Weltanschauung ITALIA - il Primato Nazionale, Aprile 2021.
Proscritti, orfani di una nazione scomparsa. Rompiamo l'accerchiamento psicologico di chi ci vorrebbe nel ghetto, nella fogna delle opinioni irricevibili. Navighiamo a vista nelle rovine elettroniche del nostro tempo per preparare il terreno culturale della riscossa ideale.
giovedì 29 aprile 2021
Intollerante a chi? Il paradosso di Popper e la cattiva coscienza dei liberali
Il paradosso della tolleranza di Popper sostiene che, se una società pone come proprio principio la tolleranza, e se lo persegue fino alle estreme conseguenze, finisce per essere soggiogata dagli intolleranti; ossia da coloro che ne negano il
principio, ma che in base ad esso
reclamano di essere accolti - ossia tollerati -
in seno alla società medesima. La soluzione di Popper è appunto che una società tollerante, per la propria sopravvivenza, non deve tollerare gli intolleranti, ossia deve farsi a sua volta intollerante verso chi la minaccia.
Cavalcato ampiamente dai sostenitori di un
modello democratico aggressivo e autoritario, che desidera revocare asilo ad ogni posizione critica nei suoi confronti, il paradosso della tolleranza sembra essere cosa ovvia a tutti coloro che ne fanno una forma di legittimazione della
propria militanza. Ciò che stupisce è il modo in
cui gli si attribuisce un qualche valore giustificatorio che evidentemente non possiede, quasi
fosse in grado di ripristinare un ordine razionale, precario e discutibile, confermandolo in
modo inappellabile.
Il paradosso della tolleranza afferma, in sostanza, che per poter essere tolleranti bisogna esse-
re intolleranti. Da ciò si deduce che una società
autenticamente tollerante non può esistere, per-
che per esistere verrebbe meno al principio che
la definisce. Di fatto, siccome una società che
si dice tollerante esiste, ed è quella che invoca
il paradosso della tolleranza per giustificare la
propria intolleranza, quella società mente. Poi-
ché afferma di essere tollerante ma non lo è, essa
tollera, in sostanza, solo se stessa e ciò che ritiene non le nuoccia, come un qualsiasi altro ordine
autoritario.
Se questi argomenti vi sembrano desueti e vi
mettono a disagio, è perché siete assuefatti a una
certa retorica del politicamente corretto. Non vi
sarebbe infatti ragione di stupirsi di quella forma
di realismo politico che ammette senza troppe
fisime che all'origine del patto sociale, l'even-
to mitico che fonda ogni ordine costituito, vi
sia un atto di contenimento e repressione delle
forze disgregatrici, ossia un atto violento contro
la violenza. Tale crimine o peccato originario,
che dir si voglia, è come l'ombra del diritto, che
sempre l'accompagna ma che mai vi si identifica,
costituendone lo scandalo e il pungolo critico. Il
paradosso e il tragico sono all'origine del vivere
associato, e ogni società, tranne la nostra, se ne
è fatta virilmente carico. Solo l'anima bella della
modernità ha rifiutato lo scandalo del patto so-
ciale, per scrollare da sé la responsabilità della
violenza, e attribuirla interamente a ogni altro
ordine reso così immorale e condannabile.
Quanto scritto sopra esige da noi due conside-
razioni. Innanzitutto dovrebbe indurci a mettere
in discussione giudizi troppo affrettati su civiltà
ed epoche che, come la nostra, hanno difeso ciò
che ritenevano fondante e permesso quanto non
lo metteva in discussione. Inoltre, dovrebbe metterci in guardia dalla pretesa - nostra o di chiunque altro - di essere immuni dalla tentazione di
sopraffazione e repressione che accompagna e
accomuna ogni forma di vivere associato. Solo
l'ammissione che ogni società è costitutivamente
violenta e conservativa permette di disciplinar-
ne, regolarne e contenerne le pulsioni più peri-
colose e coercitive. Senza vergogna, senza cattiva coscienza.
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