mercoledì 1 maggio 2013

Primo maggio

Il primo Maggio è una festa ridicola, al giorno d'oggi. Essa rappresenta la festa di una minoranza di raccomandati rispetto ad una maggioranza di "sfortunati". Un italiano su dieci non ha un lavoro stabile e un italiano su quattro non lavora per ragioni di età: troppo vecchio per essere assunto o troppo giovane (senza esperienza) per l'identico motivo. Un italiano su quattro inoltre si divide tra disoccupazione, sottooccupazione, cassa integrazione ecc. Quello che resta deve mantenere gli altri tre. Se poi a queste nequizie vi aggiungiamo la crisi sistemica che sta attanagliando l'Europa tutta allora il quadro è completo. I sinistri estremi invocano più tempo libero, meno lavoro, dimenticando che il tempo libero tende ad esaltare l'ineguaglianza, non ad attenuarla. Infatti, se ci fate caso, a lavorare di meno ci sono solo due categorie: quelli che non hanno bisogno di lavorare e sono una sparuta minoranza e quelli che vorrebbero lavorare ma non trovano un lavoro che invece rappresentano la stragrande maggioranza della persone. Del resto, oggi, ogni nuovo spazio di "libertà" viene colonizzato dal consumismo. Pertanto, in quest'ottica, se la godono coloro che dispongono delle risorse necessarie per togliersi qualsiasi capriccio. Gli altri, i coatti, i proletari dello spirito, se la passano assai male. I comunisti, materialisti per antonomasia, lavorano per il mercato, per il sistema bancario. Sono i veri agenti del potere economico globale. Per questo il compianto Duce del fascismo, il primo maggio istituì l'Opera Nazionale Dopolavoro col compito precipuo di sostenere e organizzare il tempo libero dei lavoratori. Secondo la definizione statutaria l'O.N.D "cura l'elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo sport, l'escursionismo, il turismo, l'educazione artistica, la cultura popolare, l'assistenza sociale, igienica, sanitaria, ed il perfezionamento professionale".
 L'Opera Nazionale Dopolavoro rientrava in quel piano di orientamento dei costumi e delle abitudini  del regime fascista, in quell'opera immane tesa a plasmare l'uomo nuovo, avviato dal Duce nel corso del ventennio. L'obbiettivo era costruire stili di vita nuovi e, soprattutto, vitali  che fossero d'uopo nell'opera di polarizzazione nazionale.
 Oggi, invece, dopo il fascismo c'è il nulla. Cosa è stato ottenuto da allora, premesso che le otto ore lavorative giornaliere e le 40 ore settimanali rimangono una conquista incontestabile del ventennio fascista? I Sindacati sono ormai abbarbicati in una battaglia di retroguardia, tesa esclusivamente a salvare il salvabile, senza prospettiva alcuna. Alla festa del lavoro non ci crede più nessuno, eccezion fatta per quei poveri mentecatti che vanno al "concertone" del primo maggio.

mercoledì 10 aprile 2013

Il Fascismo tradito

S
pesso sentiamo parlare di "Risorgimento tradito" oppure di "Resistenza tradita"... ma, mai e poi mai, sentiremo parlare (almeno nelle alte sfere accademiche) di "Fascismo tradito". Perché? A cosa dobbiamo questa deficienza? Le risposte sono parecchie ma la prima che ci viene in mente è quella legata alla guerra perduta e al lascito che i vincitori affibbiarono alla nostra Italia.
Eppure se dovessimo portare il nostro pensiero scevro da pregiudizi a ciò che il fascismo degli albori aveva nel suo programma si scoprirebbero tensioni ideali,  culturali, sociali e moti di giustizia, legate ad una profonda ansia di trasformazione totale della società e dei rapporti economici civili e politici. E allora ben si può affermare che questi nobili ideali, furono traditi nella prassi conciliatoria di un "fascismo-regime" che poco aveva a che fare con quello che i nostalgici della prima ora avevano in mente e nei cuori. 
Il risultato di questa profonda dicotomia che si venne a creare fra la prassi instaurata dalla diarchia Mussolini-Savoia è stata a lungo evidenziata dal fratello più amato dal Duce: Arnaldo Mussolini. Arnaldo Mussolini scrisse che: "le conseguenze non sono uguali alle premesse". Da questo punto di vista, in vero assai autorevole, la distinzione fra una teoria rivoluzionaria  e una prassi conciliatoria appare in tutta la sua essenza di "rivoluzione tradita". 

Infatti, c'è stata tutta una generazione che - per ovvi motivi anagrafici - non è nata affetta dal "morbo antifascista"... ma lo è diventata col passare del tempo ed in seguito agli effetti nefasti ingenerati dalla guerra perduta.  La perdita della guerra che fu anche e soprattutto una guerra del sangue contro l'oro influenzò notevolmente queste generazioni che non avevano fatto in tempo a combatterla attraverso delle riflessioni  su ciò che il fascismo aveva espresso sul piano pratico, dimenticando quello che invece esso aveva alacremente teorizzato.

Occorre qui fare qualche esempio per rendere più comprensibile quanto vado affermando.
Sarebbe  assai difficile - per uno studioso coi paraocchi - immaginare Elio Vittorini ospite ufficiale a un convegno del Ministero della Propaganda  nazista... più facile è collocare un Evola o un Preziosi al suo posto. E invece,  a Weimar , nel bel mezzo della guerra (1942), c'era proprio lui: Elio Vittorini. Questo è quanto emerge in "Mussolini Censore" - Laterza -  Bari, a firma di Guido Bonsaver, docente di storia della cultura italiana alla prestigiosa università di Oxford. E ancora.
"Gli Indifferenti" di Alberto Moravia fu accolto con favore dai fascisti più convinti proprio per la descrizione negativa che l'autore faceva della borghesia. Infatti il primo a pubblicare il romanzo a pagamento, per i tipi della Alpes, fu il fratello del Duce: Arnaldo Mussolini. Del resto lo scrittore romano oltre ad essere  cugino dei fratelli Rosselli era, altresì, nipote di Augusto De Marsanich, fascista di lunga data e futuro segretario del M.S.I. 
Sul piano teorico il fascismo si fece portatore di una concezione spirituale della vita, di una concezione profondamente anti-borghese. Nel fascismo regime tutto questa concezione si sciolse come neve al sole.  
Tale affermazione viene confermata dall'adesione di ampi strati della cultura dell'epoca. Artisti come Renato Guttuso, scrittori come  Elio VittoriniElsa Morante, e registi come Carlo Lizzani, ed altri furono letteralmente calamitati dallo spirito anti-borghese e dalle istanze sociali che il fascismo delle origini affermò con forza. Tuttavia costoro rimasero assai delusi da quello che fu realizzato sul piano pratico. Bisogna anche dire, però, che Mussolini voleva fare le cose in modo graduale e che quindi sarebbe forse arrivato con il tempo dove non gli fu possibile arrivare con la guerra.  Sotto questo punto di vista l'accellerazione impostagli dalla guerra risultò fatale.

Per questo motivo criminalizzare il fascismo di un Eugenio Scalfari, di Guttuso, di Vittorini, Spadolini ecc. fu un errore grossolano. A dimostrazione del pressappochismo culturale di alcuni esegeti poco accorti, di quel fascismo ricco di significati, spesso eterodossi, ma pur sempre presenti nei futuri antifascisti.  Tale cosa venne frettolosamente liquidata come "voltagabbanismo", mentre chi potè lo rimosse in fretta e furia per costruirsi una grottesca patente di verginità antifascista. 

Viceversa se si fosse proceduto con la cautela del ricercatore anzichè con la scure del fanatismo sarebbe stato possibile decodificare, in termini obiettivi, il lungo viaggio dell'Italia durante il fascismo, distinguendo in esso il grano dal loglio. Il tutto senza le lenti colorate delle ideologie dominanti ma seguendo la logica e il buon senso, separando ciò che voleva essere il fascismo da quello che effettivamente fu.  Solo operando questa divisione è possibile rivalutare il fascismo nella sua pura essenza, privandolo di tutto quanto fu accessorio, complementare o dannoso. 
In questa ottica è possibile rivalutare tutte quelle esperienze che volens nolens aderirono al fascismo con assoluta onestà e che, poi a guerra persa, cambiarono schieramento con altrettanta onestà, poichè cercarono sempre di realizzare quegli immortali ideali di giustizia e libertà che li avevano animati prima. Un esempio eclatante è quello dello scrittore siciliano Andrea Camilleri. Costui cambiò casacca allorquando comprese come  "la realtà fosse lontana dagli ideali di trasformazione sociale che l'ideologia fascista asseriva portare con se".  La delusione, accompagnata alla considerazione fatta nella premessa, portò lo scrittore siciliano ad abbracciare il PCI. Del resto il programma fascista del 1919 piacque persino a Nenni. In quel fascismo non vi è alcuna traccia di antisemitismo o di razzismo e nemmeno, di un sincero sentimento antidemocratico. Quel programma infatti mantiene intatta una sua originalità e persino una certa attualità. In estrema sintesi possiamo dire che quel programma rappresento per intero il fascismo tradito dalla prassi. A quel tipo di fascismo si aggrapparono gli antifascisti del dopoguerra.
Ma non fu il solo. Prendiamo il caso di un altro esponente politico italiano del dopoguerra: Giulio Andreotti. 
 Andreotti da giovane fascista scrisse:
"L'ordine nuovo non segnerà una livellazione egualitaristica delle categorie sociali, segno ormai sconfessato dalla stessa esperienza storica... dovrà invece fare leva su una grande coscienza sociale, ridestata in ogni ceto con i potenti elevatori del nazionalismo..."
Costoro videro nel fascismo  un ordine nuovo sociale e nazionale, una rivoluzione insomma. E tale essa fu nella loro mente.  Purtroppo quanto si verificò nella prassi fu assai diverso.  Non vi fu alcun ordine nuovo anti-borghese.
Marcello Capurso in una lettera inviata alla rivista del Partito d'Azione  Realtà politica scrisse;

"Fu la crisi che la società moderna attraversava... l'elemento determinante che certamente ne provocò la mia accettazione come quella di tanti miei coetanei... oggi il fascismo si condanna in blocco e senza esitazioni, ma allora esso si presentò a noi come lo strumento  politico più a portata di mano per risolvre quella crisi... il fascismo portava con sé anche motivi innovatori, che aveva raccolto particolarmente dall'attivismo dei primi anni del novecento, dal socialismo e dal sorellismo, atti perciò a determinare a mantenere per molto tempo in noi quell'illusione".
Il fascismo dunque, ben lungi dal rappresentare il braccio armato del capitale, fu antesignano di speranze rivoluzionarie, che però non si concretizzarono in una rivoluzione vera e propria.  Ciò evidentemente non si traduce in un mero atto di accusa.
All'uopo è emblematico quanto scriveva Eugenio Scalfari  nel 1942, il quale forse più di tutti percepiva la forza della portata rivoluzionaria:
"Rivoluzione sociale ha un significato preciso: è la distruzione di un vecchio ordinamento di rapporti... e la sostituzione con uno nuovo e originale. Tale distruzione non avviene in via "meccanica"... noi crediamo che avvenga a ragione di una "volontà disciplinata" e auto determinatasi... Fino ad oggi è sempre stata una classe ad essere depositaria  di questa volontà... oggi una classe  del genere non esiste più... perché il Fascismo, chiusasi l'era individualistica di cui la classe è stato il prodotto tipico, mira all'instaurazione dell'era associativa il cui prodotto più genuino è il "popolo". Nel popolo i motivi sociali  si confondono e si amalgamano con quelli nazionali... un popolo che sia depositario di un'idea universale  può e deve compiere e concretare in una nuova organizzazione sociale la sua grande rivoluzione".
 Questo scritto offre - più di qualsiasi altro - il motivo verace dell'adesione della migliore gioventù dell'epoca.  Il fascismo - di là da come è stato indebitamente tratteggiato - non era incolto e aveva suscitato nelle giovani generazioni fervide speranze, animato bracci e rinvigorito  petti di quanti vollero abbracciare quella immensa fede.  Forse fu proprio quel fascismo a dissetare le menti degli antifascisti. I vari Scalfari, Pasolini, Nenni, ecc. si sono tenuti dentro il loro "fascismo" senza esplicitarlo, senza mai nominarlo, per non dover  ammettere - prima con loro stessi e poi con gli altri - che il fascismo -movimento aveva ragione, aveva trovato la giusta dimensione all'uomo e al suo essere nella storia. E fu solo la guerra perduta a decretarne l'ingiusta fine.

© Black Water

domenica 18 novembre 2012

Denaro e democrazia

Intanto ringrazio Pier Luigi per avermi fornito l'occasione di rispondere al suo post, sebbene non ne condivida l'assunto. Più condivisibile mi sembra invece il post di Pierre che invece ne mette in risalto i limiti ed anche le storture... Ed anzi forzando un pò il suo elaborato discorso si può addivenire sinteticamente a quanto segue..

mercoledì 31 ottobre 2012

Demonio-crazia

Premessa 

Chi studia la politica in modo serio e scrupoloso non può esimersi dal considerare il peso gravoso esercitato da quello che i filosofi tedeschi chiamano "Zeitgeist" (spirito del tempo) e i cui effetti empirici sono sotto gli occhi di tutti. Lo Zeitgeist, tuttavia, non è un fattore precisamente quantificabile ed è forse per questo motivo che non tutti i politologi lo inseriscono adeguatamente nei loro scritti o anche nei  dibattiti  accademici.

lunedì 1 ottobre 2012

Dipartita – “Grazie Savino Frigiola per la tua battaglia e per la tua perseveranza…” di Giuseppe Turrisi

 

Lettere inviate e ricevute Paolo D'Arpini 2 ottobre 2012

savino-frigiola-1Ci ha lasciato un uomo e per quanto mi riguarda un maestro. Ricordo con affetto le lunghe telefonate a parlare di economia immaginando una Italia libera dagli usurai. Una di quelle persone che non ti fanno giri di parole per imbambolarti ma chiamano le cose con il loro nome e ti dicono le cose cosi come stanno. Una delle poche persone che si incontrano sempre di meno. Aveva conosciuto Giacinto Auriti e fu prima suo discepolo e poi suo collaboratore in quella che fu (ed è) la battaglia contro la più grande truffa dell’umanità derivante dalla emissione monetaria a debito da parte di banchieri privati. Certamente una figura di spicco tra i vari collaboratori più stretti del professor Giacinto Auriti e certamente uno dei più determinati nel portare avanti la battaglia incominciata all’epoca del corso Post Lauream di “Perfezionamento in studi Giuridici e Monetari”, un corso unico al mondo istituito dall’università d’Abruzzo. Lo ha caratterizzato una passione per l’economia ma soprattutto per quella economia fatta da uno “Stato sociale”, prima che cadesse nelle mani dei neoliberisti e degli usurai dove si costruivano ponti, città, ferrovie, case popolari, imprese di stato, ecc. senza indebitare i cittadini di un solo centesimo; ciò si poteva fare perché c’era più etica, più onore, ma soprattutto c’era la sovranità monetaria e uomini di stato capaci di comprendere cosa significasse “avere la sovranità monetaria”. Ha scritto libri di economia come: “La Fabbrica del debito, dell’usura e della disoccupazione” Pragamteia Rimini 1997, “Alta finanza e miseria: l’usurocrazia mondiale sulla pelle dei popoli” di Savino FRIGIOLA, ed. Controcorrente 2008, questo libro è molto particolare, oltre che per la chiarezza, per i suoi innumerevoli allegati tra cui la storia dell’”Isola dei naufraghi”, la visura camerale della Banca d’Italia nel registro della CCIAA di Verona al n. 9554 del 1931 e molti altri. Sulla rete si trovano facilmente i suoi articoli ed i video delle sue conferenze. Chiudo riportando due stralci di articoli dove con estrema chiarezza sintetizza la situazione attuale.

“L’attuale violenta crisi economica ha scosso l’intera Nazione. Pesa una grande responsabilità di tutto l’apparato politico verso la totalità dei cittadini inasprita dalla sensazione diffusa che né la maggioranza né l’opposizione dispongano delle necessarie risorse culturali e della reale volontà per traghettare la Nazione fuori dalle secche economiche. Tutti ormai riconoscono che la crisi è stata generata dagli apparati bancari e monetari guidati dai privati che agiscono nella più assoluta autonomia, svincolati da qualsiasi controllo politico. Il signoraggio primario e secondario indebitamente incamerato dai banchieri all’atto dell’emissione monetaria, aggravato dagli interessi passivi stabiliti autonomamente da costoro sul debito pubblico e privato, che proprio l’attuale attività monetaria ha generato, determina la più impressionante e macroscopica speculazione mai concepita da esseri umani. Di fronte a questa situazione, l’impaccio della politica è di tutta evidenza: l’esecutivo non dispone di sufficienti risorse per far fronte alle esigenze sociali e di mercato, l’opposizione reclama a gran voce maggiori impegni di spesa, ma non indica come e dove reperire le necessarie coperture finanziarie. Occorre rapidamente ripristinare il corretto rapporto di fiducia tra l’elettorato e la classe politica, pesantemente compromesso dalla constatazione che mentre si è costretti a lesinare risorse per il sostegno dell’economia, dell’occupazione, della scuola, della ricerca e del sociale, si continua a corrispondere ai banchieri somme ingentissime reperite con l’alta tassazione e con l’incremento del debito pubblico. Poiché non s’intravede la soluzione a questo stato di cose, perdurando le cause, è assolutamente indispensabile interrompere questo perverso meccanismo e ritornare all’emissione monetaria diretta da parte dello Stato, come da centennale esperienza già felicemente compiuta.”

“Lo Stato italiano ha battuto moneta in prima persona e monetizzato il proprio territorio dal 1874 al 1975. Ciò ha consentito, subito dopo l’unità d’Italia di realizzare tutte le infrastrutture necessarie ad un nuovo stato, compreso i famosi palazzi e quartieri “umbertini”, ancora esistenti, senza imporre tasse e senza indebitarsi. Successivamente utilizzando sempre la moneta emessa da parte dello Stato si sono costruite le opere dell’Italia moderna: strade, autostrade, ponti, ferrovie, porti, aeroporti, centrali elettriche, ospedali, sanatori, colonie, le grandi bonifiche, intere città, i grandi complessi industriali, gli Istituti Assistenziali, le scuole, le università, tutte contraddistinte dalle inconfondibili linee architettoniche ispirate dal Piacentini. Anche tutte queste opere furono realizzate senza aumentare le tasse ai cittadini e senza aumentare il debito pubblico che anzi, sino al 1940 era rimasto stabile al 20 % (tra i più bassi della storia d’Italia) per passare al 25% nel 1945 a guerre finita. Successivamente si continuò a battere moneta da parte dello Stato, gli introiti così incamerati hanno contribuito in maniera significativa alla ricostruzione del territorio nazionale devastato dall’invasione nemica (all’inizio degli anni 70 il debito pubblico era sceso al 20 %).”

Grazie Savino.

Giuseppe Turrisi

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Commento ricevuto: “Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo.
Una persona semplice, col suo simpatico accento romagnolo, combattiva, umile, mai prepotente anche quando ci sgridava paternamente per le nostre ingenuità, riconoscente per la nostra passione, sinceramente dispiaciuto per le nostre sconfitte, con lieve sorriso compiaciuto per le nostre piccole vittorie.
Quando è stato il caso è venuto da noi, a Roma, a Napoli ovunque fosse necessario, a dare il suo contributo, il consiglio, l’approvazione o meno, sempre con l’obiettivo di aiutarci vicendevolmente.
Ci mancherai, molto, piccolo grande uomo, gigante tra i nani che spadroneggiano nel mondo”
(AlexFocus)

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Articoli di e su Savino Frigiola: https://www.google.com/search?client=gmail&rls=gm&q=savino%20frigiola%20paolo%20d’arpini

lunedì 21 maggio 2012

La FINANZA della R.S.I.

Premessa

Nel  perdurante clima di disinformazione - relativamente all'assetto economico-finanziario e alla crisi in atto - nessuno parla di sistemi alternativi per arginare ed abbattere la stretta creditizia e, soprattutto, cosa assai più importante, tutti si guardano bene dall' annoverare persone e fatti pregressi che invece risulterebbero assai utili per risolvere una volta per tutte il problema alla radice. Nessuno ricorda, per esempio, cosa accadde durante la repubblica di Weimar e, soprattutto, come e da chi fu risolta... Nessuno ricorda, altresì, come Benito Mussolini, appena nominato Presidente del Consiglio ad appena 39 anni, abbia assunto - ad interim - anche le cariche di Ministro degli Esteri e degli Interni, con una speciale delega all'economia; e come riuscì nei primi tre anni a dipanare ogni disavanzo primario e a raggiungere l'agognata parità di Bilancio, tanto che persino Luigi Einaudi lodò quanto fece l’allora presidente del Consiglio. Si ricordano viceversa gli incarichi recenti del Presidente Monti come commissario UE dimenticando, però, che egli fu già consulente durante il governo De Mita dell’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino che l’aveva nominato in tre commissioni, incaricate di ridurre la spesa e il debito. Purtroppo – sia detto per inciso – il debito pubblico aumentò del 44,5% in quei tre anni e la spesa pubblica del 45,9 % tant’è che nel ‘92 il nostro “eroe” se ne tornò con la coda fra le gambe all’università (forse per riprendere gli studi)  lasciando  l’Italia in balia di se stessa. L’elenco dei “guastatori economici” potrebbe continuare per ore, ma ritengo inutile andare avanti. In tempi bui, di mestissima crisi finanziaria, nessuno parla della vera origine del debito pubblico che non è dovuta esclusivamente a sprechi e ruberie . ma soprattutto al fatto che né lo stato nè tantomeno il popolo sono proprietari della moneta.
Pochi parlano dei casi attuali della Grecia e dell'Argentina... che non sono retti da regimi dittatoriali o autoritari che dir si voglia,  ma che rappresentano - soprattutto nel caso islandese - una prova lampante e inimitata di democrazia reale e sostanziale.
Le uniche parole che ci sentiamo ripetere sono quelle assimilabili alla strategia del ricatto, alla tattica dell'usuraio mascherato che con la bocca fa finta di concedere e poi arraffa tutto con ambedue le mani. Si afferma infatti: Se non seguirete la nostra "ricetta" faremo la fine della Grecia, i suicidi anziché diminuire aumenteranno in modo esponenziale ecc. 
E' chiaro che quando la situazione si fa critica ecco arrivare puntuale il ricatto: sia esso fiscale, oppure relativo alla politica economica da adottare.
Si tratta in effetti di una vera e propria strategia terroristica, per chiudere la bocca a chi non si allinea al mainstream, e vuole arginare l'ondata pervasiva di tasse e rincari che colpiscono tutti, in specie i ceti meno abbienti.