Proscritti, orfani di una nazione scomparsa. Rompiamo l'accerchiamento psicologico di chi ci vorrebbe nel ghetto, nella fogna delle opinioni irricevibili. Navighiamo a vista nelle rovine elettroniche del nostro tempo per preparare il terreno culturale della riscossa ideale.
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domenica 18 novembre 2012
sabato 18 febbraio 2012
O la Borsa o la vita!
In poche parole l'illustre economista indicava ai suoi prediletti tre semplici mosse:
- si prenda il Wall Street Journal,
- lo si apra alle pagine delle quotazioni in borsa, e dopo averlo posto ad una certa distanza,
- lo si prenda di mira tirandoci sopra diverse freccette. Preferibilmente molte freccette perchè queste ripartiscono il rischio e riducono le perdite.
Oggi, grazie alla deregulation e alla velocità con cui è possibile spostare enormi quantità di denaro, il mondo della Borsa si è spostato magicamente nel mercato valutario e ha perso il carattere di gioco per diventare un vero e proprio modo di governare gli uomini e le cose. Ciò si è reso possibile grazie ad un inganno: il mito della libera circolazione degli uomini, delle merci e dei capitali. Oggi infatti per muovere migliaia di miliardi basta pigiare le dita su di un pc. su queste decine di miliardi dollari solo un quinto sono destinati a saldare onesti utili scambi di beni e servizi, mentre tutti il resto ricerca di investimenti speculativi. Ebbene questo fenomeno e stato favorito dalla deregulation e dalla libera circolazione dai capitali.
Strumentalizzando molto certe coincidenze tra l'ascesa dello spread e la mancata approvazione di riforme e manovre finanziarie di un governo, si è arrivati ad istituzionalizzare una figura estranea alle democrazie, pur facendone, di fatto, parte integrante: il mercato.
Ci sono precise responsabilità. Anzitutto dei politici che hanno permesso tutto ciò.
In secondo luogo della Banca d'Italia prima e della BCE adesso. Prima perché non ha governato o perché non ha saputo governare. La vita di un economia si regge su alcune istituzioni, e se queste istituzioni non sono capaci di governare bene e, soprattutto, nell'interesse della collettività, è quasi scontato che certe cose accadano, prima o poi. Se questo tipo di "democrazia" ci ha portato allo sfascio o non è una vera democrazia, oppure non è un sistema adatto per governare. Quello che serve è un'unità di indirizzo tra economia e politica, poiché, all'origine dello sfascio, vi è il fatto inconfutabile che l'economia non è più al servizio della politica. In parole povere se tutti i ministeri più alti: Bilancio, Economia, Tesoro, devono (o no) essere composti da persone come quelle che vediamo oggi; oppure se al loro posto vi debbano essere persone del tutto sganciate dai poteri forti e perciò stesso veramente autonome. Ora, un altro punto: autonomia non equivale a completa libertà di fare i propri comodi. L'autonomia esige un controllo, altrimenti diventa un arbitrio. Purtroppo oggi le banche centrali e commerciali sono l'unica fonte di emissione monetaria. E, siccome manca assolutamente ogni sorta di controllo, la quantità di denaro emessa viene espansa o ristretta ad unico vantaggio dei potentati finanziari. L'inflazione e la deflazione sono - a tutti gli effetti - degli strumenti in mano alle banche centrali. Le Banche centrali attraverso l'elargizione di credito e la cosiddetta "stretta creditizia" sono riuscite a soggiogare intere nazioni. E lo fanno ancora oggi, di fronte ai nostri occhi. E' il cosiddetto andamento ciclico degli affari, un vero e proprio artifizio atto a condizionare e dirigere l'economia di un paese, a tutto vantaggio dei banchieri centrali.
In secondo luogo della Banca d'Italia prima e della BCE adesso. Prima perché non ha governato o perché non ha saputo governare. La vita di un economia si regge su alcune istituzioni, e se queste istituzioni non sono capaci di governare bene e, soprattutto, nell'interesse della collettività, è quasi scontato che certe cose accadano, prima o poi. Se questo tipo di "democrazia" ci ha portato allo sfascio o non è una vera democrazia, oppure non è un sistema adatto per governare. Quello che serve è un'unità di indirizzo tra economia e politica, poiché, all'origine dello sfascio, vi è il fatto inconfutabile che l'economia non è più al servizio della politica. In parole povere se tutti i ministeri più alti: Bilancio, Economia, Tesoro, devono (o no) essere composti da persone come quelle che vediamo oggi; oppure se al loro posto vi debbano essere persone del tutto sganciate dai poteri forti e perciò stesso veramente autonome. Ora, un altro punto: autonomia non equivale a completa libertà di fare i propri comodi. L'autonomia esige un controllo, altrimenti diventa un arbitrio. Purtroppo oggi le banche centrali e commerciali sono l'unica fonte di emissione monetaria. E, siccome manca assolutamente ogni sorta di controllo, la quantità di denaro emessa viene espansa o ristretta ad unico vantaggio dei potentati finanziari. L'inflazione e la deflazione sono - a tutti gli effetti - degli strumenti in mano alle banche centrali. Le Banche centrali attraverso l'elargizione di credito e la cosiddetta "stretta creditizia" sono riuscite a soggiogare intere nazioni. E lo fanno ancora oggi, di fronte ai nostri occhi. E' il cosiddetto andamento ciclico degli affari, un vero e proprio artifizio atto a condizionare e dirigere l'economia di un paese, a tutto vantaggio dei banchieri centrali.
Inoltre è da segnalare anche un assurdo giuridico. Attraverso il commissariamento della politica, non solo viene delegittimata la "democrazia", ormai completamente svuotata dalla sovranità popolare, ma viene lesa anche la "certezza del diritto" che è un principio imprescindibile per ogni stato che ama definirsi tale. La politica è debole ed il parlamento è stato di fatto esautorato da forze estranee al mandato popolare. Il parlamento - occorre ricordarlo anche adesso e non solo quando conviene a "lor signori" - è l'organo centrale del nostro sistema costituzionale. Non per nulla la frettolosa nomina di Mario Monti a senatore a vita rappresenta la classica foglia di fico per coprire un assurdo giuridico e costituzionale.
Per spiegare questo fenomeno occorre andare all'origine; e cioè, alla fondazione della Banca d'Inghilterra.
“Il banco trae beneficio dall'interesse su tutta la moneta che crea dal nulla”. William Patterson, fondatore della Banca d’Inghilterra.
Nel 1694 nasce la Banca d'Inghilterra prestando denaro (che allora aveva un valore intrinseco) ma ottenendo dal re il permesso di diffondere altrettanta cartamoneta sulla base di quello che aveva prestato al sovrano. In questo modo si riuscì a raddoppiare la base monetaria. Questo è il tragico inizio di un fenomeno di espropriazione strisciante della sovranità monetaria.
Dal VI sec. A.C., quando nell'Asia minore (nella stessa città e nello stesso periodo in cui era vissuto Talete) nasce la prima moneta coniata, fino alla fine del 1600, la proprietà dell'emissione monetaria era assicurata al Re o alla Repubblica. Era una prerogativa dello Stato, insomma. Con l'avvento della Banca d'Inghilterra questa tradizione venne tragicamente interrotta. Chiaramente non è che prima, nel corso dei secoli, tutto sia andato nel verso giusto: ci sono state alterazioni dei valori monetari, iperinflazioni ecc. Questo ultimo punto ha giustificato il passaggio a questa privatizzazione della emissione monetaria.
Successivamente (1800), sul modello della Bank of England, viene creata la Banca di Francia. Nel 1894 arriva anche la "Banca d'Italia" e poi, alla fine, dopo aver combattuto per molto tempo contro la costituzione di una Banca Centrale, anche gli Stati Uniti d'America, si doteranno di questo mefitico istituto: la Federal Reserve.
Nel dopoguerra, in Germania, la Bundesbank sarà la prima Banca centrale dotata di "autonomia". Perché? Perché occorre aspettare la fine della Seconda guerra mondiale affinché la Germania si doti di una Banca Centrale autonoma?
La cosiddetta autonomia delle Banche Centrali è stata caratterizzata per la creazione di moneta scritturale (bancaria), che ha ridotto il circolante a una parte minima occorrente a regolare le transazioni. Infatti, se vi ricordate le famose cinquecento lire con sopra stampigliata la dicitura "repubblica italiana", ricorderete pure che non servivano pressoché a nulla (a parte le elemosine o le mance al bar). Un po' come avviene oggi per gli euro e i centesimi metallici. In pratica, appena la moneta di carta serve a comprare qualcosa di cospicuo la proprietà diventava ed è della banca centrale. Ma anche questa è limitata, poiché tutto viene effettuato digitando la cifra su un Computer. Nel momento in cui le banche Centrali, collegate in qualche modo coi poteri pubblici, assumono l'autonomia, automaticamente la perdono, perché la massa dei segni monetari, quelli che servono a regolare la maggior parte delle transazioni, ormai passa al di fuori del circolante. Paradossalmente, la massa di cartamoneta emessa dalle Banche Centrali si sta degradando alla stessa maniera degli spiccioli metallici emessi dagli Stati. Quindi, in definitiva, oggi anche le Banche Centrali sono state messe in crisi dal la proliferazione del mercato. Negli Stati Uniti d'America, già prima della creazione dell'Euro, chi pagava con il contante veniva guardato con sospetto (o perché accattone o perché malavitoso). Per questo motivo si è fatto un passo in avanti nell'indirizzo sbagliato, istituzionalizzando la carta di credito, assottigliando ulteriormente il circolante aumentando il potere di chi crea moneta. Adesso con la tracciabilità nei pagamenti sono stabilite per legge multe fino al 40% dell'importo per chi compie transazioni in contanti oltre i 1.000 euro! Il regime della tracciabilità diventa operativo. Le regole anche per assegni e libretti. Insomma siamo alla dittatura del denaro. E questo avviene con la complicità e il silenzio-assenso dei politici.
Un problema, questo, essenziale per le democrazie, di difficilissima soluzione, è proprio quello della cosiddetta autonomia; poiché, nel momento in cui le banche centrali assumono l’autonomia questa cessa. Il mercato monetario non può essere più lasciato in balia degli speculatori internazionali.
Un raccordo fra la politica e la economia va dunque ristabilito, in modo tale da restituire la sovranità al popolo per la legittimazione reale della democrazia.
© Petrus Aloisius
Un raccordo fra la politica e la economia va dunque ristabilito, in modo tale da restituire la sovranità al popolo per la legittimazione reale della democrazia.
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giovedì 14 ottobre 2010
il Labirinto del Potere Mondialista

Sono almeno due secoli che gli eventi mondiali vengono potentemente influenzati e, negli ultimi tre quarti di secolo addirittura determinati, non soltanto e non tanto dalle forze politiche tradizionali quanto dalla casta bancaria internazionale.
Poche centinaia di uomini controllano , insieme alla gran parte della ricchezza monetaria della terra , i debiti pubblici della maggioranza degli Stati, dai loro finanziamenti dipende dalla stabilità moneataria ed economica. e quindi politica e sociale, di quasi tutti i maggiori paesi: la maggior parte dei governi non possono fare a meno dei loro prestiti e, soprattutto, della loro competenza tecnica in materia monetaria.
Prima di analizzare il complesso fenomeno del Mondialismo, dal suo sviluppo storico alla sua ideologia, bisogna comprendere la distinzione tra DENARO e RICCHEZZA REALE. La Ricchezza reale è costituita dai beni ( cibo, terra, bestiame, case, attrezzi, strutture produttive) e dai servizi (lavoro, prestazioni, attività produttive), mentre il Denaro è soltanto una rappresentazione formale della ricchezza. Il denaro è quindi lo strumento per pretendere e ottenere servizi.
La Storia.Il fattore economico ebbe sempre un'importanza essenziale accanto agli altri fattori fondamentali della Storia. Certo è anche vero che il fattore economico non fu mai tanto determinante nella storia quanto lo è andato diventando negli ultimi cionque secoli. I babilonesi conoscevano le Banche, il mondo grerco-romano coniava le monete, Cesare andava a chiedere prestiti alla colonia ebraica di Roma, ma quelli erano tempi in cui, agli effetti del potere, la spada contava più del denaro. Solo nel Medioevo l'economia diventa un fattore determinante dellla storia.
Possiamo distinguere cinque fasi:
Poche centinaia di uomini controllano , insieme alla gran parte della ricchezza monetaria della terra , i debiti pubblici della maggioranza degli Stati, dai loro finanziamenti dipende dalla stabilità moneataria ed economica. e quindi politica e sociale, di quasi tutti i maggiori paesi: la maggior parte dei governi non possono fare a meno dei loro prestiti e, soprattutto, della loro competenza tecnica in materia monetaria.
Prima di analizzare il complesso fenomeno del Mondialismo, dal suo sviluppo storico alla sua ideologia, bisogna comprendere la distinzione tra DENARO e RICCHEZZA REALE. La Ricchezza reale è costituita dai beni ( cibo, terra, bestiame, case, attrezzi, strutture produttive) e dai servizi (lavoro, prestazioni, attività produttive), mentre il Denaro è soltanto una rappresentazione formale della ricchezza. Il denaro è quindi lo strumento per pretendere e ottenere servizi.
La Storia.Il fattore economico ebbe sempre un'importanza essenziale accanto agli altri fattori fondamentali della Storia. Certo è anche vero che il fattore economico non fu mai tanto determinante nella storia quanto lo è andato diventando negli ultimi cionque secoli. I babilonesi conoscevano le Banche, il mondo grerco-romano coniava le monete, Cesare andava a chiedere prestiti alla colonia ebraica di Roma, ma quelli erano tempi in cui, agli effetti del potere, la spada contava più del denaro. Solo nel Medioevo l'economia diventa un fattore determinante dellla storia.
Possiamo distinguere cinque fasi:
- FASE CAPITALISMO MERCANTILE ( anno 1000- 1800) incentrata sulla figura del mercante avventuriero ( mercanti marinai che tornavano con stive piee di merci pregiate) e poi sui consorzi finanziari privati, come la Compagnia delle Indie.
- FASE CAPITALISMO BANCARIO - COMMERCIALE (1250- 1690) incentrata sulla figura del mercante-banchiere. I grossi mercanti, per evitare spostamenti di moneta contante in rischiosi carichi, incominciarono a sostituire il denaro con lettere di pegno e di credito o ad operare scambi di valuta in patria per scambi di merce che avvenivano all'estero: erano comunque prestiti ad alto rischio ed a basso interesse, giacché l'usura era vietata dal codice canonico e da quello civile: L'usura veniva praticata solo dalle famiglie ebraiche, le quali incominciarono ad accumulare fortune.
- FASE CAPITALISMO BANCARIO (1650-1850) incentrata sulla figura del banchiere. Già da tempo il mercante banchiere si era accorto che commerciare denaro era meno rischioso e più redditizio che commerciare beni. Nacquero le prime forme di credito e di investimento. Non si trattava più di pratiche di "banco"; alcune famiglie che il commercio e l'usura avevano discretamente arricchito, iniziarono solamente a speculare sul denaro in sé. Intanto dopo la Riforma i paesi nei quali il calvinismo era diventato imperante, prima si fecero tolleranti ed infine accettarono l'usura. Fondate da famiglie calviniste ed ebraiche, nacquero le prime banche di tipo moderno ad Amsterdam.
- FASE CAPITALISMO INDUSTRIALE (1770--1890) incentrata sulla figura del capitano d'industria. A seguito delle prime invenzioni tecniche, grossi artigiani cominciarono ad impiegare più vaste attrezzature e apassare l'esecuzione dei lavori a manodopera salariata. Nascono due nuove classi: i padroni e i lavoratori.
- FASE di CAPITALISMO FINANZIARIO (1850 ad oggi) incentrata sulla figura del banchiere internazionale. Dalla metà del secolo scorso l'intero mondo finanziario venne gradatamente omogeneizzato in un sistema di integrazione a livello mondiale. A seguito di fusioni, acquisti di azioni, condizionamenti di ogni tipo e spessissimo attraverso matrimoni dinastici, poche banche acquisirono il controllo di un gran numero di medie e piccole banche, società finanziarie e compagnie di assicurazioni. Oltre il controllo del grande credito e della circolazione monetaria mondiale, i grandi finanzieri iniziarono a controllare la grande produzione. I grandi capitalisti industriali reagirono con la creazione di grosse strutture monopolistiche (trusts), ma la pressione congiunta della grande finanza e dell'opinione pubblica sconfisse alla fine il capitalismo monopolistico industriale. Sempre più organizzata e monopolistica si fece invece l'alta finanza nelle cui spire finirono risucchiati i priù grandi complessi economici americani e poi quelli europei. La sola resistenza fu politica. Mentre in Russia trionfava il comunismo ( finanziato dall'altissima finanza), in Germania ed in Italia regimi fortemente statalisti e di orientamento solidaristico-popolari, suoperavano l'esperienza liberista e realizzavano, col diretto intervento dello Stato in econiomia, il controllo sul mondo finanziario, con programmi protezionistici ed autarchici. lasciando così fuori dai propri confini la speculazione finanziaria dell'altissima finanza.era lo scontro fra i grossi speculatori internazionali ed interi popoli che porterà l'Europa ed il mondo alla seconda guerra mondiale... Di contro nei paesi ancora democratici ( siamo nel periodo 1925-1940) l'altissima finanza vince tranquillamente. Il processo di omologazione ebbem all'inizio, come epicentro la City di Londra, dove da tempo alcune famiglie avevano posto i presupposti economici, ideologici e storici epr questa operazione. Da generazioni, capitali ed uopmini d'affari trovavano accoglienza nella City londinese. Anglicani, calvinisti, svizzeri ed ebrei muovevano i trraffici internazionali. Erano, e sono, famiglie ricchissime e comandano l'alta finanza da tempo.
Conclusa questa carrellata storica andiamo ad analizzare i connotati essenziali di questi banchieri e a conoscere alcune dinastie. Innanzi tutto, discendono da famiglie che hanno vissuto per secoli maneggiando denaro e, nelle quali, genio speculativo e alta competenza monetaria si sono andati concentrando per generazioni selezionandosi.
Inoltre chi eredita una funzione attiva nella gestione dei capitali sposa di solito un'ereditiera, meglio ancora una cugina o figlia di cugina, se necessario una nipote, il tutto per evitare amputazioni o dispersioni del patrimonio familiare
In secondo luogo, hanno per forma l'anonimato, o, quando questo non è possibile, la più soffice ed impenetrabile discrezione. Alla discrezione si sposava sempre la più fitta segretezza negli affari: nessuna offerta di azioni, poca pubblicità, scarse notizie nei bilanci. Dopo l'introduzione nelle legislazioni moderne della tassa di successione e dell'imposta scalare sui redditi personali, il patrimonio familiare e la ditta vengono sudivisi e celati dietro una miriade di sigle societarie che cambiano spesso ragione sociale, ma che sono tenute strettamente in mano dalle stesse famiglie. Infine, per evitare ulteriori tassazioni, esse disperdono il patrimonio in "Fondazioni", apparentemente enti a fini filantropici o culturali", normalmente indipendenti ma strettamente collegati alle stesse famiglie bancarie.
In secondo luogo, hanno per forma l'anonimato, o, quando questo non è possibile, la più soffice ed impenetrabile discrezione. Alla discrezione si sposava sempre la più fitta segretezza negli affari: nessuna offerta di azioni, poca pubblicità, scarse notizie nei bilanci. Dopo l'introduzione nelle legislazioni moderne della tassa di successione e dell'imposta scalare sui redditi personali, il patrimonio familiare e la ditta vengono sudivisi e celati dietro una miriade di sigle societarie che cambiano spesso ragione sociale, ma che sono tenute strettamente in mano dalle stesse famiglie. Infine, per evitare ulteriori tassazioni, esse disperdono il patrimonio in "Fondazioni", apparentemente enti a fini filantropici o culturali", normalmente indipendenti ma strettamente collegati alle stesse famiglie bancarie.
Le legislazioni democratiche chiaramente considerano le "fondazioni" esentasse.
In terzo luogo disdegnano le normali e comuni attività bancarie che lasciano alle loro banche collaterali con funzioni di drenare denaro dal pubblico, privilegiando come clienti personali i governi , le chiese, i grossi personaggi e le forze politiche. Sono interessati solo alle alte commissioni e agli interessi di prestiti a lunga scadenza, insieme a qualche forma di controllo dioretto sulla gestione dei fondi da essi prestati allo Stato. Sostengono tutti i paesi senza distinzione politica o militare, infatti, quand'è possibile, sostengono paesi anbche in conflitto fra loro. Inoltre ottendono di essere personalmente investiti di responsabilità politico amministrative di vertice nei governi dei maggiori paesi. Quando la loro diretta presenza è sconsigliabile, sono loro uomini che li rappresentano e li sostituiscono.
In quarto luogo, sono cosmopoliti. Infatti, ad esempio, le famiglie ebraiche non avevano una patria. A seconda del volgere della sorte, esse migravanodal paese in declino verso quello in ascesa, per sostare soltanto la dove pulsava il cuore della potenza mondiale del momento, senza macare di crerare una rete di filiali , affidate a rami collaterali della famiglia, in tutti gli altri maggiori paesi. così queste famiglie non avrebbero temuto crolli nè conosciuto fallimenti legati alle fortune alterne dei diversi paesi.
In quinto luogo essi controllono direttamente l'amministrazione dei loro imperi finanziari. Utilizzano a decine di migliaia quadri opperativi di prim'ordine, ma continuano a trenere, strertto nel pungo il confrerollo dell'insieme e dei singholi dettagli.
In sesto luogo hanno capito che la forza del denaro è direttamente proporzionale alla debolezza della spada; quanto più incerto e influenzabile è il potere politico, tanto più libera e riglogliosa è la crescita della loro potenza. I politici sono troppo deboli e troppo soggetti a temporanee pressioni popolari per essere affidabili nel controllo del sistema monetario. Ma non tutti i sistemi politici sono troppo deboli e soggetti alle pressoli popolari; quelli che offrono queste "garanzie" sono soltanto i regimi democratici, di qui la scelta storica operata dal XVII secolo in poi a favore di filosofie, correnti di pensiero e movimenti poplitico-rivoluzionari che andassero nel senso della democrazia.
Fu una lunga battaglia che vide queste famiglie di magnati disegnare strategie di lungimiranza sorprendente nel sostenere e foraggiare alcune delle forze che la spontanea dialettica della storia metteva in campo, facendo crollare o andare in miseria le forze contrarie ai loro piani. Il fine era ed è semplice: far credere ai popoli che la democrazia è inevitabile, anzi desiderabile.
Il governo dei più invece un'autentica truffa, giacchè il controllo reale è rimasto nelle mano dei ricchi e degli abili. Sono oramai due secoli che lo scontro è tra éilte del denarto e chi crede invece nell'uomo e nella spada.
Ma chi sono i signori della finanza mondiale, come si chiamano, dove vivono? Prossimamente analizzeremio le famigle dell'alta finanza.
Michele MIRIZZI
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domenica 7 febbraio 2010
Il Big Bang del denaro
Pubblichiamo questo scritto illuminante di Massimo Fini, il quale, in tempi non sospetti, presagiva l'attuale sfascio.
I peggiori mali dell'umanità cominciano con i quattrini
“Mai un oggetto il quale debba il suo valore esclusivamente alla propria qualità di mezzo, alla sua convertibilità in valori più definitivi, ha raggiunto così radicalmente e senza riserve una simile assolutezza psicologica di valore diventando un fine” (G.Simmel, Filosofia del denaro.)
La capacità del denaro di crescere come un tumore sul corpo che gli ha dato vita sino ad invaderlo completamente, soffocarlo e distruggerlo, deriva dalla sua natura tautologica dalla sua attitudine ad autoalimentarsi. (...)
Il caso del Messico è solo il più conosciuto, ma rappresenta una frazione risibile dell'immenso circuito deficitario internazionale. Il cosiddetto "circuito del Pacifico", che coinvolge Est asiatico e Stati Uniti, è molto più cospicuo. Il Giappone presta quattrini ai Paesi asiatici a lui vicini perché questi possano comprare beni in Giappone. È vero che poi alcuni di questi Paesi (le cosiddette "piccole tigri") esportano a più non posso soprattutto negli Stati Uniti i quali però a loro volta, per sostenere il proprio enorme surplus di importazioni, si fanno prestare denaro dal Giappone da cui pure acquistano una quota rilevante dei beni.
Ma anche in Europa esiste un circuito deficitario. Tutti i Paesi dell'Unione Europea hanno, chi più chi meno, un deficit commerciale con la Germania, cioè importano dai tedeschi molto più di quanto esportino. Come fanno allora? Elementare: per poter comprare beni in surplus dalla Germania si fanno prestare i soldi dalla Germania.
Ci sono poi i 1800 miliardi (in dollari) di debiti dei Paesi del Terzo Mondo verso il quale ci si comporta su per giù come nel Messico: gli si presta denaro perché possano pagare gli interessi e poiché questi, di conseguenza, aumentano, gliene si presta ogni volta di più.
In generale, si può dire che quasi tutti i Paesi, industrializzati e del Terzo Mondo, non pagano le eccedenze delle importazioni con risparmi interni, cioè con denaro proprio, ma con soldi prestati da altri paesi. Tutti sono indebitati con tutti. Inoltre il sistema dei debiti che vengono pagati facendo altri debiti riguarda anche, in buona misura, la massa globale dei crediti alle imprese e al consumo (…)
Oggi, nonostante si sia in possesso di una tecnologia capace di forgiare materiali quasi indistruttibili, i prodotti d’uso comune hanno una resistenza e un’esistenza molto brevi. Ciò è deciso a freddo. Se la “Gillette”, per fare un esempio, fabbricasse, come potrebbe benissimo, una lama che rade per un mese andrebbe in malora. Lo stesso accadrebbe, in grande stile, all'intero sistema industriale se producesse beni di massa resistenti invece che facilmente, e programmaticamente, deperibili.
Un altro metodo è quello di introdurre su beni già esistenti continue varianti tecniche, quasi sempre superflue se non peggiorative (la Cinquecento venne ritirata dal mercato era fatta troppo bene e durava a oltranza). Un terzo sistema è creare nuovi bisogni, da soddisfare con nuovi beni. È la pazzesca legge di Say: “L'offerta crea la domanda" resa possibile, si dice, dal fatto che mentre i bisogni primari sono limitati, e oltre a una certa misura saziano, quelli voluttuari sarebbero invece illimitati. Nella realtà si tratta di bisogni eterodiretti, drogati, cui l'uomo contemporaneo, orientato o piuttosto disorientato dalla logica del denaro, viene sapientemente educato e anche costretto (...).
Ma anche il grande produttore, l'imprenditore, il finanziere, colui che già il denaro professionalmente, che dal denaro, proprio per la quantità che ne possiede, potrebbe ricevere la libertà, è stretto in una morsa analoga. Già alla fine del secolo scorso Andrew Carnegie, magnate del trust americano dell'acciaio, notava: "Speriamo sempre di non avere più bisogno di ingrandirci e sempre ci accorgiamo che rinunciarvi significherebbe per noi un passo indietro". Sottolinea Max Weber: “Il guadagno di denaro e di sempre più denaro è così spoglio di ogni fine eudemonistico o semplicemente edonistico, è pensato con tanta purezza come scopo a se stesso, che di fronte alla felicità e alla utilità del singolo individuo appare come qualche cosa di interamente trascendente e perfino di irrazionale".
Lo psicologo Franz Brentano parla a questo proposito di "razionalizzazione di una condanna di vita irrazionale". E un finanziere acuto e sensibile, oltre che straordinariamente abile, come George Soros, creatore del supermiliardario (in dollari) Quantum Fund, confessa in un suo libro-intervista: "Sentivo il Fondo come una sorta di organismo, di parassita, che mi stava succhiando il sangue e prosciugando energie. Mi chiesi, sono più importante io o il Fondo? Il Fondo serve per il mio successo o sono io lo schiavo del Fondo? In che cosa consisteva la mia ricompensa? Più denaro, più responsabilità, più lavoro, più angoscia... Il Fondo raggiunse i 100 milioni di dollari, la mia ricchezza personale doveva ammontare più o meno a 25 milioni di dollari e io mi sentivo sull'orlo di un crollo. Tutto questo non aveva alcun senso".
Ma il meccanismo della coazione a ripetere non si sfugge. Anche perché preme su un elemento psiche umana che, per quanto in passato contrastato in vari modi, è indubbiamente presente in noi: la pulsione acquisitiva. Il possesso chiama possesso e lo facilita. E il processo è esaltato dal massimo del denaro (gia l’Ecclesiaste affermava: “Chi ama il denaro non è mai sazio di denaro”). E si capisce agevolmente perché: il denaro appaga in pieno questa sete di infinito poiché, in quanto entità astratta, il suo accumulo, a differenza dei beni materiali, non conosce limiti fisici. Né psicologici. Scrive Von Mises: “Qualsiasi cosa possa un uomo aver guadagnato, ciò rappresenta per lo più una mera frazione di quel che la sua ambizione lo spingeva a conquistare. Davanti ai suoi occhi c’è sempre gente che ha avuto successo dove lui ha fallito del vagabondo verso l'uomo con un lavoro regolare, dell'operaio verso il capo-officina, del dirigente verso il vice-presidente, dell’Uomo che vale trecentomila dollari verso il milionario.
Così in virtù della combinazione di un elemento oggettivo, il denaro, e di uno soggettivo, la pulsione acquisitiva, che si potenziano a vicenda nel loro tendere all'infinito, ci siamo creati il perfetto marchingegno dell'infelicità. Perché, con un processo ben noto in psichiatria, il livello di soddisfazione viene spostato sempre più in là diventando, di fatto, irraggiungibile. Salito un gradino ce ne sempre un altro da fare. Come al cinodromo i cani levrieri, fra le bestie più stupide del Creato, inseguono inutilmente la lepre di stoffa che fugge tre metri avanti al loro muso spinta da un meccanismo, cosi noi corriamo trafelati verso una meta che, per definizione, non possiamo raggiungere. A meno di non rompere il meccanismo.
Come il levriere è agganciato alla lepre da un filo invisibile di cui non si rende conto, cosi I'uomo lo è al denaro. Il quale, al termine del suo lungo cammino, si è dunque definitivamente emancipato dalla propria condizione servile, di mezzo. Svincolato dalla materia, depurato delle funzioni originane, ormai tutte interne al processo tautologico del suo accrescimento, sfuggito di mano ai suo creatore, il denaro è diventato conclusivamente, per la società e per il singolo, un fine.Il fine.
Almeno in questo Karl Marx era stato preveggente quando scriveva: "L’ingordigia di denaro, la smania di ricchezza porta necessariamente con sé il declino e poi la fine delle antiche comunità delle quali è l'antitesi. Esso stesso, il denaro, è la comunità e non può tollerare nient'altro al di sopra di sé". A questo punto il denaro è diventato la sostanza materiale dell'esistenza, è diventato la vera comunità". È diventato tutto. (...)
La velocità di circolazione e la moltiplicazione del denaro, diventate parossistiche, sono state favorite dalla sua progressiva smaterializzazione e dalla fine dell’aggancio all’oro. E’ vero che anche l’oro, in quanto denaro, era una convenzione basata sulla fiducia, non diversamente dagli impulsi elettronici rimandati dai computer che oggi tengono moneta. Ma, a differenza di questi, la sua produzione fisica era limitata. Sganciandosi dall’oro “il sistema ha disattivato il proprio dispositivo di sicurezza”. E’ come una mongolfiera che, liberata dall’intera zavorra, sale a velocità vertiginosa verso l’alto ormai fuori da ogni controllo. Ma in questa stratosferica ascesa del denaro c’è anche il presupposto della sua fine. Come aveva intuito Werner Sombart quasi un secolo fa è proprio “la spinta verso l’infinito”, l’illimitatezza delle mete, la forza che va al di là di ogni misura organica che porta il denaro, e il sistema che su di esso è stato costruito, all’autodistruzione(…)
Infatti, anche qualora il futuro non sia un tempo inesistente ”non durerà in eterno” come ammette lo stesso Mathieu. E ancor meno durerà il denaro. Il fatto che ci sia necessariamente una fine del denaro è, secondo Mathieu, “La ragione per cui esiste ed esisterà sempre l’inflazione, e il denaro perderà sempre, mediamente, valore nel tempo; l’inflazione non è altro che il valore denaro scontato al giorno del giudizio”.
Se ciò è vero si avvertono, da tempo, sinistri scricchiolii. La stragrande maggioranza dell’umanità, soprattutto in America latina, in Africa e in ampie zone dell’Asia, deve già oggi convivere con un’inflazione a due o tre cifre o con un’iperinflazione a tassi dal mille per cento in su. Mediamente, secondo Robert Kurz, il tasso globale d’inflazione è a tre cifre. Se i paesi industrializzati riescono a tenerla bassa è perché sono ancora in grado di scaricarla altrove(…)
Il giorno che il colossale volume del denaro in circolazione, o una parte consistente di esso, si presenterà all’incasso per essere convertito in beni, servizi e lavoro che non rappresenta più da tempo, forse da sempre, il sistema crollerà.
Ciò avverrà quando, venute alla fine meno le condizioni per il suo mantenimento, sarà caduta l’illusione che il denaro sia un valore invece di simularlo.
Ad ogni modo il giorno del Big bang non è lontano.
Massimo Fini da “il Giornale” di venerdì 11 settembre ’98.
“Mai un oggetto il quale debba il suo valore esclusivamente alla propria qualità di mezzo, alla sua convertibilità in valori più definitivi, ha raggiunto così radicalmente e senza riserve una simile assolutezza psicologica di valore diventando un fine” (G.Simmel, Filosofia del denaro.)
La capacità del denaro di crescere come un tumore sul corpo che gli ha dato vita sino ad invaderlo completamente, soffocarlo e distruggerlo, deriva dalla sua natura tautologica dalla sua attitudine ad autoalimentarsi. (...)
Il caso del Messico è solo il più conosciuto, ma rappresenta una frazione risibile dell'immenso circuito deficitario internazionale. Il cosiddetto "circuito del Pacifico", che coinvolge Est asiatico e Stati Uniti, è molto più cospicuo. Il Giappone presta quattrini ai Paesi asiatici a lui vicini perché questi possano comprare beni in Giappone. È vero che poi alcuni di questi Paesi (le cosiddette "piccole tigri") esportano a più non posso soprattutto negli Stati Uniti i quali però a loro volta, per sostenere il proprio enorme surplus di importazioni, si fanno prestare denaro dal Giappone da cui pure acquistano una quota rilevante dei beni.
Ma anche in Europa esiste un circuito deficitario. Tutti i Paesi dell'Unione Europea hanno, chi più chi meno, un deficit commerciale con la Germania, cioè importano dai tedeschi molto più di quanto esportino. Come fanno allora? Elementare: per poter comprare beni in surplus dalla Germania si fanno prestare i soldi dalla Germania.
Ci sono poi i 1800 miliardi (in dollari) di debiti dei Paesi del Terzo Mondo verso il quale ci si comporta su per giù come nel Messico: gli si presta denaro perché possano pagare gli interessi e poiché questi, di conseguenza, aumentano, gliene si presta ogni volta di più.
In generale, si può dire che quasi tutti i Paesi, industrializzati e del Terzo Mondo, non pagano le eccedenze delle importazioni con risparmi interni, cioè con denaro proprio, ma con soldi prestati da altri paesi. Tutti sono indebitati con tutti. Inoltre il sistema dei debiti che vengono pagati facendo altri debiti riguarda anche, in buona misura, la massa globale dei crediti alle imprese e al consumo (…)
Oggi, nonostante si sia in possesso di una tecnologia capace di forgiare materiali quasi indistruttibili, i prodotti d’uso comune hanno una resistenza e un’esistenza molto brevi. Ciò è deciso a freddo. Se la “Gillette”, per fare un esempio, fabbricasse, come potrebbe benissimo, una lama che rade per un mese andrebbe in malora. Lo stesso accadrebbe, in grande stile, all'intero sistema industriale se producesse beni di massa resistenti invece che facilmente, e programmaticamente, deperibili.
Un altro metodo è quello di introdurre su beni già esistenti continue varianti tecniche, quasi sempre superflue se non peggiorative (la Cinquecento venne ritirata dal mercato era fatta troppo bene e durava a oltranza). Un terzo sistema è creare nuovi bisogni, da soddisfare con nuovi beni. È la pazzesca legge di Say: “L'offerta crea la domanda" resa possibile, si dice, dal fatto che mentre i bisogni primari sono limitati, e oltre a una certa misura saziano, quelli voluttuari sarebbero invece illimitati. Nella realtà si tratta di bisogni eterodiretti, drogati, cui l'uomo contemporaneo, orientato o piuttosto disorientato dalla logica del denaro, viene sapientemente educato e anche costretto (...).
Ma anche il grande produttore, l'imprenditore, il finanziere, colui che già il denaro professionalmente, che dal denaro, proprio per la quantità che ne possiede, potrebbe ricevere la libertà, è stretto in una morsa analoga. Già alla fine del secolo scorso Andrew Carnegie, magnate del trust americano dell'acciaio, notava: "Speriamo sempre di non avere più bisogno di ingrandirci e sempre ci accorgiamo che rinunciarvi significherebbe per noi un passo indietro". Sottolinea Max Weber: “Il guadagno di denaro e di sempre più denaro è così spoglio di ogni fine eudemonistico o semplicemente edonistico, è pensato con tanta purezza come scopo a se stesso, che di fronte alla felicità e alla utilità del singolo individuo appare come qualche cosa di interamente trascendente e perfino di irrazionale".
Lo psicologo Franz Brentano parla a questo proposito di "razionalizzazione di una condanna di vita irrazionale". E un finanziere acuto e sensibile, oltre che straordinariamente abile, come George Soros, creatore del supermiliardario (in dollari) Quantum Fund, confessa in un suo libro-intervista: "Sentivo il Fondo come una sorta di organismo, di parassita, che mi stava succhiando il sangue e prosciugando energie. Mi chiesi, sono più importante io o il Fondo? Il Fondo serve per il mio successo o sono io lo schiavo del Fondo? In che cosa consisteva la mia ricompensa? Più denaro, più responsabilità, più lavoro, più angoscia... Il Fondo raggiunse i 100 milioni di dollari, la mia ricchezza personale doveva ammontare più o meno a 25 milioni di dollari e io mi sentivo sull'orlo di un crollo. Tutto questo non aveva alcun senso".
Ma il meccanismo della coazione a ripetere non si sfugge. Anche perché preme su un elemento psiche umana che, per quanto in passato contrastato in vari modi, è indubbiamente presente in noi: la pulsione acquisitiva. Il possesso chiama possesso e lo facilita. E il processo è esaltato dal massimo del denaro (gia l’Ecclesiaste affermava: “Chi ama il denaro non è mai sazio di denaro”). E si capisce agevolmente perché: il denaro appaga in pieno questa sete di infinito poiché, in quanto entità astratta, il suo accumulo, a differenza dei beni materiali, non conosce limiti fisici. Né psicologici. Scrive Von Mises: “Qualsiasi cosa possa un uomo aver guadagnato, ciò rappresenta per lo più una mera frazione di quel che la sua ambizione lo spingeva a conquistare. Davanti ai suoi occhi c’è sempre gente che ha avuto successo dove lui ha fallito del vagabondo verso l'uomo con un lavoro regolare, dell'operaio verso il capo-officina, del dirigente verso il vice-presidente, dell’Uomo che vale trecentomila dollari verso il milionario.
Così in virtù della combinazione di un elemento oggettivo, il denaro, e di uno soggettivo, la pulsione acquisitiva, che si potenziano a vicenda nel loro tendere all'infinito, ci siamo creati il perfetto marchingegno dell'infelicità. Perché, con un processo ben noto in psichiatria, il livello di soddisfazione viene spostato sempre più in là diventando, di fatto, irraggiungibile. Salito un gradino ce ne sempre un altro da fare. Come al cinodromo i cani levrieri, fra le bestie più stupide del Creato, inseguono inutilmente la lepre di stoffa che fugge tre metri avanti al loro muso spinta da un meccanismo, cosi noi corriamo trafelati verso una meta che, per definizione, non possiamo raggiungere. A meno di non rompere il meccanismo.
Come il levriere è agganciato alla lepre da un filo invisibile di cui non si rende conto, cosi I'uomo lo è al denaro. Il quale, al termine del suo lungo cammino, si è dunque definitivamente emancipato dalla propria condizione servile, di mezzo. Svincolato dalla materia, depurato delle funzioni originane, ormai tutte interne al processo tautologico del suo accrescimento, sfuggito di mano ai suo creatore, il denaro è diventato conclusivamente, per la società e per il singolo, un fine.Il fine.
Almeno in questo Karl Marx era stato preveggente quando scriveva: "L’ingordigia di denaro, la smania di ricchezza porta necessariamente con sé il declino e poi la fine delle antiche comunità delle quali è l'antitesi. Esso stesso, il denaro, è la comunità e non può tollerare nient'altro al di sopra di sé". A questo punto il denaro è diventato la sostanza materiale dell'esistenza, è diventato la vera comunità". È diventato tutto. (...)
La velocità di circolazione e la moltiplicazione del denaro, diventate parossistiche, sono state favorite dalla sua progressiva smaterializzazione e dalla fine dell’aggancio all’oro. E’ vero che anche l’oro, in quanto denaro, era una convenzione basata sulla fiducia, non diversamente dagli impulsi elettronici rimandati dai computer che oggi tengono moneta. Ma, a differenza di questi, la sua produzione fisica era limitata. Sganciandosi dall’oro “il sistema ha disattivato il proprio dispositivo di sicurezza”. E’ come una mongolfiera che, liberata dall’intera zavorra, sale a velocità vertiginosa verso l’alto ormai fuori da ogni controllo. Ma in questa stratosferica ascesa del denaro c’è anche il presupposto della sua fine. Come aveva intuito Werner Sombart quasi un secolo fa è proprio “la spinta verso l’infinito”, l’illimitatezza delle mete, la forza che va al di là di ogni misura organica che porta il denaro, e il sistema che su di esso è stato costruito, all’autodistruzione(…)
Infatti, anche qualora il futuro non sia un tempo inesistente ”non durerà in eterno” come ammette lo stesso Mathieu. E ancor meno durerà il denaro. Il fatto che ci sia necessariamente una fine del denaro è, secondo Mathieu, “La ragione per cui esiste ed esisterà sempre l’inflazione, e il denaro perderà sempre, mediamente, valore nel tempo; l’inflazione non è altro che il valore denaro scontato al giorno del giudizio”.
Se ciò è vero si avvertono, da tempo, sinistri scricchiolii. La stragrande maggioranza dell’umanità, soprattutto in America latina, in Africa e in ampie zone dell’Asia, deve già oggi convivere con un’inflazione a due o tre cifre o con un’iperinflazione a tassi dal mille per cento in su. Mediamente, secondo Robert Kurz, il tasso globale d’inflazione è a tre cifre. Se i paesi industrializzati riescono a tenerla bassa è perché sono ancora in grado di scaricarla altrove(…)
Il giorno che il colossale volume del denaro in circolazione, o una parte consistente di esso, si presenterà all’incasso per essere convertito in beni, servizi e lavoro che non rappresenta più da tempo, forse da sempre, il sistema crollerà.
Ciò avverrà quando, venute alla fine meno le condizioni per il suo mantenimento, sarà caduta l’illusione che il denaro sia un valore invece di simularlo.
Ad ogni modo il giorno del Big bang non è lontano.
Massimo Fini da “il Giornale” di venerdì 11 settembre ’98.
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