mercoledì 14 luglio 2010

Insieme per una nuova etica politica (terza parte)



Le deviazioni ideali.
L’asservimento delle coscienze in funzione filo atlantica ed anticomunista.

La materia che sto per trattare è così vasta e intricata che non basterebbero mille pagine per volerla esaminare con puntualità, oggettività ed esaustività. Ad ogni buon conto, farò ricorso a tutte le risorse di sintesi e di buon discernimento che ho a disposizione. Questo restringimento deve esser tenuto ben presente. La ragione di tutto ciò va ricercata non solo nella necessità di una brevità e di una sintesi ma, soprattutto, nell’intenzione di fornire un quadro d’insieme che prescinda dalle inchieste giudiziarie e si soffermi invece sugli aspetti ideali, politici e strategici.

Molti sostengono che con la nascita del M.S.I. sia coincisa un’esigenza d’incanalare e distogliere quegli elementi rivoluzionari che, a causa dell’ultima incarnazione sociale della R.S.I., potevano simpatizzare e confluire nelle file del P.C.I. A riprova di quanto testé affermato, possiamo citare l’adesione di Stanis Ruinas e il gruppo de “il Pensiero nazionale”.


Gli anni ’70
In questi anni si è assistito alla più grande strumentalizzazione delle idee e d’uomini legati all’ambiente “cosidetto” neofascista.
In primis v’è stato da parte dei vertici missini un pressappochismo d’idee che, di volta in volta, assumeva le vesti più diverse secondo le esigenze operative da attuarsi sul campo. Il già citato generico anticomunismo veniva usato sempre più in funzione Atlantica e filoamericana. Quest’ultimo elemento insieme con una paccottiglia nostalgica, fatta di gagliardetti, distintivi e quant’altro, è stato il filo conduttore delle masse giovanili in quei burrascosi anni.

D’altra parte, in questo particolare ambiente, si cominciava a sentire l’esigenza di qualcosa di più vicino agli “immortali ideali”. Il MSI appariva, dopo la vicenda del ’68, troppo moderato, troppo borghese e perbenista.
Nasceva così “Ordine nuovo” che doveva restituire la volontà di combattere alle nuove generazioni.
Ecco uno stralcio di un documento programmatico del giornale di “Ordine Nuovo”:


"Se ci sentiamo legati al fascismo come al movimento politico autoritario e
gerarchico più vicino alle nostre esperienze dirette, più prossimo all'epoca
storica nella quale siamo vissuti, non per questo non potremmo non dire che
egualmente ci sentiamo vicini alla sostanza e ai valori, ai principi e alle idee
fondamentali che informarono l'essenza politica di ogni Stato autoritario o
aristocratico dei tempi andati [...]. Siamo vicini tanto alla Repubblica sociale
italiana che al III Reich, quanto all'lmpero napoleonico o al Sacro romano
impero [...]. Chi viene al nostro fianco avrà un’altra sensazione che è propria
del combattente quando a pie' fermo attende l'istante per balzare dalla trincea
e gettarsi nella mischia per colpire, colpire, colpire".


A questo punto, dalla penna di un esponente di O.N., Salvatore Francia, sul n°144 della rivista “Orion”, troviamo scritto:


“Gli anni 60 e 70 sono stati anni di duro impegno politico e spesso le posizioni assunte hanno risentito di artificiose posizioni imposte dall’ambiente politico esterno più che essere dettate da scelte effettuate liberamente”.
“Del fascismo, e non sarà mai ripetuto sufficientemente, sono state e continuano ad essere date definizioni le più diverse e stralunate, in nessuna delle quali credo di essermi mai identificato….”


Dallo stesso scritto si evince, per pacifica ammissione dell’autore, che:
“ci fu la tendenza a solidarizzare con la presenza europea in Africa, con i francesi dell’OAS, con i portoghesi dell’Angola e del Mozambico, con i bianchi del Sudafrica.”

Sempre per ammissione dell’autore si ignorava che:
“….l’OAS era sostenuta ed addestrata dagli israeliani dell’Irgun e dell’Haganah, avendo Israele tutto l’interesse a che non si realizzasse l’indipendenza di un altro stato arabo….”
• “…che il Sud Africa non era dominato da europei ma dalle multinazionali ebraiche dei diamanti e dell’oro ….”

Già da queste poche righe s’intravede la strumentalità dei propositi asservita ad ideali estranei alla tradizione fascista e nazionalsocialista. Tradizioni a cui ON asseriva d’ispirarsi.

Ed ancora, il soldato politico, Vincenzo Vinciguerra, nel libro “Ergastolo per la libertà - Ed. Arnaud ” scrive:

“Tanto rassicuranti erano l’atmosfera del MSI per i poliziotti e le vecchie
zie, tanto rivoluzionari erano in ON. …Tutto contribuiva a farlo credere: i discorsi, l’atmosfera cospirativa, i colori della bandiera, il motto delle SS:”Il nostro onore si chiama fedeltà”; solo l’aquila che volteggiava sul mondo, raffigurata sulla tessera di “Ordine Nuovo” aveva una somiglianza inquietante con quella americana, ma, a quel tempo, non si notava.”


Purtroppo, questo fu solamente fumo. Fumo che, in un certo senso, annebbio la vista a molti camerati in buona fede. A tutto ciò, chiaramente, bisognava dare una parvenza di “legalità” o, meglio, di base ideologica. Dopo avere inserito il fascismo nel “Solco della Tradizione”, si prefigurò, a tal guisa, una continuità ideale e morale che andava dai Legionari romani ai Cavalieri Templari, dalle Waffen SS alla Legione Straniera, finanche agli odiati “marines” americani. L’identificazione del comunismo quale “nemico comune” – anche se fatta in pieno clima di “guerra fredda” – non era accettabile per chi disponesse di un minimo di fierezza e di coerenza con le ideologie del passato. Questo, tuttavia, permise l’avvicinamento d’alcuni militanti neofascisti a strutture parallele che operavano all’interno dello stato.

Sempre Vinciguerra, scrive a pag. 5 del citato libro:


“La distinzione fra Stato e regime che tanti, o tutti, avevano
acriticamente accettato era una trappola che non aveva funzionato nel mio caso.
…Per me che sentivo quel passato come il mio passato e che mi collocavo
storicamente e idealmente al di qua della “linea Gotica” che segnava la via
divisoria non di due eserciti in guerra ma di due mondi e di due concezioni
antitetiche della vita, la sconfitta militare non aveva sancito la prevalenza
del migliore sul peggiore ma solo quella del numero e dei mezzi. Continuavo
quindi a restare al di qua di quella linea ideale e ad oppormi a tutto quello
che si trovava ad essa contrapposto: democrazie e comunismo, militari e
partigiani”.



Lungi dall’approfondire la materia delineata dal Vinciguerra, si può coerentemente affermare che, in quell’ambito, siano sorti non pochi equivoci.
La seguente parziale digressione potrà servire a chiarire i termini della coerenza di alcuni personaggi della cosiddetta area di “estrema destra”, senza alcun “pathos” ma, con la semplice constatazione “de facto” che anche le dichiarazioni fanno parte di una “strategia” abilmente messa in atto da capi e gregari…

In questo clima nacquero diverse tendenze che non erano proprie al fascismo originario ma, per converso, operavano in sintonia con gli apparati militari deviati e di controspionaggio. Questi apparati, inoltre, operavano in subordinazione alla CIA e ai servizi segreti stranieri.

Lo stesso Rauti, intervistato da “il Borghese” parla anch’oggi di “Teste calde e servizi”, respingendo ogni sua personale responsabilità.
Secondo Vinciguerra, (reo confesso della “Strage di Peteano”) Rauti “non poteva non sapere”. La stessa tesi è condivisa da scrittori, magistrati, giornalisti e da altri neofascisti.

Dello stesso parere è il pentito Enzo Siciliano, militante della cellula di Mestre di ON, capeggiata da Delfo Zorzi;
anzi, costui aggiunge alcuni aneddoti inediti sul conto del “nazista” Rauti. Ecco alcuni stralci raccolti dal settimanale “il Borghese” del 28-12-97.

Siciliano: “…Rauti era il padre-padrone di ON, avendolo fondato nel 1956, una volta uscito dal MSI. Ricordo quando veniva a Mestre, o a Venezia: ci arringava, diceva che bisognava “spegnere la Fiamma del MSI pisciandoci sopra” (oggi il simbolo del suo partito è proprio la fiamma!), ci incitava a rispondere con la violenza agli avversari.

Siciliano: “Rauti fu prosciolto, è vero. Peraltro stava per essere eletto deputato, con relativa immunità: insistendo su di lui, D’Ambrosio rischiava di perdere l’inchiesta. Il che accadde comunque, poco tempo dopo”.

Dopo queste amenità che, peraltro, la dicono lunga sulla coerenza di certi personaggi, passiamo a cose più serie.

Il Borghese: “ …dall’inchiesta su Piazza Fontana emerge una regia occulta di uomini dei servizi segreti italiani e americani. Aveva ragione chi, allora, parlava di “Strage di Stato”?

Siciliano: “Purtroppo si. Resta da capire quale Stato. Se quello italiano, quello americano, o tutti e due insieme…”

Peccato che il Borghese, allora diretto da Mario Tedeschi, era di diverso parere.

Per chiudere con “l’equivoco Rauti” citiamo una sua dichiarazione riportata sul libro “Interrogatorio alle destre”, Ed. Rizzoli, di Michele Brambilla.

“Avevo scelto di combattere per la RSI , sapendo che la guerra era perduta,
per motivi più patriottici che ideologici”.

Da questo si deduce che il “nazista” de “Il Tempo” mai fu fascista e, men che mai, nazionalsocialista!
Rauti non ha mai assunto un radicale presa di posizione contro il liberalcapitalismo e, soprattutto, contro gli Stati Uniti!
Difatti, nel breve periodo della sua segreteria, non fece alcunché per contrastare l’intervento italiano nella guerra del Golfo.

Queste sono solo alcune delle testimonianze più eclatanti. C’è ne sono molte altre. Il compianto Pisanò, che non ha mai dissimulato la sua “fede atlantica”, è stato uno dei primi ad indicare la responsabilità di elementi sovversivi di destra nelle bombe e nella strategia della tensione. Mi fermo qui.
Non è il caso di soffermarsi oltre su queste testimonianze. Come ho scritto prima, qui di esse interessa il valore d’indici di una confusione ideale strumentalmente ordita dai vertici in quegli anni.

La guerra non ortodossa - Il Convegno del Parco dei Principi.
Dal 3 al 5 maggio del 1965 si svolse in Roma il primo convegno di studi politici e militari indetto dall'Istituto Alberto Pollio, per iniziativa di tre giornalisti di destra, Enrico De Boccard e Gianfranco Finaldi e Edgardo Beltrametti. L’organizzazione del convegno fu realizzata con fondi forniti dal SIFAR e dall'Ufficio REI. Il convegno fu presieduto da un magistrato e da due alti ufficiali dell'esercito. Fra i relatori i nomi di Guido Giannettini e Pino Rauti; allo stesso partecipano, tra gli altri, Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino. Al convegno si parlò di "Guerra rivoluzionaria" in altri termini, di una dottrina che circolava da qualche anno negli ambienti militari. Il tema all’ordine del giorno era che una terza guerra mondiale fosse già in atto, non nelle forme tradizionali del conflitto dichiarato, ma condotta "secondo dottrine, tecniche, procedimenti, formule e concetti totalmente inediti... elaborati adottati e sperimentati dai comunisti in termini globali e su scala planetaria" ai cui "principi è ispirata comunque e dovunque la condotta non soltanto degli stati comunisti ma anche dei partiti comunisti che operano nei paesi del mondo libero" e per i quali "la competizione politica è in ultima analisi un fatto bellico avente come obiettivo la sconfitta totale dell'avversario". (Così Finaldi nella sua relazione introduttiva).
In altre parole, la ”guerra non ortodossa” prevede l’impiego dei Mass Media, di slogan “artatamente” suggestivi, in luogo dei fucili o di divisioni corazzate. Bisogna dire, a questo punto, che la struttura Gladio era già stata costituita da circa un decennio. Sembra quindi indubitabile l'esistenza in ambito militare intorno alla metà degli anni 60 di un dispositivo flessibile volto al contrasto di "sovvertimenti interni". Estremamente ragionevole è l'identificazione di tale dispositivo con l’organizzazione Gladio, nell’impraticabilità di dare al riferimento una base diversa. Da ciò l'ulteriore conferma dell'esattezza di un'ipotesi già in precedenza avanzata; e cioè l'impossibilità di ridurre i fini cui la struttura Gladio era stata costituita nello "stay behind" nell'ipotesi d’occupazione del territorio nazionale da parte di un esercito nemico. Ipotesi che veniva riconosciuta dallo stesso Beltrametti come ormai (già nel 1965) estremamente improbabile. A ciò si aggiunga che il convegno, stante la vastità e il grado di partecipazione determina una conferma della incapacità di ridurre le ipotesi di cui la Commissione è chiamata ad occuparsi, a meri momenti di deviazione degli apparati di sicurezza, sul presupposto che l’istituzionale circospezione di tali strutture ne legittimi un’attenta valutazione come monadi isolate. Gli atti del convegno attestano, peraltro, una ben più ampia rete di convergenti interessi, che riguardarono non soltanto le forze armate nella loro complessiva e articolata realtà, ma pure vasti settori del mondo imprenditoriale, politico e culturale. Parteciparono al convegno, tra gli altri, un qualificato esponente del ceto industriale come Vittorio De Biase che svolse un intervento dal titolo significativo: "Necessità di un’azione concreta contro la penetrazione comunista"; politici come Marino Bon Valsassina e Ivan Matteo Lombardo, Giorgio Pisanò, G. Accame, alti ufficiali, e intellettuali: uno spaccato sociale che chiaramente testimonia l’ampia disponibilità ad un impegno operativo comune. Peraltro se nella riflessione degli organizzatori del convegno i risultati già raggiunti (nell'approntare un dispositivo flessibile di risposta alla guerra sovversiva) apparivano eccellenti, diffusissima ed anzi unanime era la valutazione della necessità di un salto qualitativo ulteriore. De Boccard esortava la Commissione ad elaborare un piano per un mutamento radicale dell'intero dispositivo militare italiano al fine di una decisa e chiara risposta controrivoluzionaria. In particolare, degna di singolare attenzione appare la proposta avanzata dal Prof. Pio Filippani Ronconi di opporre "un piano di difesa e contrattacco rispetto alle forze di sovversione" predisponendo uno "schieramento differenziato su tre piani complementari, ma tatticamente impermeabili l'uno rispetto all'altro", utilizzando "le tre categorie di persone sulle quali si può in diversa misura contare".
Da quanto delineato, appare incontrovertibile l’interna commistione tra apparati militari, imprenditori, politici e intellettuali. Tutti volti nel perseguire lo stesso ed identico fine.

La Reazione alla “Guerra rivoluzionaria” di Mosca.

L’attuazione pragmatica delle contromosse “atlantiche” comincia con l’assunto di Rauti:

“Oggi la difficoltà di combattere il comunismo dipende quasi esclusivamente dal fatto che i comunisti non si vedono”.

Si cominciò a delineare la tecnica dell’infiltrazione a sinistra. Si sfruttò, all’uopo, la divergenza allora esistente tra la Cina maoista e l’URSS. Nel 1967 questa teoria si realizzerà concretamente attraverso l’opera di Claudio Orsi, Claudio Mutti e, soprattutto, di Pier Giorgio Freda. Quest’ultimo non si limitò all’azione, ma approntò una sorta di “bibbia” del reazionario. L’opera in quistione prende il titolo de “La Disintegrazione del Sistema”. Nella stessa ottica deve vedersi l’affissione dei manifesti cinesi inneggianti al presidente Mao. Questa azione “infiltrante” - secondo il Vinciguerra - era da attribuirsi al direttore de “il Borghese”, Sen. Mario Tedeschi. Nasce cosi il soldato controrivoluzionario.
Il passo verso il baratro fu breve.

La strategia della tensione – Il depistaggio delle indagini
Questa terribile e deprecabile strategia mirava a “destablizzare per stabilizzare”; vale a dire, destabilizzare l’ordine pubblico (seminando panico ed orrore nelle piazze) al fine di stabilizzare l’ordine politico. In parole povere, s’induceva, subdolamente e obliquamente, la popolazione a rinunciare a parte della propria libertà al fine d’ottenere una maggiore sicurezza. Questa, sicuramente, è una delle pagine più esecrabili della nostra storia recente; in quanto vi era una guerra in atto senza che la popolazione fosse stata avvertita. Si giocò, in questo modo, sulla pelle di innocenti una guerra sporca, indegna di un mondo libero e consapevole delle proprie scelte. Questa bieca e macabra messa in scena, trovò il suo completamento nel depistaggio delle indagini. Da qui, era divenuta una prassi consolidata dopo attentati, stragi ecc. quella di deviare le indagini su altri “siti”, affibbiando, di volta in volta, la responsabilità ad esponenti della sinistra extra parlamentare, scatenando, tramite i mezzi di comunicazione, la furia popolare. Si strumentalizzò ogni attentato al fine del mantenimento dello Status Quo. Non solo. Anche coloro i quali si misero a servizio dello stato, furono “traditi”. E lo furono in grazia della “Ragion di stato”.

I samurai, il bushido e la razza euro-giapponese.
Molto si è scritto sui problemi legati all’appartenere a una data razza e al razzismo in genere. Molto meno si è letto circa il razzismo biologico e quello che a noi più interessa: il razzismo spirituale. Andiamo per ordine.
Qui varrà il caso di citare integralmente il Vinciguerra che a pag. 9 della prefata opera scrive:
“Non era solo tempo di spioni e di poliziotti travestiti da nazisti, ma anche di progetti la cui origine, all’epoca, non riuscivo ad individuare con certezza. Progetti strani e strane idee, come quello della creazione di una razza euro- asiatica o , più specificamente, euro-giapponese, destinata nel tempo a divenire la nuova razza padrona del mondo. I suoi fautori e sostenitori non erano burloni perché alle parole facevano seguire i fatti, magari sposandosi con qualche giapponesina e mettendo al mondo dei figli che assicurassero il diritto di assidersi nella futura élite nata dall’incrocio fra le due razze. Follie? Forse. Rimane incontestabile e documentato il fatto che all’epoca tutte le cosiddette case editrici di destra, e non solo quelle, si affrettarono a riscoprire il Giappone, i giapponesi, i samurai e l’immancabile tradizione esoterica e guerriera dei figli del sol levante. Sfornarono decine di libri che presentavano il Giappone in tutti i suoi aspetti migliori e che però avevano un difetto, il solito: erano rivolti al passato e non al presente. Anche questo era inevitabile perché nel Giappone d’oggi non v’è più posto, da molto tempo, per le tradizioni guerriere e per il bushido, il codice d’onore dei samurai, i quali erano tanto diversi dai giapponesi di oggi come lo è la luce dalle tenebre. “

Appare evidente l’illusione chimerica di una tale grossolanità ideale. urtuttavia, bisogna ricondurre il problema al suo aspetto autentico. Ebbene, anche qui, sarà opportuno rimandare alla lettura di alcuni testi del ”maestro”, Juilius Evola. Il “Barone ghibellino”, già nel 1942, in pieno periodo delle leggi razziali, auspicò la differenza tra il razzismo scientifico, inutile ed anacronistico e quello dello spirito. Quest’ultimo, fra l’altro, scriveva:
“L’indirizzo scientista della propaganda razzista è sbagliato, perché se l’idea della razza da noi deve divenire davvero una forza, essa deve essere intesa in primis et ante omnia in sede etica e politica, spirituale ed eroica…”
Ed anche:
“Ora si sa bene che dal punto di vista scientifico e puramente biologico una razza italiana non esiste…”
“Giacché l’ebreo, da noi, è stato messo al bando non perché le sue labbra e il suo cranio si differenziassero davvero radicalmente da quelli di alcune componenti mediterranidi, presenti anche nel nostro popolo, bensì sulla base delle sue opere, del suo modo d’essere e d’agire, del suo spirito.
Orbene, lungi dal dilungarci in una simile digressione, appare superfluo rimarcare ciò che, avanti ora, è stato lapidariamente scritto. Perciò, è essenzialmente la tesi evoliana che conta.
La civiltà Spartana, quella ariana d’Oriente e l’aristocrazia romana non avevano bisogno di simili sciocchezze per autentificare qualcosa che intimamente e pubblicamente sapevano di possedere.

Fine della terza parte.

martedì 13 luglio 2010

La critica della reazione

LA SCUOLA E IL ’68.

"I contestatori distruggono quel che il potere neo capitalistico vuole abbattere… usano contro il neo capitalismo armi che portano in realtà il suo marchio di fabbrica e sono quindi destinati a rafforzare il suo dominio”


Pierpaolo Pasolini.



Abbiamo letto con vivo interesse lo scritto “Insieme per una nuova etica politica” e, dobbiamo aggiungere, non senza un malcelato imbarazzo. Nonostante i buoni propositi del titolo non si sono sinora intravisti altrettanto buoni propositi per “rimanere insieme”; ma, unicamente, accese invettive! Non che questo sia oggettivamente deprecabile, però…
Veniamo al dunque. In primo luogo, ci soffermeremo sulla parentesi sessantottina citata nella seconda parte dello scritto in questione. Vera è la storia di Valle Giulia e la partecipazione del MSI alla carica dell’Università Romana.
La scelta di non appoggiare e, anzi, di opporsi energicamente alla “marmaglia rossa” trova seguito e coerenza nell’opposizione alla logica della sovversione studentesca che mirava a dissolvere e distruggere l’ultimo baluardo della società civile. D’altra parte, troviamo penosa la “commedia” inscenata sulle pagine della rivista “Area”, da parte dell’On. Giulio Caradonna che, in uno scritto a sua firma, si dissociava e scaricava la sua personale responsabilità su Almirante e Michelini. In altre parole, costui si è appiccicato addosso la figura del “servo sciocco” oppure, quella più attuale dell’utile idiota. Ma tant’è. Il ’68 e la rivoluzione studentesca hanno rappresentato il punto terminale dello stato di degrado venutosi a creare all’indomani del dopoguerra. La scuola, in particolare, è stata la prima “vittima sacrificale” dei cosiddetti “Yupppies” odierni, i creativi, gli pseudo-intellettuali, di coloro i quali “volevano fare la rivoluzione”.
Parole come: “Basta con la formazione selezionativa… Distruggiamo la scuola istituzionale… Eliminiamo i professori… Evviva l’alfabetizzazione di massa…" sono state pronunciate negli anni ’70 da colui che siede sul più alto scranno dell’odierna Scuola Italiana: il ministro, Luigi Berlinguer.
Per il resto condividiamo pienamente la tesi sulla conseguente colpevolizzazione della destra e sulla sua relegazione nel “ghetto delle idee”. Ma noi confidiamo nel tempo e auspichiamo che questo “galantuomo” ci dia ragione. Concludiamo questa parte sulla Scuola e il ’68 sottoponendo all’attenzione dei lettori uno stralcio tratto da: Giorgio Almirante “Autobiografia d’un fucilatore”
Ciarrapico, Roma.


"Scuola, la mia generazione ti ringrazia. C'è tanta malinconia in questo ringraziamento perché sappiamo che non ti rivedremo più, ma con pari
certezza sappiamo che mai ti vedranno i nostri figli, i nostri nipoti. Nessun'altra istituzione è stata così spietatamente corrosa, cancellata dalla ruggine del tempo. Il che non vuol dire che tu fosti sbagliata. Eri antica. Avevi difeso tra le vecchie mura i metodi, come quei vecchi borghi toscani, umbri o marchigiani che vivono senza tempo più che fuori tempo, che rifiutano di misurarsi col ritmo imposto dall'uomo all'uomo nel nome della civiltà. Eri antica e patetica. La tua inflessibile capacità di coltivare il silenzio emergeva in ogni attimo, quando di colpo in apertura taceva e in chiusura scoppiava, al segnale di un campanello, il cinguettio dell'infanzia e il brusio dell'adolescenza. Dicono che tu fossi pedante, dispensatrice sterile e puntigliosa di inutili nozioni. Ed è strano che te lo dica la civiltà delle macchine, dei numeri, della musica dodecafonica, degli astratti e sterili simbolismi artistici. Tu, scuola, insegnavi. Insegnavi chi era Dante per farci capire quel che Dante scriveva.
Indulgevi all'eccesso delle nozioni quando la pigrizia nemica d'ogni scuola e d'ogni studio, meccanizzava l'insegnamento, lo disumanizzava. Di frequente
eri anche, pertanto, la scuola dello sbadiglio; e quando spalancavi su noi le fauci con i tuoi terribili esami di maturità, sapevi anche essere la scuola della tensione nervosa e della confusione mentale. Ma eri in ogni caso la scuola dell'esempio, perché eri la scuola del dovere. Le tue cattedre erano troppo alte, in parecchi casi troppo elevate e lontane; ma il fatto che per definizione fossero ad un superiore livello di sapere, accreditava nella nostra coscienza, forse nel nostro istinto, il
convincimento che si trovassero anche ad un superiore livello di civiltà e di moralità. Sicché tu, scuola non ti limitavi ad
insegnare, con quei tuoi
modi e metodi antichi. Tu ci educavi. Ciò significa che sapevi farti amare. Anelavamo, in quell'ambiente di dovere e quindi di compressione, alla fine della lezione, alla fine della mattinata, agli intervalli, alla fine dell'anno, alle vacanze; ma, licenziati o diplomati o "maturi" tornavamo a trovarti; e non di rado i1 rapporto d'amicizia che il timore reverenziale aveva prima impedito, si manifestava dopo; e rivedere il professore, il preside, a scuola finita, era una piacevole emozione. C'è chi tra noi, cinquantenni, sessantenni, rivede i tuoi non restaurati edifici, antica scuola, e quasi non li riconosce per le scritte che li deturpano, per l'inciviltà che li stringe in stato d'assedio; e vorrebbe poter rientrare inosservato e tranquillo, non per ritrovare la propria giovinezza, ma per cercare di raggiungere, lì dentro, lo spirito di una generazione che entro quelle pareti apprese a conoscere se stessa".

Giorgio Almirante.

Arrivederci alla prossima!

lunedì 12 luglio 2010

Insieme per una nuova etica politica (seconda parte)


La collocazione errata del fascismo e dei suoi epigoni a destra.

La volta scorsa ho, in modo oltremodo eloquente, spiegato le ragioni della mia distanza dalle cosiddette organizzazioni partitiche "classiche". Questa volta, invece, mi soffermerò sui preconcetti acquisiti e "genetici" della cosiddetta area di destra. Il primo concetto errato è, fuor di dubbio, la collocazione del partito missino a destra. Il 26 dicembre, nello studio di Arturo Michelini, fu fondato il MSI. All'inizio questo movimento nacque come strumento per assicurare una cittadinanza politica ai reduci fascisti, mantenendo, altresì, una continuità ideale con i valori esemplarmente incarnati nell'epopea di Salò.
Fino al 1948, Il MSI non aveva ancora sposato le ragioni della destra. La prova palese di tutto ciò va ricercata nel dibattito che seguì dopo la collocazione (in senso letterale) in parlamento all'estrema destra dei parlamentari missini.
In quell'occasione si rispose - assicurando la base militante - che l'opzione non era "ideologica" ma solo "tattica". Questo perché gli uomini di Togliatti erano seduti all'estremo opposto. Questa è la storia ufficiale.
In realtà, sia per posizione presa da parte di alcuni membri sia per l'influenza esercitata dai "centri di potere", il MSI si trasformò, gradualmente e diabolicamente da forza dinamica, antiplutocratica e rivoluzionaria in una forza statica, conservatrice al servizio dello Stato democratico antifascista!
Nel 1949, dopo un dibattito acceso e aspre polemiche, questo "movimento" si trasforma in un breve lasso di tempo da partito anti-americano a portabandiera dell'alleanza atlantica. Il passo successivo viene compiuto nel 1952. In occasione delle amministrative le liste missine ottengono un successo elettorale per un accordo a Roma tra missini, monarchici e democristiani. Ma veniamo al punto. Il primo preconcetto da rimuovere è quello dell'anticomunismo. Giuseppe Rauti fu il primo a determinare limpidamente la differenza tra bolscevismo e comunismo. Difatti su la rivista "Asso di bastoni" del 2 -01-55 scriveva, tra l'altro:
"La generica aspirazione anticomunista(…) si divide e si differenzia nettamente. C'è l'anticomunismo dei "valori", e c'è l'anticomunismo degli interessi. Ci sono quelli pronti a reagire contro la sovversione dilagante, per creare qualcosa di nuovo, e ci sono quelli che sono disposti solo a difendere quello che già esiste. V'è, insomma, un anticomunismo borghese ed un anticomunismo rivoluzionario, quello che per meglio distinguersi, ameremmo veder chiamare col suo più vero nome: antibolscevismo".

Peccato però, che dopo meno di dieci anni, Rauti rinnegò integralmente le sue convinzioni e si pose al servizio di chi nasconde solidi interessi, anziché proseguire sul difficile percorso prima intrapreso.
L'equivoco è così diffuso che neppure i vertici ne sono rimasti immuni. Mirko Tremaglia in un'intervista rilasciata alla rivista "AREA" dichiara:
"Allora Rauti era l'antitesi della sinistra: quando facemmo il congresso dell'Aquila, nel '53, da una parte c'eravamo noi, chiamati i "visi pallidi" che eravamo quelli della “sinistra”, e poi c'era Rauti che capeggiava "i figli del sole" cioè la destra "aristocratica" del raggruppamento…"
Beh, sono cambiate tante cose d'allora, vero?".
Dopo aver letto ciò, si sarebbe tentati di chiedere a Tremaglia il motivo (vero) per cui non si è iscritto al PCI di Togliatti.
Adesso, senza entrare nel merito di questa strumentale e improvvisata dichiarazione, ritengo utile sgombrare il campo da questi inutili dubbi citando il maestro, Julius Caesar Andrea Evola.
Il Barone nero, anticomunista serio e convinto, ha sprecato litri d'inchiostro per spiegare ai sedicenti camerati questa esemplare verità:

"L'antitesi vera non e' quella tra capitalismo e marxismo, ma è quella esistente tra un sistema nel quale l'economia è sovrana, quale pure sia la forma che essa riveste, e un sistema nel quale essa è subordinata a fattori extraeconomici entro un ordine assai più vasto e più compiuto, tale da conferire alla vita umana un senso più profondo e di permettere lo sviluppo delle possibilità più alte di lei."


Ma tant'è…

Franco Cardini, nel numero 18 de "lo Stato", lucidamente, scrive:
"La risposta è tutta compresa in un equivoco e un paradosso: il 1848.
Per questo, le destre non sono omologabili. Esistono i liberal-conservatori, come i Gentile, i Salvador de Madariaga, Gli Ortega y Gasset, i Max Weber. Ma questo tipo di Destra non ha nulla ha che vedere con quella che nasce dalla Controrivoluzione, né con quella che - animata da un odio feroce e irremissibile contro i valori borghesi usciti dall'ottantanove - finisce spesso col simpatizzare con utopisti e rivoluzionari".

E' noi a questo ultimo tipo dobbiamo riferirci e, di conseguenza, impostare la nostra politica comune. Bisogna disfarsi, al più presto, dell'inutile ciarpame nostalgico e imboccare una "strada nuova".
Un altro macroscopico errore va sicuramente rintracciato nel voler associare il fascismo alla destra. La sola connessione tra il fascismo correttamente inteso e la destra la si può ritrovare solo col nazionalismo. Dopo di che, le strade si dividono in modo irreversibile. Il socialismo rivoluzionario di un Sorel, la morte di Bombacci insieme ai gerarchi fascisti, il nichilismo di Nietzsche, il disprezzo dell'essere borghese di Drieu La Rochelle, non possono in alcun modo essere associati alla "moda borghese" di destra e di sinistra!
Per quanto concerne, poi, il fascismo, le sue origini e soprattutto l'epopea della RSI, non vi sono, a mio parere, dubbi di sorta. A prescindere dalla provenienza socialista del Duce e dall'incarnazione sociale e nazionalsocialista dell'esperienza finale, vi sono numerosi scritti del ventennio che confermano in modo inequivocabile le scelte operate da Mussolini. Scriveva Benito Mussolini il 7-04-1926:
"Noi rappresentiamo un principio nuovo, noi rappresentiamo l'antitesi netta, categorica, definitiva di tutto il mondo della democrazia, della plutocrazia, della massoneria, di tutto il mondo, per dire in una parola , degli immortali principi dell'89(…)"

A tutt'oggi, v'è, da parte di qualcuno, l'infelice scelta di associare il Fascismo al liberalismo. Non so se questo sia avvenuto più per caso (il caso non esiste) o per attirare alcuni nostalgici verso il lido sicuro dei propri interessi. Il fascismo è la negazione del liberalismo e dell’individualismo. Il fascismo è avanguardia totale, rispetto al marciume ideale ed epocale del 1789 del '48 e del 1917. Il fascismo e il nazionalsocialismo sono il superamento del materialismo storico marxista ed insieme il ripudio della società del "benessere borghese". A questo "benessere" il nazifascismo contrappone un altro benessere: il sano spirito legionario. Per operare una sintesi. Il fascismo è rivoluzionario nei principi, nelle idee e soprattutto nelle azioni. La destra è conservazione dell'ordine borghese, reazione, politica antipopolare al servizio del capitale, delle banche e di chi ha solidi interessi da difendere. Nessuna analogia con la porcilaia borghese. Nessun apparentamento coi monarchici reazionari. Le somiglianze artificiose servono ai massoni del blocco conservatore, alla destra tutta, che nell'attuale clima, tendono a dividere il fascismo buono da quello cattivo. Questa è la strategia elaborata e portata a compimento da tutta la destra, a scapito dei camerati in buona fede. Per rendersene conto basta leggere un qualsiasi giornale di destra.
Ma veniamo ai giorni nostri. La rappresentazione più eclatante e macroscopica la si è avuta nel '68. Non ricorderò, per essere breve, le vicissitudini di Valle Giulia e l'assalto all'Università di Roma deciso dal MSI. Ad ogni buon conto, si può affermare, senza tema di smentita, che nel breve lasso di tempo intercorso fra questi due eventi nasce e muore l'unica idea di una rivoluzione unitaria antiborghese.
L'idea così teorizzata da Pierre Drieu La Rochelle moriva sul nascere, per mano di Almirante, Caradonna e altri. Dopo quest'ultimo episodio il potere utilizzo, a propria discrezione e consumo, i due opposti estremismi per consolidare e mantenere lo "Status quo". Appare evidente, che a farne le spese maggiori fu proprio il neo fascismo. Difatti, da quel momento, si guadagno, sul campo, la nomea di violento reazionario. Non solo! L'università perse i suoi rappresentanti. La cultura, già fortemente politicizzata e antifascista, si consolidò come unica cultura dominante del paese. La sinistra aveva messo a segno un altro importante obiettivo gramsciano: la conquista del potere culturale. Il neofascismo, per converso, fu punito e relegato nel ghetto o, meglio, nella "fogna".

Fine della seconda puntata.

sabato 10 luglio 2010

Insieme per una nuova etica politica


Ripropongo, qui appresso, un articolo saggio di diverso tempo fa, pubblicato sul sito Carpe diem et rape oscula.

Nuovi Orizzonti (prima parte)

Di fronte alla rinascita di vari gruppi e/o partiti di poca importanza, è d'uopo ampliare gli orizzonti e auspicare unità d'intenti e chiarezza di vedute. Da sempre e, aggiungo, per fortuna, mi sono sempre astenuto dall'appartenere a qualsiasi "partito" e questo non solo per motivi ideologici.
Le altrettante rappresentazioni mentali di partito e di tesseramento sono, per me, concetti mefitici, rimasugli esiziali dell'esperienza liberale e democratica. Queste idee, cui, sovente, fanno riferimento i politici nostrani, sono scaturite dalla Rivoluzione Francese. Gli stessi concetti di destra e di sinistra sono degli ambiti di riferimento troppo angusti e, spesso capziosi, che non danno idea alcuna dell'eterogeneità degli schieramenti. Se, poi, usciamo dai confini nazionali, questi concetti sono addirittura vertibili. Ritengo necessario, perciò, iniziare a trasmettere quelle importanti nozioni di buon discernimento, che fanno riferimento alle idee tradizionali di Stato organico in contrapposizione allo Stato Sistema. Per chi trovasse estranei questi concetti, rimando alla lettura dei testi di R.Guenon e, soprattutto, di Julius Evola. Ritornando al girone degli esclusi, si può affermare, senza tema di smentita, che la destra in Italia è stata solo un utile paravento al servizio del "Sistema".
Mi spiego ulteriormente.
Il neo fascismo è stato usato spesso a mo' di scudo contro il veterocomunismo e, talvolta, come spada al servizio d'interessi del tutto estranei, se non addirittura contrari, agli stessi militanti.
In cinquant'anni d'attività (sarebbe meglio parlare di sopravvivenza!) nulla di veramente esemplare è stato compiuto. Per converso, si è assistito ad un continuo ed inesorabile svilimento degli originari ideali che, invece di essere conservati, sono stati progressivamente traditi e "aggiornati" alle direttive del potere. Molti si meravigliano della svolta di Fini a Fiuggi. Nulla di più chiaro e previsto.
Il movimento senza importanza è, sin dalle sue origini, NATO per contenere, dirigere e condizionare gli stessi militanti. Altro che esuli in patria! Altro che ideali da vivere e memoria da conservare!
Il primo segnale s'è avuto con l'adesione al Patto Atlantico. Adesione, questa, apparentemente tormentata ma, in realtà, preordinata dai vertici al fine d'accordare la più ampia disponibilità ai nuovi padroni; adesione non necessaria, in quanto il suddetto movimento non contava "un fico secco" perché piccolo e al di fuori dell'arco costituzionale. Inoltre, la sua storia è contrassegnata dal trasformismo e dall'utilitarismo più bieco. Qui, di seguito, riporto le principali enormità:

• l’adesione al Patto Atlantico;
• l’inclusione della didascalia D.N. nell’egida fiammeggiante ed il conseguente apparentamento coi monarchici;
• la repressione sistematica degli spiriti ardimentosi e la commistione con logge d'ogni genere e rango;
• la difesa dell'essere Borghese come modello di vita anteponendolo al sano spirito legionario;
• ed infine “last but not least” la connivenza con gli apparati deviati e non deviati dei “servizi”.

Oggi, più che mai, dovrebbe riaffermarsi quell'idea "tradizionale", che riporti in vita l'ordine virile e luminoso dello Stato. Questo "Nuovo Ordine" della reazione dovrebbe rovesciare l'immagine delle ginecocrazie plebee.
Lo Stato non è espressione della "società"(1). La concezione sociale dello stato è indice d'una regressione naturale dello stato, che passa dal maschile al femminile, dal polo positivo al negativo. Il positivismo sociologico che è alla base di predetta concezione, non fa altro che convalidare questa tesi. Il potere Anagogico che caratterizza il suddetto modello di assetto societario, è praticamente nullo.

giovedì 1 luglio 2010

Monsieur Céline, un esasperato anti-borghese

Parlare di scrittori “maledetti” è sempre operazione ardua, a causa delle contrastanti reazioni che le loro opere hanno il potere di suscitare in chi legge. La cosa si complica ancor più se di fronte ci si trova un certo Louis Ferdinand Destouches (l894 – 1961), noto universalmente con il nome d’arte di Céline (preso dalla nonna materna cui era molto legato). In Italia, l’ostracismo di certi critici verso di lui è ben rappresentato da Massimo Onofri, che nel suo Recensioni. Istruzioni per l’uso (Donzelli, 2008) lo ha snobbato, dedicandogli solo un paio di citazioni. Fortunatamente, non tutti sono su questa linea, come ha dimostrato l’anno dopo Marina Alberghini con il suo Gatto randagio, edito da Mursia. Comunque, a darci una mano per tentar l’impresa di raccontare l’impatto delle opere di Cèline in Italia, c’è un apprezzabile libro di un quinquennio fa, intitolato Céline in Italia e pubblicato dalle edizioni Settimo Sigillo di Roma. Maurizio Markovec vi ricostruisce con dovizia di riferimenti bibliografici la vicenda di tutte le traduzioni ed interpretazioni dei lavori di Céline, che si son succedute qui da noi a partire dal 1933, allorché apparve ad opera di Alex Alexis (pseudonimo di Luigi Alessio) un puritana versione italiana di Voyage au bout de la nuit, che all’epoca sfiorò il prestigioso Premio Goncourt. Per quanto depurato da tutte le espressioni che potevano apparire volgari in un clima poco disposto a tollerarle, questo racconto - al pari del successivo Morte a credito - suscitò commenti complessivamente negativi, come quelli della rivista cattolica Il Frontespizio o de Il Saggiatore, per non parlare di una stroncatura di Margherita Sarfatti su La Stampa. In effetti, il primo Céline, anche a motivo del suo antimilitarismo e dei virulenti attacchi alla società borghese, si prestava a piacere maggiormente ad un Trotsky, il quale nell’ottobre del ’35 ebbe per lui parole lusinghiere. Il famoso rivoluzionario russo non s’avvide che nessuno era fuori tiro con quella scheggia impazzita della letteratura che fu Céline, capacissimo di scrivere un Mea culpa contro il regime sovietico e di dissacrare ferocemente anche le tematiche sociali.
I proletari, infatti, secondo Céline avevano quale “unica aspirazione profonda nient’altro che l’accesso alla borghesia”: E pertanto meritavano anch’essi l’appellativo di “avidi budelli… assorbiti dalle funzioni bassamente digestive”, loro affibbiato su L’ècole des cadavres (unico testo ancor oggi non tradotto in Italia). Il severo giudizio, come si vede, non è da meno delle feroci stoccate da lui tirate al “borghese ben pasciuto”, i cui soli ideali – secondo una felice espressione di Maurice Bardèche – sono l’aperitivo, lo stipendio e le vacanze. In realtà, gli strali disgustati e dissacranti di Céline sono diretti contro l’intero genere umano degli ultimi due secoli, “folle di orgoglio, gonfiato dalla meccanica” e “trascinato per la trippa” e del quale “si conserverà solo la parola m…”. Nel calderone delle sue invettive finiscono infatti per cadere tutti, senza distinzioni di razza, sesso, ceto o religione, in un j’accuse delirante che non risparmia proprio nessuno. “Io aderisco a me stesso, finché posso…”, scriverà sulla scia di Nietzsche questo grande anarchico del pensiero. La sua ostilità verso il mondo moderno ci porta all’aspetto più delicato di alcuni suoi scritti, il più famigerato dei quali è Bagattelle per un massacro, recentemente ritirato dal commercio per volere della vedova a causa del fortissimo antisemitismo.
I più entusiasti critici dell’opera céliniana come Ernesto Ferrero e Giovanni Roboni hanno parlato al riguardo di un delirio “tutto metaforico”, invitando a non confondere il suo io reale con il suo io lirico o apparente, costruito apposta per soli fini letterari. La tesi non convince, anche se effettivamente l’oltranza troppo esagitata dei libelli (oggi) meno presentabili di Céline può apparir tale da scongiurarne ogni possibile efficacia propagandistica. Analogo discorso ha da valere in ordine all’accusa di collaborazionismo, definita “pretestuosa” da Elio Naselli, ritenuta invece vera da Stelio Solinas e mitigata da un “a modo suo” da Alberto Rosselli. In realtà, sia il governo di Pètain che i nazisti non mostrarono grande simpatia per un autore ritenuto decadente, ampiamente ricambiati peraltro dal misantropo di Courbeoie. Sta di fatto che l’accusa mossagli da Radio Londra durante la seconda guerra mondiale, equivalendo ad una condanna a morte, lo costrinse a cercare rifugio in Danimarca dove poi finì fortunatamente solo in prigione.
La drammatica fuga attraverso la Germania agonizzante divenne poi oggetto della famosa Trilogia del Nord degli ultimi anni della sua vita. Per certe sue posizioni estreme, Céline fu sicuramente un personaggio capace di suscitare antipatie persino a destra, anche se una parte del nazionalismo più razzista ne farà un’icona. Quanto alla sinistra, é notorio che nel dicembre 1945, mentre impazzava l’epurazione contro i collaborazionisti francesi, Jan-Paul Sartre gli sferrò con il suo Portrait d’un antisémite la pericolosissima accusa d’esser stato addirittura “pagato” dai nazisti.
Céline, il quale durante l’occupazione tedesca si era abbastanza defilato limitandosi a scrivere un articolo e alcune lettere ai giornali, replicò duramente con il pamphlet al vetriolo ‘A l’agité du bocal. Il padre dell’esistenzialismo, che dal canto suo aveva potuto mettere tranquillamente in scena un’allegoria dell’occupazione tedesca dal titolo Les Mouches addirittura nel giugno del ‘43, vi finì triturato sotto una caterva di epiteti irripetibili, il più gentile dei quali suona come tenia des étrons. Al riguardo, ricordiamo a chi vi fosse interessato che questo libello di Céline è stato pubblicato nel 2005 a cura di Andrea Lombardi dall’Effepi di Genova (via Balbi Piovera, 7). A parte l’aspetto ideologico-politico, che ha indotto spesso gli editori che l’hanno pubblicato a prendere prudentemente le distanze da certe sue invettive razziste suscettibili oggi dei rigori della legge, Céline ha rappresentato un vero caso letterario essendo l’inventore, secondo Phlippe Sollers, di una “ritmica sbalorditiva, mai udita” nella lingua francese, capace di attirargli l’elogio di Ezra Pound e di Henry Miller e di farlo porre accanto a Bernanos (Carlo Bo) o a Marcel Proust (Giuseppe Guglielmi). Padroneggiando con maestria l’argot, che è il gergo forte e marcato delle caserme, dei bassifondi, della mala e del pronto soccorso degli ospedali francesi da lui bazzicati come medico, Céline ha innovato profondamente il linguaggio ufficiale mettendo così in seria difficoltà chi si è cimentato nelle traduzioni delle sue opere perché neppure il dialetto riesce a renderne appieno il senso.
L’altro aspetto rivoluzionario di Cèline è stato l’uso di una parlata frenetica, intercalata da un lessico iperbolico, aspro e dirompente, inframmezzato da esclamativi e puntini di sospensione, a sottolineare la concitazione del discorso. Questa tecnica sulfurea, secondo Giovanni Bugliolo, ha operato il miracolo di far riacquistare “una verginità assoluta” anche ai più “logori espedienti narrativi e retorici”. Da questi cenni necessariamente brevi si comprende perché Céline è destinato a far discutere ogni volta che viene ripubblicato. Egli ci pone infatti di fronte ad un dilemma che non ammette vie di mezzo: o lo si ama o lo si odia. E odiarlo risulta decisamente più comodo.

Articolo letto: 617 volte (24 Gennaio 2011)

mercoledì 26 maggio 2010

L'antigiudaismo nella letteratura cristiana antica e medievale

da "Avanguardia" n° 210 - Luglio 2003




Gianna Gardenal


Editrice Morcelliana, Brescia 2001, pp. 340, euro 17,00

Uno degli scopi principali che si prefigge Bernardino è quello di far risaltare da un lato la malvagità e la nefandezza di Giuda e dei giudei, in generale di tutti i giudei, dall'altro la mansuetudine, la dolcezza, ma anche la fermezza di Cristo...

Nella articolazione d'una consapevole contrapposizione al giudaismo, diretta contro all'idea di sfruttamento ed alla ellitticamente parallela instaurazione di un nuovo ordine mondiale, fondato sui poteri della sinarchia universale e dominato dall'Alta Finanza ebraica, uno spazio considerevole occupano le radici antigiudaiche del cristianesimo primordiale.

In realtà, lo studio dei testi scritti dai Padri del cristianesimo, l'approfondimento dell'esegesi cristiana sin dal Vangelo di Giovanni e Matteo, dirigono ad una notevole comprensione sulla portata del fenomeno giudaico che la Chiesa, essenzialmente nei primi secoli dalla sua nascita, condannò tenacemente. Il volume della Gardenal offre -seppur l'autrice rigetti l'antigiudaismo così come l'avversione verso gli ebrei- degli interessanti e documentati spunti, prioritariamente teologici ma anche letterari, storici e filosofici, utilissimi per l'approfondimento e lo studio della questione giudaica, ricordiamo, a nostro giudizio, imprescindibile per la conoscenza dell'evolversi dello spirito capitalistico, dal quale trae essenza la moderna opera capitalistico-borghese. Gli spunti documentaristici trattati nel volume traggono origine dalla nascita del cristianesimo fino al XIV secolo, attraverso la tarda latinità e gli inizi dell'anno mille.

Giustino e San Giovanni Crisostomo, Santo Stefano e Tertulliano, Sant'Ambrogio e San Bernardo di Chiaravalle, Sant'Agostino e San Bernardino da Siena, Giovanni di Capestrano e Cesarie di Heisterbach, porgono, nella loro opera patristica, suggellata da più differenziazioni, una monumentale ed originale testimonianza sulla contrapposizione al «perfidie Iudaeis», deicida, bestemmiatore e calunniatore di Cristo e della Madonna, idolatra e profanatore dell'ostia sacra. Questo popolo reietto, sempre secondo la teologia cattolica, veniva anche accusato di commettere omicidi rituali ai danni dei cristiani.

Il giudeo originò, così come riportato dalla esegesi cristiana tradizionale, la pratica dell'usura, al fine di accaparrarsi attraverso il prestito i beni dei gentili, frutto del lavoro e della fatica. La perfidia giudaica materializzata con l'usura venne sottolineata nel IV Concilio Laterano del 1215 ove si sostenne: «Quanto più la religione cristiana viene oppressa dalla riscossione del denaro prestato a usura, tanto più gravemente la perfidia giudaica diviene prepotente, tanto che in breve tempo le ricchezze della chiesa si esauriranno». Mentre per San Bernardino da Siena, il quale nei suoi testi si interessò alla questione economica come al commercio cercando di darne anche dei risvolti etici, nel Sermone XLIV della sua "Opera omnia" scrisse un verso più che mai profetico: «Gli usurai sottraggono il pane dalle mani degli affamati e dei fanciulli, l'acqua dalle mani degli assetati, la casa e l'alloggio a chi non ne ha uno, gli indumenti dal corpo di chi è nudo, fanno ammalare i sani, cacciano in prigione i liberi e, come lupi voraci, si affannano a saziarsi della carne dei miseri».

È con la progressione della città e nella città che il giudeo diviene attivo e ciò costituisce per Bernardino una vera e propria rovina. Il santo e teologo senese oggi sarebbe senz'altro d'accordo nel proferire tali giudizi all'indirizzo del Mondialismo, al potere della banca e del liberismo.

Nel testo l'autrice correttamente parla di antigiudaismo e non di volgare e pretestuoso antisemitismo. Poiché quest'ultimo assume connotati teologici, culturali e popolari che nulla hanno a che fare con dei pregiudizi biologici, materialisti e positivisti a danno di un insieme di popoli che, nel corso di centinaia di anni, così come avviene ancor oggi, hanno dovuto subire e stanno subendo l'imperialismo giudaico-sionista.

Popoli che, dall'Algeria all'lrak, hanno avuto modo negli anni '30 e '40 di inneggiare alla vittoria politico-militare del III Reich nazionalsocialista, per liberarsi dalle pesantissime catene dell'oppressione coloniale e mercantilistica giudeo-plutocratica. Avventurarsi su questo tema però ci porterebbe fuori dalla struttura portante della presente recensione libraria.

In più bisogna aggiungere, per correttezza, che il termine «semita» fece la sua comparsa soltanto verso la fine del Settecento per «indicare appunto le lingue del gruppo semitico».

Le origini dell'avversione cristiana al giudaismo possono esser fatte risalire a Paolo, il quale rimproverava agli ebrei di non riconoscere il Cristo e nella "Epistola di Barnaba" giudicava negativamente la Legge e le norme giudaiche, negandone il valore dei sacrifici e dei rituali. «Certamente -afferma la Gardenal (pag. 22)- in questi brani dell'Epistola di Barnaba sono già contenuti i nuclei fondamentali che si troveranno combinati in vario modo nelle opere della polemistica antigiudaica e che si basano sulla centralità assunta dalla cristologia, nei tre aspetti della passione, della morte e della resurrezione di Gesù Cristo (...) Da questa impostazione cristologica derivano tre conseguenze: 1) la critica della Legge mosaica e in particolare delle prescrizioni rituali; 2) la dimostrazione del rifiuto di Israele e della chiamata dei gentili; 3) la nascita di una nuova Alleanza e di un nuovo Israele».

Da quel momento numerosi furono i Padri della chiesa, poeti e trattatisti, che misero a disposizione le proprie conoscenze teologiche e filosofiche, mischiate ad una buona dose di saggezza, per combattere i nemici della nuova fede: prima in un atteggiamento difensivistico (Giustino), mentre in un secondo momento furono usati toni sempre più aggressivi -centrale risulta l'opera di San Giovanni Crisostomo- per contrastare l'avanzata della sovversione giudaica, allora come adesso sempre prepotente e preponderante. L'avversione al giudaismo venne caratterizzata in omelie ed opere poetiche, sermoni e dal genere degli "Adversus ludaeos": un'opera di impianto polemico ed apologetico, originata da Tertulliano, «che nel corso del Medioevo divenne genere letterario assai diffuso e coltivato, basilare per il confronto con gli ebrei, popolo prima avversario, poi nemico». (cfr. pag. 41)

Tertulliano tende a mostrare tutta la malvagità del popolo ebraico culminata nel tradimento verso Dio, attraverso l'uccisione di Cristo e puniti per questo con la distruzione del tempio, con la cacciata da Gerusalemme e condannati all'esilio perpetuo. Un popolo, infine, sostituito da Dio con quello cristiano. L'avversione al popolo di Giuda portò persino Eusebio, vescovo di Cesarea e collaboratore dell'Imperatore Costantino, a salutare compiaciuto la conquista di Gerusalemme da parte delle Legioni Romane, sotto il comando dell'Imperatore Adriano. Sant'Ambrogio, figlio dell'aristocrazia romana e poi Padre della chiesa, elevò il tono della contrapposizione verso i precetti talmudici; per esso il rispetto a favore dei giudei sarebbe stato contrario alla professione del cristianesimo. Per il vescovo di Milano il popolo giudaico è «... perduto, spirito immondo, preda del diavolo anche all'interno del suo tempio sacro, la sinagoga: anzi la stessa sinagoga è ormai sede e ricettacolo del demonio che stringe entro spire serpentine tutto il popolo giudaico». [1]
I toni antigiudaici all'interno delle scritture cristiane si profondono maggiormente con Giovanni Crisostomo, "Padre della Chiesa d'Oriente". Nato ad Antiochia nel 344 scrisse le "Omelie contro i giudei". [2]
Nelle otto omelie, afferma la Gardenal «il predicatore insiste nel voler dimostrare di quali nefandezze, di quali vizi, di quali peccati fossero colpevoli i giudei, e perciò come fossero gentaglia spregevole. Queste Omelie contengono i capi d'accusa, alcuni dei quali erano già stati delineati da Tertulliano e da Ambrogio, che andranno a formare l'armamentario antigiudaico lungo parecchi secoli, ma con toni sempre più esasperati e violenti».
La veemente contrapposizione di Giovanni Crisostomo ai seguaci del Talmud (personalmente, invece non condividiamo i toni di quella diretta alla solare figura dell'Imperatore Giuliano, il quale ripristinò il culto degli Dèi, quindi la primordiale saggezza e tolleranza della civiltà classica, nuocendo così, a detta dei cristiani, all'espandersi della nuova religione) emerge in un periodo delle Omelie (1, 6, p. 48, 853), riportato dall'autrice. Afferma questo Padre della Tradizione cristiana: «(i giudei) come gli animali, anzi più feroci di loro: mentre infatti le bestie danno la vita per salvare i loro piccoli, i giudei li massacrano con le proprie mani per onorare i demoni, nostri nemici, e ogni loro gesto traduce la loro bestialità. Non superano forse nel libertinaggio gli animali più lubrichi? Ad esempio, ciascuno nitrisce dietro la donna del suo vicino (...) Il profeta espresse la insania della loro libidine con una parola che si riferisce agli animali».
Un'altra figura centrale della Chiesa che si interessò alla questione giudaica fu Sant'Agostino; al problema dedicò parecchie opere, tra le quali l'"Adversus Judaeos" e il "De Civitate". Pur se in Agostino non figurano toni parecchio esacerbati e violenti, nella sua missione emerge la villosa presenza degli ebrei accusati di avversare la nuova fede, di osteggiarne il percorso; le disgrazie patite dagli ebrei attraverso la diaspora e le loro sciagure rappresentano, quindi, per Agostino, la testimonianza della «validità della religione cristiana e dunque la giustezza della nuova interpretazione delle Sacre Scritture». Agostino accusa i giudei di aver crocifisso ed ucciso Cristo, sottolineando la perfidia di questa gente oramai segnata per la vita d'un crimine funesto, così come toccò a Caino. Il Nazareno patì delle tremende sofferenze a causa della malafede dei giudei ed Agostino sottolinea i particolari di questo permanente peccato mortale, affermando: «... i giudei lo tengono prigioniero, i giudei lo insultano, i giudei lo legano, lo incoronano di spine, lo disonorano con gli sputi, lo flagellano, lo coprono di ingiurie, lo appendono alla croce, lo trapassano con una lancia, alla fine lo seppelliscono». L'opera teologica di Sant'Agostino traccia anche una netta divaricazione tra cristiani ed ebrei; una cesura dettata dalla esigenza dello Spirito, in riferimento alla comune discendenza da Abramo. Per gli ebrei una origine carnale e non originata dalla Fede, così come i cristiani, verso Dio. «È la stirpe dei giudei che trae origine dalla sua carne -scrive Agostino-, non la stirpe dei cristiani: noi discendiamo da altre genti e tuttavia imitando la sua virtù, siamo divenuti figli di Abramo. (...) Noi siamo dunque fatti discendenti di Abramo per grazia di Dio. Dio non fece suoi eredi i discendenti carnali di Abramo. Anzi questi li ha diseredati per adottare quegli altri». [3]
A seguire l'esperienza degli scritti dei Patri della chiesa, nella tarda latinità la contrapposizione ai giudei fu continuata nei versi di alcuni poeti; è il momento storico ove assumeranno una particolare importanza i Carmina Burana.
Giovenco, Commodiano e Prudenzio, Sedulìo Celio, nei loro poemi evidenziano tutta l'ingratitudine, la testardaggine, l'infamia, la crudeltà e la superbia del popolo giudaico. «Sparisca la Sinagoga coi suoi cupi colori / Cristo ha unito a sé la Chiesa nell'amore» in questa maniera si esprimeva Sedulio Celio nei versi del Paschale Carmen. «La serie di epiteti -scrive la Gardenal (cfr. p. 107)-: torvo, minaccioso, violento, crudele, terribile, popolo privo di lealtà, costantemente feroce, si trasforma in una designazione archetipica dei tratti perenni affidati ai figli dell'Alleanza dall'antigiudaismo».
La polemistica antigiudaica testimoniata da questi autori ebbe momenti di straordinaria attualità centinaia di anni dopo: nel Medioevo, nell'Umanesimo e persino nel Rinascimento. Intorno all'anno mille la letteratura antigiudaica fu arricchita da una miriade di opere scritte in tutta Europa da teologi e non. In questo momento prende corpo la nota "Pro Perfidis ludaeis", una preghiera che la chiesa dedicava nel giorno del venerdì santo agli ebrei ove «L'intercessione per gli infedeli che dapprima doveva caratterizzare il perdono del cristianesimo, assunse presto toni sempre più antiebraici. Le accuse e gli epiteti spregiativi erano solennizzati dalla preghiera e dal canto che li accompagnava ...». La perfidia giudaica viene sempre più sottolineata dalla chiesa cristiana man mano si allarga il prestito ad usura praticato dagli ebrei e trova il culmine col Concilio Laterano IV del 1215, attraverso il quale vengono poste delle sostanziali restrizioni agli ebrei: persino l'obbligo di portare un contrassegno che li distinguesse dal resto della popolazione, oltre al divieto di prender parte ai pubblici uffici.
Con le Crociate e nel mezzo di esse l'antigiudaismo cresce all'interno della Chiesa, del suo popolo e della sua letteratura. La massima avversione la si riscontra in Pietro il Venerabile, abate di Cluny («... Dio non volle che fossero uccisi ma che come Caino sopravvivessero in una condizione di vita peggiore della morte ...»); a suo giudizio il Talmud, il testo sacro del popolo giudaico, è la prova inconfutabile che essi sono un popolo di «bestie che nulla capiscono». Il contenuto del Talmud, per i cristiani, bestemmia e deride Gesù e Maria, comprende dei passi blasfemi su di essi ed in più bestemmia lo stesso Dio.
Con il XII e XIII secolo l'interesse della chiesa fu rivolto agli usurai, verso coloro i quali opprimevano il popolo attraverso il prestito ad usura; in quest'attività un ruolo centrale svolgevano gli ebrei, ma anche dei cristiani. L'Italia in quel periodo vide una moltitudine di ebrei che, cacciati da Francia, Spagna e Germania, iniziarono all'interno del suo territorio la loro attività versus la Legge di Dio. Le prediche di San Bernardino, di Giacomo della Marca, di Giovanni da Capestrano e di Bernardino da Feltre ebbero un ruolo significativo nella denuncia della abominevole attività.
Singolare e centrale, a nostro giudizio, è la figura di Bernardino Albizzeschi il quale coniugò la fede e la predicazione al problema della ricchezza, del commercio, dello scambio di merci e di denaro, oltre che all'usura. «Pur se fu un oratore popolarissimo -afferma la Gardenal- noto soprattutto per le prediche in volgare, dettate spesso da un grande senso della concretezza, animate da un linguaggio vivace in grado di sollecitare l'attenzione del pubblico, Bernardino fu un frate di notevole dottrina politico-economica e amministrativa. Lo confermano del resto ... i testi latini scritti di suo pugno. I più importanti sono il "De christiana religione" e i "Tractatus de contractibus et usuris", sermoni concernenti i problemi dell'etica economica. (...) Uno degli scopi principali che si prefigge Bernardino è quello di far risaltare da un lato la malvagità e la nefandezza di Giuda e dei giudei, in generale di tutti i giudei, dall'altro la mansuetudine, la dolcezza, ma anche la fermezza di Cristo».
San Bernardino «Da un lato afferma che l'usura è soltanto conseguenza della cupidigia e che dunque l'usuraio disprezza sia la legge di natura, sia quella delle Scritture, sia infine quella della Chiesa: tutte queste Leggi si oppongono all'usura; dall'altro lato ammette l'esercizio della mercatura, purché sia di pubblica utilità e si trasformi in una socialità della vita economica; così l'attività economica assume anche un connotato etico». [4]
Inoltre, Bernardino descrive minuziosamente la passione di Cristo, l'interrogatorio nel Sinedrio, il processo davanti a Pilato ove il governatore non trova indizi per condannarlo («lo, che sono gentile di nascita ... e cittadino romano, non trovo motivo di infliggere la pena di morte a costui che avete consegnato nelle mie mani»), sottolineando il ruolo pervicace dei giudei nel volerne la crocefissione e la morte. La malvagità degli ebrei nei confronti del Cristo trova per San Bernardino il suo centro, la sua valenza simbolica, nell'episodio dell'aceto; quando Cristo disse di aver sete gli fu offerto la prima volta vino mescolato a fiele e la seconda volta dell'aceto. Per Bernardino l'aver dato gli ebrei dell'aceto a Cristo non è una casualità, bensì il fondamento diabolico e un'astuta cattiveria per infliggere maggiori sofferenze al Crocifisso.
In millequattrocento anni si snoda, quindi, attraverso prediche, letteratura, prosa, un percorso teologico che vede la nascente chiesa cristiana contrapporsi agli ebrei, con una serie di accuse contornate dal sacro, dal mito, dalle fede e dalla interpretazione dei Vangeli. Un percorso che nei secoli viene man mano oscurato dalle crescenti infiltrazioni ebraiche nella teologia e nel rito cattolico e che trovano il suo apogeo, nel 1965 con il Concilio Vaticano II, ove Papa Paolo VI frantumerà i fondamenti teologici dell'identità antiebraica radicati nella Chiesa cattolica nel corso della sua storia. Alla fine degli anni Ottanta, Giovanni Paolo II condurrà definitivamente la Chiesa cattolica nell'alveo del giudaismo, affermando davanti al Gran Sinedrio ebraico della Sinagoga di Roma: «La religione ebraica non ci è estrinseca. Essa è intrinseca alla fede cristiana».

Abbiamo recensito questo volume, giudizi sul dogma dell'olocausto a parte, dato che l'autrice afferma che il presente libro è nato «dalla curiosità speculativa, accompagnata da un'assoluta non comprensione per lo sterminio di sei milioni di ebrei», poiché riteniamo il cattolicesimo tradizionalista ed anticonciliare, al pari delle altre forme religiose e nel rispetto delle peculiari identità, un qualificato apporto di pensiero confluente all'interno del Fronte culturale antimondialista.
Anche all'interno del progetto politico-culturale di alternativa rivoluzionaria al Sistema denominato "Eurasia-lslàm", delineato negli anni dal nostro mensile, esso costituisce e ha costituito un qualificato apporto di pensiero nel fronte comune contro la sovversione. Del resto, nell'estate del 1993, non raccogliemmo personalmente, per via di un lungo colloquio telefonico, l'entusiasta disposizione alla collaborazione ad "Avanguardia" da parte di Don Curzio Nitoglia, attraverso la pubblicazione di articoli tratti anche da "Sodalitium"? Disponibilità manifestata ancora durante un incontro nella capitale tra il prelato ed ex collaboratori di "Avanguardia". Collaborazione venuta meno in un secondo momento dato che Don Curzio ritenne di non poter collaborare con un periodico Nazionalsocialista e filo-islamico, come se al momento della sua «entusiastica accettazione» "Avanguardia" non lo fosse. O furono gli strattoni dati dagli ebrei alle cancellate dell'Istituto "Mater Boni Consilii" di Verrua Savoia, dopo una celebre puntata della rubrica televisiva "Sorgente di vita", a far retrocedere Don Curzio dal suo intento iniziale?
Non s'allarmi, Don Curzio! Del resto anche noi, dopo una puntata della rubrica sopradetta, andata in onda nello scorso novembre 2003, siamo stati oggetto (o soggetti...?), con Husseyn Ugo Lazzara, di più perquisizioni poliziesche (casa, ufficio ed autovettura) e di un avviso di garanzia con ben quattro ipotesi di reato. Ciò dopo che l'ebreo Enzo Campelli dell'Università La Sapienza di Roma, al termine del programma televisivo, aveva invocato e ordinato per via etere agli organi repressivo-polizieschi della colonia italiota provvedimenti penali per "Avanguardia". In realtà, ciò è avvenuto il 31 marzo 2003...
«E quando si vedono -scrive Julius Evola- i cattolici di oggi respingere i "residui medievalistici" della loro tradizione, quando col Concilio Vaticano II e nei prolungamenti di esso sono state apportate forme distruttive di "aggiornamento", quando si vedono papi indicare nell'ONU -in questa ridicola associazione ibrida e bastarda- quasi la prefigurazione di un futuro ecumene cristiano, circa la direzione nella quale la Chiesa oggi appare trascinata non possono esservi dubbi, e la sua capacità di fornire un qualsiasi sostegno ad un movimento rivoluzionario-tradizionalista va recisamente negata». [5]
Anche se, afferma sempre Evola «Storicamente il cristianesimo puro, come è noto, è stato in larga misura contemperato e rettificato nel cattolicesimo mediante l'aggregazione e l'assimilazione di princìpi di origine diversa, soprattutto romana e classica, il che appare nello stesso dominio teologico nel caso del tomismo, il quale sarebbe inconcepibile senza l'aristotelismo. Proprio a ciò si deve il fatto che nel passato, e soprattutto nel Medioevo, la Chiesa romana ha potuto esercitare una certa influenza tradizionalmente formatrice». [6]

Leonardo Fonte



Note:

1] Ambrogio. "Expositio Evangelii secundum Lucam", 4, 61, CChr14, 128; cit. cfr. p. 51;

2] San Giovanni Crisostomo, "Omelie contro i giudei", C.L. Sodalitium, Verrua Savoia (TO) 1997;

3] S. Agostino, Commento su Giovanni. Discorso XLII. 5; cit. in "Conclusione dell'introduzione al problema ebraico", di Don Curzio Nitoglia, su "Sodalitium", n. 50 del novembre 1999, p. 8;

4] vedi il testo recensito pp. 253, 281;

5] Julius Evola, "Gli uomini e le rovine", Edizioni Mediterranee, Roma 2001, p. 156;

6] ibidem, p. 157.

giovedì 8 aprile 2010

Autodifesa di Julius Evola ( premessa)


Nell’aprile del 1951 Julius Evola venne arrestato nella propria abitazione di Corso Vittorio Emanuele da uomini dell’Ufficio Politico della Questura di Roma. L’accusa: essere stato il «maestro», l’«ispiratore», con le sua nebulose teorie», di un gruppo di giovani, i quali, a loro volta, erano accusati d’aver dato via a degli organismi di lotta clandestina: il «F.A.R.» (Fasci d’Azione Rivoluzionaria» e la «Legione nera» di orientamento neofascista. Di qui l’imputazione, per tutti, di apologia di fascismo e di aver «tentato di ricostruire il disciolto partito fascista». Quale «padre spirituale di tutti gli imputati», come venne definito dagli inquirenti, rientrava nella logica, dell’intolleranza del sistema gettare in carcere uno studioso, uno scrittore, per di più grande invalido di guerra, al quale di null’altro poteva farsi carico se non dei suoi studi e dei suoi scritti! Ed è assai significativo che nel regime democratico post-bellico, Evola sia stato forse il primo in Italia ad essere incarcerato per «reato ideologico». Evola, per la verità, accettò la inattesa disavventura con estrema indifferenza. Ben altre erano state le esperienze di vita dell’uomo perché la pur dura detenzione nel carcere di Regina Coeli potesse intaccar il suo proprio olimpico distacco! Anzi, a leggerne l’ «autodifesa», si ha la sensazione di una sorta di sua «aria divertita», al cospetto di accusatori tanto faziosi ed in malafede quanto culturalmente sprovveduti. Si tratta comunque di un episodio della vita di Evola che va ricordato, perché contribuisce a darci la imponente figura dell’uomo, ed anche quella, davvero mediocre, dei suoi avversari, che imprigionando lui, hanno creduto di mettere in ceppi al suo pensiero. Il processo ebbe inizio ai primi di ottober del ’51, dinanzi alla Corte d’Assise di Roma. La difesa di Evola venne assunta dal prof. Francesco Carnelutti, avvocato insigne e uomo di grande carattere, anche se di formazione culturale ed ideologica assai distante da quella evoliana. Nel corso della lettura dell’ «autodifesa», quando Evola citò la casa editrice Laterza, Carnelutti esclamò: «Non si pubblica nulla da Laterza che non sia gradito a Croce». E quando Evola affermò che, stando ai termini dell’accusa, avrebbe avuto l’onore di vedere seduto al banco degli imputati persone come Aristotele, Platone, il Dante di «De Monarchia», fino ad un Metternich e ad un Bismark, Carnelutti interruppe a voce alta: «La polizia è andata in cerca anche di costoro…» (risate). «E’ doloroso che da sei mesi un grande invalido di guerra stia in prigione. In Italia la libertà personale è diventata uno straccio». A Carnelutti sfuggì all’atto dell’arringa, la precisazione di Evola, di non essere stato mai iscritto al Partito Nazionale Fascista. Questa precisazione, probabilmente, fece effetto sui giudici popolari, che dovevano giudicare quel particolare tipo di «reati». Nel corso dell’arringa Carnelutti fece omaggio al Presidente della Corte d’assise (dott.Sciandone) del volume «Rivolta contro il mondo moderno», ripubblicato in nuova edizione da «Bocca» ed apparso nelle librerie mentre l’autore era in carcere. Contrariamente a quanto scritto da taluno, il Pubblico Ministero dott. Sangiorgi chiese per Evola la condanna ad otto mesi di reclusione e non l’assoluzione per insufficienza di prove. Il processo si concluse il 20 novembre 1951: Evola fu assolto con formula piena. Riteniamo utile pubblicare in appendice un ampio stralcio della arringa pronunciata da Carnelutti il 6 novembre 1951 (pubblicata sulla rivista «L’Eloquenza» - n. 11-12 del novembre-dicembre 1951.