venerdì 28 ottobre 2022

FASCISMO MISTERIOSO E INCOMPIUTO

Riproponiamo ad un secolo della Marcia su Roma l'articolo di Piero Buscaroli : 

"A CINQUANT' ANNI DAL 28 OTTOBRE 1922"

MARCIA su ROMA di Giacomo BALLA


   Dopo cinquant'anni, la storiografia antifascista non ha ancora deciso se la marcia su Roma fu un colpo di Stato, o una finta politica. Peggio, si tratta ancora di stabilire se ci fu o non ci fu. Dalla tradizione rettorica nazionale esce un capolavoro: 


«La marcia su Roma c'era stata, e per meglio dire ce n'era stata quanto bastava per far credere a tutti che ci fosse, o che stesse per esserci» (Indro Montanelli, nel "Corriere della Sera" del 15 Ottobre 1972).
Ci fu, tuttavia, quanto bastò a prendere il potere. Ma l'estro polemico indigeno è tuttora incerto tra il Berni e l'Alfieri: non sa se intonare i versacci della satira o le lamentazioni dell'invettiva: se ridere della "pagliacciata", o gridare al crimine. L'astuzia dei manipolatori si svela, dove invitano a riflettere sulla "convenienza" di chiamarla "pagliacciata"; perché come poté, allora, mettere nel sacco la Nazione intera, persone serie comprese? Ma anche chiamarla un crimine presenta le sue inconvenienze: resta il fatto che il "crimine" s'ebbe al preludio gli applausi di Croce, nel teatro San Carlo: e dopo consumato, fu solennemente approvato dalla gran maggioranza d'una libera Camera, dove i fascisti disponevano soltanto di trentacinque voti.

   Dopo cinquant'anni, il fascismo resta una realtà sfuggente. I tentativi di definirlo secondo gli schemi correnti restano inani come i baccagliamenti barocchi sulla sostanza e l'accidente. Perfino la peste non era né l'uno né l'altro. Eppure c'era. Per definire il fascismo, occorrerebbe capirlo. Per capirlo, studiarlo. Ma studiarlo vorrebbe dire fare opera, non preconcetta, di storia. E invece si pretende che la storia sia già fatta: immutabile, intangibile. Orecchianti e accademici, su questo punto, sono d'accordo: «Un regime che la storia ha clamorosamente e inesorabilmente bocciato» (Montanelli); «Il giudizio storico complessivo sul fascismo non può essere erto né mutato né sostanzialmente rivisto» (De Felice). Ecco perché il cinquantenario resterà un'occasione perduta: facile sfogo di luoghi comuni opportunistici, allarmi interessati e insulti triviali.

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Che cosa fu il fascismo? Come composizione sociale, sfugge alle tipologie diffuse. Sfuma ormai anche la vecchia e tenace pretesa di etichettarlo per sempre come movimento dei ceti medi, scudo della media e piccola borghesia. Il fascismo è e si mantiene, per i vent'anni della sua evoluzione, popolare e aristocratico, campagnolo e cittadino, borghese e proletario. Conquista la borghesia e fa sfilare la più impressionante adunata di braccianti agricoli che mai abbia visto la Valle Padana. Al fascismo sorgente accorrono principi di Casa reale e sindacalisti rivoluzionari, nobili di antiche schiatte e uomini nuovi usciti dalla guerra, notabili meridionali e capitani d'industria del Settentrione. Ma il capo, l'uomo che opera la sintesi, che dà nome al movimento e lo porta al governo, è il solo Presidente del Consiglio che sia uscito dalle file del popolo: che abbia conosciuto, ragazzo, il bisogno e la povertà. Il solo che abbia bussato alle porte della città a piedi nudi, come il piccolo Valentino del Pascoli. Tutti gli altri sono usciti dalla nobiltà o dalla borghesia dei possidenti, dei professionisti, dei burocrati e dei militari. Nei cento e dodici anni dell'Italia unita, da Cavour ad oggi, Mussolini è il solo figlio del popolo che abbia esercitato la suprema carica di governo.

   Non meno sconcertanti sono, del fascismo, radici storiche e connotati culturali. È oggi moda affermare che il fascismo fu intessuto di rozzezza e ignoranza. È falso. Nessun regime del nostro secolo ha suscitato altrettanto fervore di speranze, di adesioni disinteressate, di apporti diversi. Erano tutti babbei e venduti, dunque d'Annunzio e Marconi, Pirandello e Marinetti, Pizzetti e Perosi, Mascagni e Bontempelli, Soffici e Malaparte, Carrà e Volpe, Morandi e Gentile, Maccari e Rodolico? Tutti uomini che al fascismo aderirono d'entusiasmo, offrendo un'adesione che, in molti casi, resterà ferma e coerente oltre la sconfitta, fino alla persecuzione e alla morte? Con poche eccezioni, le figure importanti della cultura italiana del primo Novecento potrebbero stare in questo elenco. Si acqueta nel fascismo la disputa secolare di guelfi e ghibellini, scompaiono mangiapreti e papalini. Convivono, ciascuno pretendendo di offrire la giusta interpretazione dei tempi, accademici e futuristi, veristi e neoclassici, letteratura aulica e picaresca. E chi lo vuole cittadino e avanguardista, e chi paesano e patriarcale. Eppure, tutto ciò non è informe coacervo, inventario confuso, blaterante scomposto. Per dieci, quindici anni, la cultura italiana offre un'immagine prodigiosa di vitalità, di varietà e di unità.

   Nel 1929, dopo cinque anni di lavoro febbrile, esce il primo volume dell'Enciclopedia Italiana, simbolo meditato e ambizioso di una concordia operosa che fa appello a tutte le forze: agli appartati, agli agnostici, agli oppositori che hanno firmato il manifesto degli intellettuali antifascisti. L'Enciclopedia si ristampa, ancor oggi, tal quale: tranne i volumi di aggiornamento, che si prendon cura di ribattere il contrario di alcune "voci": così confermando la durevolezza dell'opera e l'incapacità a sostituirla.

   Così come il Trattato e il Concordato del 1929, intorno a cui si letica e recrimina, senza osare toccarli. Così come i codici, che tutt'al più si è riusciti a sbrindellare e rammendare, interpolare e correggere. E mentre s'inveisce ai «codici fascisti», non ci si accorge che con ciò si confessa di non esser riusciti a rifare, in ventisette anni, e secondo le nuove convinzioni, ciò che il fascismo compì, secondo le sue proprie, in sette anni per quello penale e in diciassette per quello civile.

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   Anche i connotati ideologici riescono oggi impenetrabili. Si registra con stupore la provenienza delle adesioni: dal marxismo e dal liberalismo classico, dai conservatori e dai rivoluzionari, dai mazziniani e dai legittimisti, dagli anarchici e dai nazionalisti, dai cattolici e dai massoni. E chi vuole il fascismo continuatore e perfezionatore del Risorgimento, come Gentile. E chi pretende che del Risorgimento sia la opposizione, come Orano. E in realtà, il fascismo è l'una e l'altra cosa insieme. E chi lo proclama erede del liberalismo, e chi un socialismo degenerato. Mentre il fascismo non è né l'una, ne l'altra cosa. Il fascismo è una risposta pratica, che l'istinto realistico degl'italiani dà agl'interrogativi su cui si è aperto il secolo ventesimo: alla rovina dello Stato liberale e al vaneggiare estremista del rancido marxismo. Appare, allo stesso tempo, antico e nuovo. La sua mancanza di dogmi ideologici imbarazza gli spiriti deboli, bisognosi di appoggiarsi alle stampelle delle tavole codificate: è motivo di scherno per i sofisti avvezzi al comodo catalogo delle categorie. Si riallaccia a un passato remoto, ma s'accorda alla filosofia più moderna e pratica, il pragmatismo. Più ancora, anticipa da una lontananza, che sol oggi vediamo, l'epoca volgente delle ideologie disfatte e cadenti in frantumi.

   Il fascismo è la sola creazione originale che lo spirito italiano abbia prodotto, in politica, dopo i Comuni dell'età di mezzo e la stagione rinascimentale del Principato. Anche allora, lo spirito pratico degli italiani sovrappose queste sue invenzioni spontanee, fondate sui fatti, al vuoto sterile delle ideologie universali del mondo medioevale. Ma la risposta fascista ha un respiro, che neppur Mussolini ha previsto. Mussolini disse che il fascismo non era fatto per l'esportazione, perché ne voleva sottolineare il carattere italiano, rispetto al cosmopolitismo radicale e all'internazionalismo socialista.

E invece, il fascismo si diffonde nel mondo. Uno studioso americano d'oggi, Eugen Weber, dopo aver indagato sull'importanza del fascismo nel suo tempo, afferma che «questo tempo è ben lungi dall'essere passato». Perché il fascismo offre una sintesi insostituibile del «nazionale e del sociale»: perché «a dispetto dei suoi denigratori, il fascismo è basato su una dottrina perfettamente coerente di cooperazione nazionale: una dottrina che può servire sia per rinsaldare una società in fase di disintegrazione, sia per cementare una società i cui membri non abbiano ancora il senso dell'unità nazionale». Non è un sistema, non è una ricetta eterna: non è un regime che tenda alla fissità. Affiora sotto nomi diversi e vesti talora irriconoscibili, dove un popolo ne abbia bisogno. C'è più di fascismo che di marxismo o liberalismo, oggi, in Israele o in Egitto, o in Cina, o in decine di Paesi che, nascenti o risorgenti, cercano la loro vita.

   Il fascismo non è un'appendice del liberalismo, né un derivato del socialismo: e neppure una "sintesi" dei due. Elude le loro domande e, insieme, offre una sua autonoma risposta. Una risposta diversa. Il fascismo in Italia irrompe in un sistema disfatto con la forza di un'invasione. Ma è un'invasione dall'interno. È la creazione spontanea italiana, e è insieme, il solo tentativo di educazione collettiva del popolo italiano. E è ancora il tentativo di amalgamare i popoli della Penisola in uno sforzo comune, imponendo loro un comune compito. Taglia, rinnova, e infine è sconfitto. Ma è sconfitto da forze e potenze estranee, che non tanto mirano ad abbatterlo come sistema, come dicono, quanto a distruggere la Nazione che vi si è plasmata. La tragedia del fascismo nascente è di doversi subito misurare con la minaccia del bolscevismo. La tragedia del fascismo maturo è di trovarsi coinvolto in un regolamento di conti su scala planetaria. Il fascismo non vuole la guerra, ma deve subirla. Il suo capo getta i dadi, in un giuoco d'azzardo: sbagliato, certamente, nelle conclusioni; ma è lo stesso giuoco d'azzardo dei predecessori, da Salandra a Cavour, che anch'essi puntarono, indovinando il vincitore, il modesto capitale dei loro eserciti nelle grandi contese degli altri.

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   Giudicare il fascismo dalla sconfitta riesce sempre più difficile, via via che la sconfitta si allontana. Al traguardo di questi ventisette anni di dopoguerra, tutti i popoli europei giungono estenuati e malconci: vinti o vincitori, avessero gettato sul piatto giusto o su quello sbagliato i loro dadi di ferro: Inghilterra e Germania, Francia e Italia, tutti vittime d'un male più vasto e profondo, che contagia e ammorba l'Europa. Il fascismo visse vent'anni. Non risorgerà uguale ad allora, mai più. Ma i suoi successori e nemici, in questi ventisette anni, non hanno fatto nulla per dare una risposta più viva e più convincente, e più schietta, e più moderna, agl'interrogativi cui pure il fascismo offrì la sua. E non poté completarla, restando monco e interrotto. E così vive, in fondo alla coscienza di questo popolo perduto, l'angoscia del vuoto, che lo circonda.

Piero Buscaroli in "UNA NAZIONE IN COMA", par. "Chi ha ucciso l'Italia", pagg. 140-145, Minerva Edizioni

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