domenica 26 settembre 1999

I nani della politica italiana e l'influenza dell'ebraismo internazionale





di Manuel NEGRI

La bassa statura morale e la propensione al servilismo che caratterizzano gli attori del teatrino della politichetta italiota, scevri del senso dell'onore e di un briciolo di dignità, ma soprattutto oggetto e strumento esecutivo delle altrui decisioni, pianificate al di sopra ed al di fuori di ogni interesse della comunità nazionale, ci hanno condotto ad una disastrosa condizione del contesto socio-economico in cui malversa la maggior parte della popolazione.
Di contro, apprendiamo, quasi quotidianamente, l'annuncio di fantascientifiche operazioni finanziarie, di maxi accordi e di fusioni tra i colossi della finanza, guidati e manovrati dai tecnocrati affiliati ai circoli mondialisti.
Il matrimonio di interesse realizzato da Banca-Intesa e Comit, salutato come un gigante del credito in Italia, nell'enorme scacchiera dei giochi dell'Alta Finanza internazionale risulta un fragile pedone se raffrontato alle strategie operative in via di realizzazione. Non bisogna dimenticare il falso patentino di italianità di quest'operazione poiché è ormai palese la profonda opera di colonizzazione del sistema bancario italiano che vede nei capitali dei gruppi bancari maggiori il ruolo chiave dei gruppi esteri. E' così per Banca Intesa (che ha tra gli azionisti il Crédit Agricole francese), per il San Paolo-Imi (che deve fare i conti con lo spagnolo Santander), per l'Unicredito italiano (Société Générale), Comit (Paribas e Commerzbank) e Banca di Roma (Abn Ambro). Il progetto di acquisizione di Paribas e Société Générale da parte di BNP è, per esempio, qualcosa di stratosferico rispetto all'accordo Comit-Intesa, per non parlare dei tre istituti nipponici Dai-Ichi Kangyo bank, Fuji Bank e Industrial Bank of Japan che, confluendo in un'unica holding, raggiungerebbero un capitale totale pari circa al prodotto interno lordo italiano registrato negli ultimi anni.
In Italia, il fervore legato a queste operazioni, alle alleanze e alle lotte per il controllo del credito e del campo assicurativo hanno creato una rottura dell'idilliaco rapporto tra il patron di Mediobanca, Enrico Cuccia, e l'ebreo Antoine Bernheim, "defenestrato" dalle Generali ed ora legato più che mai alla Lazard del "sodale" ebreo Michel David Weill in un fronte comune ostile all'Istituto di via Filodrammatici.
Tutti questi giochi di potere, tutti questi intrighi di palazzo, tutte queste diatribe interne tra esponenti del mondo dell'Alta Finanza internazionale che, sposta migliaia di miliardi ogni giorno solamente sulla carta, col rischio di influire in maniera nefasta sulle già deboli economie nazionali, sembrerebbero lontani anni luce dai reali problemi della gente comune, ma in realtà enormi riflessi hanno soprattutto sul campo dell'occupazione.
Un recente rapporto annuale dell'Ocse mette in evidenza le stime per il 1999 che piazzano l'Italia ai vertici tra quei Paesi con il più alto tasso di disoccupazione che per quest'anno raggiungerà circa 2 milioni 800 mila italiani (1), alla faccia del milione di posti di lavoro decantati dal Presidente del Consiglio D'Alema, che per questa battuta dovrebbe pagare i diritti d'autore al collega Berlusconi.
Il risultato delle maxi-fusioni e degli adeguamenti alle strategie della globalizzazione da parte dei grandi colossi industriali e finanziari danno vita a quelli che gli ipocriti chiamano (attenti: ci ingannano con le parole!) "esuberi", che altro non sono se nuove persone a spasso senza lavoro e senza stipendio, magari con una famiglia a carico.
<>.(2) A conferma di ciò un'indagine di R&R, Istituto di ricerche di Mediobanca, ha evidenziato un taglio di circa il 23% dei posti di lavoro in Europa e negli Usa da parte di Imprese Multinazionali che, sempre più grandi e sempre più ciniche e votate al mero profitto, in una dinamica di adeguamenti all'economia globale, tendono sempre più a politiche di delocalizzazione produttiva, sfruttando la manodopera a basso costo dei Paesi più poveri, magari facendo lavorare i bambini. Poi parlano ipocritamente di aiuti umanitari.
In Italia chi si occupa di queste problematiche? Chi affronta e denuncia queste gravi piaghe del Sistema, rovescio della medaglia di una società iperconsumista?
I rappresentanti dell'Esecutivo, sempiterni difensori dei lavoratori, si dilungano in farraginose e sterili discussioni sulla riforma delle pensioni, sull'occupazione, senza però adottare alcun provvedimento utile al miglioramento delle imperversanti e disastrose condizioni sociali che interessano buona parte della nostra popolazione. La riforma delle pensioni dovrà essere effettuata per imposizioni provenienti da ambienti non governativi e sovranazionali così come confermato anche da un menbro dell'Esecutivo quale Cesare Salvi, il quale ha dichiarato: <>.(3)
Egregi galoppini e lacchè della volontà altrui iniziate a salvaguardare gli interessi nazionali ed a lavorare per produrre nuovi posti di lavoro, per garantire un futuro ai giovani e vedrete che i problemi del sistema pensionistico verranno risolti automaticamente. Questi risultati non sono mai stati raggiunti poiché le politiche dei governi degli ultimi anni si sono preoccupate solo ed esclusivamente di raggiungere i parametri di Maastricht, volgendo le spalle alle esigenze dell'economia reale e distruggendo, di conseguenza, il futuro delle nuove generazioni, rovinando migliaia di famiglie condotte al limite della soglia di povertà.
Secondo un'indagine Istat del 1998, 2 milioni 500 mila famiglie italiane vivono in uno stato di povertà, cioè quasi 7 milioni 500 mila persone di cui circa 5 milioni solo al Sud e nelle isole.
Dinanzi a queste cifre e con i problemi della previdenza sociale, hanno la faccia tosta di presentarci spudoratamente le somme corrisposte alle "pensioni d'oro", tra cui quella miliardaria del presidente Ciampi, rappresentante estremo dei cittadini italiani, dei quali, come tutti i suoi colleghi, se ne sbatte ampiamente le palle. Le questioni di prim'ordine affrontate dall'esecutivo italiota riguardano la decisione di distruggere migliaia di documenti raccolti dai servizi segreti, che potrebbero documentare i rapporti tra l'ex PCI ed il Patto di Varsavia, i finanziamenti al PCI provenienti da Mosca ed i collegamenti tra l'ex partito del presidente del Consiglio e i servizi del KGB, della Stasi e quelli Cechi, i quali addestravano i militanti delle Brigate Rosse.
Tutto questo non sarebbe bello per il signor D'Alema e per i suoi "compagni", se venisse alla luce la verità che sgretolerebbe un muro di ipocrisia e di menzogne instaurato più di 50 anni or sono.
Le preoccupazioni e le energie dell'esecutivo e soprattutto del suo ministro della Giustizia, Diliberto, si sono prodigate per risolvere il caso Baraldini e riportare in Italia la detenuta (non esprimiamo opinioni in merito, in quanto la vicenda andrebbe analizzata in maniera approfondita ed in altro contesto). Alla Baraldini si è aggiunto "il caso Sofri" e le concessioni ed i privilegi concessi a diecine di detenuti protagonisti degli anni della strategia della tensione, tra cui molti nomi illustri come quello di Concutelli e di tanti altri; tanti, quasi tutti, meno uno: un certo signor Vincenzo Vinciguerra.
Tornando alla vicenda Baraldini possiamo solamente sottolineare che probabilmente si è potuto raggiungere un accordo con il governo statunitense abdicando e rinunciando alle rivendicazioni ed alle proteste relative ai risarcimenti e all'assunzione di responsabilità da parte degli Usa per la vicenda del Cermis; ennesimo episodio simbolo della sudditanza politico-coloniale agli Usa ed alle lobbies giudaico-mondialiste, intervenute anche a linciare i responsabili radicali Pannella e Bonino, rei di una "alleanza tecnica" al parlamento europeo di Strasburgo con il FN francese di Le Pen. In quest'episodio è emersa l'arroganza e l'insolenza di Bruno Zevi invasato esponente della comunità ebraica italiana.
Meritevole di menzione è pure la notizia emersa recentemente circa un possibile accordo elettorale alle prossime elezioni regionali tra il Polo ed il Ms-Ft di Pino Rauti che alle accuse di tradimento da parte dei membri del suo partito ha risposto che si tratta di un mero accordo elettorale e non politico.(4)
Potrebbe più sinceramente affermare che si tratta invece di sete di potere, di denaro, di spartizioni e di smodato desiderio di voler riattaccare il culo alla poltrona. All'interno del Polo in diversi hanno espresso apprezzamento per la possibile intesa, e il sempiterno amico di Rauti, Giulio Maceratini, ha ipotizzato accordi anche con il Fronte Nazionale di Tilgher.(5)
Se dal tetro e monotono spettacolo del teatrino italiano passiamo agli scenari di politica internazionale, la trama non varia di molto e i leit-motiv sono i medesimi; l'abdicazione della politica allo strapotere del denaro, le ipocrite strategie diplomatico militari dell'asse Usa-Israele, espressione dell'ebraismo internazionale che, recentemente, si è prodigato per rilanciare il ruolo e l'influenza dei 'fratelli' europei, così come si evince da questa notizia: <>(6) Il giudaismo internazionale, non l'ebreo in quanto tale, burattinaio nel processo di realizzazione dell'one world, processo di sradicamento dei popoli e delle tradizioni, rappresenta il nemico principale e il non eludibile fronte avversario di una battaglia etica e politica.
Il nostro antigiudaismo non viene dettato ed alimentato da isterici sentimentalismi o da maniacali complessi di persecuzione; ma è il prodotto di analisi e studi approfonditi dei retroscena delle vicende di politica interna ed internazionale; studi fondati su elementi concreti e sulla realtà, pur filtrata e falsata dai media manipolati e manovrati dai centri di potere del Sistema.
Un esempio dell'influenza del giudaismo negli sviluppi dei rapporti internazionali si evince in seguito al disastroso terremoto avvenuto in Turchia, ove, al di là degli ipocriti aiuti umanitari, abbiamo assistito all'accorrere degli interventi e degli aiuti di Israele nei confronti di Ankara, soprattutto alla luce ed in considerazione dei recenti accordi di collaborazione strategico-militare tra i due paesi. Non dimentichiamoci che la Turchia può vantare il secondo esercito della NATO per dimensioni e che questo Paese è situato in una posizione chiave al confine con la Repubblica Islamica dell'Iran.
In chiave antiislamica è pure l'intervento repressivo ed imperialista della Russia in Daghestan ove sono presenti, se pur sparuti ed isolati, reali gruppi di militanti cementati dalla fede nell'Islâm, Tradizionale e Rivoluzionario e, soprattutto, antimondialista. Una fede ed una identità oramai tradita dal leader libico Gheddafi, recentemente 'sdoganato' al fine di salvaguardare enormi interessi commerciali nel campo delle risorse energetiche che interessano le Imprese Multinazionali e di cui la Libia è ricchissima.
Negli accordi tra Eni e Libia emerge in merito il ruolo di un tessitore segreto, l'ebreo Raffaele Fellah, amico di Rabin e Shimon Peres e candidato alcuni mesi fa alle elezioni europee a fianco di Francesco Rutelli, intimo della comunità ebraica romana. Nell'affare relativo al gasdotto Libia-Sicilia si rileva, appunto, l'influenza di Fellah, così come quella spesa a rilanciare i rapporti tra gli Stati Uniti e Cuba, con la collaborazione dell'ex ambasciatore statunitense a Roma, Maxwell Rabb, uno dei capi della comunità ebraica Usa.(7)
Genuflessioni e scuse davanti al neorappresentante di Israele Barak, le ha dovute compiere anche il presidente russo Eltsin in merito ad episodi di antiebraismo avvenuti in Russia, definiti "abominevoli" dal capo di stato russo.
<>.(8) Evidentemente, gli ebrei russi si sentono vilipesi e minacciati in quanto in alcuni ambienti si è raggiunta la consapevolezza della nefasta influenza delle lobbies ebraiche nelle vicende politico-economiche dell'ex Urss.
Alcuni mesi fa, la Duma, il parlamento russo, ha rinviato più volte la votazione per la condanna del deputato comunista Albert Makashov, il quale aveva proposto la creazione di un "movimento antigiudaico" e aveva definito gli ebrei "carogne arroganti".(9)
Anche se espressa in maniera differente e cruenta, con una prassi di azione che personalmente ritengo di non poter giustificare, posso ugualmente comprendere la lucidità e la profonda consapevolezza raggiunta da Buford O. Furrow, l'uomo che nei primi giorni di agosto ha compiuto una strage al North Valley Jewish Community Center negli Stati Uniti.
Fredde e lucide analisi, pur se compiute in un contesto storico-politico totalmente differente, dell'opera dissolutrice dell'ebraismo, le possiamo trovare tra le pagine del "Mein Kampf" di Adolf Hitler, scritto più di settanta anni or sono, libro che ancor oggi fa parlare di sé, tanto che di recente " …il noto cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal ha chiesto alle autorità dello Stato tedesco della Baviera di bloccare la vendita del Mein Kampf in Croazia. La Baviera è proprietaria del copyright sull'opera di Adolf Hitler la cui prima edizione in Croazia è stata pubblicata tre mesi fa da una casa editrice che ha già diffuso diversi volumi antisemiti. Il libro è comparso in molte librerie di Zagabria e viene pubblicizzato su una emittente privata, la Open Television. La prima edizione è esaurita e ora l'editore ha chiesto di poterlo ristampare. Sulla richiesta di Wiesenthal, da Zagabria, un funzionario governativo coperto da anonimato si è limitato a rispondere che in Croazia vige la libertà di stampa". (10) Se un semplice libro e il solo nome del Führer rievocano preoccupazioni e timori agli epigoni del giudaismo internazionale questo dimostra la loro ipocrisia farisaica, la scarsa trasparenza e sincerità ed il terrore che possa essere smascherata la loro "doppia personalità" ed il loro doppiogioco vile e menzognero, dannoso agli interessi di ogni popolo libero.

dal n° 164 della Rivista mensile Avanguardia
Note:
1)
Gazzetta di Mantova, 25/6/99
2)
Gazzetta di Reggio, 6/7/99
3)
Corriere della Sera, 29/8/99
4)
Gazzetta di Reggio, 29/8/99
5)
Gazzetta di Mantova, 28/8/99
6)
La Repubblica, 27/5/99
7)
Panorama, 26/8/99
8)
Corriere della Sera, 3/8/99
9)
L'Espresso, 25/3/99
10)
La Repubblica, 24/8/99

mercoledì 28 luglio 1999

Il comunismo aristocratico

Dal n° 162 - Luglio 1999

Il progetto politico-culturale "Eurasia-Islam" non è solo il superamento del neofascismo (non ci è voluto poi molto ...) o delle sgangherate categorie destra-sinistra (è un vecchio ritornello stracciapalle ...), bensì dello stesso fascismo europeo, del quale attualizza le potenzialità rivoluzionarie irrisolte del radicalismo popolare antiplutocratico e le potenzialità tradizionali incomprese che attengono alla ierocrazia razziale comunistico-aristocratica ispirata all'Ordine di Sparta e trasferita, secondo conformi moduli espressivi, nell'epoca delle masse.

Comunità Politica di Avanguardia

Un'organizzazione sociale, economica e finanziaria deve innanzitutto essere conforme ad un principio essenziale: l'elemento economico (attinente all'ordine dei mezzi, quindi caratterizzato dalla strumentalità) deve essere subordinato al principio politico (attinente all'ordine del fine).

Fatta questa premessa, è necessario ora tratteggiare le linee essenziali e le articolazioni strutturali inerenti all'organizzazione economica e sociale dello Stato.

Potrà sembrare strano che -mentre ci troviamo a fronteggiare l'esigenza primaria di garantire la sopravvivenza della nostra specie si indulga alla delineazione di modelli organizzativi economico-sociali.

Innanzitutto noi riteniamo necessario potenziare e irradiare totalmente lo spettro teorico che accoglie ed esprime la nostra alterità razziale, al fine, quanto meno, di tramandare incisivi e laceranti strumenti politico-culturali ai Camerati che ci seguiranno e che continueranno la nostra lotta perpetuando I'ontologia della comunità di popolo nella quale ci riconosciamo. Ma, cosa oggi forse più importante, è altrettanto necessario indicare degli orizzonti che, prescindendo dalla più o meno immediata attuabilità pratica, contribuiscano a rompere, a recidere le radici malate lungo le quali corre il riflesso condizionato che, consapevolmente o meno, può ancora indurci a prestare orecchio agli echi di parole d'ordine che furono e sono della destra.

Il modello organizzativo che fisseremo e che cercheremo soprattutto di motivare nelle sue valenze tradizionali, ha dunque una considerevole efficacia di «provocazione» politico-psicologica, pur non venendo meno ad una rigorosa conformità ed omogeneità rispetto alla cultura della tradizione.

L'organizzazione statuale si configura come Stato popolare, forma di comunismo aristocratico di tipo spartano e di ispirazione platonica, caratterizzato dall'abolizione della proprietà privata in ogni sua forma di manifestazione.

Non bisogna innanzitutto confondere l'organizzazione comunistica della sfera economica con il socialismo marxista, le cui proposizioni, a loro volta, possono benissimo esplicarsi anche nel quadro di una società che non sia nè integralmente nè strutturalmente comunistica. [1]

Di solito il termine «comunismo» si riferisce a ideologie che affermano concezioni fondate sulla statalizzazione del ciclo produzione-consumo; la terra e i mezzi di produzione sono proprietà dello Stato e possesso del popolo che ne usa in funzione degli obiettivi fissati dalle autorità centrali mediante lo strumento costituito dalla pianificazione dei bisogni e delle fruizioni.

Oggi il termine comunismo viene automaticamente associato all'ideologia marxista quale sua necessaria conseguenza nel dominio socio-economico. È una sorta di riflesso condizionato che induce a considerare il regime comunistico della proprietà e del diritto come monopolio esclusivo del marxismo. Tale riflesso è indubbiamente sollecitato dall'incontestabile rilevanza assunta dall'ideologia marxista, che, del resto, ha applicato questo schema sociale ed economico nel corso della sua vicenda storico-politica dell'ultimo secolo. Ma ciò non deve trarre in inganno: è bene sapere che elaborazioni teoriche ed applicazioni pratiche di tipo comunistico risalgono ad epoche ben anteriori rispetto alla nascita alla nascita del socialismo marxista.

Oltre al regime comunistico vigente nella Sparta dorica, va innanzitutto ricordato il «comunismo platonico» teorizzato appunto da Platone ne “Lo Stato”.

Ne “Lo Stato” di Platone il regime comunistico è addirittura un privilegio spettante -in armonia con la superiore funzione- ai custodi (fylakes), cioè ai primi due ceti formati dai sapienti e dai guerrieri, con rigida esclusione degli artigiani e dei contadini. Il regime comunistico spettante ai custodi non si riferisce solo alla proprietà, ma si estende anche alle famiglie, al fine di cementare l'assoluta coesione etica e l'altrettanto assorbente dedizione al bene comune dei membri del sodalizio aristocratico. I rapporti tra giovani e anziani -ognuno dei quali potrebbe essere rispettivamente il figlio o il padre dell'altro- saranno radicati su di un solido tessuto solidaristico alimentato dalla disindividualizzazione dei vincoli di sangue, integralmente estesi all'intera comunità degli aristocrati. Le unioni saranno disciplinate dallo Stato conformemente alle regole dell'eugenetica, mentre le donne (le femministe sono giunte in ritardo ...), che affideranno ben presto i loro figli ai modelli educativi impartiti nelle organizzazioni dello Stato, potranno riprendere la loro attiva partecipazione alla vita pubblica. È una ascesi verticale, un volo imperiale, un radicale superamento dell'intreccio soffocante fatto di possessivismo e gelosia, ipocrisie e convenzioni, che caratterizza i rapporti interpersonali nella decomposta e degradata famiglia borghese.

«Un giorno gli operai vivranno come i borghesi, ma al di sopra di essi, più povera e più semplice, la casta superiore. Essa possiederà la potenza». [2]

È un comunismo aristocratico ed ascetico, antidemocratico ed antiegualitario, che, comunque, non avrà più un completo riscontro nelle raffigurazioni di società comunistiche non marxiste o città ideali fiorite in periodo rinascimentale o in margine al cristianesimo originario.

Nel secondo libro della sua opera principale, “Utopia”, Tommaso Moro descrive i profili ideali della repubblica perfetta. È la repubblica di Utopia, nella quale è abolita la proprietà privata e l'uso dei beni è concesso ad ognuno conformemente ai propri bisogni. È soppresso anche l'uso del denaro, poichè i beni sono stimati per il loro intrinseco valore e non come merce di scambio; ciò al fine di evitare processi di tesaurizzazione e fenomeni di speculazione. Il lavoro è un dovere sociale per tutti, mentre le leggi sono poche, semplici e di facile interpretazione per chiunque. In Utopia ognuno professa liberamente la religione che vuole, ma tutti ammettono l'esistenza di un essere supremo, l'immortalità dell'anima, il premio per la virtù e il castigo per il vizio.

Alla Città del Sole -notevolmente influenzata dai modelli statuali di Platone e Tommaso Moro- Tommaso Campanella affida le sue aspirazioni relative alla politica «renovazion del secolo».

I solari vivono in una repubblica -la "Città del Sole"- retta da un re-sacerdote, il «Metafisico», e da tre magistrati (Pan, Sir, Mor), cioè potenza, sapienza e amore, simboleggianti i tre fondamentali attribuiti dell'Essere teorizzati nella "Metaphysica". I solari seguono una religione naturale ed hanno in comune la proprietà e le donne, mentre la procreazione dei figli è disciplinata da norme eugenetiche. Secondo Campanella l'educazione deve fondarsi sull'esperienza e su prove di selezione attitudinale e non sui libri, mentre la sua concezione politica si fonda su di una visione etico-religiosa e cosmico-magica dell'universo.

Nel XVIII secolo Morelly ritiene che la proprietà privata abbia rotto l'armonia dello stato di natura, della cui esistenza storica Morelly, al contrario di Rousseau, era convinto. Nello stato di natura regnano la più completa uguaglianza (con Morelly ci troviamo di fronte a una teorizzazione comunistica che, pur non essendo marxista, è comunque già egualitaria) e la comunità dei beni; l'introduzione della proprietà privata corrompe i costumi degli uomini e ne cancella le naturali disposizioni. Il nuovo stato di natura -la cui configurazione comunistica è tratteggiata nella Basiliade e nel Codice- sarà caratterizzato dalla valorizzazione dell'agricoltura e dell'artigianato, mentre leggi suntuarie impediranno l'eccessiva accumulazione di ricchezza e gli effetti corruttori del lusso. L'influenza di Morelly sarà notevole nei confronti dell'ala più radicale della rivoluzione francese e sul successivo socialismo utopistico.

Charles Fourier accusa filosofi e politici di venerare due scellerate istituzioni della società: il commercio privato e la famiglia. Entrambe sarebbero basate sull'incoerenza, ossia sulla frammentazione della società in piccoli nuclei ostili e concorrenti, nonchè sulla menzogna.

Il commercio è il cancro dell'economia in quanto rappresenta un'attività parassitaria e fraudolenta, atta a creare le condizioni favorevoli ad ogni attività e manovra speculativa, mentre l'anarchia della produzione e della circolazione, il cosiddetto «libero scambio», è causa delle crisi economiche mondiali.

Per quanto riguarda la famiglia borghese, basata sull'egoismo di coppia e sul matriarcato, essa è il ricettacolo dell'ipocrisia e della convenzione, della sterilizzazione delle passioni e della meschinità dei sentimenti (logico avvilente epilogo di una umoristica pretesa di eternità [sic!] fondata su di un «si» pronunciato davanti ad un prete o ad un sindaco). Ci si consenta di sottolineare che oggi la famiglia è questo, mentre, causa «mancanza di padri», è ormai estinta qualsiasi funzione educativa della famiglia nei confronti dei figli, ai quali si trasmettono solo egoismo, viltà e opportunismo. Essi non potranno essere che dei deboli. La famiglia borghese? Una carcassa in putrefazione ...

Per Fourier il «lavoro attraente» deve svolgersi all'interno di comunità denominate «falansteri», le quali saranno costituite da un numero di persone non superiore a 1600. Esse dovranno svolgere attività legate per lo più al territorio circostante, ma tali da prevedere anche una piccola parte di industria e di lavoro artigianale. Ostile ad ogni forma di socialismo egualitario e moralistico, Fourier pensava che non bisognasse sopprimere la proprietà privata e la disuguaglianza sociale (il reddito di ciascun societario è proporzionato al suo lavoro, al suo talento e ai capitali eventualmente investiti), ma ciò non avrebbe dovuto comportare il recupero di forme di concorrenza e sfruttamento legate alla proprietà privata borghese.

* * *

Lo Stato popolare dovrà costituire il tessuto organizzativo-istituzionale che accompagni l'opera di formazione dell’«uomo nuovo», preziosa sostanza cellulare del mai estinto aureo filone della razza ario-europea. Occorrerà frantumare e sbriciolare i supporti politici, sociali ed economici che alimentano -in qualità di solide piattaforme- i processi di ricambio delle oligarchie borghesi e plutocratiche che egemonizzano i regimi democratico-parlamentari.

Legami clientelari -rigogliosamente e prepotentemente intessuti in società dove l'uomo è latitante ed il verme predominante- annodati intorno alle burocrazie di Stato, di partito e di sindacato; consolidati status sociali borghesi (poichè si ha un bel dire che la borghesia è prima di tutto una mentalità -e su questo siamo d'accordo- ma non è solo questo, poichè essa si esprime simultaneamente anche nella detenzione del potere e del privilegio da parte di stratificazioni sociali ben definite, concrete e socio-economicamente individuate); potenti e condizionanti concentrazioni di ricchezza economico-finanziaria comunque acquisite, sono le batterie nelle quali e attorno alle quali (ci sono anche e soprattutto i pesci-pilota) vengono allevati e dalle quali, successivamente, incastrati all’ingrasso all'interno delle strutture dello Stato democratico, gli affermatori o, meglio, i servi che assicureranno l'egemonia sociale del partito unico della borghesia.

Si tratta di gregariato spacciato fraudolentemente per classe dirigente, la cui unica opacissima parvenza di identità è conferita artificiosamente dall'adesione alle convenzioni sociali, alle parole d'ordine delle mode culturali e a quel dominio dell'apparenza nel quale consiste e trova sanzione e riconoscimento la micromorale utilitarista e i criteri di valutazione quantitativi e materialistici dell'«ultimo uomo». E qui ci riferiamo all'insetto travestito con grottesche maschere sociali, che, nella società borghese, sia pure tra mille sforzi, sembrano conferirgli un sembiante più o meno umano.

Nello Stato popolare la formazione dell'aristocrazia politica fluisce al di fuori di qualsiasi condizionamento economico e sociale promanante dalla società civile. La qualità dell'uomo andrà commisurata alla capacità di adesione ad una visione del mondo centrata su valori etici e, ove si pongano le condizioni spirituali.

Al rapporto borghesia-società, cioè alla relazione intercorrente tra occupante e spazio di occupazione, si sostituirà il rapporto Stato-Comunità di Popolo, laddove il primo è I'evocatore e la seconda è l'ambito sociale a cui si rivolge la chiamata dello Stato, alla quale solo una minoranza di eletti risponderà, anzi, meglio, potrà rispondere, al fine di assicurare il necessario, fisiologico, ricambio organico all'aristocrazia politica del popolo.

Inseriti nelle organizzazioni popolari dello Stato, i membri della comunità, fin dalla prima infanzia, sono posti su di una posizione di parità di condizioni sulle quali non incidono, in una parola non pesano, precostituiti status economico-sociali più o meno favorevoli o posizioni di privilegio comunque acquisite. L'impossibilità tecnica -garantita dall'ordinamento comunistico, che, però, deve coniugarsi con la nascita di un nuovo tipo umano- di accumulare individualmente beni economici strumentali e di consumo, impedisce che i membri dello Stato popolare definiscano il loro rango nell'ambito delle strutture statuali sulla base del possesso di ricchezze materiali. Si svilupperà quindi un processo di differenziazione gerarchica, radicata sulla diversa natura fisica, intellettuale, etica e spirituale (meglio ancora: razziale) di ognuno. Non offensive disuguaglianze basate sulla ricchezza e sulla provenienza sociale, ma autentiche gerarchie qualitative fondate su di una diversa morfologia ontologica.

L'organizzazione comunistica dello Stato popolare dovrà costituire spazi assolutamente liberi rispetto ai meccanismi e alle dinamiche contrattuali e mercantili che caratterizzano la società borghese, ovvero dovrà suscitare i presupposti tecnico-strutturali idonei ad integrare l'opera di disintossicazione con cui l'uomo sarà liberato dai veleni inoculati dall'etica mercantile giudeo-borghese. Necessario l'abbattimento dei pilastri sui quali I'«era economica» si è consolidata e ha prosperato, individuando e distruggendo le istituzioni economiche e sociali che, oggettivamente, hanno costituito I'humus nel quale il partito unico della borghesia ha articolato la propria dittatura egemonica.

Uno Stato che voglia realizzare la sua essenza aristocratica e gerarchica al fine di consentire ai suoi membri di vivere un'esistenza organica, non può prescindere da soluzioni radicali che, situandosi oltre il nichilismo, cancellino le formule economiche mercantili: «... deve essere isterilito I'ambiente da cui il borghese trae vita: ecco il motivo di un ordinamento economico comunistico!». [3]

Il regime comunistico dei beni avrà il compito di eliminare il diaframma economico e contrattuale che, dopo l'affermazione della borghesia, è l'unico nesso di collegamento che ponga in relazione un uomo con un altro. La soppressione delle articolazioni strutturali del capitalismo, una volta confinata l'economia in un'area marginale ed inessenziale (dunque: strumentale), creerà uno spazio libero tale da consentire all'uomo di raccogliere ed esprimere la sua reale dimensione etico-spirituale. L'inesistenza di fini individualistici estranei allo Stato, renderà naturale e conseguenziale l'abolizione del regime di titolarità privata dei mezzi di produzione, della ricchezza immobile e della concentrazione finanziaria, elementi e interessi oggettivamente estranei rispetto ai fini dello Stato.

Si dovrà però convenire che la funzione esercitata dalla proprietà privata nella civiltà classica o in quella romano-germanica medioevale [4] non fosse quella attribuitale nelle società borghesi: cioè di una entità economica e quantitativa oggetto di sfruttamento produttivo, procacciatrice di benessere materiale e denaro, passaporto che permette di arrampicarsi sulla scala dei cosiddetti (sic!) «livelli sociali». Inoltre non si può negare che il quadro economico, qualificato da un equilibrato rapporto tra produzione e consumo, non fosse certo quello dell'odierna «demonia produttivistica», ma, invece, presentasse singolari analogie e sintonie con quello che, oggi, potrebbe attuarsi anche nel quadro di una economia comunistica.

La proprietà privata, se non per il pensiero liberaldemocratico (vedi Locke), non ha mai rappresentato un valore a se stante: non ha mai avuto un crisma di «sacralità» e di inviolabilità; non ha mai posseduto un'autonoma, intrinseca essenza tale da conferirle un valore che la innalzi oltre la destinazione meramente strumentale. Che sia ben chiaro: noi nichilisti-rivoluzionari non abbiamo feticci da idolatrare, e la proprietà privata è senz'altro uno degli idoli del mondo borghese. Essa è oggi la proiezione organizzativa e strutturale del frazionismo individualistico-borghese. Per noi il regime giuridico a cui sono assoggettati i beni materiali è funzione dipendente, -dunque: relativa e strumentale- della categoria del Politico, la quale non ammette e non tollera l'esistenza di grandezze assolute e intoccabili sul piano contingente della sfera socio-economica.

«Sul principio si avevano beni perchè si era potenti. Ora si è potenti perchè si ha denaro. Solo il denaro innalza lo spirito su di un trono. Democrazia significa identità perfetta tra denaro e potere». [5]

Prima proprietà e ricchezza seguivano posizioni di potere qualificate da forme di grandezza interiore; ora le posizioni di potere seguono la consistenza del patrimonio economico e finanziario, acquisibile con le doti tipiche della mentalità bottegaia giudeo-borghese.

Esisteva dunque un organico e immateriale legame tra personalità e proprietà, tra funzione svolta e ricchezza, tra la dignità personale e il possesso dei beni. Ciò, conferendo all'economia un senso che la trascendeva, le impediva di autonomizzarsi e di costituirsi ragione a se stessa, cioè obiettivo che sovrasta, soffoca e irride ogni forma di dignità, di aspirazione e di sensibilità.

Queste osservazioni dovrebbero essere sufficienti a dimostrare l'infondatezza di eventuali contestazioni mosse da chi dovesse ravvisare nell’utopia comunistico-aristocratica dello Stato popolare una goffa imitazione dei regimi socialisti, più o meno reali, di ispirazione marxista.

Ma, per rigore espositivo, è bene intendersi sul termine comunismo.

Comunismo, nell'accezione marxista, non è comproprietà, poichè questa è un modo di essere della proprietà privata, assimilabile al concetto di «communio» elaborato dal diritto romano. Solo una persona o una comunità di persone o un'entità avente contenuto ontologico [6] possono essere titolari di una proprietà.

Lo stato socialista, che, secondo, Lenin, è destinato a finire «nella spazzatura della storia», non può essere titolare dei beni della nazione, poichè esso è una mera sovrastruttura, priva di un'essenza che possa farne una realtà ideale di tipo platonico. Per i marxisti lo stato è un apparato burocratico-repressivo, uno strumento utile durante la fase di transizione nel corso della quale dovrebbe avvenire il passaggio dal socialismo al comunismo. Quindi, nelle società marxiste, l'abolizione della proprietà privata è in realtà espropriazione della proprietà del popolo a vantaggio dell'oligarchia tecnico-burocratica, nelle cui mani si realizza la coincidenza tra potere politico e potere patrimoniale. Infatti proprietà senza proprietario non esiste: essa è del popolo o dell'oligarchia: la proprietà attribuita a strumenti o a fantasmi giuridici carenti di contenuto umano o ontologico (lo stato marxista) è soltanto un paravento che nasconde la spoliazione del popolo da parte del potere oligarchico, il quale concentra nelle sue mani il monopolio discrezionale dei beni di una nazione.

Nelle concezioni tradizionali, invece, lo Stato è il luogo delle forme ideali, degli archetipi ontologici preesistenti e superiori alla realtà concreta che su di essi è stata modellata. Lo Stato, dunque, «è», non costituisce uno strumento ma un centro reale di potenza che può, di conseguenza, essere titolare della proprietà dei beni della nazione, dei quali concede il possesso ai membri della comunità di popolo, che debbono usarne in conformità al bene comune.

* * *

L'unicità della Tradizione informale [7] si esprime sul piano storico nel quadro di forme tradizionali diverse e molteplici, le quali possono presentare fra loro anche dei caratteri apparentemente contrastanti. Non è quindi escludibile a priori che l'organizzazione economica di un assetto politico ispirato ai valori della Tradizione possa configurarsi in termini comunistici.

Una volta fissata la distinzione fra piano dei Politico e piano dell'economico, quest'ultimo potrà assumere le connotazioni organizzative più diverse. L'essenza spirituale della Tradizione non comporta necessariamente la sua concreta manifestazione in un quadro economico istituzionalmente e organizzativamente determinato a priori. Anche un quadro economico strutturalmente comunistico potrà essere sorretto e alimentato, permeato e informato dai valori tradizionali. La vita economica sarà caratterizzata da rapporti gerarchici e solidaristici, dalla coincidenza tra vocazione e professione, e dalla serena consapevolezza di seguire un'esistenza organicamente correlata con il Tutto e conforme alla propria natura, la quale, a sua volta, permette un cosciente e responsabile apporto al conseguimento dei fini dello Stato.

Lo Stato non è capitalista nè comunista, poichè, riconnettendosi ad un piano di valori trascendenti lo spazio economico, non si identifica nè può essere ricondotto, condizionato o definito da una determinata forma economica organizzata. La differenziazione qualificante va invece ricercata nell'influenza che il principio economico esercita in una società, nell'autonomia decisionale e operativa e nella capacità di controllo che lo Stato detiene rispetto all'economia. Non va certo ricercata nelle diversità di carattere tecnico-organizzativo.

«L'antitesi vera non è dunque quella tra capitalismo e marxismo, ma è quella esistente tra un sistema nel quale l'economia è sovrana, quale pure sia la forma che essa riveste, e un sistema nel quale essa è subordinata a fattori extraeconomici entro un ordine assai più vasto e più compiuto, tale da conferire alla vita umana un senso profondo e di permettere lo sviluppo delle possibilità più alte di essa». [8]

Non c'è conflitto tra sistemi economici tecnicamente considerati ma tra le differenti posizioni che l'economia occupa in una società e tra le diverse strutture interiori dei tipi umani che si pongono di fronte ad essa. Risulta così fittizia la distinzione tra diversi sistemi di produzione e distribuzione dei beni e della ricchezza -riducendosi essa al semplice dominio organizzativo-strumentale- quando il benessere delle masse risulti l'obiettivo ultimo attorno al quale questi sistemi fanno convergere i loro sforzi.

Respingere consapevolmente e non epidermicamente il dogma del determinismo marxista, con cui si pretende di modellare l'uomo e le sue culminazioni spirituali, culturali e politiche sulla base dei rapporti di produzione, significa attribuire fondamentale importanza non alla sfera economica in sè considerata, ma alla posizione da essa occupata, all'influenza da essa esercitata e all'attitudine con cui il singolo si pone di fronte al fatto economico.

Consideriamo dunque il progetto comunistico-aristocratico dello Stato popolare ormai acquisito nel patrimonio culturale tradizionalistico; anzi, riteniamo auspicabile una elaborazione culturale che conferisca ulteriore spessore teorico a questa soluzione organizzativa.

Non bisogna porre alcuna pregiudiziale nei confronti delle forme economiche che assumerà la futura Restaurazione tradizionalista; al suo interno, anche lo schema organizzativo dello Stato popolare potrà proporsi come soluzione funzionale.

Maurizio Lattanzio

Note:

1) Il pensiero marxiano mira alla costruzione di un sistema socio-economico basato sull'attribuzione indifferenziata ed egualitaria del benessere materiale (benessere di cui, all'epoca della speculazione di Marx, nelle società borghesi godevano solo alcune classi sociali) all'intera società civile, nella prospettiva dell'estinzione dello Stato, della completa omogeneizzazione sociale e dell'eguaglianza economica ... In Svezia, Norvegia, Danimarca, ad esempio, si è realizzato -in quadro strutturalmente diverso da quello immaginato da Marx- il sogno messianico della «società senza classi» vagheggiata dall'intellettuale giudeo. In queste queste società sono praticamente scomparse le differenze sociali o di classe, mentre il godimento generalizzato dei beni materiali e dei servizi sociali ha largamente valicato il confine del superfluo, nell'ambito di un sistema sociale caratterizzato dalla presenza di una sterminata, grassa e soddisfatta (anche se I'alcoolismo e i suicidi hanno una rilevante incidenza) borghesia di massa, irretita e ottusa da un narcotizzante materialismo pratico che non è certo così assorbente nelle società del cosiddetto «socialismo reale». Non esiste una questione sociale, mentre la religione protestante, lungi dall'essere I'«oppio dei popoli», è il lievito che permette alle masse borghesi di sublimare nei Vangeli la visione mercantile, utilitarista e materialista della vita ... Marx avrebbe potuto desiderare di più?

2) Friedrich Nietzsche, “La volontà di potenza”;

3) F. G. Freda, “La disintegrazione del Sistema”, Ed. di Ar, Padova 1980. L'ambiente è l'insieme delle condizioni fisiche, chimiche, biologiche in cui si sviluppa la vita di una comunità di organismi. Nella società democratica, I'ambiente è l'insieme delle condizioni o circostanze istituzionali e strutturali, dei meccanismi economici e sociali, che consentono al borghese di agitarsi coerentemente con la propria mentalità mercantile. Banche e industrie private, contratti e usura, libera iniziativa economica e proprietà privata, rappresentano i veicoli giuridico-istituzionali strutturalmente e funzionalmente adeguati all'espansione infettiva e all'attuazione operativa della forma mentis borghese-capitalista. La soppressione di queste istituzioni economiche e di queste formule giuridiche determinerà il disarmo materiale del borghese, privandolo del supporto strumentale idoneo ad attivare le sue potenzialità mercantili. É, insomma, la sterilizzazione dell'ambiente, alla quale, però, dovrà organicamente accompagnarsi un'efficace terapia volta a debellare la mentalità borghese, favorendo, nel contempo, la nascita e l'affermazione dell'«uomo nuovo».

4) Tra gli antichi Germani, così come nella civiltà classica e in quella romano-germanica medioevale, la proprietà -permeata da valori spirituali, religiosi ed etici ed organicamente integrata nel tessuto sociale- concorre funzionalmente alla conservazione dell'equilibrio economico della comunità del popolo.

La Sippe (corrispondente alla gens romana) degli antichi Germani, conosciuti e descritti da tacito nel suo “De origine, situ, moribus et populis Germaniae”, riunisce in un quadro di rapporti sociali solidaristici un gruppo organico di famiglie discendenti da comuni antenati di stirpe divina. All'interno della Sippe il singolo non esiste quale soggettività individualistica di diritto, ma radica la propria identità individuale nel gruppo di cui è parte organica integrante. I membri del gruppo gentilizio coltivano gli appezzamenti di terra circostanti, i quali non costituiscono una proprietà individuale ma appartengono solidalmente, come del resto le foreste e i pascoli, alla Sippe. Fustel De Coulanges (“La città antica”, Sansoni ed.) scrive: «Noi conosciamo il diritto romano dell'epoca delle XII Tavole; è chiaro che in quest'epoca l'alienazione della proprietà era permessa. Ma ci sono le ragioni le quali fanno pensare che, con riferimento all'epoca originaria della Romanità, la terra fosse sottoposta ad un regime giuridico di inalienabilità». Il proprietario di un bene fondiario non è mai un singolo, ma una famiglia o una stirpe: «L'individuo -scrive De Coulanges- riceve la terra solo in possesso: essa infatti appartiene anche a quelli che sono morti e a quelli che nasceranno». Nel Medioevo romano-germanico il regime della proprietà è fondato sul beneficio, il quale è la concessione di un determinato territorio da parte del signore feudale o del sovrano ad un vassallo a lui subordinato, nel quadro di un ordine gerarchico piramidale a contenuto spirituale ed etico. Questa concessione non riguarda diritti di proprietà ma solo l'usufrutto del bene (terre e castelli). In cambio il vassallo -oltre a fornire determinati contributi di carattere economico (prodotti della terra ecc.)- giura fedeltà personale al suo signore per il quale si impegna a combattere in caso di guerra.

5) Oswald Spengler, “II tramonto dell'Occidente”, Mondadori, Milano 1970.

6) «Ontologia» è un termine introdotto nel vocabolario filosofico a partire dal XVII secolo per indicare la «scienza dell'essere», compito che Aristotele assegna alla filosofia prima o metafisica. L'espressione «contenuto ontologico» può essere riferita ad un'entità che «è» in quanto oggetto di studio da parte dell'«ontologia». L'essenza -dunque: la realtà- può costituire il fondamento della titolarità di un bene economico. La proprietà di un bene non è dunque prerogativa esclusiva di una persona fisica o di una comunità di persone, ma può essere attribuita ad ogni entità che -al di là della fictio iuris della persona giuridica (sic!)- abbia un'essenza e, quindi, «contenuto ontologico».

7) La Tradizione informale, il cui piano si situa in una dimensione cosmica trascendente, è costituita da un'unica essenza; essa si manifesta, svolge e attualizza sul piano storico nel quadro di forme tradizionali organicamente differenziate, e, quindi, adeguate alla mentalità e alle disposizioni spirituali delle comunità a cui essa si rivolge. La Tradizione informale è il Principio metafisico non-manifestato o totalità della Possibilità Universale. La manifestazione del principio metafisico comporta un processo di determinazione nel quadro di una forma spazialmente, temporalmente e storicamente delimitata. La Tradizione informale si differenzia e formalizza nel modo di espressione, ma è unica nell'essenza trascendente.

8) Julius Evola, “Gli uomini e le rovine”, Ed. Volpe, Roma 1972.



domenica 28 febbraio 1999

Platone e il Terzo Reich nazionalsocialista

dal n° 157 - Febbraio 1999 della rivista mensile “Avanguardia”.

La cultura greca rappresenta l’orizzonte necessario e non eludibile di ogni successiva esplorazione, in particolar modo il pensiero di Platone permane quale referente primario del successivo sviluppo della filosofia europea e della storia delle dottrine politiche.

Le opere di Platone possono essere lette in chiave metafisica e gnoseologica, quali messaggio di una tematica religiosa, o in chiave politica, meglio ancora etico-politica-educativa.

Lo stesso Platone nella lettera VII afferma chiaramente che la sua passione di fondo è appunto la politica, ma occorre intenderci sul significato di “politica” per Platone.

Ora, è d’uopo avere la consapevolezza dell’esistenza di un’ unica Tradizione, che trova le radici agli albori della civiltà Indoeuropea e che nel corso dei secoli, a seconda delle contingenze storico-politiche, ha assunto differenti forme, pur mantenendo intatta la propria essenza e conservando inalterati i propri principi arazionali e sovrarazionali radicati in un unico ceppo primordiale. «L’insegnamento platonico costituisce un frutto particolare, maturato in un clima storico, di una pianta del sapere dalle radici meta-storiche, tipicamente rinvenibile alla fonte arcaica della generale sapienzialità Indoeuropea». (1)

Come troviamo rappresentata la proiezione della Tradizione unica nel pensiero di Platone, così è palese ravvederla nell’esperienza della Rivoluzione Nazionalsocialista. Il rapporto Terzo Reich/Platone rappresenterà infatti l’esclusivo tentativo di questa analisi, tendente ad evidenziare gli aspetti del pensiero politico di Platone che, pur con i doverosi distinguo, hanno potuto concretizzarsi nelle dinamiche operative del Terzo Reich Nazionalsocialista. Già diversi studi hanno provato a sottolineare come il “totalitarismo platonico” possa richiamare formalmente il totalitarismo europeo contemporaneo.

Anche se erroneamente lo si è potuto credere tale, lo Stato Nazionalsocialista non è totalitario, perché non intende collettivizzare la vita della nazione. Meglio e più precisa, così come per il pensiero di Platone, è la definizione di Stato organico, quando, spogliato di certe esuberanze dovute alla sua breve apparizione sulla scena della storia, si presenta come “luogo geometrico” di organi, istituzioni e comunità popolare in piena armonia, sotto la direzione di Adolf Hitler.

Nello Stato totalitario il potere deriva da un’auto-legittimazione esterna del possesso materialistico della forza, nello Stato nazionalsocialista il potere deriva dalla figura carismatica del Fuhrer, una “legittima autorità che, incarnando principi metapolitici e metastorici, garantisca il retto orientamento dell’universo umano – il suo “governo” - ai punti cardinali del cosmo in temporale delle idee”. (2)

La guida, il Fuhrer, come precisa René Guénon ne “Il re del mondo”, essendo posto al centro, non partecipa più al movimento delle cose, in netto contrasto allo Stato democratico, sia esso liberale o marxista; al fine del raggiungimento del bene e della giustizia in favore della Comunità popolare. Il ruolo del Fuhrer, quale capo carismatico, così come identificato da Max Weber, potrebbe riallacciarsi alla “lettura politica” del “mito della caverna” di Platone.

Platone ne “La repubblica” parla di un ritorno nella caverna di colui che si era liberato dalle catene, di un ritorno che ha per scopo la liberazione dalle catene di coloro in compagnia dei quali egli prima era stato schiavo. E’ la figura del filosofo politico, il quale ridiscende nella caverna per salvare gli altri poiché l’uomo che ha visto in vero bene dovrà e saprà correre questo rischio che è poi quello che dà senso alla sua esistenza.

Nonostante lo scetticismo e la diffidenza nell’avvicinare Platone al nazionalsocialismo, anche Adriano Romualdi viene a riconoscere una sorta di eredità platonica nei movimenti fascisti europei: «L’identificazione dello Stato con la minoranza eroica che lo regge, il fervido sentimento comunitario, l’educazione spartana della gioventù, la diffusione di idee forza per mezzo del mito, la mobilitazione permanente di tutte le virtù civiche e guerriere, la concezione della vita pubblica come spettacolo nobile bello cui tutti partecipano: tutto ciò è fascista, nazista e platonico insieme. L’evidenza parla da sola». (3) La visione organica e gerarchica del mondo sono elementi comuni sia al pensiero platonico sia allo Stato del Terzo Reich.

Platone, influenzato dalla concezione di armonia propria dei pitagorici, concepiva il “suo” mondo delle idee come un sistema gerarchicamente organizzato e ordinato, in cui le idee inferiori implicano quelle superiori, su sino all’idea che sta al vertice della gerarchia, che è condizione di tutte e non è condizionata da nessuno. L’ordinamento statuale ravvisato da Platone nella tripartizione in philòsophoi, casta dei ‘sapienti’ a cui spetta “reggere” lo Stato; guerrieri, addetti alla custodia e alla difesa; ed infine nella figura del georgos, il contadino, l’uomo del popolo, lo riscontriamo nell’organizzazione del Terzo Reich, dove al vertice tutto confluisce nella figura del Fuhrer, cui subordinati stanno i soldati politici rappresentati dall’Ordine delle SS di Himmler, fino a giungere al popolo. Così come ritroviamo nell’antica India indoeuropea la divisione della società in sacerdoti (Brahmani), guerrieri (Ksathrya) e contadini (Vaisya), come nell’antica Persia indoaria tra Asravan (Sacerdoti del fuoco), Artestar (montatori del carro da guerra) e Vastryos (agricoltori), come tra i Celti d’Irlanda, tra i Druidi, seguiti dalla nobiltà militare e dagli allevatori-agricoltori.

Una analoga tripartizione esistette tra i germani, nell’antica Roma, tra gli sciiti, tra i traci, i frigi, fino a giungere ad oggi dove ritroviamo l’unica forma rimasta di Stato tradizionale nella Repubblica Islamica dell’Iran, caratterizzata dal ruolo della Wilayatu’l Faqih e dal Consiglio dei Giurisperiti, formato dagli Ulama; dai Pasdaran, guerrieri della rivoluzione, e dal popolo. Non a caso fra il musulmano Platone è detto “Imam dei filosofi” e molti lo chiamano Sayyidna Iflitun, ossia “Nostro Signor Platone”, ritenendolo un profeta mandato da Allah ai greci. Questa forma si rinnova in tutti gli ordinamenti delle società ariane di ceppo Indoeuropeo a testimoniare ulteriormente l’esistenza di una Tradizione unica la quale contempla l’organizzazione di uno «Stato che imprime una forma alla Comunità nazionalpopolare costituendo un sistema di gerarchie culminanti in una aristocrazia. E’ una gerarchia fondata su valori spirituali, etici, qualitativi, contrapposta all’odierna contraffazione del verticismo oligarchico fondato sulla divisione del lavoro e sul possesso della ricchezza famigliare. La gerarchia sarà la risultante della differenziata struttura inferiore del singolo, quale sarà predisposto ad un determinato compito che lo renderà funzione individuale della totalità popolare, non accidentalmente o in base a “virtù” profane come lo spirito di iniziativa e la fortuna, il cinismo e l’avidità di guadagno, l’intelligenza o la cultura, ma in relazione alla fondamentale fedeltà alla propria natura e a ciò che si è spiritualmente, eticamente e fisicamente, in una parola: “razzialmente”…». (4)

Ogni cittadino partecipa alla vita dello Stato

Come un singolo organicamente inserito nel tutto; l’uno non può venire pensato in maniera assoluta, ossia in maniera tale da escludere ogni molteplicità: l’uno non è senza i molti, così i molti non sono senza l’uno. Questo è ciò che distingue gli Stati tradizionali dalle moderne società che presentano l’individuo quale soggetto antitetico e in contrasto con la Comunità popolare intesa non come somma di più individui ma come totalità armoniosamente organizzata, funzionante grazie al rispetto delle gerarchie.

Nelle società tradizionali questo è possibile poiché non vi è distacco tra etica e politica, tra morale e universo politico, così come avviene oggi. «Già abbiamo notato come la nozione dell’adesione dell’individuo alla Comunità politica, del rapporto tra l’essere individuale e lo Stato venisse riconosciuta in maniera affatto naturale dai greci antichi, per i quali era normale che l’etica individuale fosse in correlazione con l’organismo politico, così come il principio secondo cui le due entità si determinassero reciprocamente in un vincolo di mutuo coordinamento. E’ opportuno quindi ripetere che nella Polis antica non interviene alcuna soluzione dualistica tra individuo e comunità: né l’individuo né la comunità vivono una esistenza conclusa in funzioni e limiti specifici (e come tali distinti), ma esiste la vita dell’uomo inserito nella comunità e la vita della comunità che è comunità dell’uomo». (5)

Grazie a questa concezione, nelle società tradizionali vengono meno le assillanti preoccupazioni del fattore economico, caratterizzanti le società moderne, regolate solo ed esclusivamente dalle leggi del consumo. Così nel comunismo aristocratico di Platone è possibile evidenziare il superamento degli ordinari ostacoli derivanti dai bisogni e dai sentimenti con un’osservanza di uno stile di esistenza impersonale e che prescinde dal singolo individuo, anche nel Terzo Reich nazionalsocialista possiamo scorgere la realizzazione di postulati dottrinari socioeconomici che,pur in pochissimi anni, riescono a raggiungere l’obiettivo di un ordinamento nazionale, organico e socialista, improntato ad esclusivo vantaggio della Comunità popolare. In uno Stato organico non solo l’economia va pianificata in funzione delle esigenze della Comunità popolare, ma anche ogni aspetto della vita sociale, come nello Stato platonico ove ravvisiamo uno “Stato etico che subordina i valori economici al conseguimento della virtù e sostiene i valori conseguiti avvalendosi di tutti i mezzi, compresi il mito, la menzogna e la propaganda. Al servizio di quest’ultima è l’arte, cui Platone nega ogni autonomia”. (6)

Anche lo Stato nazionalsocialista utilizza l’arte come forma di propaganda, valorizzando ogni aspetto della Kultur indoeuropea e rigettando gli esempi di arte degenerata, dal campo letterario, a quello figurativo ecc.; visti come portatori di un’anima sovvertitrice e distruttiva. Quindi, in quest’ottica viene a concretizzarsi lo sforzo per la salvaguardia della propria razza, portatrice di valori immutabili ed eterni, proiezione del ceppo unico della Tradizione primordiale. Ciò che Platone chiama anamnesi; ovvero una forma di ricordo, un riemergere di ciò che esiste già da sempre nell’interiorità della nostra anima, per i nazionalsocialisti si identifica con la razza. Ma lo scivolamento in una sorta di razzismo meramente biologico in cui si imbatte sia Platone quando parla dei meteci (gli immigrati che non godevano dei diritti politici e della cittadinanza ateniese) così come alcuni aspetti del razzismo pangermanista vanno revisionati a favore di una concezione tradizionale del razzismo, così come lucidamente esposta da Julius Evola.

Il razzismo di Julius Evola, illustrato nella trilogia ontologica (razza del corpo, razza dell’anima e razza dello spirito) si riallaccia sostanzialmente alla trinità ellenica di soma-psychè-nous, a quella romana di mens-anima-corpus, a quella indoaria di sthula-linga-karana-çarira, ripercorrendo il filone del pensiero tradizionale sicuramente estraneo ad ogni forma di razzismo meramente antropologico. Questa tripartizione rappresenta la proiezione dei “tre mondi”, cioè «…i tre termini del Tribhuvana: la terra (bhu), l’atmosfera (bhuvas), il cielo (swar), cioè, in altri termini, il mondo della manifestazione corporea, il mondo della manifestazione sottile o psichica, il mondo principale non manifestato». (7)

Ugualmente la conservazione della comunità popolare riecheggia in Platone quanto nel Terzo Reich. Secondo la politica eugenetica di Platone «bisogna che gli uomini migliori si uniscano alle donne migliori più spesso che possono, e, al contrario, i peggiori con le peggiori; e si deve allevare la prole dei primi, non quella dei secondi, se il nostro gregge dovrà essere quanto mai eccellente». (La Repubblica, 459)

Questi provvedimenti li ritroviamo nella Germania Hitleriana, ove l’èlite nazionalsocialista, le SS, viene invitata ad unirsi, anche fuori dal matrimonio, alle migliori femmine germaniche, le quali dovranno contribuire a donare al Terzo Reich nuovi uomini forti e valorosi. L’attenzione riposta nelle giovani generazioni spiega l’enorme cura e diligenza con cui lo Stato nazionalsocialista intende crescere ed educare i nuovi soldati politici, ulteriori “uomini nuovi”, cresciuti secondo un’etica improntata all’ordine guerriero tramite una dura selezione al fine di giungere a riconoscere quelle forze che potranno essere chiamate alla guida dello Stato. Lo stesso Platone ne “La Repubblica” (415) auspica che «Dio comanda ai governanti di essere, innanzi tutto e soprattutto, attentissimi custodi ed osservatori acutissimi dei fanciulli, e di quale metallo siano composte le loro anime; e, se i loro stessi figli hanno in se il ferro o rame, di non avere pietà, e dando alla natura il valore che a natura è dovuto, li caccino fra i contadini e gli operai; e se, invece, questi ultimi hanno avuto figlioli in cui si intraveda oro e argento, di riconoscerne il valore e di elevarli a governanti o a difensori».

Per supportare tutto questo, sia Platone sia lo Stato nazionalsocialista hanno bisogno della perpetuazione del mito. Il mito, che Heidegger ritiene essere la più autentica espressione del pensiero platonico, più che espressione di fantasia, è espressione di fede e di credenza. «Platone, insomma, affida alla forza del mito il compito, quando la ragione sia giunta ai limiti estremi delle sue possibilità, di superare intuitivamente questi limiti, elevando lo spirito ad una visione, o almeno ad una visione trascendente». (8)

Tensione trascendente sempre mantenuta alta dal nazionalsocialismo che costantemente rievoca principi e simboli di una metastoria interpretata da una civiltà ario-germanica, discendente dal ceppo indoeuropeo, identificatesi nel simbolo uranico-solare dello Swastika, divenuto il vessillo della Totalkampf nazionalsocialista.

Manuel Negri

NOTE:

1)F.G. Freda, “Platone. Lo Stato secondo giustizia”, Ed. di AR, Padova 1996, pag. 63

2)ibidem, pag. 50

3)Adriano Romualdi, “Platone”, Ed. Settimo Sigillo, Roma 1992, pag. 54

4)Maurizio Lattanzio, “Stato e Sistema”, Ed. di AR, Padova 1987, pag. 30

5)F.G. Freda, op. citata, pp. 46-47

6)Adriano Romualdi, op. citata, pp. 46-47

7)Renè Guènon, “Il re del mondo”, ed. Adelphi, Milano 1994, pag. 40

8)G. Reale-D. Antiseri, “Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi”, Vol. I, Ed. La Scuola, Brescia 1983, pag. 96

lunedì 26 ottobre 1998

Il Fascismo e l'equivoco nazionalista

Dal n. 153 - Ottobre 1998 della rivista “AVANGUARDIA”.

Il nazionalismo è indubbiamente una componente del patrimonio dottrinario e politico che ha generato il Fascismo. Ma occorre inevitabilmente analizzare la natura democratico-liberale del piccolo nazionalismo borghese che, volenti o nolenti, ha influenzato il Fascismo e continua tutt’ora ad infervorare gli animi di tutti i patrioti affetti da una sorta di nostalgismo reducista. L’elaborazione dottrinaria del nazionalismo inizia quale polemica con il pensiero illuminista e la rivoluzione francese, ma di fatto ne risulta essere il figlio legittimo. Assume poi una identità reazionaria che avanza una esigenza di concretezza contro le “astrazioni” illuministiche e democratiche, intendendosi per concretezza, poniamo, l’amore per la propria terra e per i propri connazionali, l’attaccamento a certi usi, il senso dell’onore, il sentirsi completati e rafforzati da tutto ciò che è connesso alla propria origine.

Padri del nazionalismo, seguaci dei controrivoluzionari De Maistre e Bonald, risalgono a Maurras, Barres e agli italiani, figliastri del Mazzini, Corradini e Rocco.

Da un punto di vista operativo, sfogliando le pagine della storia, ci accorgiamo che il nazionalismo devia dalle originarie premesse dottrinali.

Per noi, la nazione è realtà spirituale; è tradizione perennemente rinnovata nella storia; è unità d’anime. Affermiamo che occorre salvaguardare la propria identità storica e culturale di una stessa nazione, pur non accettando la forma dello stato attuale.

Questa non è una presa di posizione dettata da una predisposizione al nazionalismo borghese o ad uno sciovinismo esasperato ma la tutela di una identità che trova radici in epoca romantica e, ancor prima, in campo politico e culturale e legata ad una Tradizione secolare appartenente alla nostra cultura e che raggruppa una comunità nazionale. Tutto ciò non vuol dire che accettiamo il mito risorgimentale del nazionalismo mazziniano, utilizzato anche dal Fascismo stesso, poi vedremo il perché.

«Il Risorgimento non fu un movimento nazionale che per accidente, esso rientrò nei moti rivoluzionari determinatisi in tutto un gruppo di stati in conseguenza dell’importazione delle idee della rivoluzione giacobina. Il ’48 e il ’49, ad esempio ebbero un identico volto nei movimenti italiani e in quelli che si accesero a Praga, in Ungheria, in Germania, nella stessa Vienna Asburgica, in base ad un’unica parola d’ordine. Qui si ebbero semplicemente tante colonne dell’avanzata di un unico fronte internazionale, comandato dall’ideologia liberaldemocratica e massonica, fronte che aveva i suoi dirigenti mascherati». (1)

La matrice ideologica dello sciovinismo risorgimentale che accende i “fascistelli tricolore” è antitradizionale, borghese e illuminista.

Come ribadisce Adriano Romualdi:

 «si è “patriottico-risorgimentali” e si ignorano i foschi aspetti democratici e massonici che coesistettero nel risorgimento con l’idea unitaria. Oppure si è per un “liberalismo nazionale” e si dimentica che il mercantilismo liberale e il nazionalismo libertario hanno contribuito potentemente a distruggere l’ordine europeo». (2)

Non dimentichiamoci anche il fatto che il nazionalismo fu spesso viziato da una politica dettata da interessi puramente economici, che in passato non raramente fecero prevalere gli interessi privati sul bene del popolo, e per questo si legò sempre più strettamente con le banche e con le borse internazionali.

Parafrasando Berto Ricci sottolineiamo che  «… il nazionalismo è egualitario, da buon figlio dell’89»; questo concetto viene confermato da Julius Evola, il quale evidenzia che «… nato presso alle rivoluzioni che hanno travolto i resti del regime aristocratico-feudale, questo nazionalismo esprime dunque un puro “spirito di folla” – E’ una varietà dell’intolleranza democratica per ogni capo che non sia un mero organo della “volontà popolare”, in tutto e per tutto dipendente dalla sanzione di questa». (3)

Il padre spirituale del risorgimento italiano è Giuseppe Mazzini, «iniziato alla carboneria (diretta emanazione degli illuminati di Baviera, ndr) fra il 1827 e il 1829, nel 1864, il Grande Oriente di Palermo gli accorda il 33° grado. Il 3 giugno 1868 fu proclamato venerabile perpetuo ad honorem della Loggia Lincoln di Lodi e lo si propose per la carica di Gran Maestro. Il 24 luglio fu nominato membro onorario della Loggia La Stella d’Italia di Genova e, il 1° ottobre 1870, della Loggia “La Ragione” dello stesso Oriente». (4)

Nel risorgimento occorre, dunque, distinguere il suo aspetto di movimento nazionale dal suo aspetto ideologico.

«Di nazionalismi ve ne sono due: l’uno è un fenomeno di degenerescenza perché esprime una regressione dell’individuo nel collettivo (la “nazione”), dell’intellettualità nella vitalità (il pathos e l’ “anima” della razza). L’altro è un fenomeno positivo, perché esprime invece la reazione contro forme ancor più vaste di collettivizzazione, quali possono essere per esempio, quelle date dalle internazionali proletarie o dalla standardizzazione praticistica su base economico-sociale (America). Il primo (nazionalismo demagogico) si propone di distruggere negli individui le qualità proprie e specifiche a beneficio di quelle “nazionali”. Nel secondo (nazionalismo aristocratico) si tratta di togliere gli individui da uno stato inferiore, in cui siano caduti, ove si trovano uno eguale all’altro: si tratta di differenziarli se non altro fino al grado per cui il sentirsi di una determinata razza o nazione esprime un valore e una dignità superiore rispetto al sentirsi eguali (egualitarismo e fraternalismo, umanità alla comunistica)». (5)

Di qui, giungiamo al rapporto tra fascismo e nazionalismo, premettendo che «… l’idea di rivoluzione, anche nel senso strettamente politico oltre che in quello estetico e morale, è estranea al nazionalismo, il cui ideale è e sarà sempre l’ordine pubblico, ossia l’ideale dè questurini» (6)

Il Fascismo trae vita da una molteplicità di motivi, tendenze, esigenze. Tra gli altri, assorbe e trascende gli imperativi del nazionalismo e del socialismo, dell’etica e dell’economia, dell’attivismo e della cultura. Le esalta nella sua universalità negandone i singoli particolarismi. Chi rievoca il Fascismo come mera espressione di un puro ordine nazionalista non ha capito nulla del significato atemporale e sovratemporale slegato dagli accidenti storici dell’esperienza della Rivoluzione delle Camicie Nere.

In una qualsiasi azione politica occorre distinguere quello che risulta accessorio da quello che è essenziale, ciò che risulta funzionale alla tattica del vettore operativo per il raggiungimento di un preciso obiettivo. L’utilizzo che il Fascismo fece del mito risorgimentale appartiene al novero delle azioni tattiche, legate a determinate contingenze storico-politiche. La Rivoluzione fascista fece tutto quanto era necessario, allo scopo di creare un’unica Comunità legata da un unico e comune destino, per forgiare un popolo legato da vincoli Solidaristico-comunitari, verticalmente proiettato alla realizzazione di uno Stato tradizionale organico.

Utilizzare in questa direzione anche elementi spurii del passato, reinterpretandoli come mito fondante, come “luogo geometrico” da cui trae origine la Comunità, una storia ove tutti si dovevano riconoscere.

L’esaltazione di questo mito durante il ventennio ha però rievocato sussulti irredentisti, palesati da quei super-patriottici che non vedevano di buon occhio l’alleanza con la Germania Nazionalsocialista. Questo trovò riscontro nella questione territoriale dell’Alto Adige, che ha evidenziato una discrepanza risolta solamente grazie al genio politico del Duce e del Fuhrer, il quale minimizzava il tutto sostenendo che la questione del Sud-Tirol era una piccola bega da subordinarsi ai grandi temi della politica estera tedesca.

Ancor oggi, ci accorgiamo che alcuni gruppi nostalgico-reducisti (vedi il n° 35, gennaio-marzo 1998, di “ACTA”, organo dell’istituto storico della Repubblica Sociale Italiana) presentano la voglia di tenere all’ordine del giorno questa querela altoatesina, che dimostra eloquentemente che non vi siano più né prospettive né progetti politici alternativi al sistema imperante (tranne il progetto politico-culturale Eurasia-Islam, autenticamente antisistemico, proposto ai residui militanti del neofascismo italiano dalla Comunità Politica di Avanguardia) che ha sconfitto militarmente le potenze dell’ordine nuovo e che da più di mezzo secolo opprime e condiziona l’esistenza della civiltà europea.

Manuel Negri

NOTE:

1) Julius Evola, “Gli uomini e le rovine”, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1990, pag. 117-118;

2) Adriano Romualdi, “Una cultura per l’Europa”, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1986, pag, 65;

3) Julius Evola, “Due facce del nazionalismo”, in La Vita Italiana n° 216, marzo 1931, pagg. 232-243;

4) Epiphanius, “Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia”, Ed. Ichthys, Roma senza data, pag 113;

5) Julius Evola, “Universalità imperiale e particolarismo nazionalistico”, in La Vita Italiana, n° 217 aprile 1931, pagg. 330-339;

6) Berto Ricci, “Errore del nazionalismo italico”, tratto da La Rivoluzione Fascista, Ed. SEB, Milano 1996, pag. 34.

venerdì 23 ottobre 1998

Luci ed ombre su Evola

La buonanima di Mons. Pestino Petrella di Grazzanise, tragicamente scomparso nel 1974, di cui già si è parlato Su questa rivista, era solito citare un proverbio popolare: "Figli piccoli, guai piccoli; figli grandi, guai grandi; figli sposati, guai raddoppiati''


Soprattutto, lo riferiva ai filosofi, modificandoli: "Filosofi piccoli, piccole corbellerie.  Filosofi grandi, grandi stoltezze". Circa il barone siculo-romano, Evola, si applica in pieno: "piccoli uomini, guai Piccoli; grandi uomini, (senza il buon senso di riconoscere che la loro grandezza non è tutta opera loro, ma viene da DIO) guai grandi”. Titani, quale indubbiamente fu Evola, guai titanici. In questo mondo di disinformati.
Senza memoria storica, se si chiede ad una persona "normale" (ma ne esistono? più passa il tempo, più ne dubito), "non addetta ai lavori", chi è i1 pensatore che più influenza la destra, potrete sentire le risposte più strane. Certamente la maggioranza, sia di quelli di sinistra, sia di molti dei "destri" vi risponderà Mussolini; qualcuno polemicamente vi dirà Hitler; i più acculturati vi diranno Gentile. In realtà si tratta di Evola. Il recente centenario della nascita, che ha visto le sue commemorazioni, da parte di tutte le realtà di ambiente,... ultima la presente rivista, ha fatto conoscere il " me a tanti, per i quali era solo un qualunque "carneade" fascista. Chi scrive, esattamente due decenni or sono, quando militava sotto ben altre bandiere, sia pure anche là in modo atipico, anomalo ed ipercriticamente indipendente, (le sue letture preferite erano: Fronte Popolare del compianto Salvatore "Turi" Toscano, organo del filo-cinese M.L.S., l'anarco-hippye-mao-rockettar-eco-liberaloide "Re Nudo" e "Candido" di Pisanò), letteralmente divorò, prima con dileggiante derisione, poi venendone conquistato, la summa o, per meglio dire, ciò che viene spacciata per tale, dell'Evola-pensiero: "Rivolta contro il mondo moderno" In seguito, mi procurai la raccolta della rivista ”La Torre", e praticamente tutte le Opere fondamentali del Nostro.
Cominciamo con il chiarire una cosa. Marx dichiarava di non essere marxista. Allo stesso modo Evola (come vedremo, quest’affermazione non é né il solo, né il più o il meno, importante dei punti di contatto trai due) dichiarava di non essere evoliano. Non contento affermava che gli evoliani non esistono, e, al massimo Potevano esistere gli "evolomani", dai quali era solito debite distanze. Basti pensare che, per Lui, la degenerazione borghese della Società è incominciata quando (circa verso il VI secolo a.C.), scindendosi le due figure del re e del sacerdote, fino a quel momento erano unite nella stessa persona, si separò il potere temporale da quello spirituale. Ora, la media dei suoi veri o presunti (affari loro) seguaci, non si limita ad essere anticristiano, quale fu il "maestro" ma sono anche genericamente antireligiosi ed antimonarchici. Quindi, cercheremo di analizzare il pensiero del "maestro", prescindendo dalle ulteriori degenerazioni degli allievi (o sedicenti tali).Per il presente lavoro, sono basato su: Marco Fraquelli "Il filosofo proibito", edizioni Terziaria Milano; il lungo articolo di don Curzio Nitoglia: Evola, uomo tradizionale o cabalistico: uscito sul numero 40 della rivista   cattolica "Sodalitium" (Località Carbignano, 36 – 10020 - Verrua Savoia, Torino) e notizie prese dal capitolo relativo di “Interrogatorio alle destre” di Michele Brambilla, Fabbri Editore.
Nel corso delle infinite commemorazioni del '68 (ne parlerò anche io prossimamente), le varie TV, ci hanno mostrato films dell'epoca, in cui, spesso si vedono le stanzette degli pseudo-contestatorucoli del tempo, con le mura ornate da posters sui quali giganteggia la celebre frase di Marx:" Sino ad oggi i filosofi hanno cercato interpretare il mondo. Ora è il momento di trasformarlo". Tale motto poteva uscire pari pari dalle labbra del " barone nero". I filosofi dell'idealismo tedesco del sette-ottocento, Kant, Ficthe, Schelling e, soprattutto, Hegel, non avevano forse affermato che la realtà è creata dall"'IO"? Sia Marx che Evola vogliono fare in modo che l'Io crei VERAMENTE la realtà. E', parzialmente,  diverso  il  metodo.
Mentre Marx  predicò essenzialmente  l'azione  politica  (che, comunque, Evola non disprezzò), Evola si rivolse alla magia, (sembra, del resto, che anche Marx la praticò - basti consultare "L'altra faccia di Carlo Marx", di Richard Wurmbrand, edizioni EUN Varese-) dichiarando esplicitamente quella "identità"  Io = Dio (sic), di fronte alla quale l'idealismo classico aveva esitato, mantenendosi sempre  in  termini impliciti.
Questo  principio filosofico influenzerà e dirigerà tutte le scelte del Nostro, sia nel campo politico che in quello artistico, per non  parlare, ovviamente, di quello spirituale in senso stretto. I suoi ammiratori, sono soliti descriverlo come il lirico cantore e maestro della “dignità sovrannaturale dell'uomo” e non hanno, del resto, tutti i torti. Ora, tale dignità, e nessuno meglio di un cattolico può e deve riconoscerla, è fondata sul più grande e più bello dei doni liberi e gratuiti del DIO Uno e Trino: immagine e la somiglianza con il Creatore. Secondo il Nostro, è completamente autonoma ed è fondata solo sull'enigmatico concetto di “Individuo Assoluto” che, sempre a detta di Evola, non è definibile alla luce delle sole categorie della razionalità, ma deve essere compreso con 1'aiuto delle pagane religioni orientali e dell'esoterismo gnostico. Questa rivendicazione di “assolutezza”, di completo scioglimento di “legami” e regole, in quanto tali (assoluto deriva da “ab solutum”: slegato) ricorda troppo da vicino il "non servirò" dei diavoli o il "fai ciò che vuoi" dei leggendari Gargantua e Pantagruel, ripreso e diffuso nel nostro secolo dallo stregone Crowley. Per non parlare dell'assurdo: "vietato vietare" (se è vietato vietare, deve essere vietato anche vietar di vietare) che i già pseudo-contestatorucoli borghesi del ’68 e dintorni scandivano per le strade. Evola, non solo amava definirsi “uomo della tradizione” ma altresì definiva la sua dottrina: “Tradizionalismo integrale”. Ora, viene spontaneo da chiedersi, a quale "Tradizione" si richiamava? Non dimentichiamo che l'idealismo romantico che, in pratica, si ripromette  di far passare dalla  speculazione alla realtà, è un tipico  frutto  di quella moderna degenerazione borghese che, giustamente,  Evola  tanto criticava.   Senza cedere alla facile constatazione che ben pochi fra i suoi seguaci, come del resto tra quelli di Marcuse a sinistra (che, con altre parole muoveva le stesse critiche al mondo materialistico  di  oggi).hanno rinunciato alla televisione. Il credente sa che esiste un'unica vera Tradizione, che DIO svelò ad Adamo, che ci è pervenuta tramite i Patriarchi ed i Profeti dell'Antico Testamento (in forma integrale; dei frammenti, corrotti e confusi dall’influsso demoniaco e dalla superbia umana, continuano a sussistere presso i sapienti di tutti i popoli) che Gesù ha completato e che ha consegnato ai suoi Apostoli, affinché la custodissero e, tramite il magistero della Chiesa, la facessero arrivare di giorno in giorno, ad ogni uomo, fino alla fine dei tempi. Tale Tradizione VERACE, afferma in perfetta sintonia con il realismo del buon senso, che c’è un Dio infinito e trascendente, dotato di personalità ed identità autonome dal Creato. Creato che, dal canto suo, è limitato ed esiste solo perché Dio ha voluto liberamente crearlo e dipende da lui e da nient’altro, men che mai dall’uomo. Pertanto, la realtà (parola che possiede molti significati in più e qualcuno in meno rispetto a come normalmente la usiamo), non è certo fatta dall’uomo, da cui può dipendere, al massimo, il modo dio rapportarsi ad essa. Ma se la vuole conoscere qual è, deve conformare il suo intelletto ai dati oggettivi.
A tale tradizione, si contrappone, sin dal momento del peccato originale, una Pseudo-Tradizione, spuria ed adulterata, che asseconda l’istinto di orgoglio e di ribellione, fa si che i suoi iniziati guardino, di fatto, chi non è dei loro con sufficienza. Tale tradizione si chiama “Gnosi” e deriva dalla degenerazione della Cabala Ebraica, dei secoli immediatamente precedenti l’era cristiana, contro la quale, Gesù non risparmia i propri strali. Evola, che se ne rendesse conto o no, a tale falsa tradizione apparteneva.
Michele Ognissanti

Da “L’Altra Voce” di ottobre 1998.