saggista statunitense, premio Nobel per l'Economia nel 2003 - che in un articolo pubblicato alla fine di giugno 2018 sul sito politico.eu consiglia caldamente all'Italia di uscire dall'Eurozona.

L'euro è fallato sin dal suo concepimento [has been flawed since its conception], spiega. Ha eliminato fondamentali meccanismi di controllo, introducendo drastiche restrizioni su debito e deficit che costituiscono ulteriori ostacoli alla ripresa economica. Da cui una crescita più lenta dell'Eurozona nel suo complesso, specialmente per i Paesi più deboli. 

L'euro aveva promesso di aprire la strada a una maggiore prosperità che avrebbe a sua volta imposto naturaliter un rinnovato impegno per l'integrazione europea. Ha invece realizzato l'esatto contrario, «aumentando le divisioni all'interno dell'Unione europea, in particolare tra Paesi creditori e debitori» e rendendo ancora più difficile la soluzione di altri problemi, specialmente la crisi migratoria, dato che «le norme europee impongono un onere ingiusto ai Paesi in prima linea nella ricezione di migranti, come la Grecia e l'Italia», già in gravi difficoltà sul fronte economico. A questo punto non meraviglia che si stia organizzando una rivolta, chiosa Stiglitz. Tutti sanno che cosa bisogna fare ma il problema è l'ostinata riluttanza della Germania a ogni cambiamento. Stando così le cose, afferma Stiglitz, la Germania (magari con altri Paesi dell'Europa settentrionale) dovrebbe uscire dall'Eurozona. In questo modo, scomparsa la fonte principale dei disallineamenti monetari, il valore dell'euro calerebbe decisamente permettendo l'aumento delle esportazioni dell'Italia e di altri Paesi dell'Europa meridionale. Di converso,la rivalutazione del tasso di cambio della Germania contribuirebbe in maniera considerevole a sanare «uno dei più destabilizzanti aspetti dell'economia globale, lo squilibrio commerciale tedesco». Che con il suo esorbitante surplus - contrario alla lettera e allo spirito dei Trattati europei, aggiungiamo noi - è la macina al collo di uno sviluppo armonico dell'Unione europea.

Ma visto che la Germania non è disposta a riformare e migliorare l'unione monetaria, Grecia e Italia rimangono drammaticamente di fronte a una scelta verso la quale non avrebbero mai dovuto essere spinte. In poche parole, e crudamente, il bivio si colloca «tra la partecipazione all'Eurozona e la prosperità economica».

La Grecia del Governo Tsipras, «timida e inesperta», di fronte alla crisi decise di rimanere nell'unione monetaria europea. Il risultato fu la stagnazione: dal 2015 il Pil greco è crollato del 25% dal livello precrisi e da allora si è mosso solo impercettibilmente. L'Italia, con il primo governo euroscettico del continente - imposto da una crescita non equilibrata a causa dell'euro - si trova nella possibilità di fare una scelta diversa, stando però bene attenta a minimizzarne i costi economici e politici. Dichiara Stiglitz: «In assenza di riforme significative, i benefici per l'Italia di lasciare l'euro sono chiari, lineari e considerevoli [clear, straightforward and considerable].

Un cambio più basso consentirebbe all'Italia di esportare di più. I consumatori sostituirebbero le merci importate con quelle italiane. I turisti troverebbero il Paese una destinazione ancora più attraente stimolando la domanda e aumentando le entrate del Governo. La crescita aumenterebbe e l'alto tasso di disoccupazione in Italia (11,2%, con quella giovanile al 33,1%) diminuirebbe».

Senza contare altri benefici a corollario. Un'Italia più prospera, infatti, avrebbe maggiori probabilità di cooperare con l'Europa su altri e scottanti settori chiave, come la crisi migratoria, una forza di difesa europea, la politica commerciale e le sanzioni contro la Russia. 


lunedì 22 luglio 2019

Il SOLDATO POLITICO


𝗗𝗶 𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗹 𝗱𝗶𝗹𝗮𝗴𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗶𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼, 𝗱𝗲𝗹 𝗱𝗶𝘀𝗶𝗻𝗰𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗱𝗶𝘀𝗶𝗺𝗽𝗲𝗴𝗻𝗼, 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗻𝗲𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗹 𝗱𝗲𝗰𝗹𝗶𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗽𝗿𝗼𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗶𝗱𝗲𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲, 𝗲𝗺𝗲𝗿𝗴𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗹𝗮 𝗳𝗶𝗴𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹 "𝘀𝗼𝗹𝗱𝗮𝘁𝗼 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼", 𝗼𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗹𝘂𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝘁𝗲 𝗹𝗮 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗺𝗮𝗻𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗵𝗶𝗲𝗻𝗮 𝗱𝗿𝗶𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗹𝗹'𝗼𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝘂𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗺𝗮𝘁𝗲𝗿𝗶𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮-𝘂𝘁𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶𝘀𝘁𝗮. 𝗖𝗼𝘀𝘁𝘂𝗶 𝗿𝗶𝗺𝗮𝗻𝗲 𝘀𝗮𝗹𝗱𝗼 𝗻𝗲𝗶 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗶 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗰𝗿𝗲𝗱𝗲, 𝗰𝗼𝗺𝗯𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝘁𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗲𝘀𝘀𝗶, 𝗶𝗻𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗶𝗺𝗽𝗿𝗲𝘀𝗮. 𝗜𝗹 𝘀𝘂𝗼 "𝗮𝗴𝗶𝗿𝗲"(𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗴𝗶𝗿𝗲) 𝘀𝗮𝗿𝗮̀ 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗶𝗼̀ 𝗱𝗶𝘀𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼 𝗲𝗱 𝗶𝗺𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲, 𝘀𝘃𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗰𝗼𝘀𝗰𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝗱𝗶𝗹𝗶𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲𝗱 𝘂𝗺𝗶𝗹𝘁𝗮̀, 𝗺𝗮𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗿𝗶𝗰𝗲𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗲𝗹𝗼𝗴𝗶 𝗲𝗱 𝗲𝗺𝗼𝗹𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶, 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗲 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗮𝗹 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗜𝗗𝗘𝗔!

lunedì 1 aprile 2019

"La guerra ha terminato"



La guerra di Spagna e il "debito" Italiano.
Il 1° aprile 1939, Francisco Franco annunciò via radio la fine della guerra civile spagnola, sancendo la vittoria definitiva dei nazionalisti sulle forze repubblicane dopo quasi tre anni di conflitto.
Con il proclama "La guerra ha terminato", Franco instaurò una dittatura , chiudendo il conflitto iniziato nel 1936 e dando inizio al periodo franchista.
Francisco Franco rimase capo e dittatore della Spagna – la nomina ufficiale era caudillo, che significa “leader” – per i trentasei anni successivi alla fine della guerra, dal primo aprile 1939 fino al giorno della sua morte, il 20 novembre 1975.
Negli anni il suo regime ebbe lievi aperture dal punto di vista politico e grandi aperture dal punto di vista economico.
Pochi anni prima della sua morte, nel 1969, Franco decise che il principe Juan Carlos, nipote del vecchio re mandato in esilio durante la Repubblica, sarebbe diventato suo successore nel ruolo di capo di Stato. Diventato re, Juan Carlos I trasformò in pochi anni la Spagna in un paese democratico, periodo che in Spagna è noto come Transición española.
Cinque miliardi di lire: è la cifra del risarcimento spagnolo per la partecipazione dell’Italia alla guerra di Spagna.
Il debito, definito nel 1940 tra l’allora ministro degli Esteri spagnolo, Beigbeder, e l’ambasciatore italiano a Madrid, Gambara, sarebbe stato risarcito in 50 rate semestrali, dal 1942 al 1967, ed era garantito da 5.000 buoni del Tesoro spagnolo depositati presso la Banca d’Italia a Roma.
A differenza del debito verso la Germania, che venne liquidato almeno parzialmente già durante la guerra civile attraverso scambi commerciali, nel caso italiano l’entità fu maggiore e divenne oggetto di specifici accordi dopo la fine del conflitto.
La partecipazione italiana alla guerra civile spagnola (1936-1939) ha avuto un costo enorme per le finanze statali, stimato in circa 8,5 miliardi di lire dell'epoca al 1939. Questo sforzo bellico, a supporto delle forze franchiste, ha comportato la spedizione di migliaia di uomini e ingenti forniture di armamenti.
L'Italia ha impiegato 1.930 cannoni, 10.135 armi automatiche, 240.747 fucili, 7.668 automezzi, 763 aeroplani e decine di navi da guerra, inquadrati principalmente nel Corpo Truppe Volontarie (CTV).
Ecco i dettagli del costo dell'intervento italiano:
Alla fine del 1939, il debito della Spagna verso l'Italia era stimato in 8.496.284.889 lire.
Nel 1940, il debito fu definito in 5 miliardi di lire, con un accordo per il risarcimento in 50 rate semestrali, dal 1942 al 1967, garantito da buoni del tesoro.
nazionalisti spagnoli hanno rimborsato solo parzialmente il costo, con circa 486 milioni di lire versati nei primi anni, prevalentemente in forniture dirette.
L'intervento ha pesato notevolmente sul bilancio dello Stato, prefigurando le spese per la Seconda Guerra Mondiale.
Nonostante la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica Italiana, l'Italia continuò a esigere il pagamento del debito.
Per la Spagna di Franco, onorare questi impegni finanziari era un modo per mantenere una parvenza di credibilità internazionale durante l'isolamento del dopoguerra.
Oltre alle rate in denaro, una parte del debito fu saldata nei primi anni tramite forniture di materie prime e prodotti agricoli, che l'Italia scambiò per sostenere la propria economia durante la Seconda Guerra Mondiale.
In sintesi, la Spagna onorò l'accordo del 1940, finendo di pagare le rate previste fino al 1962-1967 (a seconda delle fonti storiografiche sul saldo finale delle ultime quot