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giovedì 1 agosto 2019

Per un'autentica scelta sovranista

Il podestà forestiero di Peroncini è una ricca e approfondita disamina degli squilibri  e dei danni causati dall'Euro e dai trattati europei. Eppure le soluzioni non mancano.

 di Gianfranco Peroncini

Back to basics. Torniamo ai fondamentali elementari. Ci è convenuto entrare nel circuito dell'euro? Qualche dubbio comincia a serpeggiare. Secondo i dati resi noti dall'Istat nel luglio 2018, [ ... ] nel nostro Paese la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è salita al 30%, vale a dire a 18.136.663 individui. Si tratta di una quota drammatica e in aumento rispetto all'anno precedente che pone l'Italia in condizioni peggiori in confronto alla media dell'Europa. [ ... ] Il che, di converso, lascia perplessi e sgomenti di fronte alle sempre più prevedibili conseguenze provocate da epocali flussi migratori che, senza alcun controllo e pianificazione, si stanno dirigendo Dal 2008, a causa della crisi economica, è aumentata anche la disuguaglianza del reddito disponibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015. [ ... ] Forse anche per tutto questo, nel giugno 2018 l'indice di fiducia degli italiani nell'Unione europea ha raggiunto il minimo storico. Lo ha rivelato un sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera. Nel 2008 il consenso nei confronti delle istituzioni europee era intorno al 75% e ancora nel 2011, pur in piena crisi economica, il 70% dei cittadini italiani credeva ancora nell'Europa. Sette anni dopo la percentuale si è drammaticamente dimezzata, precipitando al 38%. [ ... ] Crisi  migratoria, aumento delle diseguaglianze, ruolo sempre più subalterno delle istituzioni, crollo del potere d'acquisto del ceto medio, sono alcune delle ragioni più evidenti dell'inversione di tendenza.

Curiosamente, la «pancia» della comunità nazionale appare più moderata rispetto alle analisi, impietose, di Joseph Stiglitz - economista e saggista statunitense, premio Nobel per l'Economia nel 2003 - che in un articolo pubblicato alla fine di giugno 2018 sul sito politico.eu consiglia caldamente all'Italia di uscire dall'Eurozona.

L'euro è fallato sin dal suo concepimento [has been flawed since its conception], spiega. Ha eliminato fondamentali meccanismi di controllo, introducendo drastiche restrizioni su debito e deficit che costituiscono ulteriori ostacoli alla ripresa economica. Da cui una crescita più lenta dell'Eurozona nel suo complesso, specialmente per i Paesi più deboli. 

L'euro aveva promesso di aprire la strada a una maggiore prosperità che avrebbe a sua volta imposto naturaliter un rinnovato impegno per l'integrazione europea. Ha invece realizzato l'esatto contrario, «aumentando le divisioni all'interno dell'Unione europea, in particolare tra Paesi creditori e debitori» e rendendo ancora più difficile la soluzione di altri problemi, specialmente la crisi migratoria, dato che «le norme europee impongono un onere ingiusto ai Paesi in prima linea nella ricezione di migranti, come la Grecia e l'Italia», già in gravi difficoltà sul fronte economico. A questo punto non meraviglia che si stia organizzando una rivolta, chiosa Stiglitz. Tutti sanno che cosa bisogna fare ma il problema è l'ostinata riluttanza della Germania a ogni cambiamento. Stando così le cose, afferma Stiglitz, la Germania (magari con altri Paesi dell'Europa settentrionale) dovrebbe uscire dall'Eurozona. In questo modo, scomparsa la fonte principale dei disallineamenti monetari, il valore dell'euro calerebbe decisamente permettendo l'aumento delle esportazioni dell'Italia e di altri Paesi dell'Europa meridionale. Di converso,la rivalutazione del tasso di cambio della Germania contribuirebbe in maniera considerevole a sanare «uno dei più destabilizzanti aspetti dell'economia globale, lo squilibrio commerciale tedesco». Che con il suo esorbitante surplus - contrario alla lettera e allo spirito dei Trattati europei, aggiungiamo noi - è la macina al collo di uno sviluppo armonico dell'Unione europea.

Ma visto che la Germania non è disposta a riformare e migliorare l'unione monetaria, Grecia e Italia rimangono drammaticamente di fronte a una scelta verso la quale non avrebbero mai dovuto essere spinte. In poche parole, e crudamente, il bivio si colloca «tra la partecipazione all'Eurozona e la prosperità economica».

La Grecia del Governo Tsipras, «timida e inesperta», di fronte alla crisi decise di rimanere nell'unione monetaria europea. Il risultato fu la stagnazione: dal 2015 il Pil greco è crollato del 25% dal livello precrisi e da allora si è mosso solo impercettibilmente. L'Italia, con il primo governo euroscettico del continente - imposto da una crescita non equilibrata a causa dell'euro - si trova nella possibilità di fare una scelta diversa, stando però bene attenta a minimizzarne i costi economici e politici. Dichiara Stiglitz: «In assenza di riforme significative, i benefici per l'Italia di lasciare l'euro sono chiari, lineari e considerevoli [clear, straightforward and considerable].

Un cambio più basso consentirebbe all'Italia di esportare di più. I consumatori sostituirebbero le merci importate con quelle italiane. I turisti troverebbero il Paese una destinazione ancora più attraente stimolando la domanda e aumentando le entrate del Governo. La crescita aumenterebbe e l'alto tasso di disoccupazione in Italia (11,2%, con quella giovanile al 33,1%) diminuirebbe».

Senza contare altri benefici a corollario. Un'Italia più prospera, infatti, avrebbe maggiori probabilità di cooperare con l'Europa su altri e scottanti settori chiave, come la crisi migratoria, una forza di difesa europea, la politica commerciale e le sanzioni contro la Russia. 


mercoledì 1 febbraio 2012

Il “Club Bilderberg” e/o le strategie (semiocculte) della cricca mondialista

Dal n° 313 - Febbraio 2012   di AVANGUARDIA
TiTolo:  “Il Clun Bilderberg. La storia segreta dei padrini del mondo”
Autore:  Daniel Estulin
Edizione:  Arianna Editrice, Bologna 2009, pp. 375, euro 18,50
Scritto da Leonardo FONTE  
Mercoledì 01 Febbraio 2012

Il progetto sinarchico per la realizzazione del così detto “nuovo ordine mondiale” - “ordine” consolidato su basi di egemonia monopolistica da parte di un establishement industrial-bancario e finanziario multinazionale - appare quasi interamente realizzato.
Popoli, governi e Stati-nazione sono stati disarticolati, sventrati e privati d’ogni autodeterminazione ed identità. Speculatori internazionali operanti dietro le quinte, ossia segretamente e fuori da qualsiasi contesto, seppur marginale, di controllo politico [cosa contano le democrazie parlamentari borghesi?] e popolare [le masse della società consumistico-occidentale hanno intelletto e coscienza?], hanno divorato beni pubblici e smantellato lo stato sociale, restringendo le maglie della libertà personale e del pensiero. Nel contempo la politica istituzionale, smembrata d’ogni pulsione ideale e svuotata da qualsiasi proiezione verso il bene comune, ha alzato bandiera bianca, relegando del tutto il potere in mano ai tecnocrati.
Del resto, è successo in Italia col governo Monti. Così come i Grecia, dove la cricca mondialista ha suggerito al governo ellenico la svendita delle isole, ovvero l’industria greca per eccellenza, e la pressoché eliminazione del pubblico impiego!
Liberalizzazioni e privatizzazioni tout-court, fusioni ed acquisizioni, svendita e dismissioni di beni pubblici e demaniali, delocalizzazioni industriali, mobilità estrema della mano d’opera e costo del lavoro sempre più basso, caratterizzano il percorso verso il progetto globale voluto da pochi speculatori, da finanzieri filantropi e da una manciata di industriali, di grandi banchieri, di politici venduti e contigui a tal potere.
Il progetto di egemonia globale è lo strumento operativo, imperialista e neocolonialista, partorito dalle strutture mondialiste.
Cerchi concentrici di organi decisionali segreti, di sigle ed uomini, che non tentennano affatto a muovere guerre di aggressione, conflitti non convenzionali o a “bassa intensità”, pur di raggiungere gli scopi da loro prefissi. Strutture partorite nel grembo canceroso dell’Occidente giudaico-mondialista che rispondono al nome di “Bilderberg Group”, “Council on Foreign Relations”, “Trilateral Commission”.
Strutture entro le quali giostra un nome tra tutti, quello di uno dei discendenti della casta, o razza?,eletta delle dinastie finanziarie e che risponde al nome di David Rockefeller! Proprio l’ebreo David Rockefeller in un incontro del Bilderberg Group, in Germania nel 1991, in maniera diretta affermò alla platea dei propri sodali che “una sovranità sovranazionale, esercitata da una élite intellettuale e di banchieri mondiali, è sicuramente preferibile all’autodeterminazione delle nazioni ...”. E David Rockefeller, la cui famiglia ha finanziato il CFR, è il comune denominatore di tutti questi gruppi paralleli. Non solo è il presidente emerito del CFR, ma fornisce anche il suo personale supporto e continui finanziamenti alla Trilaterale, fondata e finanziata dal ‘nostro’ nel ‘73, al Council on Foreign Relations e al gruppo Bilderberg.
“Il Club Bilderberg. La storia segreta dei padroni del mondo” è un libro che traccia, attraverso una nitida e corposa documentazione, oltre ad episodi di ricatti e di minacce sulla vita vissuti in prima persona da parte dell’autore, il percorso della struttura mondialista nata nel 1954, in una piccola cittadina olandese, presso l’hotel Bilderberg.
Il “Bilderberg Group”, scrive Daniel Estulin a ragion veduta e molto consapevolmente, così come da un ventennio riportato dalle pagine di questo periodico - rivoluzionario e antimondialista - e non a caso un Tribunale della repubblica coloniale ce lo contesta in una sentenza di condanna, “ha il potere e l’influenza per imporre le sue politiche a tutte le nazioni del mondo. Abbiamo già visto quanto siano lunghi i suoi tentacoli, tanto da riuscire a controllare il Presidente degli Stati Uniti, il Primo Ministro del Canada, tutti i principali mass media operanti in Occidente, tutti i più importanti uomini politici, i principali personaggi del mondo finanziario e le banche centrali dei maggiori Paesi del mondo - tra cui la Federal Reserve degli Stati Uniti - il «Fondo Monetario Internazionale», la Banca Mondiale e le Nazioni Unite”.
James Warburg, figlio di Paul, uno dei fondatori del CFR e braccio destro del presidente F.D.Roosevelt, altro tipico esempio della casta finanziaria d’origine ebraica imperante nel pianeta, nel febbraio del 1950 rilasciò una dichiarazione ben precisa alla commissione senatoriale per gli Affari esteri degli Usa che suonò da monito: “Formeremo un governo mondiale, che vi piaccia o no, e lo otterremo o col consenso o con la forza”.
In Italia, il gruppo Bilderberg ha tenuto quattro incontri.Il primo nel 1957 a Fiuggi. Poi nel ‘65 e nel 1987 a Villa d’Este. Infine, nel 2004 a Stresa. Incontri ai quali non sono ammessi interlocutori, nè la stampa.Ameno che non si tratti di giornalisti sodali ed operativi con le strategie del gruppo semiocculto. Più italiani hanno, nel corso degli anni, partecipato ai lavori del Bilderberg. Da Franco Bernabè, vicepresidente di “Rothschild Europa” a John Elkann e Gianni Agnelli della Fiat; da Mario Monti, attuale premier e responsabile della Bocconi di Milano, a Paolo Scaroni dell’ENI; da Domenico Siniscalco, ministro di Economia e Finanze nel secondo e terzo governo Berlusconi ed uomo di “Morgan Stanley” a Roberto Ducci, Raffaele Girotti, Siro Lombardini, Cesare Merlini ed Ugo Stille partecipanti all’incontro del 1973 in Svezia. Eppoi Mario Draghi e Romano Prodi presenti, insieme a Tommaso Padoa-Schioppa, Elkann e Bernabè, all’incontro del 2009 in Grecia. Fino al ministro del centrodestra Giulio Tremonti.
Sin dall’origine degli incontri di tale sodalizio para-criminale, traspare in sintesi il delinearsi delle tracce della politica radicale neocon in auge nel Nord America, che ha caratterizzato il corso degli attuali eventi nella politica estera. Un tracciato compreso e tracciato da guerre di aggressione, da operazioni per il controllo geopolitico e geoeconomico delle nazioni in via di sviluppo, dall’accaparramento banditesco delle fonti energetiche, dal controllo del nucleare e dei flussi immigratori, utili per l’abbassamento coatto del costo della manodopera e del lavoro e d’un nuovo e segnato schiavismo. Tutto sommato alle deindustrializzazioni controllate lì ove il gruppo decide ed al controllo delle industrie siderurgiche e militari ove il gruppo di potere decide di investire. Addirittura la manipolazione della società attraverso una accurata campagna mediatica diretta ad infondere paura, terrore e controllo nelle masse planetarie, sviandole dai reali problemi e depistandole verso un ‘nemico’ aleatorio e virtuale. Vedi al-quaeda e bin laden, strumenti diretti ad uso e consumo delle agenzie di spionaggio nordamericano. Oltre al controllo delle nascite ed al decremento della popolazione, così come prospettato per l’Italia in una delle conferenze del Bilderberg, insieme allo smantellamento della propria industria pesante. “Uno dei segreti meglio custoditi - riporta Daniel Estulin, cfr.pag. 113 - riguarda al’accordo con cui un gruppo di grandi multinazionali - tutte appartenenti al “Bilderberg Group”, o al CFR, o alla NATO, o al “Club di Roma” o alla Trilaterale - controlla il flusso mondiale di informazioni: decide quello che vediamo in televisione, ascoltiamo alla radio e leggiamo sui giornali, sulle riviste, sui libri o su Internet”. Appena cinque multinazionali, del resto, controllano la vita, i consumi e le abitudini di oltre cento milioni di nordamericani.
Il progetto di un unico governo mondiale, con un singolo mercato globale, controllato da un unico esercito mondiale (la Nato), regolato da un’unica banca e che si avvia all’utilizzo di un’unica moneta, ha previsto delle tappe. Molte già realizzate. Ma qualche intoppo, vedi l’Iran Sciita ed Hezbollah, il socialismo radicato nelle identità nazionali andine, così come la battaglia per la liberazione della Palestina dal cancro ebraico-sionista, ha fatto segnare il passo al percorso voluto dal Bilderberg ed alle consorelle del CFR e della Trilaterale.
Il percorso mondialista sviluppato per l’egemonia su base planetaria, così come traccia anche Estulin, prevede un’unica civiltà internazionale che mira a distruggere identità e tradizioni nazionali; il controllo centralizzato delle persone, obbligate ad obbedire alle volontà della lobby voluta da Rockefeller; una società a “crescita zero”; un continuo stato di squilibrio psicologico, attraverso una serie di crisi costruite a tavolino in maniera tale da tenere i singoli in uno stato di continua prigionia fisica mentale ed emozionale. Poi, il controllo centralizzato di tutti i sistemi educativi, che avviene già attraverso la scuola e l’università, la televisione, internet ed i social network; il controllo centralizzato di tutte le politiche interne ed estere degli Stati-nazione; il rafforzamento dell’ONU; il mercato unico occidentale attraverso l’espansione dei trattati del NAFTA in tutto l’emisfero occidentale del pianeta, sud america compreso, in maniera tale da avere una “unione americana”, simile all’unione europea; l’espansione della Nato; un unico sistema legale, sistema liberticida che l’Europa ha avviato con il blasfemo “mandato di cattura europeo”.In ultimo, Estulin afferma che il governo semiocculto prospetta un unico “welfare state” socialista, tale da “instaurare un regime socialista del “welfare state”, in cui gli schiavi obbedienti saranno premiati e quelli ribelli verranno sterminati.
Ci appare superfluo affermare che le trame di potere del Bilderberg vengono districate ad ogni elezione dei presidenti degli Stati Uniti, di stampo democratico o repubblicano che sia, in maniera tale che Casa Bianca, Pentagono ed agenzie di controllo rispondano in maniera univoca alle direttive ed ai voleri del sistema unico di potere. Sia John Kerry che George W.Bush, così come Obama, sono finanziati sempre dallo stesso gruppo di potere - membri delle strutture citate.“Il fatto - aggiunge Estulin - è che conta poco chi vince: l’epicentro del potere rimane sempre tra le persone che vogliono imporre un unico governo mondiale, un unico mercato globale”.
Estulin (ma guarda un po’... siamo in buona compagnia) sottolinea, inoltre, il fatto che tutte le amministrazioni statunitensi sembrano salvaguardare più gli interessi di ...Israele che non quelli della nazione nordamericana.
Nel testo, del quale raccomandiamo la lettura, al di là di certe discrasie presenti e che tratteremo in sintesi alla fine, si documenta anche il coinvolgimento del Bilderberg nell’assassinio di Aldo Moro, episodio ulteriore della stagione della “strategia della tensione”, che ha segnato a suo tempo la sovranità limitata dell’Italia in politica estera, relegandola nella gabbia dell’atlantismo nel segno della politica filoisraeliana ed antiislamica. “Nel 1982 - cfr.pag. 71/72 -, John Coleman, un ex agente dell’intelligence che poteva accedere a tutti gli stadi del potere e a tutte le carte segrete, rivelò che ...Aldo Moro ... fu ucciso da killer gestiti dalla loggia massonica P2, allo scopo di piegare l’Italia ai voleri del “Club di Roma” e del Bilderberg, volti a deindustrializzare il Paese e a ridurne in modo considerevole la popolazione. In La Cerchia dei Cospiratori, Coleman afferma che le forze della globalizzazione volevano utilizzare l’Italia per destabilizzare il Medio Oriente, loro obiettivo principale. (...) Coleman descrive con dovizia di particolari la sequenza di eventi, che paralizzò l’Italia: il rapimento Moro e la spietata esecuzione della sua scorta, da parte delle Brigate Rosse, nella primavera del 1978 alla luce del giorno, e la sua successiva uccisione. Il 10 novembre 1982, in un’aula del tribunale di Roma, Corrado Guerzoni, un intimo amico della vittima, testimoniò che Aldo Moro ... «fu minacciato da un agente del “Royal Institute for International Affaire” (RIIA), mentre era ancora ministro».Coleman racconta che, durante il processo ai membri delle Brigate Rosse, «molti di loro testimoniarono di essere venuti a conoscenza dell’implicazione di un alto funzionario degli Stati Uniti nel piano per per uccidere Moro». Tra il giugno e il luglio del 1982, «la vedova di Aldo Moro testimoniò che l’omicidio di suo marito era stato il risultato di una serie di minacce alla sua vita, mosse da qualcuno che lei definì una figura molto importante della politica degli Stati Uniti».”
Il già citato Guerzoni, durante una fase del processo, fece esplicitamente il nome di Henry Kissinger. Precedentemente al caso italiano, il Cile di Allende conobbe sulle proprie spalle l’interessamento e le intromissioni di Kissinger, oltre a quelle della multinazionale IBM.
Nella realtà con Rockefeller, il defunto Gianni Agnelli, l’ineffabile Peter Sutherland (uomo della Goldman Sachs, ex direttore del GATT e del WTO e presidente della British Petroleum ...ricordate la catastrofe ecologica al largo delle coste meridionali degli Usa?) e Zibgniew Brzezinski, Kissinger è stato il più assiduo ed il più influente tra i partecipanti del Bilderberg. In pratica il nocciolo teorico che negli anni ha articolato, sviscerato e materializzato l’idea della globalizzazione.
Banche, fondi finanziari - più che illimitati e difficili da quantificare - potere politico, militare ed industriale permettono a questi individui di limitare le libertà a miliardi di persone, di accumulare risorse e profitti incommensurabili, di muovere guerre, di decidere vita e morte di governi e di irretire le coscienze attraverso un controllo ed un depistaggio dei mezzi di informazione davvero mefistofelico.
In sintesi si potrebbe scrivere che “la chiave per far sì che il potere si accentri nelle loro mani sta nel fatto di convincerci a «rinunciare alle nostre libertà, per far fronte a un comune nemico o a una crisi globale».”
È davvero curioso notare la simpatia, l’apprezzamento di David Rockefeller verso la rivoluzione cinese di Mao.
Così come dalla lettura del testo in questione emerge una verità storica ben precisa, inconfutabile. Ovvero la funzione fisiologica avuta dai filantropi, dai banchieri ipercapitalisti - gli antesignani del Bilderberg ...- nel finanziare la rivoluzione bolscevica e nel sostenere la scalata al potere di elementi quali Lenin e Trotskij. In tal contesto un ruolo di primo piano, ancora, lo ebbero i Rockefeller.
“Fin dagli anni ‘20 - scrive Estulin -, gli interessi del duo Morgan-Rockefeller hanno giocato un ruolo determinante in molti accordi commerciali pro-Sovietici. Costoro controllavano le più importanti aziende che facevano affari con la Russia sovietica ...Nel 1926, la “Vacuum Oil Company”, una proprietà di Rockefeller, firmò un accordo con l’azienda sovietica “Naphta” per commercializzare il petrolio sovietico nei Paesi europei, attraverso la Chase National Bank (anch’essa di Rockefeller). Tal gruppo di potere bancario e finanziario, oltre a sostenere Stalin durante la II Guerra Mondiale, trasferì sin dagli anni ‘50 nella Russia sovietica tecnologia bellica prodotta negli USA.
Potremo adesso apparire presuntuosi. Negli anni dalle nostre voci, dalla nostra carta stampata, dalle nostre articolazioni e denunce, dalla nostra esigenza di ricerca della verità storica, quanto compreso nelle pagine del pregevole testo di Estulin - uomo caparbio, coraggioso e generoso, sopra tutto un uomo libero - era stato gridato a gran voce. Ci han presi per complottisti, per visionari, ci han censurati, denunciati, presi per ...pazzi!
Ma osiamo affermare fermamente e lucidamente che per arrestare l’ondata usurpatrice mossa dalle strutture mondialiste, così come per sconfiggere la ristrutturazione neoliberista della società, bisogna uscir fuori ed abbattere ogni logica capitalista e struttura che ne avalli la funzione. “Le attuali democrazie rappresentative - leggiamo nel libro oggetto della nostra recensione - si basano su governi “eletti” ...i quali possono essere “scaricati” creando delle “crisi orchestrate a tavolino” tramite un terzo potere (chiamato “sistema delle banche centrali indipendenti”, che di fatto li finanzia.
Negli Stati Uniti, questa banca centrale si chiama “Federal Reserve” ed è un istituto privato strettamente collegato al Bilderberg. In Europa, abbiamo la “Banca Centrale Europea”, le cui politiche monetarie sono stabilite dall’élite del Bilderberg, di cui fa parte il suo presidente, Jean Claude Trichet”.
Una nota finale. Una critica fondata che non sappiamo se Estulin leggerà mai.
Nella esplicazione della sua analisi, il giornalista canadese afferma (pag.108) che, durante il periodo di isolazionismo tra le due guerre mondiale negli Usa, “ ...nessuno si accorse della somiglianza di obiettivi che vi era tra il nazismo e il progetto di un nuovo ordine mondiale”, così come auspicato dai sostenitori d’un mondo unico.
A parte la lungimiranza e la chiarezza della dottrina nazionalsocialista a sviscerare la questione finanziaria e dell’usura apportata ai danni delle nazioni europee, in primis la Germania, prede dell’egemonia del grande capitale che nella realtà aveva affamato e derubato, oltre a succhiarne il sangue, i popoli d’Europa, la geopolitica del NSDAP guardò unicamente ai territori dell’Est. Agli immensi territori che compongono il cuore del continente euroasiatico, onde assicurare la pace, la libertà, lo sviluppo e il benessere all’Europa.
Nel pensiero e nella dottrina hitleriana non aleggiarono minimamente, in nessun contesto, progetti di egemonia planetaria. A Hitler non interessava minimamente l’intero continente americano, né l’Australia, né l’Africa o l’Estremo Oriente. L’Indonesia ed Hong Kong. Neanche il sud d’Europa, come lo stesso Tirolo. Intervenne militarmente nei Balcani e in Nord Africa unicamente per salvare dalla disfatta lo sbrindellato alleato italiano, militarmente nei mezzi a disposizione non idoneo ad una guerra di tal portata, i cui stati maggiori già tramavano con la massoneria d’Oltremanica.
Altro non c’è da aggiungere.
Leggete, in ogni caso, “Il ClubBilderberg”. La comprensione del suo contenuto Vi porterà a conoscere il lato occulto della politica. La regia segreta che tien per mano il nostro destino. Leggete - che lo facciano prioritariamente i nostri ‘controllori’ - ed avrete la consapevolezza di quale dannazione siamo i destinatari. Pur se i mondialisti, i banchieri filantropi ed i sodali del progetto sinarchico, mai potranno acquistare l’animo e l’onore degli Uomini liberi.

venerdì 15 gennaio 2010

La sinistra fascista e il “nuovo fascismo”

Tra le varie “anime” del movimento fascista, la corrente “sinistra” fu certamente la più rivoluzionaria e la più interessante, che non nacque col Fascismo e con questo perì, ma che comunque vi confluì con entusiasmo, contraddizioni e originalità, apportandovi contributi di grande valore.
Essa ha risvegliato ultimamente notevole interesse nella storiografia moderna, fruttando studi di estremo rilievo come Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona di Luca Leonello Rimbotti (Settimo Sigillo, Roma 1989), Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla Cgil (1928-1948) di Pietro Neglie (Il Mulino, Bologna 1996) e Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica di Paolo Buchignani (Mondadori, Milano 1998).
Ma un contributo davvero imprescindibile rimane comunque La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato di Giuseppe Parlato (Il Mulino, Bologna 2000), sia per il suo ampio respiro e l’efficace sintesi che per l’analisi circostanziata dei miti, delle proposte originali e dell’afflato rivoluzionario che animò gli esponenti della sinistra fascista.
Il prof. Parlato, esponente di punta della scuola defeliciana, traccia nella sua opera, con altissimo spessore scientifico, la storia di questo movimento sui generis: dalle origini prefasciste e gli sviluppi protofascisti al movimentismo ante-Marcia su Roma, dalla “grande crisi” a seguito della svolta autoritaria del Regime nel 1925 alla renaissance del periodo imperiale e poi bellico, dall’esperienza della Repubblica Sociale sino ai differenti esiti nel dopoguerra.
Veniamo così a contatto con personalità quali Edmondo Rossoni, Curzio Malaparte, Sergio e Vito Panunzio, Ugo Spirito, Angelo Oliviero Olivetti, Bruno Spampanato, Tullio Cianetti, Giuseppe Landi, Giuseppe Bottai, Berto Ricci, Edoardo Malusardi, Riccardo Del Giudice, Felice Chilanti, Luigi Fontanelli, Paolo Orano, Amilcare De Ambris (fratello di Alceste), Eno Mecheri, Ugo Manunta, per non dire di tanti altri.
È doveroso tuttavia premettere che la sinistra fascista non fu mai un blocco unitario, con un’ideologia e un progetto organici, bensì vi si colgono sfumature, differenze, talvolta scontri, non sempre pacifici. Eppure questa corrente è riconoscibile grazie a caratteristiche inconfondibili quali “un forte e consapevole spirito antiborghese”, “una polemica contro il modello capitalistico di produzione”, “un radicato senso della socialità, che si espresse nel culto della comunità tipico del periodo squadrista ovvero nell’attenzione nei confronti delle classi meno abbienti e delle problematiche sociali”, “una interpretazione della politica come rivoluzione” e il “rifiuto della democrazia liberale e la contemporanea rivendicazione, in prospettiva, di una democrazia popolare totalitaria di matrice roussoviana”.
La nascita di questo movimento politico-ideale va ricercata, innanzitutto, nel Risorgimento progressivo e popolare di Mazzini, Garibaldi, Ferrari e Pisacane – esponenti di un socialismo non marxista e nazionale –, contrapposto al Risorgimento liberale e compromissorio di un Cavour il cui esito era stato il giolittismo, che il Fascismo avrebbe dovuto demolire. Il risorgimento mazziniano e garibaldino è stato, infatti, un riferimento fondamentale per la sinistra fascista, e il suo richiamo ebbe un risveglio dirompente in Rsi all’approssimarsi della fine.
Altro precedente e mito costante dei “fascisti rossi” fu quel sindacalismo rivoluzionario di cui Filippo Corridoni era il massimo rappresentante, e che non mancò di essere la stella polare del sindacalismo fascista. Il Fiumanesimo, inoltre, con la sua carica rivoluzionaria, sia a livello estetico ed esistenziale che politico, fu oggetto di studio e riferimento culturale della sinistra fascista, in particolare relativamente alla Carta del Carnaro di Alceste De Ambris.
Dunque, “nel periodo che va da San Sepolcro al 1925, essa [la sinistra fascista] si manifestò nel sindacalismo rossoniano, nello squadrismo, nell’avanguardismo giovanile e nel ruolo di alcuni intellettuali atipici dei quali il più significativo rappresentante fu Malaparte”. E infatti Rossoni fu il punto di riferimento della sinistra fascista in questo primo momento – con la sua attività sindacale e la rivista “La Stirpe” –, fautore e alfiere di quel “sindacalismo integrale” che alla fine fu bocciato. Ed è proprio alla fine degli anni Venti con il cosiddetto “sbloccamento” (ossia la frantumazione delle organizzazioni sindacali fasciste) e con la svolta del ‘25 che la sinistra fascista entrò in un periodo di crisi, non mancando tuttavia dibattiti e vivacità intellettuale.
Con la Guerra d’Etiopia, invece, le tematiche “di sinistra” tornarono d’attualità, anche grazie alla “presenza di un agguerrito mondo universitario”, alla “progressiva acquisizione di un ruolo politico del sindacato” e al “concomitante affermarsi dello Stato sociale”. Aggiungendo, ovviamente, la polemica antiborghese suscitata da Mussolini che, se nel Duce era essenzialmente critica di costume, dagli ambienti della sinistra fascista fu combattuta con un più concreto approccio socio-economico, come si può evincere dal “bestseller” Processo alla borghesia (1939), raccolta di saggi curata da Edgardo Sulis e a cui partecipò anche Berto Ricci. Questa rinascenza fu definita dal De Felice il “nuovo fascismo” – in opposizione a quello che lo stesso Mussolini chiamò il “Fascismo che invecchia” –, ossia un periodo di grande rinnovamento culturale, in cui i “fascisti rossi” erano decisi a portare il Fascismo alle sue estreme conseguenze, rianimando quella Rivoluzione che aveva rallentato a causa delle resistenze dell’ala moderata della classe dirigente fascista.
Il sindacato e i Guf si fecero interpreti di questa nuova stagione con contributi culturali di altissimo livello, attraverso riviste come “Il Lavoro Fascista” di Luigi Fontanelli, “L’Ordine corporativo”, “Il Maglio”, “Cantiere”, “L’Universale” di Berto Ricci, “Primato” di Giuseppe Bottai, “La Verità” di Nicola Bombacci, senza contare i numerosissimi fogli universitari.
La polemica antiborghese, in particolare, generò acute riflessioni sui meccanismi di produzione vigenti in Italia, constatando che si dovevano fare i conti con i residui del capitalismo liberale, realizzando finalmente lo Stato corporativo che – fino ad allora – aveva sì frenato l’ingordigia del «padronato» e migliorato vistosamente le condizioni dei lavoratori, ma non era ancora riuscito a trasformare strutturalmente il sistema economico italiano, condicio sine qua non per fare veramente la Rivoluzione: “Superamento del salario, programmazione economica e nuova concezione della proprietà privata rappresentarono pertanto i tre momenti attraverso i quali si tentò di trasformare il fascismo in una forza sociale e rivoluzionaria, in grado di incidere profondamente nella situazione sociale, economica e produttiva del Paese”.
In questo senso vi furono dibattiti e proposte per l’elaborazione di un originale concetto di proprietà privata in grado di superare sia la tirannia di quello liberale che quello collettivista di stampo sovietico, i cui esiti furono raccolti nella ponderosa opera La concezione fascista della proprietà privata (1939), “summa del pensiero fascista sulla questione sociale”. Fu altresì sostenuta la necessità del superamento del salario, inquadrata nell’ottica dello Stato corporativo – problema ben delineato nel volume di Felice Chilanti ed Ettore Soave Dominare i prezzi e superare il salario (1938).
Il progetto della sinistra fascista fu, dunque, quello di rendere il lavoro non più oggetto, bensì soggetto dell’economia, attraverso l’autonomia delle masse lavoratrici, l’autogoverno delle categorie e l’autodisciplina nell’educazione alla responsabilità e alla coscienza politica, ossia i cavalli di battaglia del sindacato.
E fu proprio il lavoro il nuovo mito dei «fascisti rossi», inteso come mistica e come pedagogia rivoluzionaria.
Già Luigi Volpicelli, che aveva collaborato con Bottai alla Carta della Scuola, aveva denunciato e contestato la scissione avvenuta tra lavoro e cultura. Un vecchio preconcetto, infatti, proprio della società borghese, voleva che la vera cultura fosse essenzialmente umanistica, escludendo così il sapere tecnico dalle categorie di scienza e cultura; lo stesso Gentile, nella celebre Riforma della Scuola (1923), non si era totalmente discostato da questo fallace pregiudizio, sicché Bottai dovette rivedere questa impostazione con la già citata Carta.
Le polemiche furono roventi, e la sinistra fascista non mancò di armare le proprie bocche da fuoco, capitalizzando numerosi successi e propagandando quello che doveva essere il vero spirito rivoluzionario del Fascismo; ad esempio sempre Edgardo Sulis scrisse, nella sua Rivoluzione ideale (1939), che “la misura della civiltà è il lavoro umano”. Se nel soldato, quindi, il Fascismo aveva visto il proprio mito negli anni Venti, negli anni Trenta dovevano essere i lavoratori la nuova aristocrazia italiana, senza distinzione alcuna tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, il nerbo rivoluzionario dello “Stato Nuovo”, in cui “il lavoro cessa di essere una merce per assumere il ruolo di soggetto dell’economia, uno Stato collettivo e totalitario mirante a portare (non solo giuridicamente ma concretamente, cioè nella cultura, nella morale, nel costume, ecc.) le classi e categorie proletarie sullo stesso piano delle classi e categorie intellettuali o detentrici degli strumenti della produzione”.
Lo stesso Gentile rivide le proprie posizioni, formulando il concetto di umanesimo del lavoro in Genesi e struttura della società (pubblicato postumo nel 1946), “forse il suo libro più bello, comunque, il libro suo più innovatore e rivoluzionario” secondo il giudizio dell’allievo Ugo Spirito.
La mistica del lavoro doveva pertanto essere il mezzo attraverso il quale creare una nuova socialità, base dello Stato Nuovo, “socialità – come scrisse Mariano Pintus – che è senso di responsabilità, dominio della competenza, primato dello spirito ed esaltazione non retorica dell’onestà”, giacché “la Rivoluzione fascista è anzitutto una rivoluzione sociale che dalla forza viva e sana del popolo esprime nuovi valori, forma nuove gerarchie”. La nuova civiltà fascista è pertanto la “civiltà del lavoro”, a cui fu dedicato non a caso il noto e omonimo Palazzo all’Eur in occasione del Ventennale.
Sia la tematica del lavoro che la polemica antiborghese, quasi fondendosi, animarono gli intrepidi spiriti dei giovani dei Guf, e proprio dall’università giunsero le più interessanti manifestazioni della nuova cultura fascista, prima teorizzata, poi applicata, con conseguenze rilevanti per lo stesso periodo postbellico: “Alla cultura classica si stava sostituendo la formazione tecnica e scientifica, all’otium borghese un sapere ‘attivo’ sempre più finalizzato alle trasformazioni sociali, alla contemplazione estetica un’arte etica e pedagogica. Di qui la indispensabilità di una cultura e di un intellettuale militanti, nuovo modello di impegno destinato a superare il concetto di cultura tipico dell’epoca liberale, lontano dalla politica, neutrale, privo di passione civile”.
A questa poderosa rivoluzione culturale diede man forte una rivista come “Il Bargello”, organo ufficiale del fascio fiorentino, in cui personaggi come i giovani Elio Vittorini, Vasco Pratolini e Romano Bilenchi proponevano tematiche letterarie d’avanguardia, con l’intento di “creare una letteratura per il popolo, che evidenziasse le tendenze della società moderna; stabilire un rapporto tra cultura e mondo del lavoro, con particolare attenzione a temi quali la lotta all’analfabetismo, l’urbanesimo, le condizioni di vita delle masse operaie e contadine; elaborare una cultura che suscitasse la creazione di una coscienza sociale e rivoluzionaria; condurre una critica serrata della letteratura d’evasione e decadente, in nome di un verismo e di un realismo da applicarsi nei diversi rami della cultura”.
Il verismo e l’impegno nel sociale, che privilegiavano la quotidianità e la sua autenticità, generarono conseguentemente un rifiuto e una critica severa al “decadentismo e all’intimismo, al lirismo nostalgico, alla letteratura dei sentimenti, bollati unanimemente dai giovani universitari come borghesi”, tanto che la rivista “Libro e Moschetto” lanciò alla fine del 1939 una significativa Inchiesta sul romanzo, cui partecipò anche Ezra Pound. Da qui le fiere rivendicazioni di Sergio Lepri: “La nostra attuale narrativa (…) è quasi sempre un racconto non di vita aderente a una realtà attuale, ma di una vita mediata dalla memoria, dove il centro lirico è posto in una ricerca di smarrite stagioni (…). Vorremmo, ma questo forse lo permetterà unicamente una mutata realtà sociale e la conclusione di quel rinnovamento della società che è oggi in atto, che il racconto non fosse solo confessione e memoria (…) ma presenza attiva dell’uomo, centrato nel suo destino e nella sua volontà”.
Se quindi in ambito letterario gli alfieri della nuova poetica sociale furono Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Luigi Bartolini e Cesare Pavese, per quanto riguarda le arti figurative i giovani fascisti si ispirarono a Manzù, Guttuso, De Chirico e, soprattutto, a quel Sironi stile anni Trenta che celebrava con le sue opere la nascente “civiltà del lavoro”.
I Guf iniziarono inoltre una polemica verso il razionalismo piacentiniano, teorizzando una nuova architettura che si occupasse prevalentemente dell’edificazione di case popolari, per la quale si cercava di elaborare un’estetica in grado di esaltare la figura del lavoratore in cui il lavoratore stesso – benché incolto – si riconoscesse.
Ma è soprattutto all’arte cinematografica che gli universitari fascisti dedicarono la loro attenzione, rivestendo un ruolo indiscusso d’avanguardia, attraverso la funzione fondamentale del documentario dei CineGuf. Come si può osservare – e come è abbastanza noto, eccetto ritardi oramai ingiustificabili – il neorealismo nasce ben prima del dopoguerra, e specificamente con il Fascismo grazie alle proprie avanguardie giovanili.
Immediata conseguenza di questa nuova stagione culturale fu la rivalutazione del lavoro manuale e del sapere tecnico-scientifico, come ben sintetizzò Angelo Da Prato: “Noi vogliamo fare discendere (…) la scuola dalla cattedra, fuori spesso dal mondo e assorta in vuoti razionalismi celebrali, verso la vita (…). Questa nuova affermazione del concetto di lavoro (…) parte cioè dalla ribellione contro il concetto liberale-borghese del lavoro e dei suoi valori, secondo cui il lavoro era ancora il triste fardello cui l’uomo era costretto ad essere legato”.
Fu con la guerra civile spagnola, e il relativo impegno bellico italiano, che i “fascisti rossi” si distinsero con posizioni fuori dal coro, dietro un mal dissimulato unanimismo, tanto che il sindacato e intellettuali anticonformisti del calibro di Berto Ricci si profusero nella difesa de “Il Lavoro”, rivista dei portuali genovesi, e “I problemi del lavoro” di Rinaldo Rigola, apertamente schierati al fianco dei repubblicani iberici e pertanto contro il conservatorismo e le forze cattoliche reazionarie di Franco.
Al contrario il conflitto mondiale fu sostenuto dalla sinistra fascista in quanto guerra “rivoluzionaria”, “di indipendenza” o addirittura “di liberazione” combattuta dai “popoli giovani e proletari” contro le “demoplutocrazie” occidentali: “Questa è una guerra che deriva necessariamente da tutta la politica sociale svolta da anni dal Regime (…): è l’ultimo colpo di spalla, quello decisivo, contro un sistema plutocratico che si opponeva dall’esterno a che il popolo italiano avesse il giusto profitto del suo lavoro nel mondo”.
Si rianimò quindi la polemica antiborghese, che vide tra i protagonisti Camillo Pellizzi, presidente dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura oltre che direttore di “Civiltà Fascista”, il quale scrisse violentemente che «il nostro “ordine” non può essere, evidentemente, l’ordine dei borghesi», rincarando poi la dose in merito alla guerra contro le demoplutocrazie e l’Unione Sovietica, affermando: “Si parli pure di difesa della civiltà, ma è indispensabile non gravare tale concetto di un senso statico e conservatore: poiché civiltà è sempre sistema ed equilibrio di forze spirituali, liberamente creatrici. Una civiltà conservatrice è, idealmente, un non senso. Una civiltà che può essere solo difesa, è come morta. La civiltà si difende sviluppandola, trasformandola”.
Prima del 25 luglio è poi da segnalare l’interessantissimo progetto di Tullio Cianetti, ministro delle Corporazioni dal febbraio del ‘43, “senza dubbio il più intelligente e più famoso interprete di quella linea populista che del fascismo cercava di cogliere l’aspetto sociale”.
Ebbene, Cianetti intendeva perseguire i presupposti del disegno economico fascista, potenziando e realizzando finalmente lo Stato corporativo. Assumendo l’eredità di Rossoni e Luigi Razza, il neoministro preparò le varie riforme atte allo scopo: effettiva funzione legislativa delle Corporazioni (che la Camera dei Fasci e delle Corporazioni possedeva solo parzialmente), l’agognato autogoverno delle categorie (antico mito del sindacalismo), pianificazione dell’economia (non più delegata allo Stato ma alle Corporazioni, che finalmente si dovevano costituire Stato esse stesse). Il tutto inserito in quel progetto di “democrazia totalitaria” che era la meta dichiarata della sinistra fascista, una volta esauritasi la dittatura.
Il piano elaborato da Cianetti, avallato da Mussolini, non fu di possibile attuazione, a causa della caduta del Regime. Ma le intenzioni erano state espresse, la strada da percorrere indicata e delineata, come dimostra la scelta del Duce di aver affidato il ministero a Cianetti.
E così, con la fine del Fascismo e la sconfitta bellica, i sogni e gli ideali dei tanti giovani che avevano creduto nella Rivoluzione fascista, portatrice di una nuova civiltà, si spensero nel sangue, proprio mentre la Repubblica Sociale lasciava il proprio testamento alle generazioni future con la Socializzazione delle imprese.
È così inaccettabile la tesi secondo cui il Regime, reazionario e liberticida, avrebbe soffocato l’anelito rivoluzionario e ingenuo delle giovani leve, destinate all’insuccesso e alla frustrazione. Il gradualismo pragmatico e politicamente intelligente di Mussolini, infatti, non escludeva affatto l’effettiva realizzazione della Rivoluzione fascista (i cui presupposti e traguardi erano stati esplicitamente delineati), anzi le ultime scelte del Duce confermano irrefutabilmente che il “nuovo fascismo” lo avrebbe costruito in buona parte quella “giovane sinistra” che – come mette ben in rilievo il prof. Parlato – “sarebbe stata la classe dirigente del fascismo se esso fosse durato oltre il dramma del conflitto”.
Ed è proprio da questo appuntamento perso con la storia, la quale con quella generazione d’Italia fu particolarmente severa e ingenerosa, che nacque questo “progetto mancato”, che è stato senza dubbio il più affascinante e più rivoluzionario che l’Italia postunitaria abbia mai conosciuto.
di Augusto Trifulmine articolo apparso su "Rinascita"

sabato 20 settembre 2003

Un contadino del mondo", ("Paysan du monde")

da "Avanguardia" n° 212 - Settembre 2003

José Bove

"Feltrinelli editore, Milano 2003, pagine 225, € 14,00

«Non si può condurre una battaglia vincente senza identità: l'identità radica la battaglia, le fornisce senso. (...) La lotta ha sempre un'origine: è l'elemento fondamentale per il suo esito vittorioso ...»

Rispetto al precedente "Questo mondo non è in vendita", che ha rappresentato una sorta di manifesto del pensiero "Larzac" (1), l'ultimo lavoro di Bove conduce il lettore attraverso le azioni politiche, i viaggi, le lotte, gli incontri che hanno caratterizzato gli ultimi anni di questo contadino no global -come lo definiscono i giornalisti-, mentre accosterei la sua visione più a quella dell'ancien regime che non alla moderna contro-globalizzazione.

Nonostante sia un libro abbastanza breve e ricco di argomenti, per me molto interessanti, devo ammettere che ho iniziato a sfogliarlo in maniera svogliata e infastidita: svogliata forse per questo clima estivo (tropicale) che intorpidisce corpo e mente, infastidita perché per una volta avrei voluto leggere le «gesta» di personaggi (viventi) antagonisti e vicini al nostro pensiero... il che appare un'impresa impossibile.

Mi aspettavo, dunque, la solita sequela odiosa di successi in azioni che noi non potremmo mai permetterci nemmeno di immaginare, di viaggi che non faremo mai, di consensi politici e sociali che non avremo mai, di plausi che non sentiremo mai, di eserciti che non sfideremo mai! ... ecc., ecc., ed in buona sostanza questo volumetto non si distanzia da tutto ciò.

Quello che un lettore come me proverà di fronte ad esso è pura, semplice, bieca, abietta invidia; lo ammetto. Scordatevi la possibilità che noi si riesca solo ad escogitare anche la più banale delle dimostrazioni che fanno Bove e i suoi compagni. Non possiamo calare i nostri stendardi su una barca in un atollo del Pacifico di fronte ad una qualsiasi marina militare e sperare di sopravvivere ad un'esperienza del genere senza all'attivo, nemmeno una notte in una squallida segreta di qualche Alcatraz di oltreoceano! Bove e la sua ciurma l'hanno fatto.

Ciononostante, José Bove, come tutti sanno, è ospite delle proprie patrie galere (e lo sarà ancora per molto) per aver distrutto diversi ettari di campi OGM e per aver devastato un McDonald's in Francia. A questo piccolo agricoltore va quindi tutto il mio rispetto, non solo per aver pagato un prezzo molto alto -la libertà- in virtù del giusto smontaggio (per dirla alla Bove) dei simboli del nuovo ordine mondiale, ma anche per la natura specifica e speciale della sua battaglia, sigillata da queste splendide parole: «La storia umana e le battaglie che l'attraversano hanno un denominatore comune: la rivendicazione si accompagna sempre a una dimensione spirituale, indipendentemente dalle culture. Questo aspetto mi sembra molto importante, tuttavia è sempre stato più o meno negato: le lotte sono state razionalizzate all'interno di una concezione materialista che in definitiva nega il ruolo dell'uomo nella storia a vantaggio di una tecnica o di un'analisi cosiddetta "scientifica". Infatti, ogni volta che la battaglia rinasce, ogni volta che aumenta la propria portata, la dimensione spirituale ritorna. (...) Sempre e ovunque è possibile riconoscere l'aspirazione a condurre una battaglia con un significato preciso, e non solo con aspirazioni materiali».

Tale è il sentimento che anima la battaglia di José Bove, una persona tenace e fiera che ha dedicato la vita ad un ideale di rivolta contadina; la stessa persona che fa proprie le parole di Victor Segalen (2), il quale, a proposito della passività della società polinesiana, affermava: «Camminano felici e incoscienti verso la fine della loro razza». Il che potrebbe essere applicabile a chiunque e non credo ci sia bisogno di aggiungere altro!

Certo, non sto dicendo che Bove sia un camerata (!), ma è notevole che abbia dato un così grande rilievo all'aspetto spirituale -negando in toto quello materiale- che anima la rivolta e che lega l'uomo -il contadino- alla propria terra, mentre non mi è mai capitato di leggere nel suo libro il minimo accenno che riconduca la miseria dei popoli moderni alla mera lotta di classe.

In Bove convivono, però, due aspetti di forza eguale, ma opposta: il primo, riscontrabile in un'innata ed indomita tradizionalità sviluppatasi, ritengo, in virtù del rapporto privilegiato con la terra, la natura, le stagioni, il lavoro sui campi e grazie alla lontananza dalla fiacca e laida vita urbana: il secondo aspetto è figlio di un'educazione libertaria, a sua volta scaturito dall'insidioso e idiota lavaggio del cervello che le generazione post-seconda guerra mondiale hanno dovuto subire.

Tali elementi sono imprescindibilmente amalgamati nell'azione e nell'opera di Bove, con tutte le contraddizioni e la confusione che ciò comporta; può capitare di esaltarsi dopo la lettura di un passo a contenuti fortemente tradizionalisti e conservatori e, subito dopo, nausearsi a tal punto da tornare pagine e pagine indietro per verificare se effettivamente questo stesso uomo è stato capace di affermare cose così lontane o se per errore abbiamo letto frasi inesistenti... Un esempio: come può Bove parlare di dimensione spirituale (vedi frase sopra citata) e, esponendo i fatti della conferenza ministeriale del WTO (3), descrivere in questo modo l'arrivo di gruppi antivivisezionisti: «Una leggera ombra. Loschi gruppi del tipo Partito della legge naturale (4) e altri gruppi antivivisezionisti con i loro abiti neri» e, invece, in questo modo l'arrivo di ben altri gruppi: «Un'altra dimostrazione di coraggio. Il gruppo delle lesbiche che circola a seno nudo per tutta la giornata, nonostante l'aria fresca e l'alternanza tra sole e pioggia».  Forse è semplicemente pazzo.

Ad ogni modo, volevo avvertire il lettore dell'esistenza di questa sindrome Dr Jeckill & Mr Hide di cui José Bove sembra soffrire, prima di giungere al cuore della sua breve trattazione.

Come anticipato, "Un contadino del mondo" è un viaggio attraverso le tappe più significative che Bove e la sua organizzazione contadina hanno compiuto nel corso degli ultimi venti anni.

Nella parte introduttiva è presente una sintesi dell'attività e del pensiero di "Via Campesina", di come è nata e si è sviluppata; Bove non lascia nulla al caso, non da mai niente per scontato. È manifesta nella sua intenzione la volontà di comunicare attraverso gli scritti così come attraverso la lotta; aggiungerei che, molto intelligentemente, Bove ha trasformato i propri libri in supporti ideologici alle azioni dirette.

Raccontare le esperienze in Nuova Caledonia, Messico, Canada, Cuba, ecc. è lo spunto per esprimere ideali di rivolta che poco hanno a che spartire con l'ambiente da cui provengono. Tutte le realtà (Brasile, India, Palestina ...) conosciute da Bove conservano un potente e primordiale attaccamento al territorio di provenienza. Egli stesso afferma apertamente che «Quando i movimenti si collocano nella cultura profonda di persone mobilitate per una battaglia, quando sono legate a un territorio, quando attingono dalle proprie radici e dalla propria cultura i mezzi e le forme di lotta, vincono. (...) Non si può condurre una battaglia vincente senza identità: l'identità radica la battaglia, le fornisce senso. (...) La lotta ha sempre un'origine: è l'elemento fondamentale per il suo esito vittorioso. Una simile riflessione non è mai stata presa in considerazione dagli intellettuali, desiderosi soprattutto di universalismo».

E a questo punto, prima di continuare -perché il periodo prosegue in modo troppo importante per essere omesso- vorrei aprire una parentesi. Bove parla di identità, ma non solo; parla di identità in opposizione all'universalismo! È un concetto distante dal casellario in cui siamo abituati a porre certi personaggi e movimenti. La maggior parte del movimento no global (o new global come giustamente alcuni lo hanno ribattezzato) non è assolutamente contrario alla globalizzazione. Anzi! È favorevole alla caduta dei confini, delle dogane, e ben disposto al mescolamento di etnie, popolazioni, razze e religioni proprio perché il principio ispiratore di queste masse pensanti (?) è libertario ed egualitario. È contrario all'imposizione di un commercio dominante, ma non c'è dubbio che, laddove debba esistere uno scambio commerciale, questo dovrà essere su scala globale.

Bove parla invece di identità, il frutto proibito, e si permette anche di lanciarsi in un'aspra critica alla Russia sovietica, a Lenin ed agli intoccabili intellettuali rivoluzionari Onestamente non sono queste le parole che mi aspettavo di leggere: «In realtà ciascuno è radicato in un luogo, in una cultura, sia essa locale o sociale come la cultura operaia. Quest'ultima si è creata nel XIX secolo a partire da una nuova situazione: si è costruita cioè sullo sradicamento delle persone dall'ambiente rurale, per poi strutturare una nuova identità data dall'accesso a una nuova cultura, a un nuovo modo di abitare e lavorare. L'errore di molti intellettuali rivoluzionari è stato quello di voler considerare questa nuova cultura operaia come un archetipo inglobante di tutta la realtà sociale, mentre in realtà rappresentava una dimensione specifica. La riflessione rivoluzionaria fondata sulla cultura operaia ha negato il resto facendo dell'operaismo una cultura generale. Inoltre ha introdotto l'assioma della superiorità di una classe operaia salvatrice. Questo concetto si ritrova fin dall'inizio della Russia sovietica, nel 1921, con la nuova politica economica, e poi l'anno successivo, con la creazione dell'URSS, quando Lenin omogeneizza tutti i paesi dell'Unione all'interno di un modello che nega la specificità dei territori e delle loro culture» (...).

Sostituisci la parola cultura con la parola tradizione e hai fatto di José Bove un nazionalsocialista! Estremizzazioni e battute a parte, questo breve testo è profondamente complesso ed articolato e, eliminate le follie di cui Bove è capace, rappresenta un quadro illuminante sulle origini, evoluzioni e motivazioni del cammino neoliberista, con una attenta analisi della capacità distruttiva e alienante di ciò che molti considerano dogma -indietro non si torna- e unica soluzione.

Bove ci svela la menzogna che muove il mercato, ci illustra i colpevoli passati, presenti e futuri e, nonostante io non sia affatto d'accordo con il suo approccio pacifista e non violento -e sempre tacendo le aberrazioni che talvolta riesce a scrivere-, devo ammettere che il suo è un buon modo per dare un senso alla propria esistenza. Peccato che -come al solito- il nome dei veri colpevoli non esca fuori, chissà come mai!

In conclusione: da leggere, assolutamente; perché se anche contiene delle pagine da strappare, ha il merito di far riflettere.

Veget Aryan

Note:

1) Larzac -villaggio ubicato all'interno del dipartimento del sud della Francia dell'Averyron- è la zona in cui si trova il collettivo "Via Campesina" di piccoli agricoltori rappresentati da José Bove;

2) Victor Segalen fu medico, viaggiatore, archeologo appassionato di antiche civiltà, avventuriere, scrittore e poeta (Brest 1878 - Huelgoat 1919). I suoi scritti -tutti postumi- vengono paragonati a quelli di Celine, Eliade, etc.;

3) La protesta che ha accompagnato il vertice di Seattle del World Trade Organization è da molti considerata come l'inizio del movimento no global;

4) In effetti il PLN è un po' inquietante... http://www.pln.it - vedere per credere!

«La maggioranza della popolazione mondiale vive grazie all'agricoltura. Dal 1995, quando è stato creato il WTO, le persone che soffrono la fame sono aumentate da 800 a 850 milioni. Non si possono obbligare Pesi poveri ad aprire le loro frontiere a importazioni agricole a prezzi inferiori a quelli interni. Se non viene rafforzata la capacità interna di produzione, se non vengono protetti i mercati locali, poi regionali e nazionali, non ci sarà sviluppo possibile. Il rischio, al contrario, è di provocare esodi massicci delle popolazioni rurali: si creerebbero delle città con 100 milioni di abitanti, sarebbe una catastrofe. È per questo che chiediamo il diritto alla sovranità alimentare. Noi vogliamo che fallisca il vertice del WTO a Cancun, perché bisogna bloccare la liberalizzazione dei mercati che ha portato finora solo conseguenze negative»

José Bove