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lunedì 1 aprile 2019

"La guerra ha terminato"



La guerra di Spagna e il "debito" Italiano.
Il 1° aprile 1939, Francisco Franco annunciò via radio la fine della guerra civile spagnola, sancendo la vittoria definitiva dei nazionalisti sulle forze repubblicane dopo quasi tre anni di conflitto.
Con il proclama "La guerra ha terminato", Franco instaurò una dittatura , chiudendo il conflitto iniziato nel 1936 e dando inizio al periodo franchista.
Francisco Franco rimase capo e dittatore della Spagna – la nomina ufficiale era caudillo, che significa “leader” – per i trentasei anni successivi alla fine della guerra, dal primo aprile 1939 fino al giorno della sua morte, il 20 novembre 1975.
Negli anni il suo regime ebbe lievi aperture dal punto di vista politico e grandi aperture dal punto di vista economico.
Pochi anni prima della sua morte, nel 1969, Franco decise che il principe Juan Carlos, nipote del vecchio re mandato in esilio durante la Repubblica, sarebbe diventato suo successore nel ruolo di capo di Stato. Diventato re, Juan Carlos I trasformò in pochi anni la Spagna in un paese democratico, periodo che in Spagna è noto come Transición española.
Cinque miliardi di lire: è la cifra del risarcimento spagnolo per la partecipazione dell’Italia alla guerra di Spagna.
Il debito, definito nel 1940 tra l’allora ministro degli Esteri spagnolo, Beigbeder, e l’ambasciatore italiano a Madrid, Gambara, sarebbe stato risarcito in 50 rate semestrali, dal 1942 al 1967, ed era garantito da 5.000 buoni del Tesoro spagnolo depositati presso la Banca d’Italia a Roma.
A differenza del debito verso la Germania, che venne liquidato almeno parzialmente già durante la guerra civile attraverso scambi commerciali, nel caso italiano l’entità fu maggiore e divenne oggetto di specifici accordi dopo la fine del conflitto.
La partecipazione italiana alla guerra civile spagnola (1936-1939) ha avuto un costo enorme per le finanze statali, stimato in circa 8,5 miliardi di lire dell'epoca al 1939. Questo sforzo bellico, a supporto delle forze franchiste, ha comportato la spedizione di migliaia di uomini e ingenti forniture di armamenti.
L'Italia ha impiegato 1.930 cannoni, 10.135 armi automatiche, 240.747 fucili, 7.668 automezzi, 763 aeroplani e decine di navi da guerra, inquadrati principalmente nel Corpo Truppe Volontarie (CTV).
Ecco i dettagli del costo dell'intervento italiano:
Alla fine del 1939, il debito della Spagna verso l'Italia era stimato in 8.496.284.889 lire.
Nel 1940, il debito fu definito in 5 miliardi di lire, con un accordo per il risarcimento in 50 rate semestrali, dal 1942 al 1967, garantito da buoni del tesoro.
nazionalisti spagnoli hanno rimborsato solo parzialmente il costo, con circa 486 milioni di lire versati nei primi anni, prevalentemente in forniture dirette.
L'intervento ha pesato notevolmente sul bilancio dello Stato, prefigurando le spese per la Seconda Guerra Mondiale.
Nonostante la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica Italiana, l'Italia continuò a esigere il pagamento del debito.
Per la Spagna di Franco, onorare questi impegni finanziari era un modo per mantenere una parvenza di credibilità internazionale durante l'isolamento del dopoguerra.
Oltre alle rate in denaro, una parte del debito fu saldata nei primi anni tramite forniture di materie prime e prodotti agricoli, che l'Italia scambiò per sostenere la propria economia durante la Seconda Guerra Mondiale.
In sintesi, la Spagna onorò l'accordo del 1940, finendo di pagare le rate previste fino al 1962-1967 (a seconda delle fonti storiografiche sul saldo finale delle ultime quot

domenica 20 novembre 2016

L’ultimo Hidalgo

José Antonio Primo de Rivera, ottant’anni d’assenza – 20 novembre 1936


Il pensiero e l’azione militante di José Antonio non furono semplice espressione di un sistema politico–filosofico, che anzi in senso stretto – seppure fosse stato nelle sue intenzioni – egli non ebbe neppure il tempo di realizzare, né solo la manifestazione di un proprio modo di pensare; si trattò, piuttosto, della concretizzazione, attraverso una propria particolare maniera di vivere, di un nuovo modo di essere, uno stile indispensabile per la formazione di nuovi cavalieri al servizio di una Spagna eterna, capaci di vegliare in armi in attesa della nuova alba che sarebbe sorta.

Il nostro Movimento – disse nel celebre discorso di fondazione della Falange, tenuto nel teatro de La Comedia di Madrid il 29 ottobre 1933non è una maniera di pensare, ma è una maniera di essere. Noi non dobbiamo proporci soltanto la costruzione, l’architettura politica. Noi dobbiamo adottare, di fronte alla vita nel suo complesso, in ciascuno dei nostri atti, un comportamento umano, profondo, completo.Questo modo di essere è lo spirito di sacrificio, il senso ascetico e militare della vita”.

Trattando del fondatore e Capo della Falange ci troviamo, dunque, di fronte ad “una di quelle creature privilegiate che i misteriosi disegni della Provvidenza divina – di tanto in tanto – eleggono alla difficile missione di scuotere i popoli intorpiditi dalla predicazione di falsi profeti, per riportarli nella scia delle loro tradizioni”.  Una creatura capace di vivere e testimoniare valori attuali perché eterni.Molte, com’é agevole comprendere, sono le affinità con gli esempi consegnatici da Corneliu Codreanu e Léon Degrelle, prime fra queste la comune sincera fede cristiana, vissuta in modo tradizionale, e l’azione politica intesa come servizio e sacrificio; peculiare è, però, in José Antonio – visione dello Stato a parte – l’immagine archetipica, tutta iberica, dell’Hidalgo.

Questo modello egli incarna in modo perfetto, interpretandone il carattere in maniera ancor più ortodossa, proprio in ragione del fatto che ne è, fino ad oggi, l’ultimo autentico rappresentante. Non ci resta che concludere incidendo idealmente sulla tomba dell’ultimo nobile hidalgo ciò che Cervantes fece scrivere su quella del suo Don Chisciotte:

Giace qui l’hidalgo forte ch’ebbe l’anima sì ardita che la morte, con la morte, non trionfò della sua vita”.

Giuseppe Provenzal