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mercoledì 25 aprile 2012

L’unica liberazione possibile

LiberazioneSe coloro che oggi festeggiano la giornata della “liberazione” sapessero a quali disavventure e disagi sono andato incontro durante tutti questi anni per difendere l’indipendenza di giudizio e un’idea “politicamente scorretta”, con tutta probabilità avrebbero una qualche difficoltà nel definire cosa veramente significa essere liberi;  e dovrebbero rivedere il giudizio politico non solo sul 25 aprile ma anche quello sul 17 marzo 1861 e la cosiddetta “unità d’Italia”.
Ora senza fare inopportune digressioni dirò, semplicemente, che la sinistra non si è mai confrontata seriamente con la sua storia, lasciando spesso molti cadaveri nell’armadio del “politicamente corretto”.  Si dice che quelli furono eroi, o morti inevitabili e che, comunque, perirono per una “giusta causa”. Il caso di Pol Pot, però, non viene ascritto a queste categorie e perciò, viene sconfessato e non riconosciuto come di “sinistra”, evidentemente perché troppo sanguinario e poco marxista. 
L’enfasi retorica spinta sino alla millanteria appartiene purtroppo a certo nefasto repertorio nazional-patriottardo che ci rimanda alle sonore corbellerie scritte in occasione dell’unità d’Italia.  Chi ha studiato la Storia d’Italia solo sui manuali scolastici ha ricevuto un’istruzione distorta e assai settaria, non attenta a quelle che furono le vere ragioni dell’unità italiana.  La storia è una scienza che va continuamente aggiornata. E chi non lo fa è, appunto, settario. E se oggi si denunciano  le ruberie e il malaffare occorre – per quanto sia possibile -  andare all’origine e vedere dove si è cominciato a barare, perché le ruberie di allora rappresentano lo specchio autentico di quelle odierne.
Il primo finanziamento illecito ai partiti viene fatto proprio da Giuseppe Mazzini. Il nostro “eroe nazionale”, una settimana prima della proclamazione del Regno d’Italia, manda un banchiere (Adriano Lemmi), che oggi si chiamerebbe brasseur d'Affairs, con un a lettera di credito indirizzata a Francesco Crispi (altro padre di questa patria matrigna) e lo invita ad aiutarlo per la costruzione delle ferrovie. E qui bisognerebbe ricordare agli immemori pennivendoli del Sistema che l'Inghilterra del tempo era massimamente interessata all’affare ferrovie.  Mi fermo qui.
Ma veniamo all’oggi. Tutti ricordano gli articoli intrisi di odio dell’ormai scomparso Antonio Tabucchi che denunciava le contro manifestazioni di FN, rei di voler forse reinterpretare un’anacronistica marcia su Roma. Dimenticano, costoro, che persino i carri sovietici si sono sempre mossi con il  pretesto di voler aiutare popoli e governi minacciati…. Dico questo, en passant, solo per significare che esistono sempre molte verità e quella ritenuta corretta è quasi sempre ascrivibile al potere costituito; e proprio per questo, come minimo, assai discutibile e perciò degna di essere studiata e rivista con occhio spassionato e scevro da pregiudizi.
Si dice che il fascismo fu un regime illiberale e liberticida e per questo il 25 aprile serve a ricordarlo. E’ vero: il fascismo fu profondamente illiberale. Ma questo spirito illiberale esisteva ben prima dell’avvento fascista e, soggiungo, continuerà ad esistere. Gli italiani che oltraggiarono il corpo del Duce furono – in massima parte – gli stessi che lo applaudirono durante le oceaniche adunate. Per questo - ora come allora – occorre elogiare coloro che non fecero parte della massa belante, al servizio del potente di turno.
Per questo e tantissimi altri motivo dico semplicemente che il 25 aprile non è stata mai la mia festa: innumerevoli bandiere insanguinate la popolavano,  immenso odio civile  l’ha animata in tutti questi anni, supportato da una olografia  a dir poco manichea.  Il mito della resistenza  è stato usato come una clava dalla sinistra per colpire gli avversari politici e, soprattutto,  come surrogato della lotta al capitalismo. Ogni qual volta  occorreva giustificare i compromessi messi a punto dal PCI con la borghesia e il capitalismo si riesumava lo spauracchio antifascista in funzione dello Status quo.
Il comunismo ha tradito perciò la sua natura ideale e sociale, venendo meno ai suoi principi fondamentali. Il comunismo è diventato un alibi, un mezzo attraverso il quale fosse possibile far politica in nome di “giusti” e “nobili” ideali ma che, nei fatti, ha rappresentato la punta di lancia del compromesso storico.
Il rito battesimale della Liberazione ha dato al comunismo una patente di libertà negata nei fatti dalla Storia. E questo è ancor più vero “oggi” di “ieri”. Per far parte della comunità nazionale agli ex-neofascisti è stata necessaria l’abiura del fascismo tout court, senza nemmeno considerare quelli che furono i vantaggi e le scelte politiche sociali giuste per la comunità nazionale.  Si disputa da anni di riforme costituzionali senza che nessuno (nemmeno gli ex sedicenti fascisti) abbia messo seriamente sul tappeto il problema della “libertà” come assunto principale del nostro vivere civile.
Inoltre la pretesa unificante del 25 aprile come Liberazione Nazionale è un falso storico smentito dai fatti. Oggi si celebra l’avvento di una democrazia dimezzata, dalla quale non solo solo sono stati esclusi i "vinti"  ma pure chi non accetta i paradigmi di questo regime mascherato.  Si celebra una “vittoria” rubata da una minoranza ad un’altra minoranza, con larga parte della popolazione rimasta inerte e che, in massima parte, durante il fascismo, fu organica al sistema.  Oggi che i partigiani, per ragioni anagrafiche, sono quasi tutti deceduti, l’antifascismo in Italia si risveglia con un altro significato che esce fuori dai confini del politicamente corretto. Esso ha indossato i panni o dell’anti -berlusconismo viscerale, oppure dell’anti-politica, gettando un ponte fra due uomini, del tutto differenti. Il suo significato originario si è diluito, diventando altro da quello che era in origine. 
Per questo ed altro ancora non festeggio. L’unica liberazione possibile risiede nel conseguimento della verità storica attraverso la libertà di ricerca, senza che partiti e poteri possano mettervi bocca.
© Petrus Aloisius

sabato 13 febbraio 2010

La lotta al comunismo


In seguito alla recente scomparsa (11 febbraio u.s.), alla veneranda età di ottantanove anni, a Roma, del Prof. Pio Filippani Ronconi, orientalista di chiara fama, pubblico, qui appresso, uno scritto illuminante a firma di Alfonso Piscitelli.

“…una guerra totale contro l’apparato
sovversivo marxista che rappresenta
l’incubo del mondo moderno e ne
impedisce il naturale sviluppo”.



Pio Filippani-Ronconi era reduce da una esperienza di guerra intensa e tuttavia scevra da furore ideologico. Il suo arruolamento nella Legione di Volontari delle SS italiane aveva avuto meno il significato di una dichiarazione di fede nazional-socialista che non di una testimonianza di fedeltà ghibellina agli ideali della alleanza tra i popoli tedesco e italiano, nel momento in cui a guerra in corso tale alleanza risultava sovvertita.

Nel corso di tutto il dopoguerra, coerentemente con tale premessa, il conte si sarebbe tenuto in disparte da quegli ambienti che lucravano (modeste) fortune elettorali sulla memoria del Duce, o sulla ripetizione degli slogan socialistici del fascismo della fine. Dal punto di vista del ragionamento politico Filippani esprimeva le sue perplessità riguardo al tentativo di perpetuare un partito-ghetto di nostalgici; dal punto di vista spirituale combatteva con vigore i tentativi di “politicizzare” la ricerca esoterica. Nell’ottica di Filippani, non era da un cambiamento di sistema politico che doveva attendersi l’impulso a un rinnovamento esistenziale (individuale, o collettivo), bensì da una autentica Scienza dello Spirito capace di orientare l’individuo verso le esperienze superiori dell’anima. D’altra parte, non essendo un anti-moderno egli non pativa quell’atteggiamento di terrore nei confronti dell’ “età del ferro” (l’età degli uomini abbandonati a se stessi dagli Dei, posti dunque di fronte alla prova dell’indipendenza) che tanti casi di auto-emarginazione aveva suscitato nell’ambiente del tradizionalismo integrale.

Il ritorno alla vita civile, dopo un breve periodo di prigionia militare, non coincise pertanto con il tempo della nostalgia e del ripiegamento su se stessi. Leggiamo da un sito internet, che in maniera sinistra ne ricostruisce la biografia a partire dal dopoguerra: “Ufficialmente è impiegato, con diversi gradi via via che passano gli anni, all’ufficio radiodiffusione per l’estero della presidenza del consiglio; ma lavora per i servizi segreti: fa il traduttore e, grazie alla sua conoscenza del sanscrito, diventa un grande esperto in decriptazione di messaggi intercettati dai servizi italiani. All’inizio degli anni Cinquanta compie una missione in Persia, con il compito di raccogliere informazioni politiche e militari nell’area. Collabora anche con i servizi di sicurezza dell’America Latina : intorno al 1950 produce ad esempio uno studio sulla situazione politico-militare della Bolivia, “prevedendo una rivoluzione che scoppiò di lì a pochi mesi”. Nel 1959 comincia una carriera accademica di tutto rispetto all’Istituto Orientale di Napoli. Ma continua a lavorare per i servizi segreti almeno fino alla metà degli anni Settanta (così ammette egli stesso nel 1995, in uno degli interrogatori a cui è sottoposto nel corso delle ultime indagini sulla strage di Piazza Fontana). La notizia biografica può essere integrata osservando:
  1. che già prima della guerra, giovanissimo studente universitario, per la sua padronanza delle lingue Filippani era stato impiegato alla filodiffusione per l’estero come lettore di radiogiornali in lingua straniera.
  2. che già durante la guerra una sua certa capacità di intuizione era stata messa a profitto per individuare postazioni nemiche ed eventuali movimenti.
  3. che la ragione dei ripetuti viaggi di Filippani in Persia non è forse del tutto estranea alla circostanza che egli sia stato uno dei più autorevoli studiosi dello zoroastrismo, delle correnti sciite ismailite, della civiltà iranica in generale.
  4. che gli interrogatori sulle stragi hanno escluso qualsiasi forma di coinvolgimento, come peraltro riconosce lo stesso sito internet citato (“Indagato no, non ha mai ricevuto alcun avviso di garanzia”).

Precisazioni a parte, dalla sintesi biografica emerge l’immagine di un uomo d’azione, dalle qualità non comuni, indifferente alle sirene della mobilitazione politica, ma deciso ad offrire il proprio contributo a quel fronte articolato che si opponeva alla marea del comunismo, sia detto per gli immemori: il sistema totalitario più brutale dell’età moderna.

Gli anni Sessanta si erano aperti con l’edificazione del Muro di Berlino, che poneva il sigillo sull’universo concentrazionario dell’Est. Già qualche anno prima gli Ungheresi, i Polacchi, i Tedeschi dell’Est erano insorti inutilmente contro il regime di Stalin, e Bertold Brecht, cantore della liberazione marxiana del mondo, aveva inneggiato alle mitragliate dei Vopos sulla classe operaia in rivolta. L’impero rosso copriva l’immensa distesa dell’Heartland: la roccaforte del mondo, ovvero la distesa eurasiatica individuata dai maestri della geopolitica come centro strategico del pianeta. Bandiere rosse sulla Romania, che tra le due guerre aveva vissuto una felice stagione culturale; sulla Ungheria dove ancora erano visibili le realizzazioni dell’amministrazione asburgica. Sull’Ucraina che per due volte aveva accolto i Tedeschi più come liberatori che come nemici. E mentre nell’Oriente asiatico il “grande balzo in avanti” di Mao spingeva nella fossa cinquanta milioni di cinesi, nell’Est europeo identità culturali venivano annullate, popoli smembrati, cancellati, stretti in catena. Sotto il tiro dei mitra risorgevano gli Stati fantoccio del 1919: la Cecoslovacchia – convivenza coatta tra Boemi e Slovacchi –, la Jugoslavia, mostruosa concentrazione di genti germanizzate (i Croati), mussulmani di Bosnia e Kosovo, di slavi delle montagne. L’esempio della Jugoslavia, pur riottosa al dominio di Mosca, suscitava una particolare impressione sugli Italiani onesti. Il comunismo slavo passava come un rullo compressore sulle coste e sulle isole che da Ragusa a Capodistria per secoli avevano goduto dell’azione civilizzatrice di Venezia. Nomi di città tutto a un tratto cambiavano, la terra inghiottiva i corpi senza riuscire a nascondere il sangue. E in fondo, le perdite imposte dalla immutata legge di Brenno furono contenute. I comunisti italiani nel 1945 avrebbero voluto che non solo Trieste ma la stessa Venezia fossero offerte all’ingordigia jugoslava-comunista. L’ideologia rendeva indifferenti di fronte alla eventualità che le madri di Venezia subissero il medesimo oltraggio delle donne di Berlino.

Il comunismo che era stato concepito da Marx alla metà dell’Ottocento ed era fallito come idea già alla fine dello stesso secolo, imposto a mezzo mondo da Lenin e da Stalin, radunava una umanità composita: il caudillo di Cuba, dedito alla gestione del turismo sessuale e del traffico di stupefacenti, il medico argentino Guevara de la Serna che proprio nelle carceri di Cuba sperimentava i propri metodi di tortura; la miriade di popoli, etnie, tribù che dalla pianura russa fino al fiume giallo accettavano in fondo il comunismo perché mai avevano sperimentato nella loro storia il clima delle libertà individuali.

Su popoli di consolidata civiltà l’ Uomo Nuovo di Stalin attecchiva come un fenomeno di corruzione antropologica. I Tedeschi dell’Est un tempo erano i Prussiani e sotto il loro tacco tremava la terra. Per qualche decennio la Repubblica Democratica Tedesca fu il più efficiente regime dell’Est: indubbiamente non per gli effetti della ideologia, ma per le doti della sua etnia. Il sangue però non può compensare la corruzione dello spirito. Quelli che un tempo erano i Prussiani in pochi decenni sarebbero divenuti gli “Ossi”, gli indolenti Orientali che oggi se ne stanno seduti sull’uscio di casa a stendere la mano in attesa di una elemosina da parte dello Stato sociale.

Chi è nato negli anni in cui Mister Gorbaciov era costretto a dichiarare bancarotta e la centrale di Cernobyl vomitava sul mondo gli ultimi veleni del socialismo realizzato stenta a capire il clima che si respirava negli Stati d’Europa del dopoguerra. Certo sul fuoco del pericolo comunista soffiava l’America e lucrava i vantaggi di una divisione del mondo che essa stessa aveva propiziato, ma il pericolo c’era. Una maggioranza di persone tutto sommato avvedute, operose, equilibrate (la cosiddetta “maggioranza silenziosa”) avvertiva in Europa il pericolo; una minoranza chiassosa lo esaltava, muovendosi nelle strade come un immenso serpentone ipnotizzato. Ancora oggi, dalla geenna della storia, la sirena comunista continua ad ammaliare le menti dei più offuscati.

L’ipnosi oscurava anche intelletti non banali: e se nel 1954 Scalfari pronosticava l’imminente sorpasso dell’URSS sugli USA nel campo della produzione industriale e del benessere, per Moravia le file davanti ai negozi alimentari a Mosca erano preziosi momenti di socializzazione e per Ingrao Mao-Tse-Tung non era un serial killer di milioni di compatrioti, ma semplicemente un poeta.

Il fatto che le bombe atomiche di USA, Inghilterra, Francia creassero un deterrente all’armata rossa non impediva all’arma non convenzionale dell’ideologia di infiltrarsi in tutte le vene della società civile. Il PCI affermava con orgoglio di essere la quinta colonna di Mosca. Del resto l’URSS pagava bene i propri dipendenti e concedeva anche qualche soddisfazione: l’onesto Berlinguer quando inventò l’“eurocomunismo” e quando dichiarò di accettare le rassicurazioni offerte dalla NATO chiese ed ottenne preventiva autorizzazione da Mosca. Intanto i sindacati nel 1969 candidamente confessavano che l’obiettivo delle loro lotte era la distruzione del sistema produttivo; i giudici politicizzati teorizzavano la “giustizia di classe”; i professori di storia negavano il più immenso genocidio di tutti i tempi perpetrato dall’Istria fino alla Cambogia di Polpot.

Al di là dei ristretti ambiti militari si poneva pertanto un duplice problema:
  1. Combattere all’interno della società civile la penetrazione della ideologia comunista.
  2. Valutare il caso estremo di una invasione da Est, o di un’insurrezione su larga scala promossa dall’Est, articolando i termini di una possibile difesa e risposta.
Parade e Reponse per dirla alla francese, ma si sarebbe anche potuto dire: resistenza e contrattacco. Edgardo Sogno, capo partigiano antifascista, fu tra i più attivi sostenitori di una nuova resistenza, per questo non mancò di diventare il bersaglio di certi ambienti che ramificavano la loro influenza nei settori della magistratura e del giornalismo.

I medesimi ambienti avrebbero utilizzato strumentalmente per anni gli atti del convegno tenuto all’Hotel Parco dei Principi nel 1965 dal centro studi strategici intitolato ad Alberto Pollio. Convegno che vide nella relazione di Pio Filippani-Ronconi uno dei momenti più significativi.

Indubbiamente in un paese in cui la connivenza col nemico, spesso pagata,a volte addirittura gratuita e l’alto tradimento nei confronti del proprio Stato vengono scusate, mentre al contrario i membri di uno struttura regolare della NATO dalle ovvie finalità vengono inquisiti è più facile capovolgere l’interpretazione storica. Ma se è vero che mandanti ed esecutori delle stragi dal 1969 al 1984 rimangono avvolti in una nube oscura, se è anche vero che è lecito ipotizzare responsabilità diverse – anche, forse soprattutto, internazionali – se è anche possibile pensare che alcuni fanatici neofascisti strumentalizzabili abbiano fatto in qualche caso da manovalanza è cento volte più vero che dopo ogni strage a partire dagli anni Settanta scattava un copione fisso come il rituale di una religione di stato: sciopero generale, mobilitazione antifascista, deputati democristiani e comunisti insieme sul palco. Si creava nel paese un’immensa “tensione”, una tensione elettrica che riduceva in cenere le aspirazioni politiche di ogni gruppo marcatamente o vagamente “nazionale”, mentre affermava l’imperativo categorico – come un “Vincere!” d’altri tempi – del compromesso storico, ovvero dell’assimilazione dei comunisti al governo. Con questo non si vuole affermare una pista dell’Est per le stragi: non ci sono le prove, mentre vi sono le prove di una regia dall’Est per le imprese delle Brigate Rosse fino all’assassinio di Moro e per l’attentato a Wojtila. Si vuole semplicemente fare una constatazione: in un paese in cui l’opinione pubblica era fortemente sollecitata dai mezzi di comunicazione (che erano strumenti nelle mani dei partiti e dei potentati economici), tale opinione – come in un rituale – veniva orientata dopo ogni strage in direzione della assimilazione al potere del partito eterodiretto da Mosca. Detto ciò si possono immaginare mandanti di ogni colore e nazionalità, ma al di là della immaginazione ipotetica rimane la percezione dei fatti storici. Dopo ogni strage si scatenava una tensione che salvava i democristiani al governo associandoli ai comunisti, con i risultati che ne venivano: il piccolo imprenditore, spina dorsale del sistema produttivo, inciampava in mille tagliole; il militare veniva umiliato e l’esercito privato di ogni reale efficienza; le stesse forze dell’ordine venivano ridicolizzate (si pensi a tutte commedie di serie B sui carabinieri) con effetti non trascurabili; il teorico della politica critico nei confronti della Costituzione del 1948 veniva denunciato come fascista; e i politici fascisti latu senso rinchiusi in un ghetto che si sarebbe riaperto solo nel 1993 con l’avvento di Silvio Berlusconi.

Chi oggi dicesse che tutti i mali della società italiana sono causati dagli immigrati, che tutti i mali dell’economia sono causati dagli ebrei, che tutti i problemi della cultura sono dovuti all’egemonia dei comunisti verrebbe facilmente accusato di essere un mistificatore che cerca un capro espiatorio. Il “blocco” fascista-militare è stato accusato di essere il mandante delle stragi e di ogni complotto da un ampio sistema di potere politico-giudiziario-giornalistico: quel blocco ha fatto da capro espiatorio mentre il fronte politico dell’arco antifascista prendeva ogni potere. È qui il caso di dire: chi agita la teoria del complotto, è proprio lui il cospiratore! Una piccola minoranza di anticomunisti-duri è stata accusata di ogni nefandezza per imporre a una maggioranza di italiani anticomunisti-moderati l’intesa di governo catto-comunista. In questo contesto l’Istituto Pollio e il suo convegno sulla lotta al comunismo è divenuto il fulcro della demonizzazione. È passata l’idea che combattere il comunismo e volere le strage fossero i due termini di una equazione. Come se non fosse stato il comunismo essenzialmente una strage di dimensioni planetarie. L’anarchico Valpreda teorizzava apertamente la guerriglia stragista a base di bombe (“bombe, sangue e anarchia!”), ma viene oggi considerato un innocuo ballerino; invece, attraverso interpretazioni “metaforiche” dell’intervento di Pio Filippani-Ronconi si è voluto leggere in esso il manifesto della strategia della tensione.

Filippani intervenne l’ultimo giorno dei lavori all’Hotel Parco dei Principi e solo in seguito scrisse il testo del suo intervento, poi raccolto negli atti del convegno.

Sosteneva Filippani che “l’errore fondamentale delle cosiddette controrivoluzioni” è quello di aver schierato le forze “su una sola linea ideale e pratica – quindi individuale”, una linea destinata in caso di sconfitta alla distruzione totale. Bisognava pertanto operare per “preparare sin da ora uno schieramento differenziato, su scala nazionale ed europea delle forze disponibili per la difesa e l’offesa”.

A tal scopo si proponeva un sistema basato su tre livelli di organizzazione: il primo formato da individui disposti a “un’azione passiva, che non si impegni in situazioni rischiose” in grado di fungere da “schermo di sicurezza per i livelli successivi”; un secondo livello che – parole testuali dell’autore – “potrà essere costituito da quelle persone naturalmente inclini o adatte a compiti che impegnino azioni di pressione, come manifestazioni sul piano ufficiale, nell’ambito della legalità, anzi in difesa dello Stato e della Legge conculcati dagli avversari. Queste persone che suppongo , potrebbero provenire da associazioni di Arma, nazionalistiche, irredentistiche, ginnastiche, di militari in congedo ecc… dovrebbero essere pronte ad affiancare, come difesa civile, le Forze dell’Ordine (Esercito, Carabinieri, Pubblica Sicurezza ecc.) nel caso che fossero costrette ad intervenire per stroncare una rivolta di piazza”.

“A un terzo livello – aggiungeva Filippani-Ronconi – molto più qualificato e professionalmente specializzato, dovrebbero costituirsi – in pieno anonimato sin da adesso – nuclei scelti di pochissime unità addestrati a compiti di controterrore e di “rotture” eventuali dei punti di precario equilibrio, in modo da determinare una diversa costellazione di forze al potere. Questi nuclei, possibilmente l’un l’altro ignoti, ma ben coordinati da un comitato direttivo potrebbero essere composti in parte da quei giovani che attualmente esauriscono sterilmente le loro energie in nobili imprese dimostrative…

Di là da questi livelli dovrebbe costituirsi, con funzioni “verticali”, un Consiglio che coordini le attività in funzione di una guerra totale contro l’apparato sovversivo comunista e dei suoi alleati, che rappresenta l’incubo che sovrasta il mondo moderno e ne impedisce il naturale sviluppo.”

Il giudice istruttore di Milano Guido Salvini scrive nella sua sentenza-ordinanza su Piazza Fontana che nelle parole di Filippani-Ronconi si trova “una vera e propria sintesi teorico-operativa della strategia della tensione”.

Chiunque abbia frequentato un modesto corso allievi ufficiali può accorgersi invece che il discorso di Filippani-Ronconi è squisitamente militare e si riferisce a tipiche operazioni che avvengono in presenza di una insurrezione su larga scala spalleggiata da potenza nemica (e all’epoca ne avveniva una ogni anno…). Le riflessioni si inserivano in un contesto che è difficile dimenticare: la presenza dei paesi comunisti sovietici ai confini di Trieste, alle porte di Bayreuth. L’azione di un partito di massa assolutamente subordinato a Mosca. L’eventualità che per effetto di una crisi sociale, se non di una guerra guerreggiata, si potesse rompere il fragile equilibrio della coesistenza pacifica. In tale eventualità l’URSS avrebbe avuto i suoi volenterosi ascari in Italia e l’Italia un suo governo collaborazionista, di tipo bulgaro o cecoslovacco.

In questo scenario che non si è verificato (perché il sistema comunista – ben fronteggiato – è imploso all’interno prima di poter provocare una ulteriore esplosione esterna) ma che indubbiamente era ipotizzabile, si inserisce la strategia della guerra controrivoluzionaria. Qui l’ex ufficiale delle SS delinea paradossalmente un sistema di “resistenza” per una guerra di liberazione: il primo livello che deve portare soccorso e rifugio ai combattenti d’élite si concepisce in un territorio sottoposto a violazioni della propria sovranità. I nuclei scelti di controterrore si inseriscono nello scenario di una insurrezione interna (appoggiata dall’estero o addirittura concomitante ad una invasione) che paralizzi il tessuto delle forze armate regolari. Il fatto che le unità combattenti d’élite agiscano separatamente senza sapere l’una delle altre è un classico accorgimento per evitare che una rete che agisce in territorio insidiato venga smantellata come una maglia che si sfila tutta tirando un solo filo. Infine che le unità debbano essere coordinate da una centrale è cosa troppo stravagante o la magistratura democratica ritiene che il coordinamento sia il principio della dittatura? Si potrebbe continuare a disquisire di tattica e di logistica, ma il livello della esegesi che ha voluto collegare il Parco dei Principi a Piazza Fontana è più prosaico ed è anche più ridicolo. È possibile che fascisti e militari rivelino in un convegno la preparazione di un orrendo crimine? Ed è concepibile che un ex ufficiale decorato dichiari che c’è bisogno di una armata divisa in quattro livelli per mettere una bomba da attribuire all’avversario? I servizi segreti talvolta compiono operazioni che in gergo si definiscono “dirty flag”, con bandiera sporca, attribuendo una azione al nemico per provocare una reazione. Ma cose del genere somigliano al sesso: chi le fa non ne parla.

Checchè se ne dica, il pericolo russo per tutti gli anni del lungo dopoguerra era reale. Reale anche il pericolo di un’infiltrazione a tutti i livelli di emissari comunisti. A ben vedere il primo pericolo – più evidente – è stato sventato, grazie all’energia produttiva dell’Occidente, alla efficienza militare dei paesi NATO, grazie anche a quella coscienza della libertà che nonostante tutto caratterizza le nazioni di origine latino-germanica. Il secondo pericolo, più sottile, è stato avvertito da pochi, combattuto per quanto era possibile, non del tutto sventato. Lo scenario apocalittico che aleggiava sulle considerazioni dei relatori del Convegno del C.S. Pollio non si è verificato, ma indubbiamente quel deterioramento della situazione nazionale che Filippani notava in gran parte è avvenuto.

Non vi è stato fortunatamente bisogno di corpi d’élite per organizzare la Parade e la Reponse al comunismo, ma è pur vero che la volontà reattiva dell’Occidente secondo una strategia che si snoda dal Piano Marshall fino agli Euromissili ha contribuito ad annientare un regime che destinava alle spese militari una percentuale massiccia del proprio prodotto interno. D’altra parte il dilettantismo dei movimenti di destra, il loro muoversi in attività di mera dissipazione di energia, il deprecabile teppismo di talune frange (fino a giungere all’aberrante terrorismo di altre) hanno prodotto per la destra politica un esito autolesionistico che Filippani aveva previsto quando esortava a dedicarsi ad attività più pratiche o più spirituali. Il comunismo è crollato – perché questo era per dirla con gli Indiani il suo inevitabile karma – ma la destra che il comunismo “nobilmente” fronteggiava spesso è caduta trappola delle criminalizzazioni o delle strumentalizzazioni.

Va detto, per onestà, che Almirate propose la pena capitale per i terroristi di destra; la sinistra propone ancora oggi per i suoi terroristi una “comprensione intellettuale” che in taluni casi sfiora la giustificazione.

domenica 13 settembre 2009

Agli immemori sbarbatelli

domenica, 13 settembre 2009

Questa crisi, questa dannata crisi, è stata straordinaria! Essa ha messo a nudo il vero volto del turbocapitalismo! E' una crisi strutturale, non una normale crisi passeggera. Una crisi di cui tutti hanno parlato.  Persino il Corriere della Sera è stato costretto a farlo notare! Ma prima di parlare della crisi di un sistema, bisogna fare due passi indietro e criticare coloro che fecero lo stesso allorquando ci fui il crollo del sistema comunista. Esiste una differenza sostanziale: quella fu un 'implosione. Un'implosione dettata dal sistema capitalistico che ne minò le fondamenta. I giovani, però, devono sapere qual è il vero male.... Il vero male è il comunismo. Il comunismo porta con sé la propria condanna. Solo chi ha vissuto quegli anni terribili, in specie sul fronte dell'est, può comprendere. Parlo della Stasi, della famigerata Repubblica Democratica Tedesca, dove a pagare non furono solamente i cosiddetti dissidenti, usati come merce di scambio per riempire le casse dello Stato e le tasche di funzionari corrotti. ma anche di quei militanti in buona fede che incapparono nelle  fauci di burocrati senza  scrupoli, il cui unico credo era sopravvivere nel miglior modo possibile. Costoro, dopo il crollo del muro di Berlino, si riciclarono come guardie del corpo, oo7 e soprattutto come investigatori privati. In pratica continuarono sotto la bandiere dell'ovest a svolgere per lucro il lavoro sporco che avevano imparato alla perfezione: spiare. Il comunismo è la negazione della libertà, del principio stesso dell'intera civiltà occidentale. Parlo, naturalmente, di conquiste spirituali... su quelle materiali si può anche discutere... Il comunismo nega Dio (non solo quello cattolico), vuol togliere la conoscenza personale per sostituirla con quella della nomenklatura del partito. L'individuo così concepito  non è più persona, ma un elemento della mandria, un numero come tanti. Le discussioni, la centralità democratica del partito sono solo invenzioni, utili espedienti per trarre in inganno i neofiti prima di portarli al macello.  Il comunismo è un sistema totalitario che annichilisce l'individuo, castrandolo. Ma anche i sistemi democratici non scherzano, dietro un'apparente libertà di opinioni si nasconde la dittatura del danaro. E forse, questa, è ancora peggio della prima.

Douglas alle 17:04 in: comunismo, liberalismo, materialismo, capitalismo

lunedì 12 marzo 2007

Resistere... resistere... resistere

"Vertumnus et Pomona", Paulus Moreelse, anno 1630
Riprendo a scrivere, non senza qualche imbarazzo. Ma non mi occuperò ancora di politica in senso stretto, poichè sarebbe tempo sprecato. Ed il tempo a nostra disposizione è poco. Occorre, dunque, impiegarlo nel migliore dei modi. Anche perchè nell'attuale panorama politico è difficile trovare una collocazione accettabile. La democrazia è un Bluff, così come lo è stato il comunismo. Solo che, attualmente, non esiste un sistema più adatto ai "tempi".  Per questo si deve tener ben presente lo "specchio dei tempi" e non irrigidirsi su posizioni indifendibili. Bisogna, per converso, mantenere una dignità interiore. Una dignità che non tenga in alcun conto il parere altrui. Non si tratta di saccenza o, peggio, di Superbia. Al contrario: la superbia è la radice di tutti i mali! Non dimentichiamolo. Lo stesso vale per l'invidia che ne costituisce la nemesi. Al massimo si può parlare di una sana fierezza interiore, un virile amor proprio. Il processo di secolarizzazione è tuttora in atto. Anzi, a dire il vero, si trova addirittura in una fase molto avanzata. Tale processo è un Signum temporum e, come tale, non può essere evitato. In tale ottica si inserisce la sconfitta delle religioni. La sconfitta non è solo apparente: calo crescente delle vocazioni, diminuzione esponenziale dell'interesse dei fedeli verso le Istituzioni religiose ecc. Oggi la secolarizzazione ha sfondato le porte del tempio. Se è vero che i cavalli dei cosacchi del Don non sono arrivati ad abbeverarsi alle fontane di San Pietro, è altrettanto vero che, poco distanti, sono sorte fiorenti attività commerciali che hanno fatto degli oggetti di culto la loro personale fortuna. Per questo motivo assistiamo inermi ad una devizione costante, con alcuni punti di arresto, che ne costituiscono un temporaneo. Lo sfondamento  è prossimo. E' partirà dall'interno, cosicchè renderà inutile ogni barricata esterna.   

mercoledì 28 luglio 1999

Il comunismo aristocratico

Dal n° 162 - Luglio 1999

Il progetto politico-culturale "Eurasia-Islam" non è solo il superamento del neofascismo (non ci è voluto poi molto ...) o delle sgangherate categorie destra-sinistra (è un vecchio ritornello stracciapalle ...), bensì dello stesso fascismo europeo, del quale attualizza le potenzialità rivoluzionarie irrisolte del radicalismo popolare antiplutocratico e le potenzialità tradizionali incomprese che attengono alla ierocrazia razziale comunistico-aristocratica ispirata all'Ordine di Sparta e trasferita, secondo conformi moduli espressivi, nell'epoca delle masse.

Comunità Politica di Avanguardia

Un'organizzazione sociale, economica e finanziaria deve innanzitutto essere conforme ad un principio essenziale: l'elemento economico (attinente all'ordine dei mezzi, quindi caratterizzato dalla strumentalità) deve essere subordinato al principio politico (attinente all'ordine del fine).

Fatta questa premessa, è necessario ora tratteggiare le linee essenziali e le articolazioni strutturali inerenti all'organizzazione economica e sociale dello Stato.

Potrà sembrare strano che -mentre ci troviamo a fronteggiare l'esigenza primaria di garantire la sopravvivenza della nostra specie si indulga alla delineazione di modelli organizzativi economico-sociali.

Innanzitutto noi riteniamo necessario potenziare e irradiare totalmente lo spettro teorico che accoglie ed esprime la nostra alterità razziale, al fine, quanto meno, di tramandare incisivi e laceranti strumenti politico-culturali ai Camerati che ci seguiranno e che continueranno la nostra lotta perpetuando I'ontologia della comunità di popolo nella quale ci riconosciamo. Ma, cosa oggi forse più importante, è altrettanto necessario indicare degli orizzonti che, prescindendo dalla più o meno immediata attuabilità pratica, contribuiscano a rompere, a recidere le radici malate lungo le quali corre il riflesso condizionato che, consapevolmente o meno, può ancora indurci a prestare orecchio agli echi di parole d'ordine che furono e sono della destra.

Il modello organizzativo che fisseremo e che cercheremo soprattutto di motivare nelle sue valenze tradizionali, ha dunque una considerevole efficacia di «provocazione» politico-psicologica, pur non venendo meno ad una rigorosa conformità ed omogeneità rispetto alla cultura della tradizione.

L'organizzazione statuale si configura come Stato popolare, forma di comunismo aristocratico di tipo spartano e di ispirazione platonica, caratterizzato dall'abolizione della proprietà privata in ogni sua forma di manifestazione.

Non bisogna innanzitutto confondere l'organizzazione comunistica della sfera economica con il socialismo marxista, le cui proposizioni, a loro volta, possono benissimo esplicarsi anche nel quadro di una società che non sia nè integralmente nè strutturalmente comunistica. [1]

Di solito il termine «comunismo» si riferisce a ideologie che affermano concezioni fondate sulla statalizzazione del ciclo produzione-consumo; la terra e i mezzi di produzione sono proprietà dello Stato e possesso del popolo che ne usa in funzione degli obiettivi fissati dalle autorità centrali mediante lo strumento costituito dalla pianificazione dei bisogni e delle fruizioni.

Oggi il termine comunismo viene automaticamente associato all'ideologia marxista quale sua necessaria conseguenza nel dominio socio-economico. È una sorta di riflesso condizionato che induce a considerare il regime comunistico della proprietà e del diritto come monopolio esclusivo del marxismo. Tale riflesso è indubbiamente sollecitato dall'incontestabile rilevanza assunta dall'ideologia marxista, che, del resto, ha applicato questo schema sociale ed economico nel corso della sua vicenda storico-politica dell'ultimo secolo. Ma ciò non deve trarre in inganno: è bene sapere che elaborazioni teoriche ed applicazioni pratiche di tipo comunistico risalgono ad epoche ben anteriori rispetto alla nascita alla nascita del socialismo marxista.

Oltre al regime comunistico vigente nella Sparta dorica, va innanzitutto ricordato il «comunismo platonico» teorizzato appunto da Platone ne “Lo Stato”.

Ne “Lo Stato” di Platone il regime comunistico è addirittura un privilegio spettante -in armonia con la superiore funzione- ai custodi (fylakes), cioè ai primi due ceti formati dai sapienti e dai guerrieri, con rigida esclusione degli artigiani e dei contadini. Il regime comunistico spettante ai custodi non si riferisce solo alla proprietà, ma si estende anche alle famiglie, al fine di cementare l'assoluta coesione etica e l'altrettanto assorbente dedizione al bene comune dei membri del sodalizio aristocratico. I rapporti tra giovani e anziani -ognuno dei quali potrebbe essere rispettivamente il figlio o il padre dell'altro- saranno radicati su di un solido tessuto solidaristico alimentato dalla disindividualizzazione dei vincoli di sangue, integralmente estesi all'intera comunità degli aristocrati. Le unioni saranno disciplinate dallo Stato conformemente alle regole dell'eugenetica, mentre le donne (le femministe sono giunte in ritardo ...), che affideranno ben presto i loro figli ai modelli educativi impartiti nelle organizzazioni dello Stato, potranno riprendere la loro attiva partecipazione alla vita pubblica. È una ascesi verticale, un volo imperiale, un radicale superamento dell'intreccio soffocante fatto di possessivismo e gelosia, ipocrisie e convenzioni, che caratterizza i rapporti interpersonali nella decomposta e degradata famiglia borghese.

«Un giorno gli operai vivranno come i borghesi, ma al di sopra di essi, più povera e più semplice, la casta superiore. Essa possiederà la potenza». [2]

È un comunismo aristocratico ed ascetico, antidemocratico ed antiegualitario, che, comunque, non avrà più un completo riscontro nelle raffigurazioni di società comunistiche non marxiste o città ideali fiorite in periodo rinascimentale o in margine al cristianesimo originario.

Nel secondo libro della sua opera principale, “Utopia”, Tommaso Moro descrive i profili ideali della repubblica perfetta. È la repubblica di Utopia, nella quale è abolita la proprietà privata e l'uso dei beni è concesso ad ognuno conformemente ai propri bisogni. È soppresso anche l'uso del denaro, poichè i beni sono stimati per il loro intrinseco valore e non come merce di scambio; ciò al fine di evitare processi di tesaurizzazione e fenomeni di speculazione. Il lavoro è un dovere sociale per tutti, mentre le leggi sono poche, semplici e di facile interpretazione per chiunque. In Utopia ognuno professa liberamente la religione che vuole, ma tutti ammettono l'esistenza di un essere supremo, l'immortalità dell'anima, il premio per la virtù e il castigo per il vizio.

Alla Città del Sole -notevolmente influenzata dai modelli statuali di Platone e Tommaso Moro- Tommaso Campanella affida le sue aspirazioni relative alla politica «renovazion del secolo».

I solari vivono in una repubblica -la "Città del Sole"- retta da un re-sacerdote, il «Metafisico», e da tre magistrati (Pan, Sir, Mor), cioè potenza, sapienza e amore, simboleggianti i tre fondamentali attribuiti dell'Essere teorizzati nella "Metaphysica". I solari seguono una religione naturale ed hanno in comune la proprietà e le donne, mentre la procreazione dei figli è disciplinata da norme eugenetiche. Secondo Campanella l'educazione deve fondarsi sull'esperienza e su prove di selezione attitudinale e non sui libri, mentre la sua concezione politica si fonda su di una visione etico-religiosa e cosmico-magica dell'universo.

Nel XVIII secolo Morelly ritiene che la proprietà privata abbia rotto l'armonia dello stato di natura, della cui esistenza storica Morelly, al contrario di Rousseau, era convinto. Nello stato di natura regnano la più completa uguaglianza (con Morelly ci troviamo di fronte a una teorizzazione comunistica che, pur non essendo marxista, è comunque già egualitaria) e la comunità dei beni; l'introduzione della proprietà privata corrompe i costumi degli uomini e ne cancella le naturali disposizioni. Il nuovo stato di natura -la cui configurazione comunistica è tratteggiata nella Basiliade e nel Codice- sarà caratterizzato dalla valorizzazione dell'agricoltura e dell'artigianato, mentre leggi suntuarie impediranno l'eccessiva accumulazione di ricchezza e gli effetti corruttori del lusso. L'influenza di Morelly sarà notevole nei confronti dell'ala più radicale della rivoluzione francese e sul successivo socialismo utopistico.

Charles Fourier accusa filosofi e politici di venerare due scellerate istituzioni della società: il commercio privato e la famiglia. Entrambe sarebbero basate sull'incoerenza, ossia sulla frammentazione della società in piccoli nuclei ostili e concorrenti, nonchè sulla menzogna.

Il commercio è il cancro dell'economia in quanto rappresenta un'attività parassitaria e fraudolenta, atta a creare le condizioni favorevoli ad ogni attività e manovra speculativa, mentre l'anarchia della produzione e della circolazione, il cosiddetto «libero scambio», è causa delle crisi economiche mondiali.

Per quanto riguarda la famiglia borghese, basata sull'egoismo di coppia e sul matriarcato, essa è il ricettacolo dell'ipocrisia e della convenzione, della sterilizzazione delle passioni e della meschinità dei sentimenti (logico avvilente epilogo di una umoristica pretesa di eternità [sic!] fondata su di un «si» pronunciato davanti ad un prete o ad un sindaco). Ci si consenta di sottolineare che oggi la famiglia è questo, mentre, causa «mancanza di padri», è ormai estinta qualsiasi funzione educativa della famiglia nei confronti dei figli, ai quali si trasmettono solo egoismo, viltà e opportunismo. Essi non potranno essere che dei deboli. La famiglia borghese? Una carcassa in putrefazione ...

Per Fourier il «lavoro attraente» deve svolgersi all'interno di comunità denominate «falansteri», le quali saranno costituite da un numero di persone non superiore a 1600. Esse dovranno svolgere attività legate per lo più al territorio circostante, ma tali da prevedere anche una piccola parte di industria e di lavoro artigianale. Ostile ad ogni forma di socialismo egualitario e moralistico, Fourier pensava che non bisognasse sopprimere la proprietà privata e la disuguaglianza sociale (il reddito di ciascun societario è proporzionato al suo lavoro, al suo talento e ai capitali eventualmente investiti), ma ciò non avrebbe dovuto comportare il recupero di forme di concorrenza e sfruttamento legate alla proprietà privata borghese.

* * *

Lo Stato popolare dovrà costituire il tessuto organizzativo-istituzionale che accompagni l'opera di formazione dell’«uomo nuovo», preziosa sostanza cellulare del mai estinto aureo filone della razza ario-europea. Occorrerà frantumare e sbriciolare i supporti politici, sociali ed economici che alimentano -in qualità di solide piattaforme- i processi di ricambio delle oligarchie borghesi e plutocratiche che egemonizzano i regimi democratico-parlamentari.

Legami clientelari -rigogliosamente e prepotentemente intessuti in società dove l'uomo è latitante ed il verme predominante- annodati intorno alle burocrazie di Stato, di partito e di sindacato; consolidati status sociali borghesi (poichè si ha un bel dire che la borghesia è prima di tutto una mentalità -e su questo siamo d'accordo- ma non è solo questo, poichè essa si esprime simultaneamente anche nella detenzione del potere e del privilegio da parte di stratificazioni sociali ben definite, concrete e socio-economicamente individuate); potenti e condizionanti concentrazioni di ricchezza economico-finanziaria comunque acquisite, sono le batterie nelle quali e attorno alle quali (ci sono anche e soprattutto i pesci-pilota) vengono allevati e dalle quali, successivamente, incastrati all’ingrasso all'interno delle strutture dello Stato democratico, gli affermatori o, meglio, i servi che assicureranno l'egemonia sociale del partito unico della borghesia.

Si tratta di gregariato spacciato fraudolentemente per classe dirigente, la cui unica opacissima parvenza di identità è conferita artificiosamente dall'adesione alle convenzioni sociali, alle parole d'ordine delle mode culturali e a quel dominio dell'apparenza nel quale consiste e trova sanzione e riconoscimento la micromorale utilitarista e i criteri di valutazione quantitativi e materialistici dell'«ultimo uomo». E qui ci riferiamo all'insetto travestito con grottesche maschere sociali, che, nella società borghese, sia pure tra mille sforzi, sembrano conferirgli un sembiante più o meno umano.

Nello Stato popolare la formazione dell'aristocrazia politica fluisce al di fuori di qualsiasi condizionamento economico e sociale promanante dalla società civile. La qualità dell'uomo andrà commisurata alla capacità di adesione ad una visione del mondo centrata su valori etici e, ove si pongano le condizioni spirituali.

Al rapporto borghesia-società, cioè alla relazione intercorrente tra occupante e spazio di occupazione, si sostituirà il rapporto Stato-Comunità di Popolo, laddove il primo è I'evocatore e la seconda è l'ambito sociale a cui si rivolge la chiamata dello Stato, alla quale solo una minoranza di eletti risponderà, anzi, meglio, potrà rispondere, al fine di assicurare il necessario, fisiologico, ricambio organico all'aristocrazia politica del popolo.

Inseriti nelle organizzazioni popolari dello Stato, i membri della comunità, fin dalla prima infanzia, sono posti su di una posizione di parità di condizioni sulle quali non incidono, in una parola non pesano, precostituiti status economico-sociali più o meno favorevoli o posizioni di privilegio comunque acquisite. L'impossibilità tecnica -garantita dall'ordinamento comunistico, che, però, deve coniugarsi con la nascita di un nuovo tipo umano- di accumulare individualmente beni economici strumentali e di consumo, impedisce che i membri dello Stato popolare definiscano il loro rango nell'ambito delle strutture statuali sulla base del possesso di ricchezze materiali. Si svilupperà quindi un processo di differenziazione gerarchica, radicata sulla diversa natura fisica, intellettuale, etica e spirituale (meglio ancora: razziale) di ognuno. Non offensive disuguaglianze basate sulla ricchezza e sulla provenienza sociale, ma autentiche gerarchie qualitative fondate su di una diversa morfologia ontologica.

L'organizzazione comunistica dello Stato popolare dovrà costituire spazi assolutamente liberi rispetto ai meccanismi e alle dinamiche contrattuali e mercantili che caratterizzano la società borghese, ovvero dovrà suscitare i presupposti tecnico-strutturali idonei ad integrare l'opera di disintossicazione con cui l'uomo sarà liberato dai veleni inoculati dall'etica mercantile giudeo-borghese. Necessario l'abbattimento dei pilastri sui quali I'«era economica» si è consolidata e ha prosperato, individuando e distruggendo le istituzioni economiche e sociali che, oggettivamente, hanno costituito I'humus nel quale il partito unico della borghesia ha articolato la propria dittatura egemonica.

Uno Stato che voglia realizzare la sua essenza aristocratica e gerarchica al fine di consentire ai suoi membri di vivere un'esistenza organica, non può prescindere da soluzioni radicali che, situandosi oltre il nichilismo, cancellino le formule economiche mercantili: «... deve essere isterilito I'ambiente da cui il borghese trae vita: ecco il motivo di un ordinamento economico comunistico!». [3]

Il regime comunistico dei beni avrà il compito di eliminare il diaframma economico e contrattuale che, dopo l'affermazione della borghesia, è l'unico nesso di collegamento che ponga in relazione un uomo con un altro. La soppressione delle articolazioni strutturali del capitalismo, una volta confinata l'economia in un'area marginale ed inessenziale (dunque: strumentale), creerà uno spazio libero tale da consentire all'uomo di raccogliere ed esprimere la sua reale dimensione etico-spirituale. L'inesistenza di fini individualistici estranei allo Stato, renderà naturale e conseguenziale l'abolizione del regime di titolarità privata dei mezzi di produzione, della ricchezza immobile e della concentrazione finanziaria, elementi e interessi oggettivamente estranei rispetto ai fini dello Stato.

Si dovrà però convenire che la funzione esercitata dalla proprietà privata nella civiltà classica o in quella romano-germanica medioevale [4] non fosse quella attribuitale nelle società borghesi: cioè di una entità economica e quantitativa oggetto di sfruttamento produttivo, procacciatrice di benessere materiale e denaro, passaporto che permette di arrampicarsi sulla scala dei cosiddetti (sic!) «livelli sociali». Inoltre non si può negare che il quadro economico, qualificato da un equilibrato rapporto tra produzione e consumo, non fosse certo quello dell'odierna «demonia produttivistica», ma, invece, presentasse singolari analogie e sintonie con quello che, oggi, potrebbe attuarsi anche nel quadro di una economia comunistica.

La proprietà privata, se non per il pensiero liberaldemocratico (vedi Locke), non ha mai rappresentato un valore a se stante: non ha mai avuto un crisma di «sacralità» e di inviolabilità; non ha mai posseduto un'autonoma, intrinseca essenza tale da conferirle un valore che la innalzi oltre la destinazione meramente strumentale. Che sia ben chiaro: noi nichilisti-rivoluzionari non abbiamo feticci da idolatrare, e la proprietà privata è senz'altro uno degli idoli del mondo borghese. Essa è oggi la proiezione organizzativa e strutturale del frazionismo individualistico-borghese. Per noi il regime giuridico a cui sono assoggettati i beni materiali è funzione dipendente, -dunque: relativa e strumentale- della categoria del Politico, la quale non ammette e non tollera l'esistenza di grandezze assolute e intoccabili sul piano contingente della sfera socio-economica.

«Sul principio si avevano beni perchè si era potenti. Ora si è potenti perchè si ha denaro. Solo il denaro innalza lo spirito su di un trono. Democrazia significa identità perfetta tra denaro e potere». [5]

Prima proprietà e ricchezza seguivano posizioni di potere qualificate da forme di grandezza interiore; ora le posizioni di potere seguono la consistenza del patrimonio economico e finanziario, acquisibile con le doti tipiche della mentalità bottegaia giudeo-borghese.

Esisteva dunque un organico e immateriale legame tra personalità e proprietà, tra funzione svolta e ricchezza, tra la dignità personale e il possesso dei beni. Ciò, conferendo all'economia un senso che la trascendeva, le impediva di autonomizzarsi e di costituirsi ragione a se stessa, cioè obiettivo che sovrasta, soffoca e irride ogni forma di dignità, di aspirazione e di sensibilità.

Queste osservazioni dovrebbero essere sufficienti a dimostrare l'infondatezza di eventuali contestazioni mosse da chi dovesse ravvisare nell’utopia comunistico-aristocratica dello Stato popolare una goffa imitazione dei regimi socialisti, più o meno reali, di ispirazione marxista.

Ma, per rigore espositivo, è bene intendersi sul termine comunismo.

Comunismo, nell'accezione marxista, non è comproprietà, poichè questa è un modo di essere della proprietà privata, assimilabile al concetto di «communio» elaborato dal diritto romano. Solo una persona o una comunità di persone o un'entità avente contenuto ontologico [6] possono essere titolari di una proprietà.

Lo stato socialista, che, secondo, Lenin, è destinato a finire «nella spazzatura della storia», non può essere titolare dei beni della nazione, poichè esso è una mera sovrastruttura, priva di un'essenza che possa farne una realtà ideale di tipo platonico. Per i marxisti lo stato è un apparato burocratico-repressivo, uno strumento utile durante la fase di transizione nel corso della quale dovrebbe avvenire il passaggio dal socialismo al comunismo. Quindi, nelle società marxiste, l'abolizione della proprietà privata è in realtà espropriazione della proprietà del popolo a vantaggio dell'oligarchia tecnico-burocratica, nelle cui mani si realizza la coincidenza tra potere politico e potere patrimoniale. Infatti proprietà senza proprietario non esiste: essa è del popolo o dell'oligarchia: la proprietà attribuita a strumenti o a fantasmi giuridici carenti di contenuto umano o ontologico (lo stato marxista) è soltanto un paravento che nasconde la spoliazione del popolo da parte del potere oligarchico, il quale concentra nelle sue mani il monopolio discrezionale dei beni di una nazione.

Nelle concezioni tradizionali, invece, lo Stato è il luogo delle forme ideali, degli archetipi ontologici preesistenti e superiori alla realtà concreta che su di essi è stata modellata. Lo Stato, dunque, «è», non costituisce uno strumento ma un centro reale di potenza che può, di conseguenza, essere titolare della proprietà dei beni della nazione, dei quali concede il possesso ai membri della comunità di popolo, che debbono usarne in conformità al bene comune.

* * *

L'unicità della Tradizione informale [7] si esprime sul piano storico nel quadro di forme tradizionali diverse e molteplici, le quali possono presentare fra loro anche dei caratteri apparentemente contrastanti. Non è quindi escludibile a priori che l'organizzazione economica di un assetto politico ispirato ai valori della Tradizione possa configurarsi in termini comunistici.

Una volta fissata la distinzione fra piano dei Politico e piano dell'economico, quest'ultimo potrà assumere le connotazioni organizzative più diverse. L'essenza spirituale della Tradizione non comporta necessariamente la sua concreta manifestazione in un quadro economico istituzionalmente e organizzativamente determinato a priori. Anche un quadro economico strutturalmente comunistico potrà essere sorretto e alimentato, permeato e informato dai valori tradizionali. La vita economica sarà caratterizzata da rapporti gerarchici e solidaristici, dalla coincidenza tra vocazione e professione, e dalla serena consapevolezza di seguire un'esistenza organicamente correlata con il Tutto e conforme alla propria natura, la quale, a sua volta, permette un cosciente e responsabile apporto al conseguimento dei fini dello Stato.

Lo Stato non è capitalista nè comunista, poichè, riconnettendosi ad un piano di valori trascendenti lo spazio economico, non si identifica nè può essere ricondotto, condizionato o definito da una determinata forma economica organizzata. La differenziazione qualificante va invece ricercata nell'influenza che il principio economico esercita in una società, nell'autonomia decisionale e operativa e nella capacità di controllo che lo Stato detiene rispetto all'economia. Non va certo ricercata nelle diversità di carattere tecnico-organizzativo.

«L'antitesi vera non è dunque quella tra capitalismo e marxismo, ma è quella esistente tra un sistema nel quale l'economia è sovrana, quale pure sia la forma che essa riveste, e un sistema nel quale essa è subordinata a fattori extraeconomici entro un ordine assai più vasto e più compiuto, tale da conferire alla vita umana un senso profondo e di permettere lo sviluppo delle possibilità più alte di essa». [8]

Non c'è conflitto tra sistemi economici tecnicamente considerati ma tra le differenti posizioni che l'economia occupa in una società e tra le diverse strutture interiori dei tipi umani che si pongono di fronte ad essa. Risulta così fittizia la distinzione tra diversi sistemi di produzione e distribuzione dei beni e della ricchezza -riducendosi essa al semplice dominio organizzativo-strumentale- quando il benessere delle masse risulti l'obiettivo ultimo attorno al quale questi sistemi fanno convergere i loro sforzi.

Respingere consapevolmente e non epidermicamente il dogma del determinismo marxista, con cui si pretende di modellare l'uomo e le sue culminazioni spirituali, culturali e politiche sulla base dei rapporti di produzione, significa attribuire fondamentale importanza non alla sfera economica in sè considerata, ma alla posizione da essa occupata, all'influenza da essa esercitata e all'attitudine con cui il singolo si pone di fronte al fatto economico.

Consideriamo dunque il progetto comunistico-aristocratico dello Stato popolare ormai acquisito nel patrimonio culturale tradizionalistico; anzi, riteniamo auspicabile una elaborazione culturale che conferisca ulteriore spessore teorico a questa soluzione organizzativa.

Non bisogna porre alcuna pregiudiziale nei confronti delle forme economiche che assumerà la futura Restaurazione tradizionalista; al suo interno, anche lo schema organizzativo dello Stato popolare potrà proporsi come soluzione funzionale.

Maurizio Lattanzio

Note:

1) Il pensiero marxiano mira alla costruzione di un sistema socio-economico basato sull'attribuzione indifferenziata ed egualitaria del benessere materiale (benessere di cui, all'epoca della speculazione di Marx, nelle società borghesi godevano solo alcune classi sociali) all'intera società civile, nella prospettiva dell'estinzione dello Stato, della completa omogeneizzazione sociale e dell'eguaglianza economica ... In Svezia, Norvegia, Danimarca, ad esempio, si è realizzato -in quadro strutturalmente diverso da quello immaginato da Marx- il sogno messianico della «società senza classi» vagheggiata dall'intellettuale giudeo. In queste queste società sono praticamente scomparse le differenze sociali o di classe, mentre il godimento generalizzato dei beni materiali e dei servizi sociali ha largamente valicato il confine del superfluo, nell'ambito di un sistema sociale caratterizzato dalla presenza di una sterminata, grassa e soddisfatta (anche se I'alcoolismo e i suicidi hanno una rilevante incidenza) borghesia di massa, irretita e ottusa da un narcotizzante materialismo pratico che non è certo così assorbente nelle società del cosiddetto «socialismo reale». Non esiste una questione sociale, mentre la religione protestante, lungi dall'essere I'«oppio dei popoli», è il lievito che permette alle masse borghesi di sublimare nei Vangeli la visione mercantile, utilitarista e materialista della vita ... Marx avrebbe potuto desiderare di più?

2) Friedrich Nietzsche, “La volontà di potenza”;

3) F. G. Freda, “La disintegrazione del Sistema”, Ed. di Ar, Padova 1980. L'ambiente è l'insieme delle condizioni fisiche, chimiche, biologiche in cui si sviluppa la vita di una comunità di organismi. Nella società democratica, I'ambiente è l'insieme delle condizioni o circostanze istituzionali e strutturali, dei meccanismi economici e sociali, che consentono al borghese di agitarsi coerentemente con la propria mentalità mercantile. Banche e industrie private, contratti e usura, libera iniziativa economica e proprietà privata, rappresentano i veicoli giuridico-istituzionali strutturalmente e funzionalmente adeguati all'espansione infettiva e all'attuazione operativa della forma mentis borghese-capitalista. La soppressione di queste istituzioni economiche e di queste formule giuridiche determinerà il disarmo materiale del borghese, privandolo del supporto strumentale idoneo ad attivare le sue potenzialità mercantili. É, insomma, la sterilizzazione dell'ambiente, alla quale, però, dovrà organicamente accompagnarsi un'efficace terapia volta a debellare la mentalità borghese, favorendo, nel contempo, la nascita e l'affermazione dell'«uomo nuovo».

4) Tra gli antichi Germani, così come nella civiltà classica e in quella romano-germanica medioevale, la proprietà -permeata da valori spirituali, religiosi ed etici ed organicamente integrata nel tessuto sociale- concorre funzionalmente alla conservazione dell'equilibrio economico della comunità del popolo.

La Sippe (corrispondente alla gens romana) degli antichi Germani, conosciuti e descritti da tacito nel suo “De origine, situ, moribus et populis Germaniae”, riunisce in un quadro di rapporti sociali solidaristici un gruppo organico di famiglie discendenti da comuni antenati di stirpe divina. All'interno della Sippe il singolo non esiste quale soggettività individualistica di diritto, ma radica la propria identità individuale nel gruppo di cui è parte organica integrante. I membri del gruppo gentilizio coltivano gli appezzamenti di terra circostanti, i quali non costituiscono una proprietà individuale ma appartengono solidalmente, come del resto le foreste e i pascoli, alla Sippe. Fustel De Coulanges (“La città antica”, Sansoni ed.) scrive: «Noi conosciamo il diritto romano dell'epoca delle XII Tavole; è chiaro che in quest'epoca l'alienazione della proprietà era permessa. Ma ci sono le ragioni le quali fanno pensare che, con riferimento all'epoca originaria della Romanità, la terra fosse sottoposta ad un regime giuridico di inalienabilità». Il proprietario di un bene fondiario non è mai un singolo, ma una famiglia o una stirpe: «L'individuo -scrive De Coulanges- riceve la terra solo in possesso: essa infatti appartiene anche a quelli che sono morti e a quelli che nasceranno». Nel Medioevo romano-germanico il regime della proprietà è fondato sul beneficio, il quale è la concessione di un determinato territorio da parte del signore feudale o del sovrano ad un vassallo a lui subordinato, nel quadro di un ordine gerarchico piramidale a contenuto spirituale ed etico. Questa concessione non riguarda diritti di proprietà ma solo l'usufrutto del bene (terre e castelli). In cambio il vassallo -oltre a fornire determinati contributi di carattere economico (prodotti della terra ecc.)- giura fedeltà personale al suo signore per il quale si impegna a combattere in caso di guerra.

5) Oswald Spengler, “II tramonto dell'Occidente”, Mondadori, Milano 1970.

6) «Ontologia» è un termine introdotto nel vocabolario filosofico a partire dal XVII secolo per indicare la «scienza dell'essere», compito che Aristotele assegna alla filosofia prima o metafisica. L'espressione «contenuto ontologico» può essere riferita ad un'entità che «è» in quanto oggetto di studio da parte dell'«ontologia». L'essenza -dunque: la realtà- può costituire il fondamento della titolarità di un bene economico. La proprietà di un bene non è dunque prerogativa esclusiva di una persona fisica o di una comunità di persone, ma può essere attribuita ad ogni entità che -al di là della fictio iuris della persona giuridica (sic!)- abbia un'essenza e, quindi, «contenuto ontologico».

7) La Tradizione informale, il cui piano si situa in una dimensione cosmica trascendente, è costituita da un'unica essenza; essa si manifesta, svolge e attualizza sul piano storico nel quadro di forme tradizionali organicamente differenziate, e, quindi, adeguate alla mentalità e alle disposizioni spirituali delle comunità a cui essa si rivolge. La Tradizione informale è il Principio metafisico non-manifestato o totalità della Possibilità Universale. La manifestazione del principio metafisico comporta un processo di determinazione nel quadro di una forma spazialmente, temporalmente e storicamente delimitata. La Tradizione informale si differenzia e formalizza nel modo di espressione, ma è unica nell'essenza trascendente.

8) Julius Evola, “Gli uomini e le rovine”, Ed. Volpe, Roma 1972.