mercoledì 24 aprile 2024

25 APRILE 1945



STORIA:

Il 25 aprile 1945 non ci fu alcuna insurrezione nelle grandi città, a cominciare da Milano, dove i fascisti inquadrati in piazza Dante e in piazza S. Sepolcro, lasciarono indisturbati la città verso le 5 del mattino dell’oramai 26 aprile.
Il CLNAI ,che doveva subentrare nella autorità di governo, uscito dai comodi rifugi curiali, per mancanza di uomini dovette far occupare le sedi governative, a cominciare dalla Prefettura di Corso Monforte lasciata da Mussolini, da reparti della Guardia di Finanza, passata all’ultimo minuto con la cosiddetta Resistenza.
Di partigiani: neppure l’ombra.
Tutti gli storici seri, hanno potuto accertare, anche con testimonianze di persone del posto e non politicizzate, che il 25 aprile la vita in Milano proseguì tranquilla, cinema e ristoranti compresi, per tutto il giorno, anche se il fantasma del CLNAI aveva proclamato l’insurrezione, ma tranne alcuni scioperi tranviari e negli uffici pubblici, qualche agitazione nelle fabbriche di periferia, qualche sirena che veniva messa in azione, nessuno se ne era accorto.
Oggi sappiamo che tutti i presunti resoconti di gesta partigiane, in quel giorno, sono pure invenzioni, che le foto, fatte a posteriori, con partigiani armati di tutto punto che fingono di affrontare un inesistente nemico, sono scenografie da set, che anche il giorno dopo, il 26 aprile, in una Milano dove oramai i fascisti se ne erano andati verso Como, alcuni gruppi di partigiani , si azzardarono a mettere fuori la testa e a presidiare alcune grandi strade, ma in genere la città non li vide proprio, tanto che ci furono vari fascisti che vi capitarono a passare, anche in camicia nera, e non furono per nulla disturbati.
Solo il 27 aprile, arrivarono in Milano, assieme ad alcune avanguardie delle truppe Alleate, alcune “divisioni” di brigate Garibaldi e simili, tutte in divise nuove fiammanti di marca americana, ad attestare che questi “eroici” partigiani, fuggiti in montagna proprio per evitare di fare la guerra, di fatto non l’avevano fatta proprio.
Fu allora che le file della Resistenza si infoltirono dei cosiddetti “partigiani dell’ultim’ora”, quelli che si iscrissero ai CLN sui banchetti di strada e nelle sedi improvvisate, e nel clima festaiolo divennero tutti partigiani. In seguito si iscrissero alle associazioni partigiane: sono quelli che poi andavano dicendo: “io ho combattuto contro i fascisti” e ci rimediarono anche qualche pensioncina resistenziale.
Questa è la verità storica di un inesistente 25 aprile quale giorno di “liberazione”.
Ma quel giorno, simbolicamente, avvenne invece, questa si, la fine della nostra patria occupata, da allora e per sempre, dallo straniero.
gli alleati imposero le loro leggi, pretesero l’abolizione delle grandi riforme sociali della RSI e la riconsegna delle imprese nelle mani degli industriali, imposero al nostro paese l’adeguamento al sistema finanziario occidentale, un sistema di usura e rapina,
i esportarono la coca cola, lo chewing-gum, i flipper e con essi il vizio, le droghe, la corruzione, ma soprattutto il modello way of life americano che è significato la fine di tutte le nostre culture e tradizioni.
E da quel 25 aprile 1945 non ci siamo più liberati, anzi oggi con 113 basi straniere sul nostro territorio, abbiamo perso ogni minimo residuo di sovranità nazionale.
Possono quindi festeggiare questa fittizia data del 25 aprile tutti i democratici, i degenerati, le destre reazionarie, e accozzaglie simili.
ridicolo è invece il festeggiamento delle sinistre, quelle che si spacciavano per comunisti: per loro il 25 aprile con l’arrivo delle truppe americane era la liberazione, un momento dopo gli americani diventarono gli imperialisti da combattere.
E questo fino a quando quel “mondo occidentale”, che loro stessi avevano contribuito ad affermare, non li ha totalmente fagocitati, trasformati in compagni al caviale, poi in neoradicali, quindi in liberal, e addio comunismo: svampito, imploso con tutta la sua utopia.
Ci sarebbe da chiede ai “compagni”: 25 aprile, ma che cazzo vi festeggiate?!

Maurizio Barozzi

sabato 23 marzo 2024

Il vile attentato del 23 marzo 1944 in Via Rasella, ove le vittime furono solo cittadini italiani, anche secondo "dettagli" confortati di recente dal giornalista Luigi Sardi

A ottanta anni dal vile attentato di VIA RASELLA, propongo la interessante lettura di questo testo redatto dal Prof. Antonio Pantano.

Desumo dal citato lavoro del giornalista Luigi Sardi per specificare che il vile attentato dinamitardo, a scopo di massacro di inermi, organizzato ed imposto - per mia convinzione basata su dati storici razionali, vertenti sul totale dominio degli Alleati su ogni attività "clandestina partigiana proditoria" - dai servizi segreti Alleati a Roma, il 23 1944, nella centralissima via Rasella, si prefisse di provocare, e provocò, numerose vittime. Solo cittadini italiani. Tra questi, 33 morti indossando la divisa militare della gendarmeria germanica di riserva, erano italiani anagraficamente.

Luigi Sardi, con correttezza rara nel giornalismo italiano, fotograficamente riproduce nello intero secondo capitolo la pubblicazione, èdita da "Alto Adige - Corriere delle Alpi" nel 1979, redatta da Umberto Gandini, col titolo "Quelli di via Rasella - La storia di sudtirolesi che subirono l'attentato del 23 matzo 1944 a Roma"

Gandini, 35 anni dopo i fatti, riuscì ad intervistare alcuni superstiti dell'attentato, tutti residenti in Italia. E non solo sei di essi (Franz Bertagnoli di Caldaro, Konrad Sigmund di Luson, Franz Cassar di Termeno, Joseph Praxmarer di San Giacomo, Peter Putzer di Varna, Sylvester Putzer di Varna), ma i documenti riguardanti i 33 assassinati proditoriamente - i nomi dei quali sono oggi esposti solo in elenco affisso nel santuario cattolico alpino di Pietralba, nel comune di Nova Levante, in provincia di Bolzano - confermano che tutti furono cittadini italiani praticanti fluenti parlate italiana e tedesca, tanto che, da giovani, adempirono la leva militare nello esercito italiano in Italia e nelle colonie italiane d'oltre mare, e sempre ebbero nostro passaporto. 

La ferocia falsificatrice degli stolti antifascisti servili verso i nemici Alleati, ignorò le vittime civili italiane, pur ammettendo che tutte le vittime militari, inserite nella 10.a ed 11.a compagnia del battaglione Bozen proprio perché nati e residenti nella provincia italiana di Bolzano, erano di età matura ed avanzata (quasi tutti quarantenni) e marciavano senza armi addosso, perché riservisti con compiti ausiliari burocratici di polizia, dopo esercitazione mattutina, verso gli alloggi siti all'ultimo piano del palazzo del Viminale. Con lo stesso cinico criterio di falsità si tentò di far apparire sia i feriti (oltre ottanta, tea i quali molti mutilati irreparabilmente) che i morti come "poliziotti delle feroci SS", mentendo senza pudore per tentare di giustificare la destinazione "logica e antifascista" dello attentato, che fu attuato intenzionalmente per provocare la reazione (auspicata dagli attentatori e dagli organizzatori nella inevitabile grande quantità ed effetto) dei comandi militari germanici, secondo le leggi marziali vigenti in ogni Stato e Paese in guerra. 

Criterio che gli Alleati adottarono sistematicamente in maniera maggiore sulla base di 100 ostaggi contro ogni loro militare ucciso. Ma l'identica ferocia faziosa ha inventato, per fola retorica, la figura del maggiore Herbert Kappler [ Stoccarda, 23 settembre 1907 - Soltau, 9 febbraio 1978 ] come quella di un sadico aguzzino, indicato regista e partecipe di episodi degli accadimenti romani di guerra dopo 1'8 settembre 1943, sempre e solo indicato col suggestivo epiteto di "boia", certamente per sviare dalla realtà dei fatti responsabilità non consone ad un ufficiale germanico, che aveva modesto ruolo esecutivo nei servizi di polizia. Figura falsificata ribaltata dalle testimonianze non solo dei citati sei sopravvissuti, ma, per l'intero capitolo quinto che il prevenuto ed antifascista Luigi Sardi ha pubblicato, emerge come di indole contraria alla consolidata fama imbastitagli addosso, in spregio ad ogni verità. 

La figura di Herbert Kappler è stata creata artificiosamente dopo il 1945 da falsari della storia prezzolati (identici a coloro che vilmente fomentarono l'assassinio bestiale del dottore Donato Carretta, direttore delle carceri romane di Regina Coeli, eseguito il 14 settembre 1944 a furor di popolo aizzato da mestatori provocatori comunisti sotto gli occhi compiaciuti delle autorità militari Alleate, e della loro gendarmeria, che su Roma imperavano in regime di occupazione).  

Ancor oggi qualche mentecatto addebita a Kappler ruoli, iniziative e potere che mai ebbe e mai possibili per il suo grado militare di maggiore, a lungo portato, ed infine di tenente colonnello della polizia delle SS.

Per sminuire la portata vile dello eccidio criminale compiuto a Roma in via Rasella (ideato  e voluto dagli Alleati, mentre le loro numerose e ben munite truppe ristagnavano incapaci, bloccate. Battute e decimate sul fronte di Cassino e su quello tra Nettunia, Ardea e l'E42 alla periferia della Capitale, arginate da impari - assai minori nel numero e nella potenza degli armamenti - militari italiani e germanici) i gazzettieri e gli imbonitori di aneddoti successivi millantarono la storia in pedissequa linea con le disposizioni imposte dai loro soprastanti anglo-americani. 

Così si esaltò con enfasi solo la sofferenza ed il patimento delle 335 vittime (falsando e  prescindendo dalle ragioni giuridiche per le quali furono imprigionate, ad esse va rivolto ogni umano rispetto) sacrificate per rappresaglia legittima nelle cave di pozzolano  di Tor Marancia presso la via Ardeatina, negando e continuando a tacere ancor oggi persino i nomi di tutti coloro che, altrettanto incolpevoli ed ignari, militari comunque disarmati e civili, 24 ore prima perdettero la vita per azione vigliacca. A costoro mai alcuno della "ufficialità" civile e religiosa destinò un cenno di umana considerazione, giustificando con falsità il casuale ruolo di vittime nello assassinio in via Rasella.

Kappler trascinò l'intera esistenza fino al 15 agosto 1977, con trentennale detenzione in ergastolo isolato, nella ipocrita dannazione totale impostagli da faziosi bugiardi, inetti ad approfondire le verità storiche. Fu creato artificiosamente sul caso Kappler un "capro espiatorio" utile e necessario per tacere molte altre implicazioni di personaggi di basso cabotaggio che sui drammatici accadimenti di quei tempi hanno tratto lustro e vantaggi di carriera successiva. Ciò non solo nel campo italiano, ma anche in quello vaticano.

E la stessa dannazione perdurò ancor più dopo, oltre la morte avvenuta per cancro devastante il 9 febbraio 1978, finalmente libero, in Germania. 

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35 giorni dopo il noto politico Aldo Moro fu "sequestrato" in un feroce, cinico "gioco" dialettico partitico tra fazioni italiane, e tre esatti mesi dopo fu assassinato. O, come usano scrivere impropriamente i giornalisti italiani, "giustiziato".  

Ma dell'altro che Luigi Sardi ha trattato nel libro taccio per ora, specie in relazione a ciò che riguarda la vicenda della riserva aurea "italiana", essendomi ripromesso di trattare altrove, come ho fatto, sulla base di fondamenti inoppugnabili, a proposito dell'opera del ministro delle finanze della Repubblica Sociale Italiana prof. Domenico Pellegrini Giampietro, e circa la quale anche da Sardi vengono sostenute imprecise orecchiate e rimbalzate non verità. 


paragrafo liberamente estrapolato dal poderoso volume di "Antonio Pantano, EZRA POUND & Pellegrini, Ed. Vita NOVA, pagg.593-594-595."

martedì 30 gennaio 2024

Nel genetliaco di Giorgio Pisanò

 

𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐏𝐢𝐬𝐚𝐧𝐨̀ 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑔𝑢𝑖𝑑𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑟𝑒𝑝𝑎𝑟𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝐁𝐫𝐢𝐠𝐚𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐫𝐞 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑎 𝐺𝑟𝑜𝑠𝑖𝑜, 𝑖𝑛 𝑉𝑎𝑙𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖𝑛𝑎. 𝐹𝑜𝑡𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑢𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑒 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑟𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑎

Ricordare Giorgio Pisanò significa anzitutto sottrarsi alla tentazione delle agiografie.
Vi è un Pisanò che appartiene alla nostra memoria storica: il giovane volontario della Repubblica Sociale Italiana, il combattente che, nell'ora più tragica della guerra civile, scelse di stare dalla parte dei vinti. A quella scelta, indipendentemente da ogni successiva valutazione politica, va riconosciuto un significato morale. Fu una decisione assunta nel tempo della prova, quando le parole erano poca cosa e contavano soprattutto i fatti.
Ma vi è anche un altro Pisanò: quello emerso nel lungo dopoguerra, giornalista, parlamentare, protagonista di una stagione politica che non ci appartiene.
Se al primo si deve rispetto, il secondo suscita interrogativi ben più severi.
La sua traiettoria si sviluppò infatti entro il quadro del neofascismo parlamentare e istituzionale, accettando coordinate che molti di noi hanno considerato espressione del sistema nato dal 1945. Laddove altri cercavano una prospettiva di rottura, egli perseguì una linea di integrazione; laddove alcuni individuavano nell'atlantismo uno dei cardini dell'ordine dominante, egli non ne fece mai un bersaglio centrale della propria battaglia.
Per questo motivo il nostro giudizio non può essere quello della nostalgia rituale né dell'omaggio incondizionato.
L'onore dovuto al combattente non si trasferisce automaticamente al politico.
Confondere le due figure significherebbe rinunciare a ogni serietà critica. Il giovane repubblicano della RSI appartiene alla storia di una generazione che affrontò il proprio destino senza cercare vie di fuga. Il Pisanò della maturità appartiene invece a una diversa vicenda, quella di una destra progressivamente inserita negli equilibri della Repubblica e sempre più distante da qualunque prospettiva rivoluzionaria.
Nel giorno del suo genetliaco, dunque, non celebriamo un'icona.
Ricordiamo una figura complessa, nella quale convivono fedeltà e compromesso, testimonianza e adattamento, memoria della sconfitta e partecipazione all'ordine successivo.
Al Pisanò che combatté nelle ultime trincee della guerra civile riconosciamo l'onore della scelta.
Sul Pisanò venuto dopo, quello amico della Benemerita e dello stato "democratico" antifascista,
ciascuno rimane libero di esercitare il proprio giudizio.
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Giorgio Pisanò, l'uomo che non si arrese al pubblico disprezzo


Ricorre oggi l'anniversario della nascita di Giorgio Pisanò. (Ferrara, A 30 gennaio 1924 - Milano Ω 17 Ottobre 1997.
Fu giornalista professionista, scrittore, sposato con due figli, visse e operò a Milano dove rimase per oltre 45 anni.
Dopo l'8 settembre 1943 aderì entusiasticamente al Partito Fascista Repubblicano e quindi si arruolò volontario nel battaglione Nuotatori Paracadutisti della Decima Flottiglia MAS; dopo di che venne assegnato ai servizi segreti di sabotaggio e informazione che operavano nel territori appena occupati dagli angloamericani. Per le sue mansioni fu decorato della Croce di Ferro di 2ª e di 1ª Classe e poi fu chiamato a far parte dei servizi speciali del Comando Generale delle Brigate Nere. Superstite per miracolo ai massacri partigiani effettuati nella provincia di Sondrio, rimase prigioniero degli angloamericani fino alla fine del 1946.


La prima volta che ebbi la ventura di leggerlo ero un imberbe adolescente. Un anziano commerciante della mia città che vendeva elettrodomestici e, all'occorrenza, effettuava anche delle piccole riparazioni in loco, mi mostrò, in gran segreto, una copia del rotocalco " Candido", un settimanale rifondato da PIsanò ma che, in origine, fu di Mosca e del grande Giovannino Guareschi. In esso vi si poteva leggere d'amor patrio, della guerra perduta, di inchieste scomode e tutto quanto il contrario scrivessero i "giornaloni" di allora. Era soprattutto un giornale "urlato", scandalistico, con titoloni a caratteri cubitali: memorabile fu il Titolo: "MANCINI SEI UN LADRO"!

A distanza di anni mi presi la briga di leggere anche i libri che il "fascista" Pisanò aveva scritto. Rimasi folgorato da uno in particolare: "La generazione che non si è arresa". Il titolo era emblematico: si parlava di tutta quella genia di giovani e meno giovani che, a guerra quasi perduta, fecero la scelta più difficile: aderire alla neonata Repubblica Sociale Italiana, con tutte le nefaste conseguenze che una tale scelta poteva comportare. Pisano racconta, con dovizia di particolari, la sua personale esperienza. Nei suoi scritti si trovano diverse testimonianze, non solo riguardanti eventi accaduti durante la guerra fratricida, ma anche sulle indicibili condizioni di detenzione imposte dai partigiani nel dopoguerra, comprese le cosiddette "stragi occultate" sapientemente dal regime vigente.
Fatte le debite proporzioni, posso dire senza tema di smentita che un trattamento analogo veniva riservato anche ai miei tempi. Infatti, anche chi si permetteva solo di leggere certe pubblicazioni, subiva l'ostracismo dei maggiorenti e veniva messo alla berlina in modo tale da risultare inviso alla popolazione, nemmeno fosse un volgare delinquente.

lunedì 24 aprile 2023

Sapore di Fiele

 

Di tutta la storia d'Italia che ho cercato di ricostruire nei quindici precedenti volumi, questo che mi accingo a scrivere insieme a Cervi è di gran lunga il più amaro. Non per la disfatta. Ma per il modo in cui vi si giunse e per quello che produsse nella coscienza - o nell'incoscienza degl'italiani. Vorremmo raccontarlo senza pagar pedaggio a nessuna retorica.
Non c'è dubbio che la guerra portò a galla ed esaltò non le qualità, ma i difetti della nostra gente, primo fra tutti la totale mancanza di virtù militari. Non è questa la sede per ricercarne, nella Storia, le cause. Dovremmo risalire all'editto di Caracalla che esentava gl'italiani dalle armi affidandone la difesa ai « barbari », eppoi alla vittoria del Comune sul Castello e del Papato sull'Impero, che procurò l'aborto del feudalesimo, e con esso quello di una civiltà cavalleresca e militare.
Avevano ragione Machiavelli e Foscolo quando chiamavano gl'italiani alle armi dicendo che senza virtù militari non esistono nemmeno virtù civili. Ma il loro grido giungeva troppo tardi. Naturalmente anche fra gl'italiani ci sono ottimi soldati. Ma la massa è imbelle. E non per mancanza di coraggio, ma per mancanza di un'etica che gli faccia da supporto. Ho conosciuto dei disertori che, arruolatisi nella malavita, vi hanno fatto splendide carriere con la loro audacia e risolutezza.
Sarà sempre un mistero se Mussolini ne fosse conscio. Forse sì. Forse l'insistenza con cui esaltava «le virtù guerriere della stirpe» gli era suggerita dalla speranza che l'esaltazione bastasse a crearle. Qualcuno dice che l'impresa di Etiopia lo illuse di esserci riuscito. Ma è un fatto che in guerra si decise ad entrare solo quando credette che fosse già vinta. Anche se circondato da cortigiani, non poteva ignorare le pessime condizioni in cui versavano, come mezzi, le nostre Forze Armate, eccettuata la Marina, le cui lacune, peraltro gravi, erano le portaerei e il radar. Ma il nostro punto debole non era l'armamento, che i tedeschi potevano fornirci e in parte infatti ci fornirono. Il punto debole era la svogliatezza di un materiale umano che solo nell'entusiasmo - quando c'è e finché dura - trova un compenso alle proprie deficienze militari.
Ci furono, come al solito, bellissimi episodi isolati. Prima in Albania, poi in Russia, gli Alpini della Julia diedero prova di resistenza fisica, abnegazione, stoicismo. Ci furono anche episodi romantici come la carica della cavalleria di Betton a Isbušenskij, e quella dei dubat di Guillet a Cheren. Ci furono episodi veramente eroici come quello di de La Penne ad Alessandria. Ma la condotta di guerra fu nel suo insieme deplorevole: un cumulo di errori dovuti a inefficienza, faciloneria, meschinità e codardia.
E' giusto attribuirne la colpa agli Alti comandi. Ma è comodo attribuirla soltanto a loro. Gli Alti comandi della seconda guerra mondiale furono senza dubbio peggiori di quelli della prima, che
già erano stati meno che mediocri. La « carriera » non ha mai selezionato capacità. Si fondava caso mai sui « meriti », documentati in decorazioni, e soprattutto sull'anzianità. Lo « spirito d'iniziativa » - cioè la prontezza dei riflessi, l'inventiva, la fantasia - veniva esaltato solo nel « Regolamento » e nei pedestri e antiquati manuali di tattica. In realtà quella militare era una burocrazia resa ancora più rigida dall'uniforme, per la quale lo spirito d'iniziativa era sinonimo d'insubordinazione.
Ho conosciuto dei generali che avevano più paura delle responsabilità che del nemico. E Rommel, nei suoi ricordi di Caporetto, racconta di essere rimasto sbalordito dalla incapacità dei comandanti italiani, quando si videro presi da tergo, di adeguarsi alla nuova situazione. È noto che seicento cannoni rimasero puntati verso le alture, anche quando fu chiaro che gli austro-tedeschi attaccavano lungo i fondivalle, perché il comandante non voleva assumersi la responsabilità di cambiarne la postazione. Di questi episodi, nella seconda guerra mondiale, ce ne furono a centinaia.
Tuttavia i generali italiani della prima guerra mondiale, anche se poveri di strategia, di mente ottusa e d'idee antiquate, erano stati almeno selezionati in base al carattere. Cadorna non era di certo un fulmine di guerra; ma un uomo serio, duro e votato al « servizio » con zelo sacerdotale, sì. E altri come lui, nell'esercito del Piave e di Vittorio Veneto, ce ne furono. Nei loro successori del ventennio fascista anche le doti morali scaddero, il carrierismo non ebbe più freno e si giovò anche del clientelismo politico. Sia in Libia che in Albania e in Russia vidi generali impegnati più a difendere il « posto » che le posizioni. Qualcuno di essi seppe anche morir bene. Ma nell'insieme la dirigenza militare fu tale che non fu possibile trovare un sostituto del vecchio Badoglio che, come funzionario di caserma e artigiano di battaglie all'antica, era almeno il più serio ed esperto.
Sarebbe però ingeneroso e deviante far ricadere tutta la responsabilità della disfatta sugli Alti comandi. Essi non furono di certo all'altezza della situazione, ma furono a misura di una truppa, di una cittadinanza, insomma di un Paese che non offriva, né poteva fornire, niente di meglio. La tesi di certi storici di parte secondo i quali l'Italia perse la guerra per il tradimento dei suoi capi
militari, o almeno di alcuni di essi, non è degna nemmeno di essere confutata. Quelli che furono citati come casi di sabotaggio e boicottaggio erano in realtà casi di inefficienza, incompetenza e confusione, come l'invio in Albania di una grossa partita di scarpe tutte per il piede sinistro. La verità è che lo slancio patriottico che nella prima guerra mondiale aveva surrogato le deficienti qualità militari del soldato italiano, nella seconda non ei fu. Questo capitale morale Mussolini se lo era mangiato nella campagna di Abissinia, dove esso aveva toccato la sua acme contagiando tutto il
Paese. Poi l'inflazione ch'egli aveva fatto dei valori e degl'ideali a cui s'ispirava se li era mangiati e corrosi. L'Italia che il 10 Giugno del '40 scese in campo, convinta di restarci solo pochi giorni o poche settimane, era un'Italia non solo materialmente impreparata, ma anche psicologicamente « scaricata », stanca di retorica guerriera, e intimamente convinta che la vittoria sarebbe stata la vittoria dei tedeschi, più pericolosa di una sconfitta.
Fu in questo stato d'animo che le reclute partirono per il fronte, sorrette solo dalla speranza - che dapprincipio era quasi certezza - di starci poco. L'amara constatazione che il conflitto si allungava nel tempo e nello spazio abbatté completamente il loro già vacillante morale. Nelle varie zone di operazione in cui mi trovai a lavorare vidi arrivare soldati che, prima di schierarsi nei loro reparti, avevano già l'aria di prigionieri. Li vidi battersi, alcuni anche bene, ma solo per istinto di conservazione. Più spesso però li vidi sbandare e arrendersi e fuggire. Quasi mai mi capitò di vedere reparti bene impiegati, operanti disciplinatamente secondo piani ragionevoli. Quasi sempre tutto era affidato all'improvvisazione - nella quale ciascuno per conto suo si mostrava come al solito maestro -, al caso, a S. Gennaro, allo stellone. La cosa più grave era che nessuno sembrava sentirsi coinvolto nell'umiliazione delle disfatte che subivamo, anzi tutti o quasi tutti avevano l'aria di compiacersene, come contagiati da un'epidemia di masochismo, da cui nemmeno chi scrive rimase immune.
Ma il peggio del peggio venne al momento della capitolazione, festosamente accolta come una liberazione. Anzi, questa parola liberazione venne assunta come alibi della resa. Gli anglo-americani
che nel luglio del '43 sbarcarono in Sicilia non vi trovarono nessuno a difendere quello che il Duce si ostinava a chiamare « il sacro suolo della Patria » perché non erano già più il nemico, ma i liberatori. A Pantelleria l'unico morto italiano fu un soldato che si prese un calcio da un mulo. Non era nemmeno uno sbandamento. Fu uno sciopero militare. E da quel momento uno strano delirio di
autolesionismo sembrò impossessarsi di tutti, a cominciare dalla Monarchia.
Vittorio Emanuele non era più il Re di Peschiera, che nell'emergenza di Caporetto, quando tutto sembrava crollargli intorno, aveva incusso rispetto anche agli alleati anglo-francesi con la sua calma e risolutezza. Era stato lui, allora, ad assumersi la responsabilità delle più gravi decisioni, come il sacrificio di Cadorna, e il suo esempio era valso molto a rianimare la volontà di resistenza e di rivincita. Alla guerra del fascismo, ch'egli non aveva fatto nulla per evitare, aveva invece assistito come un estraneo. Anche dopo essersi lasciato strappare dal Duce la delega del Comando supremo, avrebbe avuto molti modi e pretesti per far sentire la sua presenza alle truppe combattenti. Alle notizie delle continue sconfitte che subivamo su tutti i fronti, non reagì mai con parole di dolore, o di speranza, o d'incoraggiamento. Fino alla vigilia del 25 Luglio la sua condotta fu guardinga e ambigua. Più sollecito del suo trono che dell'Italia, credette di salvarlo accollando ad altri la responsabilità di seppellire il Regime e di abbandonare l'alleato. Ma l'unica iniziativa che prese facendo arrestare il Duce all'uscita dell'ultima udienza e sulla soglia stessa della villa reale non fu un gesto da Re, come gli rinfacciò sua moglie che, per quanto figlia di un pastore montenegrino, si dimostrò più regina di lui.
Fu l'inizio di una serqua di errori che ci discreditarono agli occhi del mondo intero più di quanto ci discreditasse la disfatta. La scelta di Badoglio fu infelice. Gli approcci con gli alleati, malaccorti al punto da renderci sospetti di doppio giuoco. La fuga di Pescara, ignominiosa. E non è vero che il Re vi fu costretto dal dovere di assicurare la continuità dello Stato e la responsabilità del comando. Stato e comando non esistevano più, e comunque potevano essere affidati al Principe Umberto. Se il Re, proclamato l'armistizio, fosse rimasto al suo posto offrendosi ai tedeschi come capro espiatorio del « tradimento », quasi certamente avrebbe perso la vita, ma quasi certamente salvato la Monarchia e in un certo senso l'immagine dell'Italia.
Ma questa immagine contribuimmo tutti ad offuscarla. Se l'esempio del « Si salvi chi può » venne dall'alto, bisogna dire che tutto il Paese dimostrò la più favorevole disposizione a seguirlo. La segreta speranza di tutti gl'italiani, civili e militari, era di cavarsi fuori da quella tragedia senza pagare dazio né ai tedeschi né agli alleati. Il 25 Luglio un fascista, uno solo ci fu, che scelse, suicidandosi, di morire col Regime: Manlio Morgagni, presidente dell'agenzia di stampa « Stefani »: una carica che, dopo la Liberazione, non gli sarebbe forse costata nemmeno un mese di carcere.
L'8 Settembre non ci fu un solo colonnello che, per non consegnare la caserma ai tedeschi, si sparasse un colpo di rivoltella. Lo sfacelo fu totale.
Altrettanto la mancanza, in noi italiani, di ogni senso di tragedia per questo sfacelo.
L'Italia non aveva mai dato di sé uno spettacolo tanto miserando. Nessun capitolo della sua Storia è più umiliante, vergognoso e, specie per chi ne fu partecipe, più doloroso da rievocare.
Indro Montanelli
L'Italia della Disfatta, pagg. 5-12

venerdì 28 ottobre 2022

FASCISMO MISTERIOSO E INCOMPIUTO

Riproponiamo ad un secolo della Marcia su Roma l'articolo di Piero Buscaroli : 

"A CINQUANT' ANNI DAL 28 OTTOBRE 1922"

MARCIA su ROMA di Giacomo BALLA


   Dopo cinquant'anni, la storiografia antifascista non ha ancora deciso se la marcia su Roma fu un colpo di Stato, o una finta politica. Peggio, si tratta ancora di stabilire se ci fu o non ci fu. Dalla tradizione rettorica nazionale esce un capolavoro: 


«La marcia su Roma c'era stata, e per meglio dire ce n'era stata quanto bastava per far credere a tutti che ci fosse, o che stesse per esserci» (Indro Montanelli, nel "Corriere della Sera" del 15 Ottobre 1972).
Ci fu, tuttavia, quanto bastò a prendere il potere. Ma l'estro polemico indigeno è tuttora incerto tra il Berni e l'Alfieri: non sa se intonare i versacci della satira o le lamentazioni dell'invettiva: se ridere della "pagliacciata", o gridare al crimine. L'astuzia dei manipolatori si svela, dove invitano a riflettere sulla "convenienza" di chiamarla "pagliacciata"; perché come poté, allora, mettere nel sacco la Nazione intera, persone serie comprese? Ma anche chiamarla un crimine presenta le sue inconvenienze: resta il fatto che il "crimine" s'ebbe al preludio gli applausi di Croce, nel teatro San Carlo: e dopo consumato, fu solennemente approvato dalla gran maggioranza d'una libera Camera, dove i fascisti disponevano soltanto di trentacinque voti.

   Dopo cinquant'anni, il fascismo resta una realtà sfuggente. I tentativi di definirlo secondo gli schemi correnti restano inani come i baccagliamenti barocchi sulla sostanza e l'accidente. Perfino la peste non era né l'uno né l'altro. Eppure c'era. Per definire il fascismo, occorrerebbe capirlo. Per capirlo, studiarlo. Ma studiarlo vorrebbe dire fare opera, non preconcetta, di storia. E invece si pretende che la storia sia già fatta: immutabile, intangibile. Orecchianti e accademici, su questo punto, sono d'accordo: «Un regime che la storia ha clamorosamente e inesorabilmente bocciato» (Montanelli); «Il giudizio storico complessivo sul fascismo non può essere erto né mutato né sostanzialmente rivisto» (De Felice). Ecco perché il cinquantenario resterà un'occasione perduta: facile sfogo di luoghi comuni opportunistici, allarmi interessati e insulti triviali.

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Che cosa fu il fascismo? Come composizione sociale, sfugge alle tipologie diffuse. Sfuma ormai anche la vecchia e tenace pretesa di etichettarlo per sempre come movimento dei ceti medi, scudo della media e piccola borghesia. Il fascismo è e si mantiene, per i vent'anni della sua evoluzione, popolare e aristocratico, campagnolo e cittadino, borghese e proletario. Conquista la borghesia e fa sfilare la più impressionante adunata di braccianti agricoli che mai abbia visto la Valle Padana. Al fascismo sorgente accorrono principi di Casa reale e sindacalisti rivoluzionari, nobili di antiche schiatte e uomini nuovi usciti dalla guerra, notabili meridionali e capitani d'industria del Settentrione. Ma il capo, l'uomo che opera la sintesi, che dà nome al movimento e lo porta al governo, è il solo Presidente del Consiglio che sia uscito dalle file del popolo: che abbia conosciuto, ragazzo, il bisogno e la povertà. Il solo che abbia bussato alle porte della città a piedi nudi, come il piccolo Valentino del Pascoli. Tutti gli altri sono usciti dalla nobiltà o dalla borghesia dei possidenti, dei professionisti, dei burocrati e dei militari. Nei cento e dodici anni dell'Italia unita, da Cavour ad oggi, Mussolini è il solo figlio del popolo che abbia esercitato la suprema carica di governo.

   Non meno sconcertanti sono, del fascismo, radici storiche e connotati culturali. È oggi moda affermare che il fascismo fu intessuto di rozzezza e ignoranza. È falso. Nessun regime del nostro secolo ha suscitato altrettanto fervore di speranze, di adesioni disinteressate, di apporti diversi. Erano tutti babbei e venduti, dunque d'Annunzio e Marconi, Pirandello e Marinetti, Pizzetti e Perosi, Mascagni e Bontempelli, Soffici e Malaparte, Carrà e Volpe, Morandi e Gentile, Maccari e Rodolico? Tutti uomini che al fascismo aderirono d'entusiasmo, offrendo un'adesione che, in molti casi, resterà ferma e coerente oltre la sconfitta, fino alla persecuzione e alla morte? Con poche eccezioni, le figure importanti della cultura italiana del primo Novecento potrebbero stare in questo elenco. Si acqueta nel fascismo la disputa secolare di guelfi e ghibellini, scompaiono mangiapreti e papalini. Convivono, ciascuno pretendendo di offrire la giusta interpretazione dei tempi, accademici e futuristi, veristi e neoclassici, letteratura aulica e picaresca. E chi lo vuole cittadino e avanguardista, e chi paesano e patriarcale. Eppure, tutto ciò non è informe coacervo, inventario confuso, blaterante scomposto. Per dieci, quindici anni, la cultura italiana offre un'immagine prodigiosa di vitalità, di varietà e di unità.

   Nel 1929, dopo cinque anni di lavoro febbrile, esce il primo volume dell'Enciclopedia Italiana, simbolo meditato e ambizioso di una concordia operosa che fa appello a tutte le forze: agli appartati, agli agnostici, agli oppositori che hanno firmato il manifesto degli intellettuali antifascisti. L'Enciclopedia si ristampa, ancor oggi, tal quale: tranne i volumi di aggiornamento, che si prendon cura di ribattere il contrario di alcune "voci": così confermando la durevolezza dell'opera e l'incapacità a sostituirla.

   Così come il Trattato e il Concordato del 1929, intorno a cui si letica e recrimina, senza osare toccarli. Così come i codici, che tutt'al più si è riusciti a sbrindellare e rammendare, interpolare e correggere. E mentre s'inveisce ai «codici fascisti», non ci si accorge che con ciò si confessa di non esser riusciti a rifare, in ventisette anni, e secondo le nuove convinzioni, ciò che il fascismo compì, secondo le sue proprie, in sette anni per quello penale e in diciassette per quello civile.

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   Anche i connotati ideologici riescono oggi impenetrabili. Si registra con stupore la provenienza delle adesioni: dal marxismo e dal liberalismo classico, dai conservatori e dai rivoluzionari, dai mazziniani e dai legittimisti, dagli anarchici e dai nazionalisti, dai cattolici e dai massoni. E chi vuole il fascismo continuatore e perfezionatore del Risorgimento, come Gentile. E chi pretende che del Risorgimento sia la opposizione, come Orano. E in realtà, il fascismo è l'una e l'altra cosa insieme. E chi lo proclama erede del liberalismo, e chi un socialismo degenerato. Mentre il fascismo non è né l'una, ne l'altra cosa. Il fascismo è una risposta pratica, che l'istinto realistico degl'italiani dà agl'interrogativi su cui si è aperto il secolo ventesimo: alla rovina dello Stato liberale e al vaneggiare estremista del rancido marxismo. Appare, allo stesso tempo, antico e nuovo. La sua mancanza di dogmi ideologici imbarazza gli spiriti deboli, bisognosi di appoggiarsi alle stampelle delle tavole codificate: è motivo di scherno per i sofisti avvezzi al comodo catalogo delle categorie. Si riallaccia a un passato remoto, ma s'accorda alla filosofia più moderna e pratica, il pragmatismo. Più ancora, anticipa da una lontananza, che sol oggi vediamo, l'epoca volgente delle ideologie disfatte e cadenti in frantumi.

   Il fascismo è la sola creazione originale che lo spirito italiano abbia prodotto, in politica, dopo i Comuni dell'età di mezzo e la stagione rinascimentale del Principato. Anche allora, lo spirito pratico degli italiani sovrappose queste sue invenzioni spontanee, fondate sui fatti, al vuoto sterile delle ideologie universali del mondo medioevale. Ma la risposta fascista ha un respiro, che neppur Mussolini ha previsto. Mussolini disse che il fascismo non era fatto per l'esportazione, perché ne voleva sottolineare il carattere italiano, rispetto al cosmopolitismo radicale e all'internazionalismo socialista.

E invece, il fascismo si diffonde nel mondo. Uno studioso americano d'oggi, Eugen Weber, dopo aver indagato sull'importanza del fascismo nel suo tempo, afferma che «questo tempo è ben lungi dall'essere passato». Perché il fascismo offre una sintesi insostituibile del «nazionale e del sociale»: perché «a dispetto dei suoi denigratori, il fascismo è basato su una dottrina perfettamente coerente di cooperazione nazionale: una dottrina che può servire sia per rinsaldare una società in fase di disintegrazione, sia per cementare una società i cui membri non abbiano ancora il senso dell'unità nazionale». Non è un sistema, non è una ricetta eterna: non è un regime che tenda alla fissità. Affiora sotto nomi diversi e vesti talora irriconoscibili, dove un popolo ne abbia bisogno. C'è più di fascismo che di marxismo o liberalismo, oggi, in Israele o in Egitto, o in Cina, o in decine di Paesi che, nascenti o risorgenti, cercano la loro vita.

   Il fascismo non è un'appendice del liberalismo, né un derivato del socialismo: e neppure una "sintesi" dei due. Elude le loro domande e, insieme, offre una sua autonoma risposta. Una risposta diversa. Il fascismo in Italia irrompe in un sistema disfatto con la forza di un'invasione. Ma è un'invasione dall'interno. È la creazione spontanea italiana, e è insieme, il solo tentativo di educazione collettiva del popolo italiano. E è ancora il tentativo di amalgamare i popoli della Penisola in uno sforzo comune, imponendo loro un comune compito. Taglia, rinnova, e infine è sconfitto. Ma è sconfitto da forze e potenze estranee, che non tanto mirano ad abbatterlo come sistema, come dicono, quanto a distruggere la Nazione che vi si è plasmata. La tragedia del fascismo nascente è di doversi subito misurare con la minaccia del bolscevismo. La tragedia del fascismo maturo è di trovarsi coinvolto in un regolamento di conti su scala planetaria. Il fascismo non vuole la guerra, ma deve subirla. Il suo capo getta i dadi, in un giuoco d'azzardo: sbagliato, certamente, nelle conclusioni; ma è lo stesso giuoco d'azzardo dei predecessori, da Salandra a Cavour, che anch'essi puntarono, indovinando il vincitore, il modesto capitale dei loro eserciti nelle grandi contese degli altri.

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   Giudicare il fascismo dalla sconfitta riesce sempre più difficile, via via che la sconfitta si allontana. Al traguardo di questi ventisette anni di dopoguerra, tutti i popoli europei giungono estenuati e malconci: vinti o vincitori, avessero gettato sul piatto giusto o su quello sbagliato i loro dadi di ferro: Inghilterra e Germania, Francia e Italia, tutti vittime d'un male più vasto e profondo, che contagia e ammorba l'Europa. Il fascismo visse vent'anni. Non risorgerà uguale ad allora, mai più. Ma i suoi successori e nemici, in questi ventisette anni, non hanno fatto nulla per dare una risposta più viva e più convincente, e più schietta, e più moderna, agl'interrogativi cui pure il fascismo offrì la sua. E non poté completarla, restando monco e interrotto. E così vive, in fondo alla coscienza di questo popolo perduto, l'angoscia del vuoto, che lo circonda.

Piero Buscaroli in "UNA NAZIONE IN COMA", par. "Chi ha ucciso l'Italia", pagg. 140-145, Minerva Edizioni

lunedì 4 ottobre 2021

La banca centrale - Banca d'Italia - nelle insignificanti salmerie di pensionati rimaste a Roma dopo il 23 settembre 1943

1.2.4.2.3.2 - La banca centrale - Banca d'Italia - nelle insignificanti salmerie di pensionati rimasti a Roma dopo il 23 settembre 1943 

di Antonio Pantano

Non ritenne di muoversi da Roma una esigua insignificante manciata di alcuni vecchi funzionari in pensione della Banca d'Italia, carenti di autorità, tra i quali emerse il vice direttore generale Niccolò Introna, settantaseienne [ Bari, 13 maggio 1868 - Roma, 10 maggio 1955 ], esperto e consumato nel mestiere e nel lungo servizio sempre zelante al regime fascista (secondo la forma e...la sostanza), che temette - nella avanzata anzianità fisica e nelle inveterate incrostate abitudini di vita non più adattabili e modificabili - di non più disporre (oltre vantaggiose minuzie pratiche) del godimento gratuito del prestigioso, assai vasto e sontuoso alloggio (oltre 10 ampi vani includenti due saloni, affreschi agli alti soffitti, dovizia di lussuosi servizi, gallonato guardaportone in livrea, ampio scalone monumentale in marmo) goduto da decenni, di proprietà della Banca d'Italia, sito nella centralissima via Torino, all'angolo con la importante via Cavour e con affaccio su piazza dell'Esquilino, sul retro della monumentale basilica di santa Maria Maggiore. Opzione opportunistica, legata agli enormi altri privilegi (le minuzie pratiche accennate) discendenti dallo alto ruolo burocratico sostenuto per decenni.

Ma, sulla base di deduzioni e dati di fatto successivi, emersi da testimonianze processuali e non solo, si ha ragione di ritenere che in quel vastissimo alloggio (confuso tra edifici altoborghesi ed alberghi prossimi alla centrale stazione Termini e dirimpettaio della extra territoriale basilica vaticana di Santa Maria Maggiore, che rappresentò garanzia di immunità dalle distruzioni per bombardamenti aerei recate dagli Alleati!) e negli ampi scantinati di pertinenza del vasto immobile "qualcosa di importante e di valore" sia stato "riparato e celato". E non solo in quello.

Introna, nella sua lunga esistenza, godette di privilegi e vantaggi determinati e tramandati da incrostate liturgie ed obbedienze massoniche. Privilegi originati, costituiti e consolidati da antichi criteri "di marca liberale" del regime giolittiano, e permanenti ancora oggi - in nome di un criterio gabbato per "democratico" dalla inossidabile oligarchia alto-burocratica - a distanza di 90 anni, riservati ai "particolari servitori di alto rango" degli organi pubblici o para pubblici. Tali particolari "servitori di alto rango" comunemente sono additati ed accreditati nelle supine abitudini degli italiani come "amministratori e dirigenti dello stato" o "managers" (come si ostinano ad usare, dire e scrivere, nn inutile e deviante anglismo servile, i politicanti sciocchi ed i loro emuli che impinguano la stampa e negetano nella burocrazia da parassiti!). Privilegi e vantaggi che, invocando mai rinnegate - e sostenute "copertamente" con scaltrezza - benemerenze massoniche, Introna fece valere con profitto ponendosi - dettami della "scuola liberale" di servilismo opportunista - immediatamente a disposizione delle nuove padrone autorità militari e dei "Governatori Militari" americani da esse insediati, appena invasa e sottomessa Roma dagli Alleati il 5 giugno 1944. E che tali privilegi siano stati goduti dal Niccolò Introna è innegabile, essendo io stato testimone, trenta anni dopo la di lui morte, della disponibilità del vasto prestigioso immobile avuto concesso dalla Banca d'Italia, goduto dagli eredi ancora fino al anno 1985, quando i beni mobili colà rimasti furono finalmente messi in vendita dagli occupanti!

Niccolò Introna - massone fin da giovane per educazione religiosa, in carriera con la quale raggiunse ruoli di rilievo confacenti al servizio bancario - fu influente eminenza militante nella setta religiosa cristiana "protestante-valdese", che, malgrado il Trattato connesso con i Patti Lateranensi del 11 febbraio 1929 tra lo Stato italiano con lo stato Vaticano della Santa Sede, mai subì limitazioni o fu angariata, ma fu favorita da molti "riguardi" persino edificatorii, maggiormente nel centro di Roma.

Introna godé di ruoli di altro grado nel novero massonico dominante; e quelle credenziali divennero poi, dal giugno 1944, condizione assoluta negli ingranaggi della sedicente "nuova politica democratica" imposta dai vincitori Alleati nuovi arrivati. L'alto grado massonico - collegato in subordine anche alle liturgie americane - fu determinante il 29 luglio 1944 per fargli ottenere dai "nuovi padroni occupanti vincitori militari" la nomina fiduciaria a "commissario straordinario della banca d'Italia per i territori occupati assoggettati e sottoposti a controllo Alleato". 


paragrafo estrapolato dal volume di Antonio Pantano, Ezra Pound & Pellegrini, Edizioni della Vita Nova di Giovanni Perez. pagg. 386-387