Proscritti, orfani di una nazione scomparsa. Rompiamo l'accerchiamento psicologico di chi ci vorrebbe nel ghetto, nella fogna delle opinioni irricevibili. Navighiamo a vista nelle rovine elettroniche del nostro tempo per preparare il terreno culturale della riscossa ideale.
mercoledì 24 aprile 2024
25 APRILE 1945
sabato 23 marzo 2024
Il vile attentato del 23 marzo 1944 in Via Rasella, ove le vittime furono solo cittadini italiani, anche secondo "dettagli" confortati di recente dal giornalista Luigi Sardi
A ottanta anni dal vile attentato di VIA RASELLA, propongo la interessante lettura di questo testo redatto dal Prof. Antonio Pantano.
Luigi Sardi, con correttezza rara nel giornalismo italiano, fotograficamente riproduce nello intero secondo capitolo la pubblicazione, èdita da "Alto Adige - Corriere delle Alpi" nel 1979, redatta da Umberto Gandini, col titolo "Quelli di via Rasella - La storia di sudtirolesi che subirono l'attentato del 23 matzo 1944 a Roma"
Gandini, 35 anni dopo i fatti, riuscì ad intervistare alcuni superstiti dell'attentato, tutti residenti in Italia. E non solo sei di essi (Franz Bertagnoli di Caldaro, Konrad Sigmund di Luson, Franz Cassar di Termeno, Joseph Praxmarer di San Giacomo, Peter Putzer di Varna, Sylvester Putzer di Varna), ma i documenti riguardanti i 33 assassinati proditoriamente - i nomi dei quali sono oggi esposti solo in elenco affisso nel santuario cattolico alpino di Pietralba, nel comune di Nova Levante, in provincia di Bolzano - confermano che tutti furono cittadini italiani praticanti fluenti parlate italiana e tedesca, tanto che, da giovani, adempirono la leva militare nello esercito italiano in Italia e nelle colonie italiane d'oltre mare, e sempre ebbero nostro passaporto.
La ferocia falsificatrice degli stolti antifascisti servili verso i nemici Alleati, ignorò le vittime civili italiane, pur ammettendo che tutte le vittime militari, inserite nella 10.a ed 11.a compagnia del battaglione Bozen proprio perché nati e residenti nella provincia italiana di Bolzano, erano di età matura ed avanzata (quasi tutti quarantenni) e marciavano senza armi addosso, perché riservisti con compiti ausiliari burocratici di polizia, dopo esercitazione mattutina, verso gli alloggi siti all'ultimo piano del palazzo del Viminale. Con lo stesso cinico criterio di falsità si tentò di far apparire sia i feriti (oltre ottanta, tea i quali molti mutilati irreparabilmente) che i morti come "poliziotti delle feroci SS", mentendo senza pudore per tentare di giustificare la destinazione "logica e antifascista" dello attentato, che fu attuato intenzionalmente per provocare la reazione (auspicata dagli attentatori e dagli organizzatori nella inevitabile grande quantità ed effetto) dei comandi militari germanici, secondo le leggi marziali vigenti in ogni Stato e Paese in guerra.
Criterio che gli Alleati adottarono sistematicamente in maniera maggiore sulla base di 100 ostaggi contro ogni loro militare ucciso. Ma l'identica ferocia faziosa ha inventato, per fola retorica, la figura del maggiore Herbert Kappler [ Stoccarda, 23 settembre 1907 - Soltau, 9 febbraio 1978 ] come quella di un sadico aguzzino, indicato regista e partecipe di episodi degli accadimenti romani di guerra dopo 1'8 settembre 1943, sempre e solo indicato col suggestivo epiteto di "boia", certamente per sviare dalla realtà dei fatti responsabilità non consone ad un ufficiale germanico, che aveva modesto ruolo esecutivo nei servizi di polizia. Figura falsificata ribaltata dalle testimonianze non solo dei citati sei sopravvissuti, ma, per l'intero capitolo quinto che il prevenuto ed antifascista Luigi Sardi ha pubblicato, emerge come di indole contraria alla consolidata fama imbastitagli addosso, in spregio ad ogni verità.
La figura di Herbert Kappler è stata creata artificiosamente dopo il 1945 da falsari della storia prezzolati (identici a coloro che vilmente fomentarono l'assassinio bestiale del dottore Donato Carretta, direttore delle carceri romane di Regina Coeli, eseguito il 14 settembre 1944 a furor di popolo aizzato da mestatori provocatori comunisti sotto gli occhi compiaciuti delle autorità militari Alleate, e della loro gendarmeria, che su Roma imperavano in regime di occupazione).
Ancor oggi qualche mentecatto addebita a Kappler ruoli, iniziative e potere che mai ebbe e mai possibili per il suo grado militare di maggiore, a lungo portato, ed infine di tenente colonnello della polizia delle SS.
Per sminuire la portata vile dello eccidio criminale compiuto a Roma in via Rasella (ideato e voluto dagli Alleati, mentre le loro numerose e ben munite truppe ristagnavano incapaci, bloccate. Battute e decimate sul fronte di Cassino e su quello tra Nettunia, Ardea e l'E42 alla periferia della Capitale, arginate da impari - assai minori nel numero e nella potenza degli armamenti - militari italiani e germanici) i gazzettieri e gli imbonitori di aneddoti successivi millantarono la storia in pedissequa linea con le disposizioni imposte dai loro soprastanti anglo-americani.
Così si esaltò con enfasi solo la sofferenza ed il patimento delle 335 vittime (falsando e prescindendo dalle ragioni giuridiche per le quali furono imprigionate, ad esse va rivolto ogni umano rispetto) sacrificate per rappresaglia legittima nelle cave di pozzolano di Tor Marancia presso la via Ardeatina, negando e continuando a tacere ancor oggi persino i nomi di tutti coloro che, altrettanto incolpevoli ed ignari, militari comunque disarmati e civili, 24 ore prima perdettero la vita per azione vigliacca. A costoro mai alcuno della "ufficialità" civile e religiosa destinò un cenno di umana considerazione, giustificando con falsità il casuale ruolo di vittime nello assassinio in via Rasella.
Kappler trascinò l'intera esistenza fino al 15 agosto 1977, con trentennale detenzione in ergastolo isolato, nella ipocrita dannazione totale impostagli da faziosi bugiardi, inetti ad approfondire le verità storiche. Fu creato artificiosamente sul caso Kappler un "capro espiatorio" utile e necessario per tacere molte altre implicazioni di personaggi di basso cabotaggio che sui drammatici accadimenti di quei tempi hanno tratto lustro e vantaggi di carriera successiva. Ciò non solo nel campo italiano, ma anche in quello vaticano.
E la stessa dannazione perdurò ancor più dopo, oltre la morte avvenuta per cancro devastante il 9 febbraio 1978, finalmente libero, in Germania.
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35 giorni dopo il noto politico Aldo Moro fu "sequestrato" in un feroce, cinico "gioco" dialettico partitico tra fazioni italiane, e tre esatti mesi dopo fu assassinato. O, come usano scrivere impropriamente i giornalisti italiani, "giustiziato".
Ma dell'altro che Luigi Sardi ha trattato nel libro taccio per ora, specie in relazione a ciò che riguarda la vicenda della riserva aurea "italiana", essendomi ripromesso di trattare altrove, come ho fatto, sulla base di fondamenti inoppugnabili, a proposito dell'opera del ministro delle finanze della Repubblica Sociale Italiana prof. Domenico Pellegrini Giampietro, e circa la quale anche da Sardi vengono sostenute imprecise orecchiate e rimbalzate non verità.
paragrafo liberamente estrapolato dal poderoso volume di "Antonio Pantano, EZRA POUND & Pellegrini, Ed. Vita NOVA, pagg.593-594-595."
martedì 30 gennaio 2024
Nel genetliaco di Giorgio Pisanò
Giorgio Pisanò, l'uomo che non si arrese al pubblico disprezzo
lunedì 24 aprile 2023
Sapore di Fiele
venerdì 28 ottobre 2022
FASCISMO MISTERIOSO E INCOMPIUTO
Riproponiamo ad un secolo della Marcia su Roma l'articolo di Piero Buscaroli :
"A CINQUANT' ANNI DAL 28 OTTOBRE 1922"
Dopo cinquant'anni, la storiografia antifascista non ha ancora deciso se la marcia su Roma fu un colpo di Stato, o una finta politica. Peggio, si tratta ancora di stabilire se ci fu o non ci fu. Dalla tradizione rettorica nazionale esce un capolavoro:
«La marcia su Roma c'era stata, e per meglio dire ce n'era stata quanto bastava per far credere a tutti che ci fosse, o che stesse per esserci» (Indro Montanelli, nel "Corriere della Sera" del 15 Ottobre 1972).
Dopo cinquant'anni, il fascismo resta una realtà sfuggente. I tentativi di definirlo secondo gli schemi correnti restano inani come i baccagliamenti barocchi sulla sostanza e l'accidente. Perfino la peste non era né l'uno né l'altro. Eppure c'era. Per definire il fascismo, occorrerebbe capirlo. Per capirlo, studiarlo. Ma studiarlo vorrebbe dire fare opera, non preconcetta, di storia. E invece si pretende che la storia sia già fatta: immutabile, intangibile. Orecchianti e accademici, su questo punto, sono d'accordo: «Un regime che la storia ha clamorosamente e inesorabilmente bocciato» (Montanelli); «Il giudizio storico complessivo sul fascismo non può essere erto né mutato né sostanzialmente rivisto» (De Felice). Ecco perché il cinquantenario resterà un'occasione perduta: facile sfogo di luoghi comuni opportunistici, allarmi interessati e insulti triviali.
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Non meno sconcertanti sono, del fascismo, radici storiche e connotati culturali. È oggi moda affermare che il fascismo fu intessuto di rozzezza e ignoranza. È falso. Nessun regime del nostro secolo ha suscitato altrettanto fervore di speranze, di adesioni disinteressate, di apporti diversi. Erano tutti babbei e venduti, dunque d'Annunzio e Marconi, Pirandello e Marinetti, Pizzetti e Perosi, Mascagni e Bontempelli, Soffici e Malaparte, Carrà e Volpe, Morandi e Gentile, Maccari e Rodolico? Tutti uomini che al fascismo aderirono d'entusiasmo, offrendo un'adesione che, in molti casi, resterà ferma e coerente oltre la sconfitta, fino alla persecuzione e alla morte? Con poche eccezioni, le figure importanti della cultura italiana del primo Novecento potrebbero stare in questo elenco. Si acqueta nel fascismo la disputa secolare di guelfi e ghibellini, scompaiono mangiapreti e papalini. Convivono, ciascuno pretendendo di offrire la giusta interpretazione dei tempi, accademici e futuristi, veristi e neoclassici, letteratura aulica e picaresca. E chi lo vuole cittadino e avanguardista, e chi paesano e patriarcale. Eppure, tutto ciò non è informe coacervo, inventario confuso, blaterante scomposto. Per dieci, quindici anni, la cultura italiana offre un'immagine prodigiosa di vitalità, di varietà e di unità.
Nel 1929, dopo cinque anni di lavoro febbrile, esce il primo volume dell'Enciclopedia Italiana, simbolo meditato e ambizioso di una concordia operosa che fa appello a tutte le forze: agli appartati, agli agnostici, agli oppositori che hanno firmato il manifesto degli intellettuali antifascisti. L'Enciclopedia si ristampa, ancor oggi, tal quale: tranne i volumi di aggiornamento, che si prendon cura di ribattere il contrario di alcune "voci": così confermando la durevolezza dell'opera e l'incapacità a sostituirla.
Così come il Trattato e il Concordato del 1929, intorno a cui si letica e recrimina, senza osare toccarli. Così come i codici, che tutt'al più si è riusciti a sbrindellare e rammendare, interpolare e correggere. E mentre s'inveisce ai «codici fascisti», non ci si accorge che con ciò si confessa di non esser riusciti a rifare, in ventisette anni, e secondo le nuove convinzioni, ciò che il fascismo compì, secondo le sue proprie, in sette anni per quello penale e in diciassette per quello civile.
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Anche i connotati ideologici riescono oggi impenetrabili. Si registra con stupore la provenienza delle adesioni: dal marxismo e dal liberalismo classico, dai conservatori e dai rivoluzionari, dai mazziniani e dai legittimisti, dagli anarchici e dai nazionalisti, dai cattolici e dai massoni. E chi vuole il fascismo continuatore e perfezionatore del Risorgimento, come Gentile. E chi pretende che del Risorgimento sia la opposizione, come Orano. E in realtà, il fascismo è l'una e l'altra cosa insieme. E chi lo proclama erede del liberalismo, e chi un socialismo degenerato. Mentre il fascismo non è né l'una, ne l'altra cosa. Il fascismo è una risposta pratica, che l'istinto realistico degl'italiani dà agl'interrogativi su cui si è aperto il secolo ventesimo: alla rovina dello Stato liberale e al vaneggiare estremista del rancido marxismo. Appare, allo stesso tempo, antico e nuovo. La sua mancanza di dogmi ideologici imbarazza gli spiriti deboli, bisognosi di appoggiarsi alle stampelle delle tavole codificate: è motivo di scherno per i sofisti avvezzi al comodo catalogo delle categorie. Si riallaccia a un passato remoto, ma s'accorda alla filosofia più moderna e pratica, il pragmatismo. Più ancora, anticipa da una lontananza, che sol oggi vediamo, l'epoca volgente delle ideologie disfatte e cadenti in frantumi.
Il fascismo è la sola creazione originale che lo spirito italiano abbia prodotto, in politica, dopo i Comuni dell'età di mezzo e la stagione rinascimentale del Principato. Anche allora, lo spirito pratico degli italiani sovrappose queste sue invenzioni spontanee, fondate sui fatti, al vuoto sterile delle ideologie universali del mondo medioevale. Ma la risposta fascista ha un respiro, che neppur Mussolini ha previsto. Mussolini disse che il fascismo non era fatto per l'esportazione, perché ne voleva sottolineare il carattere italiano, rispetto al cosmopolitismo radicale e all'internazionalismo socialista.
Il fascismo non è un'appendice del liberalismo, né un derivato del socialismo: e neppure una "sintesi" dei due. Elude le loro domande e, insieme, offre una sua autonoma risposta. Una risposta diversa. Il fascismo in Italia irrompe in un sistema disfatto con la forza di un'invasione. Ma è un'invasione dall'interno. È la creazione spontanea italiana, e è insieme, il solo tentativo di educazione collettiva del popolo italiano. E è ancora il tentativo di amalgamare i popoli della Penisola in uno sforzo comune, imponendo loro un comune compito. Taglia, rinnova, e infine è sconfitto. Ma è sconfitto da forze e potenze estranee, che non tanto mirano ad abbatterlo come sistema, come dicono, quanto a distruggere la Nazione che vi si è plasmata. La tragedia del fascismo nascente è di doversi subito misurare con la minaccia del bolscevismo. La tragedia del fascismo maturo è di trovarsi coinvolto in un regolamento di conti su scala planetaria. Il fascismo non vuole la guerra, ma deve subirla. Il suo capo getta i dadi, in un giuoco d'azzardo: sbagliato, certamente, nelle conclusioni; ma è lo stesso giuoco d'azzardo dei predecessori, da Salandra a Cavour, che anch'essi puntarono, indovinando il vincitore, il modesto capitale dei loro eserciti nelle grandi contese degli altri.
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Giudicare il fascismo dalla sconfitta riesce sempre più difficile, via via che la sconfitta si allontana. Al traguardo di questi ventisette anni di dopoguerra, tutti i popoli europei giungono estenuati e malconci: vinti o vincitori, avessero gettato sul piatto giusto o su quello sbagliato i loro dadi di ferro: Inghilterra e Germania, Francia e Italia, tutti vittime d'un male più vasto e profondo, che contagia e ammorba l'Europa. Il fascismo visse vent'anni. Non risorgerà uguale ad allora, mai più. Ma i suoi successori e nemici, in questi ventisette anni, non hanno fatto nulla per dare una risposta più viva e più convincente, e più schietta, e più moderna, agl'interrogativi cui pure il fascismo offrì la sua. E non poté completarla, restando monco e interrotto. E così vive, in fondo alla coscienza di questo popolo perduto, l'angoscia del vuoto, che lo circonda.
Piero Buscaroli in "UNA NAZIONE IN COMA", par. "Chi ha ucciso l'Italia", pagg. 140-145, Minerva Edizioni
lunedì 4 ottobre 2021
La banca centrale - Banca d'Italia - nelle insignificanti salmerie di pensionati rimaste a Roma dopo il 23 settembre 1943
1.2.4.2.3.2 - La banca centrale - Banca d'Italia - nelle insignificanti salmerie di pensionati rimasti a Roma dopo il 23 settembre 1943
di Antonio Pantano
Ma, sulla base di deduzioni e dati di fatto successivi, emersi da testimonianze processuali e non solo, si ha ragione di ritenere che in quel vastissimo alloggio (confuso tra edifici altoborghesi ed alberghi prossimi alla centrale stazione Termini e dirimpettaio della extra territoriale basilica vaticana di Santa Maria Maggiore, che rappresentò garanzia di immunità dalle distruzioni per bombardamenti aerei recate dagli Alleati!) e negli ampi scantinati di pertinenza del vasto immobile "qualcosa di importante e di valore" sia stato "riparato e celato". E non solo in quello.
Introna, nella sua lunga esistenza, godette di privilegi e vantaggi determinati e tramandati da incrostate liturgie ed obbedienze massoniche. Privilegi originati, costituiti e consolidati da antichi criteri "di marca liberale" del regime giolittiano, e permanenti ancora oggi - in nome di un criterio gabbato per "democratico" dalla inossidabile oligarchia alto-burocratica - a distanza di 90 anni, riservati ai "particolari servitori di alto rango" degli organi pubblici o para pubblici. Tali particolari "servitori di alto rango" comunemente sono additati ed accreditati nelle supine abitudini degli italiani come "amministratori e dirigenti dello stato" o "managers" (come si ostinano ad usare, dire e scrivere, nn inutile e deviante anglismo servile, i politicanti sciocchi ed i loro emuli che impinguano la stampa e negetano nella burocrazia da parassiti!). Privilegi e vantaggi che, invocando mai rinnegate - e sostenute "copertamente" con scaltrezza - benemerenze massoniche, Introna fece valere con profitto ponendosi - dettami della "scuola liberale" di servilismo opportunista - immediatamente a disposizione delle nuove padrone autorità militari e dei "Governatori Militari" americani da esse insediati, appena invasa e sottomessa Roma dagli Alleati il 5 giugno 1944. E che tali privilegi siano stati goduti dal Niccolò Introna è innegabile, essendo io stato testimone, trenta anni dopo la di lui morte, della disponibilità del vasto prestigioso immobile avuto concesso dalla Banca d'Italia, goduto dagli eredi ancora fino al anno 1985, quando i beni mobili colà rimasti furono finalmente messi in vendita dagli occupanti!
Niccolò Introna - massone fin da giovane per educazione religiosa, in carriera con la quale raggiunse ruoli di rilievo confacenti al servizio bancario - fu influente eminenza militante nella setta religiosa cristiana "protestante-valdese", che, malgrado il Trattato connesso con i Patti Lateranensi del 11 febbraio 1929 tra lo Stato italiano con lo stato Vaticano della Santa Sede, mai subì limitazioni o fu angariata, ma fu favorita da molti "riguardi" persino edificatorii, maggiormente nel centro di Roma.
Introna godé di ruoli di altro grado nel novero massonico dominante; e quelle credenziali divennero poi, dal giugno 1944, condizione assoluta negli ingranaggi della sedicente "nuova politica democratica" imposta dai vincitori Alleati nuovi arrivati. L'alto grado massonico - collegato in subordine anche alle liturgie americane - fu determinante il 29 luglio 1944 per fargli ottenere dai "nuovi padroni occupanti vincitori militari" la nomina fiduciaria a "commissario straordinario della banca d'Italia per i territori occupati assoggettati e sottoposti a controllo Alleato".
paragrafo estrapolato dal volume di Antonio Pantano, Ezra Pound & Pellegrini, Edizioni della Vita Nova di Giovanni Perez. pagg. 386-387






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